L’arte della memoria I

L’arte della memoria è una delle tecniche psicologiche più significative di tutti i tempi. Abuserò della vostra pazienza e comincerò a trattarla in una serie di articoli. Prima nel suo aspetto di tecnica vera e propria e poi scenderò verso ambiti psichici profondi. Mi rifarò agli studi di Frances Yates, Thomas Moore e Marsilio Ficino.

Nel secolo XVI intervengono mutamenti radicali in una delle tecniche retoriche più esercitate, la cosiddetta “arte della memoria”.
Questa forma di apprendimento veniva definita “arte” per le sue implicite possibilità creative inerenti alle infinite potenzialità combinatorie. L’uomo contemporaneo è abituato a memorizzare dividendo per specie e generi, per analisi, per similitudini concettuali, grammaticali e sintattiche. E così avvezzo a operare con questo tipo di mezzo da non porre mai mente a come l’antichità abbia fatto uso di un altro tipo di memoria, diversa e apprendibile con estrema difficoltà: è appunto l’ars memoriae di cui si parlava. La mnemonica moderna discende da Pietro Ramo e si è affermata nel mondo occidentale solo a partire dal 1600; l’altra non è databile, essendo presente da sempre nel mondo antico, basandosi sulla convinzione della maggiore potenza della memoria visiva rispetto a quella concettuale.
Lo studente che si dedicava all’apprendimento di quest’ultima doveva cominciare a imprimersi nella mente immagini familiari (per esempio la sua stanza da letto) per passare a quelle di luoghi meno noti, all’esterno, come piazze oppure facciate di cattedrali (spesso costruite per servire da immagini memorizzabili, come sostiene la Yates in L’arte della memoria, ai capitoli X-VI-X). Una volta fatta propria questa facoltà, lo studente immaginava scene non reali, ma di invenzione, purché ricche di particolari facilmente imprimibili. A ogni immagine registrata veniva poi accostato il concetto (oppure la parola) da ricordare. In questo modo, allorché si doveva rammentare un discorso oppure un tema o altro ancora, si tornava con la mente alla figura memorizzata e ricollegandosi visivamente ai suoi particolari, si ricordavano quei concetti che si erano accostati ai dettagli della figura. È evidente che la maggiore quantità di figure rendeva più dilatabile la possibilità mnemonica del rètore. Lullo, Scaligero, Della Porta e soprattutto Bruno avevano creato infinite possibilità combinatorie di immagini, rendendo parimenti vasta la potenzialità concettuale.
Il De umbris idearun e il Cantus circaeus sono le opere mnemoniche bruniane che più delle altre attestano questa infinita possibilità di combinazioni fra le immagini. «L’ars memoriae non si pone più come una semplice forma retorica, né l’ars combinatoria come una tecnica logica… Appaiono strettamente collegate ai temi di una metafisica esemplaristica e neoplatonica, ai motivi della cabala e della tradizione ermetica, agli ideali della magia e dell’astrologia… Inserite nel discorso, pieno di toni iniziatici di una magia rinnovata, queste tecniche cambiavano in realtà funzione e significato, perdevano contatto con il terreno delle scienze mondane, della dialettica, della retorica, della medicina: apparivano miracolosi strumenti cui era opportuno affidarsi per il raggiungimento del sapere totale o della pansofia (Paolo Rossi, Le origini della Pansofia e il Lullismo del secolo XVII, Università degli studi di Milano, pag. 199; Paolo Rossi, Clavis universalis, arti mnemoniche e logica combinatoria da Lullo a Leibniz, Ricciardi, 1960, pag. 81 e segg.).» Come si evince dalle parole di Paolo Rossi, la mnemotecnica rinascimentale si poneva quale strumento non più di dilatazione mentale, bensì di ricreazione del mondo, quale mezzo affiancatore della magia o addirittura a essa assimilabile.
La differenza con il “cristianesimo” di un Ficino oppure di un Pico della Mirandola è sostanziale (nell’introduzione al Cantus circaeus – Atanòr, pagg. 10-25 – del Bruno si è esaminato questo “cristianesimo” sostanziale di Ficino e Pico). Ancora Rossi è esemplificativo: «Il caso di Bruno è, da questo punto di vista, esemplare: mentre si configurava come un rifiuto della logica tradizionale e sostituiva le immagini ai termini, la topica all’analitica, l’arte bruniana finiva per muoversi su un terreno ben diverso da quello delle immagini dialettiche, rifiutava ogni identificazione con una tecnica linguistica o retorica, si poneva come lo strumento capace di consentire prodigiose avventure e costruzioni totali. Connettendosi agli ideali e alle aspirazioni della magia, l’ars inveniendi e l’ars memorativa apparivano le vie da seguire per penetrare i segreti della natura e decifrare la scrittura dell’universo» (Paolo Rossi, op. cit., pag. 200). Emerge l’opinione del Lullo, del Della Porta, del Camillo e soprattutto del Bruno di considerare l’arte della memoria come applicazione dell’arte magica (Wolfang Hildebrand nella sua Magia naturalis presenta l’ars memorativa come l’applicazione dell’arte magica a una specifica forma dell’operare umano. È rammentato da P. Rossi, op. cit., pag. 200). La via bruniana è perciò la magia priva dell’attribuzione limitativa del «naturalis».

Collegamenti:

L’arte della memoria II

7 Risposte

  1. Entusiasta di questo tema!!!

  2. Sa una cosa caro prof?
    In questo suo blog ho capito che quando l’anima parla è tutto un tripudio di gioia…ma soprattutto ho capito quando e come l’anima parla ed ho imparato ad ascoltarla e capirla e quando leggo cose che ho dentro tramutate in versi altrui…penso..
    è la consapevolezza di dare voce alla mia anima che mi manca…in tutto e per tutto, senza limiti o confini..

    Dialogare col mio cuore e con la mia anima avviene sempre ma è così bello aver “imparato” ad imprimere il tutto con penna su carta…come se il dialogo non avesse mai fine, un prologo continuo e mai un epilogo.

    Prof …io credo che scrivere sia un’arte…
    come il pittore dipinge su tele bianche che diventano il suo Essere ed il suo Vedere…
    così chi scrive, dipinge fogli bianchi che diventano vivi dei colori dell’anima..

    Dovevo nascere nel Rinascimento..

    Ho letto attentamente il post sulla memoria..(e non le nascondo che l’ho letto più di una volta..)
    e sono indecisa su una cosa…(non mi tacci di presunzione..)
    mi sento di affermare di avere una memoria bruniana, una magia non solo naturalis..
    associo immagini a contesti, fatti o persone che apparentemente non sembrano averne attinenza..(per gli altri) ma non per me..
    ed adesso che ci penso..devo andare a cercarlo..
    anni fa avevo scritto una cosa magica..una sorta di raccontino..che guarda caso..l’ho ricordato adesso..
    parlava di un medaglione..

    ..io associo lei prof..il suo blog..le sue trasmissioni a un eremo in alto sulla montagna.

    a presto con altre mie “visioni”

    Baci e buona domenica

  3. Grazie Mariangela!
    Baci

  4. l’albero dai frutti di visi e teste umani, che i rami verso il basso piegavan-è radici di teschi che verso l’alto lo proiettavano

  5. Alla memoria chiedo e alla memoria lascio.
    Professoressa ma lei è tutto un proverbio. Frasi come questa ,ricordo, e, la mia memoria si svolge.
    Tutta un proverbio è la mia vita. Sono cresciuta alla luce dei proverbi, degli aneddoti, delle storie. Per tutto c’era sempre qualcuno che parlava.
    Avrei desiderato delle spiegazioni più semplici da comprendere, avrei voluto dialogare. Ai proverbi, agli aneddoti non segue un chiarimento, esigono un comportamento.
    Chi si loda si imbroda!
    Cosa rispondere a un “siffatto”.
    Tanto va la gatta al lardo, che ci lascia lo zampino!
    Peggio di prima.
    Chi a tempo non aspetti tempo!
    Le ore del mattino hanno l’oro in bocca!…
    …e cosi dicendo…
    La memoria ogni parola mette al proprio posto, in un angolo della strada, in un letto tutto torna.

  6. Caro Gabriele,
    ecco un link molto interessante: http://www.ospi.it/ospi/domanderisposte/focusndomrisp_1024.asp?id=59

    si parla di rappresentazioni mnemoniche

  7. Grazie, caro Nicola!

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