Libri: “DSM-5 e i Film che spiegano la Psiche” di Massimo Lanzaro verrà presentato a Ottaviano il 6 giugno

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Carissimi,

il prof. Massimo Lanzaro presenterà il suo libro “DSM-5 e i Film che spiegano la Psiche” lunedì prossimo alle 17,30, presso l’Hotel Augustus a Ottaviano, durante la conferenza “Psicologia e cinema”. Interverranno con lui il prof. Carmine Cimmino e il prof. Angelo Andriuzzi. Modera Ornella Petrucci, giornalista.
Non mancate!

Gabriele

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C’è una sindrome di Sture Bergwall nascosta nel collettivo psy?

La percezione sociale risente dell’effetto del contesto in cui l’azione umana ha luogo, ovvero, dell’insieme di condizioni circostanti sia fisiche che sociali. Di solito il contesto influenza il giudizio fornendo indicazioni sul comportamento previsto dalle circostanze, come può ostacolare l’osservatore, infatti, la persona (o il collettivo psy) può affrettarsi a valutare la situazione immediata con tale insistenza da ignorare altre importanti indicazioni” (cit.). Da questi presupposti parte il mio tentativo di concettualizzare quella che ho provvisoriamente definito come “La sindrome di Bergwall”.

Fino a qualche anno fa, Thomas Quick era il più mostruoso serial killer di Svezia: una trentina di assassinii confessati, otto condanne per omicidio, un ergastolo da scontare in un ospedale psichiatrico. Nel 2008 ha rivelato che tutte le confessioni dei suoi “omicidi” seriali erano invenzioni. «L’ ho fatto perché mi imbottivano di farmaci e droghe”, tra cui valanghe di benzodiazepine. Ero molto fragile mentalmente, in quelle condizioni confessavo qualsiasi cosa. Ma l’ ho fatto anche perché avevo bisogno di attenzione da parte dei medici (…) e poi dei media” ha spiegato Quick nel documentario ed anche in una intervista a Repubblica. Sture Bergwall “Quick” nasce nei pressi della cittadina di Falun, Svezia, il 26 aprile 1950. È un bambino “asociale, complessato, falcidiato da un morboso senso di inferiorità”. In seguito dirà di aver subìto abusi sessuali dai genitori, che un giorno avrebbero persino soppresso il suo fantomatico fratellino Simon (ricostruzioni smentite dai suoi fratelli). A 19 anni, Bergwall cerca di molestare sessualmente quattro ragazzi. A 23 anni, sotto l’ effetto di droghe e alcol, quasi uccide un uomo. Nel 1990, poi, il “grande colpo”: una rapina, nella banca vicino casa, con un “amico” 16enne. Bergwall viene arrestato. Entra nell’ ospedale psichiatrico di Säter. Qui si guadagnerà il soprannome di Sätermannen, “l’ uomo di Säter”. Poi, nel 1992, la “svolta”. Bergwall confessa il primo “omicidio”. Quello di Johan Asplund, 11 anni, scomparso il 7 novembre 1980 mentre andava a scuola. Bergwall, che da questo momento decide di chiamarsi Thomas Quick, confessa di averlo rapito, violentato, martoriato, mangiato, seppellito. Ricostruisce tutti i suoi movimenti, indica i punti dove ne avrebbe seppellito i resti. Ma non viene trovata nessuna prova, né un testimone che confermi la sua versione. Risultato: Quick viene condannato lo stesso. Tra 1993 e 1996, Quick confessa altri omicidi. Tutto questo viene minuziosamente ricostruito nel docufilm (cui rimando) “The Confessions of Thomas Quick” (2015, diretto da Brian Hill con Mimmi Kandler) che include numerose interviste con questa persona e con i suoi familiari. Alcuni sostengono che questo sia stato il più grande scandalo giudiziario ma anche medico e psichiatrico nella storia svedese. Forse è anche una storia che andrebbe analizzata nei minimi particolari dal punto di vista complesso di sistemi che si iscrivono nell’insieme del collettivo psy, non solo per poter informare la nostra pratica da questa esperienza, ma anche per comprendere cosa sia accaduto in termini gruppali.

Massimo Lanzaro

Da “Il mito della normalità. Intervista a Gabriele La Porta”, in vendita su Amazon.it

D. Secondo James Hiilman le nostre nevrosi e la nostra cultura sono inseparabili. Dopo le fumisterie verbali della politica, i gergalismi e il pentagonese, dopo lo scientismo sociologico ed economico, l’abuso mediatico della parola e tutte le altre violenze inflitte si son prosciugate le parole del loro sangue e chi lavora nel campo della psicologia ha smarrito la fede nella potenza della parola. Come “guarire” il nostro linguaggio? Basterà perorare il ritorno alla parola piena di senso e di materia, un po’ come accadeva ai testi alchemici? Confucio sosteneva che la terapia della cultura parte dalla rettificazione del linguaggio e Hillman sostiene che la psicologia alchemica offre spunti per questa possibilità di rettificazione. Che ne pensa?

R. Per me vale  molto di più James Hillman che l’opinione di innumerevoli cosiddetti esperti in camice paludato. Questo è il tempo del mutamento. Non capire la cateratta psichica è come rinunciare allo scandaglio mentale e costringersi ad una dolorosa prigionia”.

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Prossima uscita in ebook: “Il mito della normalità”, Massimo Lanzaro intervista Gabriele La Porta

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Questo intenso dialogo tra uno psichiatra, psicoterapeuta ed un filosofo si sofferma su vari punti cruciali e attualissimi nella storia dell’anima e delle sue cure: il nuovo DSM-V, le polemiche sullo stigma, sulla crisi delle psicoterapie e sulle cure psicofarmacologiche. “Gli Dei sono diventati malattie” scrisse una volta C.G. Jung, concetto poi ribadito da James Hillman (anche nel suo celebre “Cent’anni di psicoterapia e il mondo va sempre peggio”). Elaborando queste idee nell’ebook si discute, tra l’altro, la questione più immediata per ogni disciplina della mente: Che cos’è la normalità psichica? A partire da quale soglia entriamo oggi nel regno incontrollabile della cosiddetta “non normalità”? E dove sono finiti gli Dei rimossi?

Cinema: delude Wim Wenders con “Ritorno alla vita”

ritorno-alla-vita-recensione-v4-24932-1280x16Quando in un film c’è un “però”, spesso diventa un “no”, anche se condito da un “eppure”. E’ un film pieno di umanità, un melodramma freddo, sensazione cui insieme ai toni pacati e alle luci soft contribuiscono gli scenari innevati e i silenzi (forse troppi) dei protagonisti. Ritorno alla vita (Every Thing Will Be Fine) è un film del 2015 diretto da Wim Wenders, con protagonisti James Franco e Charlotte Gainsbourg. Racconta dodici anni nella vita di Tomas, uno scrittore americano in crisi creativa: la sua relazione con Sara, una ragazza dolce e convenzionale che poco capisce del suo mondo interiore; quella con l’editrice Ann e sua figlia Mina; il difficile rapporto con la scrittura, il successo critico e il riconoscimento intellettuale. Ma soprattutto cerca di raccontare delicatamente (eppure sempre sul filo dell’inquietudine) una torsione della vita psichica, e come verosimimente proprio quelle stesse istanze difensive possono sia essere deputate a proteggere il Sé da ulteriori offese o diventare distruttive, dando origine a un ulteriore trauma per l’individuo. Vari nodi da sciogliere, dunque, e per il protagonista la ricomposizione di quei processi transizionali della relazione umana che rendono la vita degna di essere vissuta avverrà nella maniera più inattesa. Il “però” è nella sceneggiatura, nell’interpretazione un po’ pretenziosa di Franco, nel dubbio che si insinua (e in questi casi è “grave”): ma doveva proprio essere un lungometraggio? James Hillman diceva magistralmente: “Perché la psicologia, per me, è aprire le ostriche e pulire le perle, cioè recuperare e portare alla luce e indossare quotidianamente la vita dell’immaginazione, che può non redimere la tragedia, non lenire la sofferenza, ma può arricchirle e renderle più tollerabili, interessanti e preziose”. Ma per descrivere questo processo, i sensi di colpa e la relativa catarsi è proprio necessario sottoporre lo spettatore allo stesso processo (e, in proporzione, agli stessi tempi) di irritazione necessari ai corpi estranei, parassiti o pezzi di conchiglia racchiusi nei molluschi bivalvi per formare l’agognata perla?

Massimo Lanzaro

LA PSICOEDUCAZIONE E L’ANIMA

Si stanno approfondendo molti aspetti riguardanti la salute mentale. Da un lato c’è un flusso costante di nuove ricerche e potenziali trattamenti, dall’altro la promessa di una migliore assistenza medica, di recente negli Stati Uniti, dove grazie alle disposizioni della legge per la tutela del paziente (Obamacare), gli assicuratori sanitari sono finalmente obbligati a coprire i disturbi mentali, tanto quanto quelli “fisici”.

Il pregiudizio sui disturbi mentali è (ed è stato) parte integrante di tutto questo, nonostante si basi, il più delle volte, su dati aneddotici. Anche in Italia la situazione riguardante lo stigma è ancora problematica.

Le più recenti ricerche concordano nel considerare essenziali gli aspetti e le strategie di psicoeducazione rivolte alle famiglie e ai giovani, sia per migliorare le capacità di gestione della malattia già esistente che per informare la popolazione generale (ad esempio tramite le scuole) con fatti, spiegazioni e rassicurazioni, invece che aneddoti infondati.

Il termine psicoeducazione indica una metodologia introdotta nel campo delle scienze della salute mentale negli anni ’80 del 1900, che punta a rendere consapevole la persona portatrice di un distubo psichico, e i membri della sua famiglia, circa la natura della patologia di cui è sofferente e circa i mezzi per poterla fronteggiare. Ma è anche uno strumento per informare le persone “sane” e prevenire l’insorgenza di disagi.

Essa prende le mosse dagli studi sulle “famiglie ad alta emotività espressa”, condotte dal gruppo che faceva capo a Julian Leff della Social Psichiatry Unit di Londra sulle famiglie con un membro affetto da psicosi schizofrenica, tese a prevenire le ricadute e i nuovi ricoveri in reparto psichiatrico. Successivamente negli anni ’90 del 1900 è stata estesa ad altri distubi psichici (distubi d’ansia, depressione e disturbi bipolari, disturbi dalla personalità) grazie soprattutto a Ian Falloon dell’Università di Auckland (Nuova Zelanda).

In questa circostanza sono state anche applicati alcuni interventi, ricavati dal cognitivismo e dal comportamentismo, tesi a ridurre lo stress e il carico familiare con il rischio di favorire la ricaduta, come le abilità di comunicazione efficace (esprimere richieste in maniera positiva, esprimere sentimenti piacevoli e spiacevoli, ascolto attivo) e l’abilità di risolvere i problemi (problem solving). La psicoeducazione può contare su numerose pubblicazioni scientifiche sulle riviste internazionali, che ne convalidano l’efficacia.

Più recentemente è stata infatti utilizzata nei programmi intensivi per la prevenzione dell’esordio psicotico (McGorry a Melburne, Birchwood in Inghilterra, Hafner in Germania, Cocchi e Meneghelli in Italia).

Per la prima volta, che io sappia, postulo qui (molto brevemente) l’integrazione possibile del metodo psicoeducativo ortodosso con l’approccio Hillmaniano.

Fare anima è -come sappiamo- il concetto folgorante, davvero rivoluzionario, di Hillman: significa rovesciare il verso del proprio processo di crescita, pensare che anziché ascendere si debba discendere per conoscere le risposte ai propri interrogativi. Il cammino della comprensione è un progressivo oscuramento, un bagno nell’incertezza, volto alla ricerca di una verità obliqua e trasparente, mai rettilinea e cristallina. Psicoeducazione a ben vedere è anche questo: comprensione, riduzione delle incertezze e dello stress tramite la conoscenza. Una psicoeducazione archetipica ed al contempo con fondamenti evidence-based potrebbe aiutare a vedere le manifeste sfaccettature di quell’anima mundi che dobbiamo assolutamente recuperare per non inaridire del tutto (inaridimento che è la base per lo sviluppo della sofferenza psichica e, in definitiva del malessere, della depressione, dell’ansia e di altri disturbi).

James Hillman, con profonda levità e pensosa ironia, ha teso un ponte intellettuale non solo teoretico ma soprattutto pratico tra passato e futuro, tessendo gli scenari culturali necessari per una psicologia più adatta all’uomo moderno. Mi permetto di postulare che la corretta divulgazione, la psicoeducazione integrata, in questo senso, potrebbero essere un elemento di questi scenari, uno strumento informativo importante per prevenire la sofferenza ed alimentare alcuni aspetti individuali e collettivi del fare anima.

Massimo Lanzaro

 

Le vostre “anime dei luoghi”

“Carissimi, prendendo spunto dalla mostra fotografica dell’amico dr Massimo Lanzaro che si svolgerà al Jazz Club le Mele a San Nicola Arcella (Cosenza) dal 27 luglio al 10 agosto, volevo chiedervi delle vostre istantanee, delle vostre fotografie che ripercorrano il tema.
Che ne dite?

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