L’immaginazione ermetica V

Dopo il 1473 Ficino si sente così sicuro delle sue ricerche e dell’appoggio di Lorenzo de’ Medici da iniziare un’ardua e pericolosa dimostrazione speculativa: l’unità tra filosofia e ragione.

Il lettore, che non si interessa specificatamente di filosofia, dovrà adesso compiere una piccola fatica per esaminare il pensiero di Ficino (e poi di Pico), ma sarà ricompensato nel constatare la forza e il coraggio delle loro concezioni.

La novità teorica è il concetto di centralità di tutti i gradi dell’essere, che racchiude in sé l’universo, dove, conseguentemente, non vi sono “parti” privilegiate da un punto di vista “qualitativo”, bensì tutto concorre a un disegno unitario. In tale sistema è vitale l’azione dell’uomo, perché con la sua azione concreta deve ricondurre il mondo della materia alla divinità. La storia dell’uomo è insomma la storia stessa dell’universo e della sua redenzione mediante la razionalità umana, che tutto investiga e conosce. L’uomo è dunque un mediatore tra mondo e Dio, una copula mundi in perenne tensione per diventare Dio, processo di adeguamento al divino che si attua allorché l’umanità esplica il dono della ragione. Quando l’uomo pensa, specula, riflette, proprio in quell’istante si avvia sulla strada che lo conduce a adeguarsi alla divinità.

Il contatto tra l’uomo e Dio si è sempre manifestato nei secoli mediante la luce intellettuale che il Perfetto ha instillato, come goccia irradiante, nei profeti, nei pensatori, nei poeti. Dio è perciò vivente nell’uomo, e nello stesso modo è presente nella natura, che nella propria essenza ha la qualità dell’essere infinito. La differenza, che Ficino evidenzia in questi concetti, è totale rispetto al pensiero degli scolastici contro cui polemizza.

L’uomo e la natura sono visti come partecipi del divino in senso qualitativo, elementi di un mosaico universale, in cui occupano un posto indispensabile.

Questo è il punto, l’umanità e il mondo sono necessari all’armonia dell’essere, quindi non eliminabili secondo il capriccio di Dio.

Tali pensieri fanno parte di due opere di Marsilio, la Religione cristiana e la Theologia platonica. In quest’ultima il filosofo si spinge anche oltre, fino ad affermare l’unità filosofico-religiosa della tradizione che, partendo dai profeti biblici ed evangelici, dai poeti dell’antichità, dai saggi mistici del Medioevo, dai cantori ispirati del tempo presente, dimostra come la verità sia una sola, e quanto le differenze tra ebrei, cristiani, islamici, platonici, aristotelici, siano fittizie. Artifici creati da uomini spregevoli per dividere e separare l’umanità. Ma c’è sempre stata una corrente di pensiero che ha riportato la verità, che ha testimoniato l’unità della sapienza. È la tradizione platonica, neoplatonica, ermetica.

Gli argomenti della Theologia platonica sono tutti riconducibili al Corpus hermeticum, cui abbiamo accennato precedentemente. Insomma Ficino, partito da Platone, è arrivato a far proprie tutte le tesi magiche del Corpus. Anche questo testo afferma che la filosofia di Platone ha unificato tutte le culture, creando un sapere unitario, che può appunto definirsi magia.

«I testi ermetici» sostiene Garin «costituiranno per Ficino un punto di riferimento costante, una testimonianza privilegiata della prisca theologia, un documento mirabile che manifesta gli arcana mysteria, ben degno di essere collocato da Lattanzio fra le Sibille e i Profeti. Orbene è proprio in questa prospettiva che egli trovava la conferma e il fondamento metafisico e teologico della astrologia e della magia.»

L’intervento che abbiamo riportato anticipa anche un’altra questione. Oltre alla magia, trova ospitalità in Ficino, e in altri umanisti, la cosiddetta astrologia esoterica. Ovvero una disciplina che non vuole predire il futuro degli individui, dei popoli, o delle nazioni, ma studiare il carattere della persona che ne faccia richiesta, le sue costanti, le prerogative specifiche, le potenzialità. E superfluo dire che l’astrologia esoterica era presente nel Corpus hermeticum, sempre più studiato dagli umanisti della Accademia platonica fiorentina. Ormai la magia occupa le menti di questi filosofi. Tanto è vero che Ficino, nel terzo libro del De vita (opera successiva alla Theologia), compie un’esaltazione totale dell’Asclepius (uno dei testi ermetici presenti nel Corpus), opera attribuita a Ermete Trismegisto. Un sapiente immaginario, ritenuto invece dagli umanisti realmente vissuto, e persino collocato in un preciso tempo storico, quello di Mosè. Invece Ermete Trismegisto (ovvero tre volte grande) è solo un simbolo, adoperato in Alessandria per designare la figura del maestro immaginario dagli studiosi di magia del II secolo dopo Cristo che si definiscono “ermetici” perché custodiscono il segreto dei riti più significativi della scientia.

Tornando al De vita coelitus comparanda (terzo volume del De vita), Ficino afferma che l’opera di Ermete Trismegisto, ovvero il Corpus, è consona al cristianesimo e a tutte le verità rivelate. Come lui, Marsilio crede che ogni momento della vita dipenda dagli astri, o meglio, dal Sole, che si irraggia attraverso di essi. Ma non è una posizione deterministica, perché il Sole non decide del destino degli uomini. Influenza esclusivamente il corpo, la materia, mentre l’anima è guidata dalla intelligenza universale delle stelle. Le costellazioni e le configurazioni planetarie sono i simboli concreti che esprimono il pensiero di Dio; attraverso di esse si manifestano le leggi della intelligenza eterna.

Tutta l’astrologia è la traduzione, in linguaggio celeste, della realtà. Occorre saper leggere ogni espressione: dai colori delle pietre sino alle configurazioni astrali. Sono tutti parte del discorso dell’universo, punti diversi dell’Uno. Ficino compie precise analogie fra il corpo umano e il cosmo: erbe e alberi come peli e capelli, pietre e metalli come denti e ossa, tutto è reso vivo dalla vita che, come lui afferma: «Sboccia anche ancora più sopra la terra nei corpi più sottili e più vicini all’anima. Per il suo intimo vigore l’acqua, l’aria e il fuoco hanno in sé i loro viventi e si muovono. Questa vita riscalda e muove l’aria e il fuoco più della terra e dell’acqua. Infine vivifica al massimo i corpi celesti quasi capo, cuore e occhi del mondo. E finalmente, per mezzo delle stelle come suoi occhi, diffonde ovunque nel mondo i suoi raggi non solo visibili ma veggenti» (Eugenio Garin, Lo zodiaco della vita, Laterza, 1982, pag. 83).

Tra i gradi dell’universo esiste così un perenne scambio di radiazioni e forme, ma esso è ambivalente. E possibile riverberare le forze del cielo nel cielo. Bisogna imitare le figure celesti in adatti e specifici talismani per captare e concentrare gli influssi delle intelligenze (attraverso le stelle). In tale messa a profitto di simili forze consiste appunto l’opera del mago.

Anche le parole e i canti servono allo scopo: sono utilizzabili come le figure astrali (costellazioni) immaginate dagli egizi e dai caldei (le immagini mentali, capaci di assumere in sé e quindi di convogliare sulla mente che le ha pensate gli influssi dei corpi celesti, saranno poi gli strumenti dell’opera di immaginazione di Giordano Bruno), oltre a quelle create da Albumasar e da altri esponenti della tradizione magica platonica.

Le potenze del cielo sono catturate dal simulacro che le imita, riproducendole in maniera adatta, e agiscono mediante lo spirito. Per questo, sostiene Ficino, si scolpisce un Mercurio di marmo, nell’ora di Mercurio, quando sorge Mercurio, nelle sembianze di un uomo che scaglia frecce, per agire contro la febbre. Questa è l’operazione magica del tipo naturalis; essa si inserisce nell’universo per rendere la vita sulla terra più armoniosa, correggendo qualsiasi alterazione di ritmo, prendendo a modello il cielo.

Non è comunque sufficiente riprodurre l’universo nel suo proprio archetipo e osservarlo; occorre interiorizzare questa immagine dall’uomo riprodotta, contemplare nel nostro interno questo archetipo e assimilarlo. La meditazione sarà favorita se all’interno delle stanze della casa in cui si vive saranno riprodotte in immagini le componenti dell’archè. L’arte e la magia si incontrano per permettere all’uomo-microcosmo di adeguarsi al macrocosmo, grazie alla tecnica della contemplazione delle immagini. Botticelli, Tiziano, Giorgione e altri si pongono così come fabbricatori di immagini “universali”, archetipiche, infinite perché riproducenti la speranza di simboli antichissimi, per l’armonizzazione dell’umano.

 

Quando sarai…

Quando sarai vecchia e grigia e pieno di sonno
avrai il capo
A tentennare presso il fuoco, togli questo
libro,
Leggilo con cura, e sogna il tenero sguardo
Che i tuoi occhi ebbero una volta, sogna anche
le loro ombre fonde;
E come tanti amarono i tuoi momenti di grazia
felice
E amarono la tua bellezza con falso o vero
amore;
Ma uno solo amò in te la tua anima errante
E amò le pene del tuo mutevole
volto;
E curva sui ceppi che rimandano il loro
bagliore,
Mormora pure, un po’ triste, come Amore
si volse in fuga,
E oltrepassò i monti
E nascose il suo volto in una miriade di stelle.

W. B. Yeats

In questa notte d’autunno

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

Nazim Hikmet

Io sono verticale

Ma preferirei essere orizzontale.
Non sono un albero con radici nel suolo
succhiante minerali e amore materno
così da poter brillare di foglie a ogni marzo,
né sono la beltà di un’aiuola
ultradipinta che susciti grida di meraviglia,
senza sapere che presto dovrò perdere i miei petali.
Confronto a me, un albero è immortale
e la cima di un fiore, non alta, ma più clamorosa:
dell’uno la lunga vita, dell’altra mi manca l’audacia.

Stasera, all’infinitesimo lume delle stelle,
alberi e fiori hanno sparso i loro freddi profumi.
Ci passo in mezzo ma nessuno di loro ne fa caso.
A volte io penso che mentre dormo
forse assomiglio a loro nel modo piu’ perfetto –
con i miei pensieri andati in nebbia.
Stare sdraiata è per me piu’ naturale.
Allora il cielo ed io siamo in aperto colloquio,
e sarò utile il giorno che resto sdraiata per sempre:
finalmente gli alberi mi toccheranno, i fiori avranno tempo per me.

Sylvia Plath

Apparizione

La luna s'attristava. Serafini piangenti,
L'archetto alzato, in sogno, dalle viole morenti
Traevan, nella calma di vaporosi fiori,
Bianchi singhiozzi a petali dagli azzurri pallori.
- Era quel santo giorno del nostro primo bacio.
La fantasia, martirio cui da sempre soggiaccio,
S'inebriava sapiente al profumo di tristezza
Che pur senza rimpianto lascia e senza amarezza
La vendemmia d'un sogno al cuore che l'ha colto.
Dunque erravo, alle vecchie pietre l'occhio raccolto,
Quando per via, col sole sui capelli splendente,
E nella sera, tu m'apparisti ridente,
Ed io vidi la fata dal cappuccio di luce
Che un tempo sui miei sonni di fanciullo felice
Già passava, lasciando, dalle sue mani belle,
Nevicar bianchi fiori di profumate stelle. 

Stéphane Mallarmé

 

“E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Inferno_Canto_34,_Gustave_Dorè_3(Gustave Doré, Divina Commedia, 1861-1868)

Carissimi,

che il 2015 sia per voi anno di pace e serenità. Con affetto,

Gabriele

Buona domenica!

Con un po’ do fortuna, imparerete anche voi a tenere la rotta orientandovi con le stelle”.

Raymond Carver

Stelle

Le stelle sono illuminate purché ognuno possa un giorno trovare la sua.
Antoine de Saint Exupéry

Siamo definitivamente l’istante che non muore

Corro portando tra le mani come un carbone acceso
l’istante che agonizza. Insieme a me se ne vanno le stelle
e questo mulinello di materia intorno al niente.
Con i palmi ardenti ho trasportato il gioiello dal remoto
per offrirtelo come uno specchio: quello che vedi non è il tuo viso
ma un fiume in piena che si porta tutte le anime
tranne la tua e la mia. Il nostro incontro ci ha lasciato fuori
dallo spazio, dal tempo e da noi stessi.
Siamo definitivamente l’istante che non muore.

Alejandro Jodorowsky

 

Non so nulla con certezza… ma godiamoci questa notte

Non so nulla con certezza, ma la vista delle stelle mi fa sognare…
(Vincent Van Gogh)

Potessero le mie mani sfogliare

Potessero le mie mani sfogliare
Pronunzio il tuo nome
nelle notti scure,
quando sorgono gli astri
per bere dalla luna
e dormono le frasche
delle macchie occulte.
E mi sento vuoto
di musica e passione.
Orologio pazzo che suona
antiche ore morte.

Pronunzio il tuo nome
in questa notte scura,
e il tuo nome risuona
più lontano che mai.
Più lontano di tutte le stelle
e più dolente della dolce pioggia.

T’amerò come allora
qualche volta? Che colpa
ha mai questo mio cuore?
Se la nebbia svanisce,
quale nuova passione mi attende?
Sarà tranquilla e pura?
Potessero le mie mani
sfogliare la luna!

 
Federico Garcia Lorca

A lungo durerà il mio viaggio

A lungo durerà il mio viaggio
e lunga è la via da percorrere.

Uscii sul mio carro ai primi albori
dei giorno, e proseguii il mio viaggio
attraverso i deserti dei mondo
lasciai la mia traccia
su molte stelle e pianeti.

Sono le vie più remote
che portano più vicino a te stesso;
è con lo studio più arduo che si ottiene
la semplicità d’una melodia.

Il viandante deve bussare
a molte porte straniere
per arrivare alla sua,
e bisogna viaggiare
per tutti i mondi esteriori
per giungere infine al sacrario
più segreto all’interno del cuore.

I miei occhi vagarono lontano
prima che li chiudessi dicendo:
«Eccoti!»

Il grido e la domanda: «Dove?»
si sciolgono nelle lacrime
di mille fiumi e inondano il mondo
con la certezza: « lo sono!>>

Rabindranath Tagore

Sinfonia azzurra

Venne in cerca di te
nella calda notte, lungo le strade dai fanali azzurri.
Tutte le strade, allora, la notte erano azzurre
come le vie dei cieli,
e il volto amato
non si vedeva: si sentiva in cuore
E ti trovò, o dolcezza, nell’ombra
casta, velata d’un vapor di stelle.
Fra quel tremolìo d’astri
discesi in terra,
in quell’azzurro di due firmamenti
l’uno a specchio dell’altro, ella
ella pure rispecchiò in te l’anima sua notturna.
E ti seguì con passo di bambina
senza sapere, senza vedere, tacita e fluida.
E allor che il giorno apparve
con fresco riso roseo su l’immenso turchino,
non trovò più se stessa
per ritornare.

Ada Negri

L’ombra dell’anima mia

L’ombra dell’anima mia
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.
L’ombra dell’anima mia!
Sono giunto alla linea dove cessa la nostalgia,
e la goccia di pianto si trasforma
in alabastro di spirito.
(L’ombra dell’anima mia!)
Il fiocco del dolore
finisce,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra,
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.
Un torbido labirinto
di stelle affumicate
imprigiona le mie illusioni
quasi appassite.
L’ombra dell’anima mia!
E un’allucinazione
munge gli sguardi.
Vedo la parola amore
sgretolarsi.
Mio usignolo!
Usignolo!
Canti ancora?

Federico Garcia Lorca

La sera fiesolana

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscio che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
trepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e sul grano che non è biondo ancora
e non è verde,
e sul fieno che già patì la falce
e trasloca,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le colline su i limpidi orizzonti
s’incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amore più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

 Gabriele D’Annunzio

 

Il “popolo di sogni”

Sopra: Jacopo Tintoretto, “L’origine della Via Lattea”, 1575-80.

Per Pitagora le anime sono «popolo di sogni» che, egli dice, si riuniscono nella Via Lattea, cosi chiamata dalle anime che, quando cadono nella generazione, si nutrono di latte. Per questo chi evoca le anime offre loro libagioni di miele mescolato a latte: perche attratte dal piacere esse giungono alla generazione, e il latte compare naturalmente insieme al loro concepimento.

Da L’antro delle Ninfe di Porfirio

Mare

M’affaccio alla finestra, e vedo il mare:
vanno le stelle, tremolano l’onde.
Vedo stelle passare, onde passare:
un guizzo chiama, un palpito risponde.

Ecco sospira l’acqua, alita il vento:
sul mare è apparso un bel ponte d’argento.

Ponte gettato sui laghi sereni,
per chi dunque sei fatto e dove meni?

Giovanni Pascoli

Stelle

Tornano in alto ad ardere le favole.

Cadranno colle foglie al primo vento.

Ma venga un altro soffio,
Ritornerà scintillamento nuovo.

Giuseppe Ungaretti

Blues

Parte delle stelle mattutine
La luna e la posta
L’insaziabile X, il dolore delirante,
– la luna Sittle La
Pottle, teh, teh, teh, –
I poeti in vecchie stanze gufose
che scrivono curvi parole
sanno che le parole furono inventate
perché il nulla era nulla
Usando le parole, usate le parole,
le X e gli spazi vuoti
E la pagina bianca dell’Imperatore
E l’ultimo dei Tori
Prima che la primavera si metta in moto
Sono una montagna di nulla
di cui volenti o nolenti disponiamo
Così di notte contratteremo
nel mercato delle parole.

Jack Kerouac

C’era

L’agnello belava dolcemente.
L’asino, tenero, si allietava
in un caldo chiamare.
Il cane latrava
quasi parlando alle stelle.
Mi svegliai…Uscii. Vidi orme
celesti sul terreno
fiorito
come un cielo capovolto.
Un soffio tiepido e soave
velava l’alberata:
la luna andava declinando
in un occaso d’oro e di seta
apersi la stalla per vedere se Egli
era là
C’era.

Juan Ramon Jimenez

Pecore nella nebbia

Le colline digradano nel bianco.
Persone o stelle mi guardano con tristezza, le deludo.

Il treno lascia dietro una linea di fiato.
Oh lento cavallo color della ruggine, zoccoli, dolorose campane.

È tutta la mattina che
la mattina sta annerendo, un fiore lasciato fuori.

Le mie ossa racchiudono un’immobilità, i campi
lontani mi sciolgono il cuore.

Minacciano
di lasciarmi entrare in un cielo
senza stelle né padre, un’acqua scura.

Sylvia Plath

I poeti lavorano di notte

I poeti lavorano di notte
quando il tempo non urge su di loro,
quando tace il rumore della folla
e termina il linciaggio delle ore.
I poeti lavorano nel buio
come falchi notturni od usignoli
dal dolcissimo canto
e temono di offendere iddio
ma i poeti nel loro silenzio
fanno ben più rumore
di una dorata cupola di stelle.

Alda Merini

L’ombra dell’anima mia

L’ombra dell’anima mia
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.

L’ombra dell’anima mia!

Sono giunto alla linea dove cessa
la nostalgia,
e la goccia di pianto si trasforma
in alabastro di spirito.

(L’ombra dell’anima mia!)

Il fiocco del dolore
finisce,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra,
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.

Un torbido labirinto
di stelle affumicate
imprigiona le mie illusioni
quasi appassite.

L’ombra dell’anima mia!

E un’allucinazione
munge gli sguardi.
Vedo la parola amore
sgretolarsi.

Mio usignolo!
Usignolo!
Canti ancora?

Federico Garcia Lorca

Canzone d’autunno

Oggi sento nel cuore
un vago tremore di stelle,
ma il mio sentiero si perde
nell’anima della nebbia.
La luce mi spezza le ali
e il dolore della mia tristezza
bagna i ricordi
alla fonte dell’idea.
Tutte le rose sono bianche,
bianche come la mia pena,
e non sono le rose bianche,
perché ci ha nevicato sopra.
Prima ci fu l’arcobaleno.
Nevica anche sulla mia anima.
La neve dell’anima ha
fiocchi di baci e di scene
che sono affondate nell’ombra
o nella luce di chi le pensa.
La neve cade dalle rose,
ma quella dell’anima resta
e l’artiglio degli anni
ne fa un sudario.
Si scioglierà la neve
quando moriremo?
O ci sarà altra neve
e altre rose più perfette?
Scenderà la pace su di noi
come c’insegna Cristo?
O non sarà mai possibile
la soluzione del problema?
E se l’amore c’inganna?
Chi animerà la nostra vita
se il crepuscolo ci sprofonda
nella vera scienza
del Bene che forse non esiste
e del Male che batte vicino?
Se la speranza si spegne
e ricomincia Babele
che torcia illuminerà
le strade della Terra?
Se l’azzurro è un sogno,
che ne sarà dell’innocenza?
Che ne sarà del cuore
se l’Amore non ha frecce?
Se la morte è la morte,
che ne sarà dei poeti
e delle cose addormentate
che più nessuno ricorda?
O sole della speranza!
Acqua chiara! Luna nuova!
Cuori dei bambini!
Anime rudi delle pietre!
Oggi sento nel cuore
un vago tremore di stelle
e tutte le rose sono
bianche come la mia pena.

Federico Garcia Lorca

La chimera

 Non so se tra roccie il tuo pallido
Viso m’apparve, o sorriso
Di lontananze ignote
Fosti, la china eburnea
Fronte fulgente o giovine
Suora de la Gioconda:
O delle primavere
Spente, per i tuoi mitici pallori
O Regina O Regina adolescente:
Ma per il tuo ignoto poema
Di voluttà e di dolore
Musica fanciulla esangue,
Segnato di linea di sangue
Nel cerchio delle labbra sinuose
Regina de la melodia:
Ma per il vergine capo
Reclino, io poeta notturno
Vegliai le stelle vivide nei pelaghi del cielo,
Io per il tuo dolce mistero
Io per il tuo divenir taciturno.
Non so se la fiamma pallida
Fu dei capelli il vivente
Segno del suo pallore,
Non so se fu un dolce vapore,
Dolce sul mio dolore,
Sorriso di un volto notturno:
Guardo le bianche rocce le mute fonti dei venti
E l’immobilità dei firmamenti
E i gonfii rivi che vanno piangenti
E l’ombre del lavoro umano curve là sui poggi algenti
E ancora per teneri cieli lontane chiare ombre correnti
E ancora ti chiamo ti chiamo Chimera. 

Dino Campana

Microcosmo e Macrocosmo

Sopra: “Santa Ildegarda di Bingen e l’uomo al centro dell’universo”,
miniatura dal “Liber divinorum operum” di Ildegarda di Bingen, 1230, Lucca, Biblioteca Statale

Sappi che sei un altro mondo in miniatura e hai in te Sole e Luna e anche le stelle.

ORIGENE, “Homiliae in Leviticum”, 5,2

“Noi e la terra”

Sopra: Vincent Van Gogh, “Notte stellata sul Rodano”, 1888

Gentili amici,
vi propongo questa lirica sorprendente di Lucian Blaga (1895-1961), filosofo e poeta romeno, nato a Lancram, in Transilvania, nel 1895, e morto a Cluj nel 1961. Tra le sue opere più note ricordiamo “Poemi di luce” (da cui è tratta “Noi e la terra”) e “Gradini insospettati”:

“Noi e la terra”

Quante stelle che cadono stanotte.
Tien fra le mani il dèmone della notte il pianeta,
soffia scintille come contro un’esca
furiosamente, ché divampi il fuoco.
Stanotte, che precipitano
tante stelle, il tuo corpo
di strega adolescente fra le braccia
m’arde come in un rogo.
Folle,
come lingue di fuoco alzo le braccia
per sciogliere la neve dalle tue spalle nude,
per succhiarti, famelico, e rubarti
potenza, sangue, vanto, primavera, tutto.

Lucian Blaga, in “LA POESIA DEL MONDO. Lirica d’Occidente e d’Oriente”, a cura di Giuseppe Conte, Parma, Ugo Guanda Editore, 2003.

The night you slept

Anche la notte ti somiglia,

la notte remota che piange

muta, dentro il cuore profondo,

e le stelle passano stanche.

Una guancia tocca una guancia –

è brivido freddo, qualcuno

si dibatte e t’implora, solo,

sperduto in te, nella tua febbre.

La notte soffre e anela l’alba,

povero cuore che sussulti.

O viso chiuso, buia angoscia,

febbre che rattristi le stelle,

c’è chi come te attende l’alba

scrutando il tuo viso in silenzio.

Sei distesa sotto la notte

come un chiuso orizzonte morto.

Povero cuore che sussulti,

un giorno lontano eri l’alba.

Cesare Pavese

Quale gioia può mai avvincere

Quale gioia può mai avvincere

chi, incatenata da Amore,

 tutto il campo d’Amore vuol correre

e libera godere?

Più delle stelle nel cielo

sono i lutti che soffre l’amore.

Non li si può numerare:

quei pesi restano smisurati

non c’è nulla che possa avvicinarli:

meglio tacere.

La mia parte è piccola ma oh, se ne ho passate!

La vita mi fa orrore.

Hadewijch d’Anversa

Presenza

Tutto è annuncio di te!
Appare il sole radioso, e tu dietro a lui, spero.
Esci fuori in giardino e sei rosa fra le rose,
e sei giglio fra i gigli.
Quando nel ballo ti muovi si muovono le stelle,
insieme e intorno a te.
Notte! E così sarebbe notte!
Tu superi lo splendore soave e seducente della luna.
Seducente e soave sei tu, e fiori,
luna e stelle a te s’inchinano, o sole!
Sole, sii anche per me artefice di giorni radiosi!
Questa è vita, è eternità.

Johann Wolfgang Goethe

In te c’è quella presenza che resterà

Un miliardo di stelle girano nella notte, bruciando sopra la tua testa.
Ma in te c’è quella presenza che resterà quando tutte le stelle si saranno eclissate.

Rainer Maria Rilke

Chino sulle sere

Chino sulle sere tiro le mie tristi reti
ai tuoi occhi oceanici.

Lì si distende e arde nel più alto fuoco
la mia solitudine che fa girare le braccia come un naufrago.

Faccio rossi segnali ai tuoi occhi assenti
che ondeggiano come il mare sulla riva di una faro.

Conservi solo tenebre, donna distante e mia,
dal tuo sguardo emerge a volte la costa del terrore.

Chino sulle sere getto le mie tristi reti
in quel mare che scuote i tuoi occhi oceanici.

Gli uccelli notturni beccano le prime stelle
che scintillano come la mia anima quando ti amo.

Galoppa la notte sulla sua cavalla cupa
spargendo spighe azzurre sul prato.

Pablo Neruda

In questa notte d’autunno

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole,amore
le tue parole,amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

Nazim Hikmet

Il Dante segreto

legge morale

Più del cielo stellato al di sopra della mia testa, evvi qualche cosa che mi riempie di ammirazione: è la legge morale nel fondo del mio cuore

Immanuel Kant

Nell’Interiorità di Anima — “Anime umide”…

Un passo ancora verso Anima… Porfirio è uno dei più illustri rappresentanti della scuola neoplatonica. Nella sua opera confluiscono i grandi temi della filosofia magico-occultistica di derivazione orientale. Esploriamone insieme alcune folgori da quel compendio di saggezza interiore che è “L’antro delle Ninfe”.

 

Anime umide

Con Ninfe Naiadi indichiamo in senso specifico le potenze che presiedono alle acque, ma i teologi designavano tutte le anime in generale che discendono nella generazione. Essi, infatti, ritenevano che tutte le anime si posassero sull’acqua che, come dice Numenio, è divinamente ispirata; egli afferma che proprio per questo motivo anche il profeta disse: «il soffio divino si muoveva nell’acqua». Per questo – dice – gli Egiziani collocano gli esseri divini non sulla terraferma, ma tutti su una barca, sia il Sole sia, in generale, tutti: bisogna sapere che questi sono le anime che, planando sull’acqua, discendono nella generazione. Di qui il detto di Eraclito:  «per le anime è piacere, non morte, divenire umide», cioè è un piacere cadere nella generazione, e altrove egli dice: «noi viviamo la morte di quelle, e quelle vivono la nostra morte». Perciò, per Numenio, il poeta chiama «umidi» coloro che sono nella generazione, avendo anime umide. Esse, infatti, amano il sangue e il seme umido, e le anime delle piante si nutrono di acqua.

(Porfirio, L’antro delle Ninfe, Gli Adelphi, 2006, pag. 51)

 

 Armonia e tensione di contrari

Poiché la natura ha origine dalla diversità, ovunque l’entrata a due porte ne è simbolo. Il cammino, infatti, può avvenire o attraverso l’intellegibile o attraverso il sensibile, e quello attraverso il sensibile o attraverso la sfera delle stelle fisse o attraverso i pianeti, e ancora, o attraverso un cammino immortale o mortale. C’è un centro sopra la terra e uno sotto terra, uno a oriente e uno a occidente, la sinistra e la destra, la notte e il giorno; e per questo è «armonia e tensione dei contrari» e scocca dardi dal suo arco per l’esistenza dei contrari. Platone parla di due imboccature: attraverso una si risale al cielo, dall’altra si scende sulla terra, e i teologi fecero del sole e della Luna le porte delle anime che risalgono per la porta del Sole e discendono per quella della Luna; e in Omero ci sono due orci:

dei doni che concede, l’uno dei cattivi, dei buoni l’altro.

(Porfirio, L’antro delle Ninfe, Gli Adelphi, 2006, pag. 77)

L’immaginazione ermetica V

Dopo il 1473 Ficino si sente così sicuro delle sue ricerche e dell’appoggio di Lorenzo de’ Medici da iniziare un’ardua e pericolosa dimostrazione speculativa: l’unità tra filosofia e ragione.

Il lettore, che non si interessa specificatamente di filosofia, dovrà adesso compiere una piccola fatica per esaminare il pensiero di Ficino (e poi di Pico), ma sarà ricompensato nel constatare la forza e il coraggio delle loro concezioni.

La novità teorica è il concetto di centralità di tutti i gradi dell’essere, che racchiude in sé l’universo, dove, conseguentemente, non vi sono “parti” privilegiate da un punto di vista “qualitativo”, bensì tutto concorre a un disegno unitario. In tale sistema è vitale l’azione dell’uomo, perché con la sua azione concreta deve ricondurre il mondo della materia alla divinità. La storia dell’uomo è insomma la storia stessa dell’universo e della sua redenzione mediante la razionalità umana, che tutto investiga e conosce. L’uomo è dunque un mediatore tra mondo e Dio, una copula mundi in perenne tensione per diventare Dio, processo di adeguamento al divino che si attua allorché l’umanità esplica il dono della ragione. Quando l’uomo pensa, specula, riflette, proprio in quell’istante si avvia sulla strada che lo conduce a adeguarsi alla divinità.

Il contatto tra l’uomo e Dio si è sempre manifestato nei secoli mediante la luce intellettuale che il Perfetto ha instillato, come goccia irradiante, nei profeti, nei pensatori, nei poeti. Dio è perciò vivente nell’uomo, e nello stesso modo è presente nella natura, che nella propria essenza ha la qualità dell’essere infinito. La differenza, che Ficino evidenzia in questi concetti, è totale rispetto al pensiero degli scolastici contro cui polemizza.

L’uomo e la natura sono visti come partecipi del divino in senso qualitativo, elementi di un mosaico universale, in cui occupano un posto indispensabile.

Questo è il punto, l’umanità e il mondo sono necessari all’armonia dell’essere, quindi non eliminabili secondo il capriccio di Dio.

Tali pensieri fanno parte di due opere di Marsilio, la Religione cristiana e la Theologia platonica. In quest’ultima il filosofo si spinge anche oltre, fino ad affermare l’unità filosofico-religiosa della tradizione che, partendo dai profeti biblici ed evangelici, dai poeti dell’antichità, dai saggi mistici del Medioevo, dai cantori ispirati del tempo presente, dimostra come la verità sia una sola, e quanto le differenze tra ebrei, cristiani, islamici, platonici, aristotelici, siano fittizie. Artifici creati da uomini spregevoli per dividere e separare l’umanità. Ma c’è sempre stata una corrente di pensiero che ha riportato la verità, che ha testimoniato l’unità della sapienza. È la tradizione platonica, neoplatonica, ermetica.

Gli argomenti della Theologia platonica sono tutti riconducibili al Corpus hermeticum, cui abbiamo accennato precedentemente. Insomma Ficino, partito da Platone, è arrivato a far proprie tutte le tesi magiche del Corpus. Anche questo testo afferma che la filosofia di Platone ha unificato tutte le culture, creando un sapere unitario, che può appunto definirsi magia.

«I testi ermetici» sostiene Garin «costituiranno per Ficino un punto di riferimento costante, una testimonianza privilegiata della prisca theologia, un documento mirabile che manifesta gli arcana mysteria, ben degno di essere collocato da Lattanzio fra le Sibille e i Profeti. Orbene è proprio in questa prospettiva che egli trovava la conferma e il fondamento metafisico e teologico della astrologia e della magia.»

L’intervento che abbiamo riportato anticipa anche un’altra questione. Oltre alla magia, trova ospitalità in Ficino, e in altri umanisti, la cosiddetta astrologia esoterica. Ovvero una disciplina che non vuole predire il futuro degli individui, dei popoli, o delle nazioni, ma studiare il carattere della persona che ne faccia richiesta, le sue costanti, le prerogative specifiche, le potenzialità. E superfluo dire che l’astrologia esoterica era presente nel Corpus hermeticum, sempre più studiato dagli umanisti della Accademia platonica fiorentina. Ormai la magia occupa le menti di questi filosofi. Tanto è vero che Ficino, nel terzo libro del De vita (opera successiva alla Theologia), compie un’esaltazione totale dell’Asclepius (uno dei testi ermetici presenti nel Corpus), opera attribuita a Ermete Trismegisto. Un sapiente immaginario, ritenuto invece dagli umanisti realmente vissuto, e persino collocato in un preciso tempo storico, quello di Mosè. Invece Ermete Trismegisto (ovvero tre volte grande) è solo un simbolo, adoperato in Alessandria per designare la figura del maestro immaginario dagli studiosi di magia del II secolo dopo Cristo che si definiscono “ermetici” perché custodiscono il segreto dei riti più significativi della scientia.

Tornando al De vita coelitus comparanda (terzo volume del De vita), Ficino afferma che l’opera di Ermete Trismegisto, ovvero il Corpus, è consona al cristianesimo e a tutte le verità rivelate. Come lui, Marsilio crede che ogni momento della vita dipenda dagli astri, o meglio, dal Sole, che si irraggia attraverso di essi. Ma non è una posizione deterministica, perché il Sole non decide del destino degli uomini. Influenza esclusivamente il corpo, la materia, mentre l’anima è guidata dalla intelligenza universale delle stelle. Le costellazioni e le configurazioni planetarie sono i simboli concreti che esprimono il pensiero di Dio; attraverso di esse si manifestano le leggi della intelligenza eterna.

Tutta l’astrologia è la traduzione, in linguaggio celeste, della realtà. Occorre saper leggere ogni espressione: dai colori delle pietre sino alle configurazioni astrali. Sono tutti parte del discorso dell’universo, punti diversi dell’Uno. Ficino compie precise analogie fra il corpo umano e il cosmo: erbe e alberi come peli e capelli, pietre e metalli come denti e ossa, tutto è reso vivo dalla vita che, come lui afferma: «Sboccia anche ancora più sopra la terra nei corpi più sottili e più vicini all’anima. Per il suo intimo vigore l’acqua, l’aria e il fuoco hanno in sé i loro viventi e si muovono. Questa vita riscalda e muove l’aria e il fuoco più della terra e dell’acqua. Infine vivifica al massimo i corpi celesti quasi capo, cuore e occhi del mondo. E finalmente, per mezzo delle stelle come suoi occhi, diffonde ovunque nel mondo i suoi raggi non solo visibili ma veggenti» (Eugenio Garin, Lo zodiaco della vita, Laterza, 1982, pag. 83).

Tra i gradi dell’universo esiste così un perenne scambio di radiazioni e forme, ma esso è ambivalente. E possibile riverberare le forze del cielo nel cielo. Bisogna imitare le figure celesti in adatti e specifici talismani per captare e concentrare gli influssi delle intelligenze (attraverso le stelle). In tale messa a profitto di simili forze consiste appunto l’opera del mago.

Anche le parole e i canti servono allo scopo: sono utilizzabili come le figure astrali (costellazioni) immaginate dagli egizi e dai caldei (le immagini mentali, capaci di assumere in sé e quindi di convogliare sulla mente che le ha pensate gli influssi dei corpi celesti, saranno poi gli strumenti dell’opera di immaginazione di Giordano Bruno), oltre a quelle create da Albumasar e da altri esponenti della tradizione magica platonica.

Le potenze del cielo sono catturate dal simulacro che le imita, riproducendole in maniera adatta, e agiscono mediante lo spirito. Per questo, sostiene Ficino, si scolpisce un Mercurio di marmo, nell’ora di Mercurio, quando sorge Mercurio, nelle sembianze di un uomo che scaglia frecce, per agire contro la febbre. Questa è l’operazione magica del tipo naturalis; essa si inserisce nell’universo per rendere la vita sulla terra più armoniosa, correggendo qualsiasi alterazione di ritmo, prendendo a modello il cielo.

Non è comunque sufficiente riprodurre l’universo nel suo proprio archetipo e osservarlo; occorre interiorizzare questa immagine dall’uomo riprodotta, contemplare nel nostro interno questo archetipo e assimilarlo. La meditazione sarà favorita se all’interno delle stanze della casa in cui si vive saranno riprodotte in immagini le componenti dell’archè. L’arte e la magia si incontrano per permettere all’uomo-microcosmo di adeguarsi al macrocosmo, grazie alla tecnica della contemplazione delle immagini. Botticelli, Tiziano, Giorgione e altri si pongono così come fabbricatori di immagini “universali”, archetipiche, infinite perché riproducenti la speranza di simboli antichissimi, per l’armonizzazione dell’umano.

La Grande Madre — Dove si riporta il racconto dello sconosciuto e il mistero della nascita delle cattedrali gotiche

Questo è il resoconto di quanto mi sentii dire all’inizio di quell’estate francese piena di incanti e segreti dall’enigmatico signore incontrato a Chartres.

«È mezzogiorno del 1118. Gli abitanti di Chartres sentono il rumore degli zoccoli di un potente cavallo. Chi sta arrivando di gran carriera?
«E un uomo forte e di bellissimo aspetto. Sicuramente un nobile. Ma porta le vesti dei cistercensi. Tutti si inchinano deferenti al suo passaggio. E l’abate di Clairvaux, Bernardo di Fontaines-les- Dison detto di Chiaravalle. La gente si inginocchia e guarda con ammirazione il cavaliere e il suo seguito. Infatti non è solo. È chi si muoverebbe mai in solitudine in questo secolo? Soltanto i diseredati espulsi dalla comunità, gli indemoniati e i pazzi. Con lui dunque cavalcano otto compagni, cistercensi di provata fede. Emanano energia e coraggio. Hanno appese alle selle bisacce ricolme di libri e poi ciascuno ha una spada e una corta lancia.
«Sotto le runiche indossano una corazza perché sono avvezzi nelle armi come tutti quelli di origine nobile. Sono sei anni che sono entrati nel monastero di Citeaux. Poi nel 1115 hanno seguito Bernardo in quello di Clairvaux. Lui è loro coetaneo, ma sicuramente il primo in eloquenza, saggezza, coraggio e abilità nelle armi. In questo paese ha fondato l’omonima abbazia che immediatamente è divenuta la più importante di Francia, e chissà, forse dell’intera cristianità. Da qui si è diffusa la sua leggenda, il mito del “grande abate”, che lo vuole alto come una quercia secolare, arguto più di un filosofo dell’antichità, coraggioso più di Orlando stesso. Inoltre è un illuminato. Questo si sussurra per ogni dove, fino a Roma, fino negli appartamenti del papa. Irradia una sorta di aura irresistibile che atterrisce gli ipocriti, i falsi, i bugiardi, i simoniaci, i bacchettoni. Le malelingue bofonchiano di strane pratiche, di libri segreti, di riti occulti. E poi questo gigante non fa altro che viaggiare per la Francia. Perché va tanto in giro? O meglio, perché si muove sempre in una zona circoscritta che va da Etampes a Parigi, da Rouen a Bayeux e infine da Evreux a Chartres, dove appunto è appena giunto?
«E un mistero.
«Ma gli infingardi non possono arrestare l’abate di Clairvaux.
Ha una missione da compiere. È la prima volta che arriva in questa cittadina.
«In alto, sovrastante le case, c’è una piccola collina. Una chiesa romanica in via di costruzione. Le mura sono state alzate su altre preesistenti. Si dice siano resti di antichi templi di druidi dove, nei secoli remoti, si officiavano occulti riti e segrete preghiere. Si mormora che qui giungessero dai tempi dei tempi migliaia di fedeli ancor prima della conquista di Cesare. E il flusso non si è arrestato neppure dopo. Non sono forse convenuti qui imperatori di Roma? A far cosa? A guarire di mali che sembravano incurabili, ma che pure si sono risolti in guarigioni inspiegabili. Ma allora che cosa accadeva nei tempi antichi da queste parti? Neppure i più inveterati chiacchieroni osano però sussurrare il nome di una pratica che, soltanto a proferirla, può condurre al rogo. Però ugualmente tutti pensano la stessa cosa: sulla collina si praticava la magia.
«È proprio su questo dosso che è arrivato il manipolo di cavalieri. Non esistono superstizioni che possano arrestarli.
«Per la verità i lavori della chiesa romanica sembrano andare a rilento. Pochi operai si danno stancamente da fare e le corporazioni artigiane non sono rappresentate che in minima parte. Tutti gli altri sono dediti ad altre faccende, insomma non c’è entusiasmo.
«Fino a ora.
«La voce dell’arrivo degli stranieri, che sono nove, è rimbalzata dovunque. Il grosso borgo è colpito come da una frustata. La gente esce di casa e si avvicina ai monaci. Come detto, la fama di Bernardo è vastissima.
«”Sarà proprio lui?”. “Ma qual è del gruppo?”. “È davvero il potente abate di Chiaravalle?”. “Che cosa vorrà da noi?”.
«Questi i bisbigli di quella gente variopinta, coperta da misere stoffe e da ogni genere di berretti. Soltanto i capi dei vari raggruppamenti dei “mestieri” sono vestiti dignitosamente. Comunque la povertà è tanta. Guerre e brigantaggio hanno piegato la Francia e le campagne sono le prime a risentire dell’indigenza.
«Improvvisamente quell’accozzaglia di persone stanche, spaurite, disincantate, è percorsa da un brivido d’eccitazione. Uno dei cavalieri si è tolto il cappuccio.
«Un volto vibrante osserva tutti, due pupille ardenti bucano la testa di ciascuno. Sembrano leggere nel pensiero. “È lui!”. “È lui!” si grida dovunque. Sì, è il grande monaco guerriero.
«Con un gesto della mano destra impone il silenzio. Quindi una voce calma, forte e melodiosa cattura l’attenzione di ciascuno:
“Già in altre dieci città di Francia si stanno innalzando cattedrali in nome di Nostra Signora. Volete voi costruirne una anche qui?”.
«”La stiamo edificando” replica con un filo di voce un mastro lastricatore.
«”Non va fatta più così” afferma imperiosamente il cavaliere “occorre che la dimora della santissima Maria svetti verso il cielo. Alzi le sue mura fino alle nuvole. Uno slancio totale deve portare le guglie direttamente fino ai santi e agli angeli. C’è bisogno di una casa che frantumi la materia e voli entusiasticamente sino alla Perfezione. È indispensabile forgiare un miracolo in terra. Volete voi questo? Siete pronti?”
«Un urlo rimbomba per Chartres. Una sola parola risuona come un grido: “Sì!”.
«Allora i monaci scendono da cavallo. Aprono le bisacce e prendono numerosi fogli. Sono piani tridimensionali che prevedono la costruzione di una chiesa immensa, davvero protesa verso l’infinito, come un canto gregoriano. Il giorno stesso iniziano i lavori.
«È l’undicesima cattedrale di Nôtre-Dame in quella zona. Tutte volute dall’abate di Clairvaux. L’evento straordinario non è nell’edificazione degli undici templi, che possono rientrare in un impeto mistico, eccezionale sì, ma non unico, bensì nella loro dislocazione sul territorio.
«Per capirlo occorre prendere una carta geografica della zona. Unificando con una matita le cattedrali volute da Bernardo si giunge a una constatazione che ha dell’incredibile. Le chiese sono collocate in terra come le stelle nella costellazione della Vergine. Come in cielo, così in terra!
«Un’opera e un lavoro da titani. Undici immani cantieri vengono aperti contemporaneamente per dar luogo a undici costruzioni che a loro volta riproducono la costellazione della vergine celeste, ovvero della Maria cristiana. Così facendo Bernardo ricongiunge il culto antichissimo del Femminile virgineo a quello del cattolicesimo. Mostrando di voler riportare il cristianesimo stesso in un alveo millenario e antichissimo, appunto quello della Nostra Signora, della Grande Madre. Ricordiamoci della invocazione di Apuleio, nell’Asino d’oro: “Madre di tutta la natura, sovrana di tutti gli elementi, origine e principio dei secoli, divinità suprema, regina dei Mani, prima fra i celesti, prototipo degli dèi e delle dee”. Per questo l’abate vuole che le varie Nôtre-Dame siano nella stessa disposizione speculare delle stelle. La Maria è Nostra Signora delle stelle, è lei, la signora del Femminile che torna nei secoli sotto un altro sembiante. È Iside, è Ishtar, è Morrighan, è Laima, è Artemide. È la stessa così cantata dal Tantra: “La donna è il creatore dell’universo. È il vero corpo dell’universo. Non c’è felicità come quella che dà la donna”.
«Ma non è tutto qui.
«Lo stile architettonico è completamente nuovo. È il gotico che si affaccia per la prima volta nella storia del mondo. Anche il più ufficiale dei testi di storia dell’arte data al 1130 la nascita di questo modello di costruzione.
«Il problema, irrisolto per la storia illuminista, è che nacque improvvisamente. Come un fungo.
«Eppure già in natura una pianta non può sorgere dal nulla.
Occorre che il bosco sia preparato da secoli di humus. Figuriamoci uno stile architettonico così complesso come il gotico.
«Siamo di fronte a edifici giganteschi, concepiti in modo nuovo e sublime. Eppure prendono corpo tutti e undici insieme. Ciò presuppone un esercito di ingegneri, architetti, disegnatori, muratori, vetrai, falegnami, piallatori e mille altre maestranze che in perfetta armonia decidono di mutare la propria vita, quella dei figli e dei figli dei figli. Sì, perché le undici Nôtre-Dame non richiedono il lavoro di una sola vita, ma di almeno tre generazioni e in alcuni casi anche di quattro o cinque. E quei progetti chi li ha forniti?
«Certamente Bernardo di Chiaravalle li ha “assegnati”. Ma chi è stato a idearli? E quanto tempo è stato necessario per concepirli? Anche qui ci sono volute generazioni di studiosi. A meno che… .
«E poi c’è dell’altro. Il gotico è contemporaneamente uno stile architettonico e una concezione del mondo. Le cattedrali sono grandi il quintuplo rispetto a qualsiasi altra chiesa dell’epoca. I piani. di edificazione sono laboriosissimi. Occorrono appunto decenni per mettere a punto una filosofia e una tecnica così sofisticata. Quindi, a rigor di logica, Bernardo e i suoi hanno avviato un lavoro concepito prima di loro. Ma chi erano questi “pensatori” occulti?
«E il termine “gotico” che cosa significa?
«Gotico in senso di “barbarico”, secondo la definizione spregiativa della storiografia rinascimentale. Oppure, facendolo derivare dal greco antico, ovvero dalla matrice goeteia, significherebbe magia, quindi magico. Oppure, ancora, potrebbe nascere dal termine goes, strega. O anche da goeteusis, sortilegio e addirittura da goeteuo, arte di affascinare. Il fascino è un modo di legare, abbindolare, unire. E l’arte del telaio, come afferma Elémire Zolla, è la tecnica del Femminile, del magico Femminile per eccellenza.
«Quindi squadre di architetti, tecnici e umili operai hanno lavorato per generazioni seguendo i dettami che altre generazioni, prima di loro, hanno segretamente preparato. Ha dell’incredibile.
«A meno che…»

A questo punto il mio affabulatore si interruppe improvvisamente. Aspettava evidentemente una mia reazione. Che fu istantanea.

Bibliografia consigliata

Sui rapporti tra cavalleria e magia occorre vedere Victor Emile Michelet, Il segreto della cavalleria, Basaia, 1985; Dominique Viseux, L’iniziazione cavalleresca nella leggenda di re Artù, Mediterranee, 1980.