“La mia è una donna favolosa”

Oggi invece il post lo regala Valeria. Attenti. Leggete bene.

Quest’uomo invece dice:

“La mia è una donna favolosa” – ( Salvatore Toma – da “Canzoniere della morte”, Einaudi, Torino, 1999)

Vorrei ficcarmi le dita / allo stomaco /
spaccarmi le costole / spezzarle con grandissimo dolore / aprirle
so che non verrebbero fuori / visceri fegato cuore
verrebbero fuori / neve alberi fuoco
vento pioggia / perchè io sono fatto così
vegetale e libero.
Io non sono cervello / ossessioni inibizioni
società paure
Io sono vita / vita libera
libertà foreste / gioia di esistere.

La mia / è una donna favolosa.
In nessuna parte / del mondo avrei potuto
trovare un simile mostro / di pazienza e di amore.
La mia / è una donna favolosa.
Pur di non perderla / rinuncerei ai miei versi.

Lo sbagliato sono io / non c’è che dire
non occorre perciò illudersi / tacitarsi con metodi
d’appendice usuali / il caso le fantasie le occasioni…
o ridursi a un sono fatto così / ma è successo
che un angelo sbandato / e io non so farlo felice.

E’ disperata / per questo mio modo
naturale / (ma sarà poi vero?)
di vivere la vita / (ma sarà poi vera?)
mi tenta l’idea / di spingere il tormento
di sfiorare la pazzia / gonfiando l’assurdo /
a dismisura.
E’ una gara irresistibile / e tremenda
dove il perdente / è evidente.

Ricordo la sua dolcezza / i primi tempi
faceva vergognare il paradiso /
le sue dita sul mio corpo / erano lentissimi ragni
non c’era parte che lei / non avesse esplorato
baciato / stretto a sé.
Darei tutto / perchè oggi si ripetesse
quel tessersi dolcissimo / di carezze di sguardi
di tremiti / oggi ridotti a un tollerarsi /
con violenza con rabbia con ingiurie.

Che cosa si può fare / per tornare indietro?
ringiovanire dimenticare / invecchiare illusi alla rovescia / riproporsi…
Non che io voglia ringiovanire / per rivedermi di nuovo ragazzo / magro e forte
Vorrei ringiovanire / per quelle mani / per quel suo frusciare in un corpo / come un rinascere.
Aveva gli occhi / marrò dolcissimi stremati
una volta lucenti come acqua / io avevo altri amori.

Facciamo ancora l’amore / una cosa ormai meccanica / dopo ci si lava (per la verità si lava lei)
ma i baci / i baci sono rabidi / serrati come un morso.
Un tempo erano piume / sofferti come vento estivo.
Eppure qualcosa / ci deve essere / che si può fare
qualcosa di mai tentato.
Si ritrovano civiltà perdute / statue sui fondali / brocche monili / come posso ritrovare / il mio passato se non è sottoterra / e non è sepolto in mare?
Il guaio è che è dentro di me / dove non mi posso tuffare.
E’ il passato / non è la morte / che mi fa paura
è il passato / che è più funebre e più funesto
del buio in una bara / è il passato che mi dilania
questo essere stati senza possibilità di ripetersi / di dirle una parola…

(Non finisce quì ma a questo punto, ogni volta che rileggo la lirica, mi domando cosa dice l’angelo per far tacere il vecchio burbero e sedicente esistenzialista. Forse gli da un bacio sulla fronte e gli sussurra in un orecchio: – Vado a prenderti la pastiglia. Calmati, sono quì! –
Cosa aspetta a volare via?… Non ho risposte! Sta lì perchè tanto ormai è tardi e avrà tempo per volare? L’ho sempre visto lì, quell’angelo, ad aspettare che il suo uomo trovi una risposta alle sue domande. Paziente, incurante del tempo che è passato e che è rimasto. Senza tempo! Proprio bello e umano l’angelo che traspare tra le righe!)

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