Cinema da non perdere: “Il club” di Pablo Larrain

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Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino 2015 e presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma, “Il club” di Pablo Larrain parla di un argomento, la pedofilia nella Chiesa Cattolica, già ampiamente trattato in “Il caso Spotlight”. Ambientato in Cile, mostra come la vita tranquilla di quattro ex sacerdoti e una suora che vivono in una casa per preti esiliati a La Boca dell’inferno sulla costa, venga turbata dall’arrivo di padre Lazcano, che, accusato di pedofilia, è costretto al ritiro come gli altri. L’uomo, come una sorta di coscienza vivente, è seguito nei suoi spostamenti da un individuo chiamato Sandokan, un ragazzo di cui ha abusato da bambino.  Restando fuori dal cancello della villetta, la povera vittima snocciola in una cantilena delirante e senza fine, le molestie che ha subito.Tormentato dal senso di colpa, padre Lazcano prende la pistola che di nascosto porta con sé e si uccide davanti a Sandokan come atto di espiazione finale. Per fare chiarezza sull’accaduto viene mandato ad indagare un gesuita psicologo, il giovane padre Garcia, che cercherà di riportare ordine nella casa. Alla fine, Sandokan sarà ancora più vittima, condannato dal paese intero per un reato che non ha commesso, mentre i “criminali” restano al loro posto, senza scomporsi più di tanto, salvando l’apparenza.

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“Il club”  è un film solido,  che si basa su una sceneggiatura curata, senza cedimenti e su una regia eccellente.  Il gruppo di attori, a partire da Alfredo Castro,  emana una forza interpretativa notevole che rende vibrante e tangibile la freddezza e il groviglio interiore dei personaggi. Ognuno di loro porta con sé sofferenze e insofferenze, provenienti dalla loro vita passata (costellata di azioni peccaminose) e presenti nella routine quotidiana che dovrebbe essere votata al pentimento. Dovrebbe, perché la loro esistenza attuale non è solo dedita alla preghiera e alla ricerca della spiritualità perduta (semmai l’avessero avuta), ma anche a passatempi più terreni come le scommesse per le corse dei cani, alle quali partecipano facendo gareggiare un loro greyhound. Non una casa dove i sacerdoti, ritirati dalle cose mondane, riacquistano la fede, ma un posto dove alimentare la pochezza umana che li contraddistingue. “E’ un carcere”, dice uno di loro, dove però non vi sono sbarre e non si ha neanche tanta voglia di veder la luce. Seppur controllati dall’occhio vigile di madre Monica (la bravissima Antonia Zegers), hanno la possibilità di uscire, passeggiare lungo l’oceano, vedere altre persone che forse non conoscono il loro passato. Peccato che la voce insistente di Sandokan si faccia sentire così forte da tutti, tagliando stridula il silenzio del giorno e della notte. Miserabile quel prete che non è riuscito a liberarsene e lo ha portato con sé. Padre Lazcano (José Soza) ha fatto bene a togliersi di mezzo, ma ora bisogna che tutto ritorni come prima e pulire il suo sangue sporco. I quattro  sacerdoti non cambieranno la loro natura alla fine, resteranno impassibili davanti alle accuse e alla morte, si faranno più scaltri e architetteranno un piano per rendere colpevole un innocente. Anche padre Garcia, idealista che lotta per una Chiesa umile e giusta, si rende conto che la ricerca di salvezza tra quegli uomini è assai lontana.

Clara Martinelli

 

Cinema da non perdere: “Il caso Spotlight” di Tom McCarthy

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Che “Il caso Spotlight” si sia guadagnato due Oscar, uno come miglior film e l’altro come migliore sceneggiatura originale,  non sorprende affatto. Mai dare nulla per scontato, come ha precisato Leonardo DiCaprio al microfono dopo aver ottenuto la statuetta come miglior attore protagonista per “Revenant”, ma la vittoria del film diretto da Tom McCarthy che lo ha co-scritto con Josh Singer, per molti più che una speranza era una certezza. A partire dalla storia, vera, che vi si narra. Nel 2001 la squadra giornalistica “spotlight” (la sezione del giornale che si occupa dei casi difficili)  del “Boston Globe”, guidata dal nuovo direttore editoriale Marty Baron, partendo da diversi casi di abusi perpetrati dal prete cattolico John Geoghan, inizia una clamorosa indagine che svelerà una situazione ancora più drammatica. Baron, Ben Bradlee Jr., supervisore dell’inchiesta, e i quattro membri della squadra investigativa del “Boston Globe”, Walter Robinson, Mike Rezendes, Sacha Pfeiffer e Matt Carroll, pur sapendo dei rischi che avrebbero corso mettendosi contro un’istituzione forte come la Chiesa cattolica, cominciarono a trovare testimoni, raccogliere documenti e dati con la ferma volontà di portare a galla la verità. Far luce cioé su una vicenda che per anni era stata sottovalutata dai media e ignorata dalle autorità, che, sapendo dell’indagine, cercano in tutti i modi di impedirla per evitare lo scandalo. Nell’occhio del ciclone finisce l’arcivescovo Bernard Francis Law, accusato di aver coperto i casi di pedofilia avvenuti in diverse parrocchie. Grazie all’aiuto dell’avvocato Mitchell Garabedian, difensore delle vittime, l’équipe verificherà alla fine il coinvolgimento di circa ottanta sacerdoti nella pratica degli abusi sessuali sui minori, usata come pratica sistematica, tenuti insabbiati dalla Chiesa. Nel 2003, i giornalisti vennero premiati con il Pulitzer di pubblico servizio.Spotlight_film_2015

La storia trattata quindi è di portata eccezionale e fa la sua parte. Mano a mano che le indagini procedono lo stupore e l’indignazione di chi guarda cresce di pari passo con la narrazione, che si articola in maniera pulita e lineare. Ci si trova dentro sempre di più, in una vicenda così torbida da rimanerne coinvolti e da uscire cambiati dalla sua visione.  La bravura del cast contribuisce a rendere “Il caso Spotlight” il miglior film dell’anno. Michael Keaton, Liev Schreiber, John Slattery, Brian D’Arcy James, Marc Ruffalo e Rachel McAdams, entrambi candidati all’Oscar come attori non protagonisti, sono così aderenti ai loro ruoli tanto da sembrare più veri dei giornalisti reali. La regia di Tom McCarthy è ritmata, drammatica, rigorosa, emozionante e potente, senza aver bisogno di ricorrere a sensazionalismi. Un cinema che ricorda la grande tradizione americana che comprende “Tutti gli uomini del presidente” di Alan Pakula, i film di Sydney Pollack e di Sidney Lumet. Un film che è una vera scuola di giornalismo, che mostra, senza retorica, come si deve fare un’inchiesta. Raccogliere meticolosamente racconti, dati, informazioni, telefonare, convincere avvocati reticenti e testimoni rassegnati, mettere insieme tutto e andare avanti con testardaggine fino ad ottenere un risultato. Non lasciarsi spaventare ed essere sicuri del proprio obiettivo: scoprire la verità.  Lavora così il giornalista autentico  e “Il caso Spotlight” fa tornare la voglia di intraprendere questo mestiere. Non si tratta di essere eroi, ma significa semplicemente eseguire il proprio lavoro.

Clara Martinelli

 

Cinema da non perdere: “Il ponte delle spie” di Steven Spielberg

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Resterà ancora per poco nelle sale italiane, “Il ponte delle spie” diretto da Steven Spielberg e scritto da Matt Charman, Joel ed Ethan Coen. Uscito a dicembre, per chi non lo avesse ancora visto, è un film decisamente da non perdere, appassionante, emozionante e visivamente potente. Sotto la forma di una spy story, “Il ponte delle spie” parla di fatti realmente accaduti durante la Guerra fredda tra Russia e America e che ha avuto come protagonista  l’avvocato James B. Donovan, interpretato nel film da Tom Hanks. Siamo a Brooklyn nel 1957. Il pittore Rudolf Abel (Mark Rylance) viene arrestato con l’accusa di essere una spia sovietica. Finalmente il nemico oscuro ha un volto ed è quello di un piccolo uomo di mezza età con gli occhiali da vista, all’apparenza banale e inoffensivo. Nonostante la certezza  che egli sia colpevole, l’America e i suoi principi costituzionali impongono la necessità di sottoporlo ad un processo, seppure di breve durata, che ne sancisca la sentenza e quindi la condanna a morte. Ma Donovan, uomo onesto e tutto d’un pezzo, prende sul serio la difesa di Abel, rispettandolo come individuo, cercando di comprenderlo nel profondo, non lo vede solo come  una spia, un criminale, ma lo guarda come una persona. Con questa decisione, l’avvocato si ritrova a dover combattere contro la disapprovazione generale, compresa quella del giudice e della moglie. Intanto, un caccia U-2 della Cia viene abbattuto mentre sorvola l’Unione Sovietica e il tenente Francis Gary Powers, che lo stava pilotando, viene fatto prigioniero. Il governo Usa, per evitare che potesse rivelare informazioni preziose al nemico, decide di proporre uno scambio con Abel e incarica Donovan di gestire il  negoziato. L’avvocato accetta e si reca a Berlino proprio nei giorni in cui si sta costruendo il muro che dividerà la città in due parti. Nel frattempo viene a conoscenza di un altro prigioniero americano, uno studente arrestato durante i disordini dovuti all’erezione della barriera. Donovan decide di negoziare sia per lui che per Abel, dimostrando grande fermezza e coraggio nell’affrontare le autorità sovietiche e berlinesi.  Lo scambio tra il pilota americano e la spia russa, avviene sul Ponte di Glienicke, detto il “Ponte delle Spie”, il quale collega Berlino Ovest a Berlino Est (nella realtà fu uno dei luoghi simbolo della tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica). Lo studente  di economia Frederic Pryor viene rilasciato al checkpoint Charlie.

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Riprendendo una vecchia storia americana quasi del tutto dimenticata, Spielberg ha portato sullo schermo un film dal contenuto etico di immensa portata, superando se stesso. Tom Hanks impersona perfettamente l’avvocato Donovan, composto e determinato a compiere la sua professione in maniera corretta. “Ci sarà un prezzo da pagare”, gli dice la moglie in preda alla paura per sé e per i figli, dopo essere stati minacciati mentre erano in casa. Ma Donovan, un Ettore contemporaneo, proseguirà nella sua impresa per dimostrare il proprio valore, nonostante le suppliche della sua Andromaca. Un uomo come tanti che, costretto dalle circostanze, usa tutta la sua ostinazione per far andare bene le cose nel verso giusto e a sovrastare gli altri. Diventa l’eroe buono che grazie alla sua integrità morale riporta tutti a casa. Ma la vera protagonista della pellicola è la democrazia, la sua funzione sociale e i suoi valori fondamentali, che la portano ad essere vincente su qualsiasi altro regime. Spielberg usa il cinema civile per ribadire il suo amore profondo per l’America e per tutto quello che di positivo rappresenta e lo fa un grande rigore narrativo. Fantastica la ricostruzione d’ambiente, con le immagini di una Berlino fredda, divisa e caotica,  devastata dal cambiamento in corso.

Clara Martinelli

Cinema: “The Hateful Eight”. Un film di Quentin Tarantino

Quentin TarantinoThe Hateful Eight è un film tirannico. Sì, lo è. Non certo inteso come messa in atto di un dispotismo violento ma, al contrario, come celebrazione di una straordinaria egemonia della visione. Il numero 8, qui cifra fondante, secondo la numerologia è, infatti, il lato oscuro del sovrano, il profilo-ombra di una potenza creatrice che giunge al parossismo. Non ci cimenteremo certo in analisi esoteriche ma questo significato, anche provocatoriamente, ben si adatta alla personalità di un regista che, mistiche coincidenze a parte, non lascia mai nulla al caso.

All’acme della sua arte il regista/tiranno, nel suo ottavo film, amplia ancor di più il suo sguardo e ci catapulta dentro. Il suo “dispotismo” creativo fa di lui, nell’accezione positivamente simbolica della tirannide, un demiurgo che plasma, forma, e financo forgia, la storia, gli eventi, i personaggi… Mai come in questo film il cinema – e soprattutto la passione e la conoscenza di esso – la fa da padrone. Gli omaggi, le citazioni o i rimandi, ai quali lo stile tarantiniano ci ha da sempre abituati, qui diventano un unicum di enorme portata, in particolar modo visiva.

Girato in 70mm con lenti anamorfiche, invece delle consuete sferiche, il film (per chi avrà il privilegio di vederlo integralmente e con i requisiti voluti dal regista), grazie al formato e alla pellicola che ne rappresentano l’endemica straordinarietà, realizza un impianto visuale di prodigiosa brillantezza, in cui la stabilità e la nitidezza delle immagini permettono di coinvolgere/avvolgere lo spettatore. The Hateful Eight diventa pertanto una vera e propria esperienza della visione, in cui la settima arte viene celebrata seguendo un preciso rituale di allusioni a film, persone e personaggi che albergano nella vastissima pinacoteca mentale del regista del Tennessee.

Il caso, dicevamo. Non è certo ad esso che si possono attribuire certe corrispondenze nominali come quella di Marquis Warren (Samuel L. Jackson), che rimanda al regista e produttore di film e serie tv western tra le più longeve come Gunsmoke (1955/1975) o di Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) che allude alla Faith con lo stesso cognome, attrice che vestì a lungo i panni di fanciulla del West anche nel celeberrimo telefilm Bonanza negli episodi degli anni Sessanta o, ancora, di Mannix (Walton Goggins) che ammicca ad un’altra serie televisiva, stavolta polizesca, andata in onda in Usa dal 1967 al 1975. Molti elementi di questo film, allora, sembrano far parte di un più vasto piano sia visivo, sia narrativo. La storia stessa, le cui suggestioni suscitano nella memoria il brivido anni Ottanta del pericolo sconosciuto de La cosa di John Carpenter, tesse una trama dove nell’ordito si intrecciano elementi che seguono il filo rosso (sangue) della bugia.

Quentin Tarantino

Gli odiosi otto sono davvero chi dicono di essere? Sette uomini e una donna, costretti dalla bufera a trovare riparo in un emporio sperduto tra le montagne innevate del Wyoming, non sono che tasselli di un puzzle di menzogne intrappolati nel più classico dei gialli “della camera chiusa”. Classico, si fa per dire perché Tarantino (ri)crea atmosfere a noi familiari per poi alterarle a suo piacimento. In perfetta contrapposizione con la gelida temperatura esterna che quasi arriviamo a percepire, l’interno dell’emporio di Minnie – vero e proprio teatro dell’azione – sembra ardere progressivamente dal fuoco del sospetto, dal dubbio infido fino all’esplosione dell’odio e – impressionante ossimoro – questo “ghiaccio bollente” si posa ovunque surriscaldando gli eventi per raggelarli, infine, in una violenza che morde il freno nella prima parte e poi si esprime – con un impeto sanguinario e pressoché liberatorio – nella seconda.

In tre ore e otto minuti Quentin Tarantino, infatti, dosa i suoi migliori ingredienti filmici seguendo una struttura – spaziale e temporale – che possiede un fascino fuori dal comune, insieme sinfonico e drammaturgico. L’overture, sulle note poderose di Ennio Morricone, sembra alzare il sipario (rosso) sulla scena che ci accompagnerà – letteralmente – fino all’emporio di Minnie. All’interno della diligenza, nella quale via, via, si accomoderanno i primi quattro personaggi, si darà inizio ad una diatriba la cui verbosità, non proprio incruenta, condurrà al cuore (nero) dell’azione.

Quentin TarantinoTarantino affida alla parola il compito di scandire il ritmo, incalzante e sovente oppressivo, di un lungo prologo al dramma che verrà ed è qui che, da autore/tiranno, ci porterà non di fronte al proscenio ma dentro di esso, a contatto quasi fisico con i suoi (strepitosi) personaggi, costringendoci ad una prossimità diegetica che indirizza il nostro sguardo dove lui vuole condurlo. Dopo un lungo intervallo di 12 minuti, infatti, il regista ci fa abbandonare quasi completamente lo spazio esterno per rinchiuderci, con i suoi otto, in un ambiente in cui, pur nella nitidezza dell’ immagine e nell’eccezionale profondità di campo, riesce a far emergere la sagoma incerta e inquietante dell’ambiguità che, come un insinuante mostro bifronte, gode nel gioco dell’inganno buttando giù un personaggio dopo l’altro in un sanguinario effetto-domino.

Inoltre in The Hateful Eight Tarantino c’è. Non solo nell’eco della voce off ma in ogni singolo frame. Egli guarda ciò che guardiamo e fa anche di più: “sa” cosa stiamo guardando ed è su questo rapporto impari (di tirannide visuale, appunto) che il regista esprime la formidabile essenza visivo/narrativa che si declina in trovate, svelamenti e sorprese mai utilizzati come meri, o ancor peggio scaltri, escamotage del racconto ma come punti focali di esso.

L’ironia, il grottesco, il sangue, gli attori-feticcio… Tutto l’universo tarantiniano si mostra nella limpidezza dell’Ultra Panavision e, più che mai, il film si fa lavoro composito da esperire da (e “in”) un più ampio orizzonte percettivo.

Se l’8 è il numero del tiranno, il 9 (guarda caso) è del liberatore. Ma questa, probabilmente, sarà un’altra storia…

© CultFrame 02/2016

TRAMA
Qualche anno dopo la Guerra di Secessione il cacciatore di taglie John Ruth, detto “il Boia”, sta viaggiando in diligenza, attraverso le nevi del Wyoming, con Daisy Domergue una criminale che dovrà essere impiccata a Red Rock. Lungo la strada incontrano il maggiore Marquis Warren, un ex soldato di colore dell’Unione diventato spietato bounty killer e Chris Mannix, rinnegato sudista che si presenta come nuovo sceriffo della città. La bufera di neve imperversa sempre più violenta e costringe i quattro a trovare riparo nell’emporio di Minnie, una stazione di posta tra le montagne. All’interno, però, non troveranno i proprietari ma quattro sconosciuti: Bob, che sostiene di occuparsi del locale mentre i padroni sono in visita alla madre di Minnie; Oswaldo Mobray, il boia di Red Rock; il mandriano Joe Cage e l’anziano generale confederato Sanford Smithers. Gli otto personaggi capiranno ben presto che raggiungere Red Rock non sarà così semplice e per farlo dovranno prima uscire vivi da quel posto.

Eleonora Saracino

Link: http://www.cultframe.com/2016/02/the-hateful-eight-film-quentin-tarantino/

Cinema: il “Macbeth” spettacolare di Justin Kurzel

Macbeth CopertinaUscito nelle sale italiane il 5 gennaio, “Macbeth” è un film  diretto da Justin Kurzel,che ha Michael Fassbender e Marion Cotillard come protagonisti. La pellicola è l’adattamento cinematografico della tragedia di William Shakespeare. Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, il film ha suscitato molte polemiche, perché si tratta di una versione molto diversa da quelle viste finora sul grande schermo. La trama è quella che tutti conosciamo. Il valoroso Macbeth, barone di Glamis, fedele generale dell’esercito del re Duncan di Scozia, ha sconfitto e ucciso il traditore Macdonwald a capo delle forze ribelli in una cruenta battaglia. Mentre cammina per la brughiera con il suo compagno Banquo, Macbeth incontra tre streghe, le quali gli predicono che lui diventerà signore di Cawdor e re di Scozia, mentre il suo amico sarà il capostipite di una dinastia di re. Profondamente scossi da quelle parole, ma senza dar loro troppa importanza, i due uomini ritornano sul campo di battaglia. Appena arrivati, Angus e Ross, due nobili scozzesi, portano a Macbeth i ringraziamenti del re per il coraggio dimostrato e gli comunicano che il sovrano gli ha assegnato il titolo di barone di Cawdor: colui che aveva prima tale titolo è stato giustiziato con l’accusa di alto tradimento.  La profezia comincia ad avverarsi. Macbeth, quindi, va a ringraziare il re Duncan, che gli dice di voler recarsi nel suo castello a Inverness per festeggiare la vittoria con lui. Nel frattempo, Lady Macbeth riceve una lettera dal marito con la quale la mette al corrente dell’incredibile profezia. La donna, ancora in lutto per la perdita del loro unico figlio, depressa per le continue assenze del marito, comincia ad escogitare un piano per uccidere il re e assicurare così il trono al consorte. Ma quello di Duncan non sarà l’unico delitto commesso da Mcbeth che, incoraggiato dalla moglie e divorato da una folle ambizione, darà luogo ad una vera e propria carneficina.

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Kurzel (alla sua seconda regia dopo “Snowtown”), per il suo “Macbeth”, ha puntato molto sulla spettacolarità delle scene di battaglia e sui delitti che la perfida coppia compie per raggiungere e poi perdere il potere.  Michael Fassbender è perfetto nel suo ruolo e dimostra ancor di più di essere un attore di statura strordinaria: il film, infatti, regge quasi completamente sulla sua figura. Poco spazio viene lasciato a Lady Macbeth, interpretata dall’esile, ma intensa Marillon Cotillard. Ottima la scelta del regista che ha utilizzato come testo quello originale in inglese arcaico (sceneggiato da Jacob Koskoff, Michael Lesslie e Tod Louiso), lasciando così intatta la potenza della tragedia più breve di Shakespeare. Una Scozia dal fascino primordiale e nebbioso si contrappone  agli interni monumentali dei palazzi che  invadono la scena, come anche la musica di sottofondo. I ralenti delle scene di battaglia servono a mandare avanti il personaggio principale della storia, Macbeth, come se volesse estraniarsi dalla situazione, e, allo stesso tempo, ricordare allo spettatore la sua importanza all’interno della storia.  Ma Justin Kurzel ha voluto portare sullo schermo una storia che potesse avvicinare i giovani a Shakespeare e Michael Fassbender ha dichiarato lui stesso che la sua versione del Macbeth e ai danni che provoca la brama di potere, era rivolta soprattutto ai ragazzi. La spettacolarità del film è così spiegata. Un’operazione riuscita così bene che il regista e l’attore hanno deciso di girare insieme “Assassin’s Creed”, adattamento cinematografico della famosa serie di videogiochi.

Clara Martinelli

 

Cinema da non perdere: “Francofonia” di Aleksandr Sokurov


Presentato all’ultimo festival del cinema di Venezia e uscito nelle sale italiane a dicembre, “Francofonia” di Aleksandr Sokurov parla della storia veramente accaduta di un’alleanza tra due uomini eccezionali, desiderosi entrambi di salvare le opere d’arte dai bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Quest’alleanza è stata la fortuna del museo del Louvre e di altre sale parigine, che così non si sono viste depredare dei propri tesori. Tutto cominciò quando Parigi venne dichiarata città aperta e i tedeschi la occuparono. Tempestivamente messo in guardia da questa possibile minaccia, il direttore del museo Jacques Jaujard (interpretato nel film da Lois-do de Lencquesaing) aveva fatto trasferire le opere, con il consenso dei proprietari, nei castelli circostanti. Anche nel Louvre stesso si erano attivate delle misure di protezione, come, ad esempio, portare le opere rimaste nei sotterranei o installare un impianto antincendio. Nella primavera del 1940 il curatore della Renania Franziskus Wolf-Metternich ricevette l’incarico di occuparsi delle opere d’arte attraverso un Dipartimento appositamente creato. E’ così che i due uomini entrarono in contatto. Il rappresentante delle forze di Occupazione avrebbe dovuto ispezionare l’enorme patrimonio artistico del Louvre e trasferirne una parte in Germania. Anche se molto diversi tra loro (Jaujard era un semplice funzionario, Metternich era un conte), li univa un obiettivo comune che, da nemici quali erano, li fece diventare amici. Bastò poco per essere d’accordo che il tesoro del Louvre doveva restare dov’era e il regista ci mostra come andarono i fatti, senza però voler essere un film storico nel senso tradizionale. “Francofonia” si può definire un documentario, anzi no, è un film di finzione, ma è anche una ricostruzione storica e una riflessione filosofica e politica. “Il nostro scopo era di mettere insieme la parte che abbiamo girato noi e i materiali di repertorio”, racconta Sokurov. “Come potevamo fonderli insieme, in un unico prodotto artistico? Lavorando con il materiale di repertorio abbiamo dovuto liberarlo della sua patina di finzione, del suo aspetto artificiale. Qualsiasi cosa inerente Parigi durante l’Occupazione è stata ricreata. La gente che passeggia per le vie, seduta nei caffè, assolutamente cinema di finzione. Abbiamo fatto la stessa cosa quando abbiamo filmato il Louvre dal tetto. Dietro ogni inquadratura documentaristica c’è un lavoro artistico”. All’inizio, lo spettatore vede un mercantile carico di quadri alle prese con una tempesta, visualizzato sullo schermo di un computer. Il marinaio della barca sta parlando via skype con uno autore che, attraverso i testi su cui si sta documentando, assumerà il ruolo di voce narrante di “Francofonia”, che in lingua originale è quella del regista stesso, mentre nell’adattamento italiano è di Umberto Orsini. Una nave che affonda con il suo carico, un paese che rischia di morire senza i suoi capolavori. “Cosa sarebbe stata Parigi senza il Louvre o la Russia senza l’Hermitage, questi indelebili punti di riferimento nazionali? – afferma Sokurov – Proviamo ad immaginare un’arca nel mezzo dell’oceano con tante persone e tante opere d’arte a bordo – libri, dipinti, spartiti, sculture, ancora libri, dischi e altro. Ma le travi della nave non riescono più a reggere il peso e l’arca rischia di affondare. Cosa salvare? Le persone? O quei muti e insostituibili testimoni del passato? “Francofonia” è un requiem per ciò che è perito un inno al coraggio umano, allo spirito e a ciò che unisce l’umanità”. Il film è un progetto estetico variegato, assemblato con ritratti d’epoca, materiale di repertorio, scene recitate, documentazione e immagini contemporanee, ai quali si associano i.rimbalzi temporali, il presente delle riprese, il passato prossimo dei conflitti mondiali e il passato remoto della scultura giordana di nove mila anni fa. All’incontro tra Jaujard e Wolff-Metternich si affianca quello del cineasta e dello storico che diventano una persona sola. Sokurov li pedina entrando nelle loro vite, nelle loro case, ci fa capire chi sono. I volti sono importanti, come precisa ricordando l’importanza del ritratto che ha caratterizzato le tradizioni familiari, politiche e sociali nei secoli passati attraverso la pittura. E in questa galleria non poteva mancare la Gioconda e il suo enigmatico sorriso. Azzarda e fa uscire fuori dalla cornice Napoleone Bonaparte che, aggirandosi nel museo afferma continuamente “Oui, c’est moi”, quasi a voler convincere se stesso, accompagnato da una Marianna di Francia. Anche lei resa viva dall’immaginazione di Sokurov, che ripetendo “liberté, égalité, fraternité”, vuole ricordare quali sono i sentimenti identitari di una nazione e dell’Europa intera. “Per me Napoleone e Marianne non sono delle figure convenzionali, simboliche – spiega Sokurov – sono dei personaggi reali, vivi. Tutti i fantasmi sono vivi se esistono. Ed io credo nell’esistenza degli spiriti e di tutte quelle creature che abitano i luoghi”. Già nel 2002 con “Arca russa”, bellissimo piano sequenza di un’ora e mezza, ambientato nei corridoi e nelle sale dell’Hermitage di San Pietroburgo, Sokurov si era occupato di riportare sul grande schermo un mondo che non c’è più, attraverso le figure storiche del passato. Per tutta la durata del film vediamo attraverso gli occhi di un personaggio non identificato, del quale sentiamo la voce, che si ritrova, come in un sogno, nel Palazzo d’Inverno di San Pietroburgo, un tempo residenza degli Zar e oggi museo. L’unica persona che sembra vedere il nostro visitatore è un diplomatico francese dell’Ottocento, il marchese Adolphe de Custine, che lo accompagna nel percorso attraverso il palazzo. Passando per le varie sale e i corridoi, i due visitatori si muovono nelle diverse epoche della storia russa: compare Pietro il Grande , l’imperatrice Caterina II, gli zar Nicola I e Nicola II, fino ad arrivare ai nostri giorni e ai visitatori dell’Hermitage . Il viaggio si conclude con una grande festa, al termine della quale una folla di nobili russi si riversa fuori dal palazzo. E si scopre che l’edificio si trova sospeso sul mare in eterno. L’Hermitage viene menzionato in “Francofonia”, perché il regista si addolora pensando che ciò che è accaduto, al Louvre, non sia potuto succedere anche nei musei dell’Unione Sovietica o nel resto dell’Europa dell’Est. Il collaborazionismo tra Metternich e Jaujard ha salvaguardato le opere d’arte, mentre sul fronte russo i nazisti avrebbero messo a ferro e fuoco l’Hermitage bolscevico. Qualsiasi altra città ha subito bombardamenti ed incendi durante la Seconda guerra mondiale, mentre i soldati saccheggiavano e portavano via il bottino di guerra. Nelle vecchie fotografie di Parigi invece si vedono i militari tedeschi seduti nei caffè o a teatro e i ragazzi francesi a passeggio per strada a piedi o in bici. Se a Parigi non fosse andata così, cosa avrebbe significato per noi europei? La nostra cultura sarebbe rimasta la stessa? Alla fine del conflitto, i nostri due grandi uomini ebbero un riconoscimento per la loro impresa? Jacques Jaujard rivestirà fino al fine il suo ruolo di funzionario e verrà praticamente dimenticato. Metternich, al contrario, sarà celebrato e ricordato. E’ il narratore stesso ad annunciare ai due uomini quale sarà il loro destino. Li chiama in una stanza e li fa sedere. Un proiettore gli mostrale immagini di quello che avverrà nel loro futuro. Juajard e Metternich guardano e ascoltano forse interrogandosi sul senso di quella opportunità che gli è stata data. Poi se ne vanno. E di nuovo il meta-cinema, storia nella storia, passaggio tra passato, presente e futuro. Sokurov in “Francofonia” mostra tutto il suo talento visuale e narrativo, costruendo un’opera complessa sotto il profilo linguistico, possente sotto quello tematico, a tratti anche divertente. Il film è intriso dell’entusiasmo del regista, veramente felice di poter girare all’interno del Louvre. Per lui è stato un desiderio che si è avverato. L’ha considerato, infatti, un ritorno al suo sogno di realizzare un ciclo di film d’arte all’Hermitage, al Louvre, al Prado, al British. Ma riconosce che “se trattiamo di arte, non possiamo non entrare in contatto con la storia”. E non possiamo non ricordare la su trilogia su tre personaggi importanti per la storia del XX secolo: “Moloch” (1999), film su Hitler che venne premiato a Cannes per la migliore sceneggiatura; “Toro” (2000) su Lenin e “Il Sole” (2005) su Hirohito. Rientra, forse, anche la figura di Napoleone Bonaparte in questa galleria di dittatori? Lui nega di essere affascinato da tali figure. “Faccio film su coloro che hanno dimostrato di avere una personalità eccezionale. Avevano il potere decisionale tra le mani, ma tante azioni che hanno compiuto erano dettate dalla loro fragilità e dalle passioni. Le qualità umane e il carattere sono più importanti di qualsiasi circostanza storica”. “Francofonia” si conclude con l’immagine della nave cargo che perde in mare il carico che sta trasportando. Un atto simbolico caratterizzante la società culturale di oggi alla deriva, che distrugge le grandi opere del passato fino a rendere vano il sacrificio delle persone che le hanno protette. “Francofonia” è un’elegia emozionante di straordinaria potenza e bellezza, che si avvale del lavoro eccezionale di Bruno Delbonnel alla fotografia e di scelte musicali di altissimo livello. Bravissimi anche gli attori. Qualcuno lo ha definito il vincitore morale dell’ultimo festival di Venezia, dove Sokurov è di casa. Nel 2011 si è guadagnato il Leone D’Oro per “Faust”, ultimo capitolo della tetralogia sul potere iniziata con “Moloch”. “Mi sembra ancora che tutto quello che faccio sia imperfetto”, ama dire Sokurov. “Il mio rapporto con il cinema è quello di uno scolaro, imparo da chi posso imparare. E quei film per me sono delle lezioni. Ringrazio i miei maestri immaginari, studio le lezioni, sostengo esami. Quale sarà il risultato? Ancora non lo so”.

Clara Martinelli

Cinema: “Il Piccolo Principe” di Mark Osborne, un classico rivisitato che piace a tutti

Ha superato ogni aspettativa ed è stato uno dei film più visti durante le vacanze di Natale . “Il Piccolo Principe” (Le Petit Prince),  film d’animazione  diretto da Mark Osborne, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2015 e uscito nelle sale italiane il 1 gennaio, è l’adattamento cinematografico del celebre romanzo omonimo scritto da Antoine de Saint- Exupéry  nel 1943. E proprio di un adattamento si tratta, perché la storia  gioca su due piani narrativi intrecciati tra loro: quello dell’aviatore che incontrò nel deserto il Piccolo Principe e l’altro dove si racconta di Prodigy, una bambina di dieci anni che, per iscriversi alla scuola che piace a sua madre, si trasferisce con lei in un nuovo quartiere. Il passato e il presente si uniscono e inventano il futuro. Prodigy è costretta dalla mamma, donna in carriera,  a studiare tutta l’estate secondo un planning molto duro ed articolato, lasciandola sola nella casa che hanno appena comprato. Deve prepararsi bene per essere ammessa ai corsi della prestigiosa Accademia Werth e non può concedersi pause. Ma Prodigy è pur sempre una bambina, intelligente e curiosa, e non riesce a reprimere il desiderio di capire cosa succede nel giardino vicino al suo, occupato da una villa vecchio stile piuttosto malandata. L’unico abitante è un anziano strampalato, il quale dice di essere un aviatore che, da giovane, durante un atterraggio d’emergenza con il suo aereo in pieno deserto africano, ha incontrato un ragazzino chiamato il Piccolo Principe. Così Prodigy, attraverso i disegni e le pagine strappate di un libro, viene a conoscenza della strana storia che vide protagonisti l’uomo e il bambino venuto da un altro pianeta, restandone affascinata. Contemporaneamente, il suo legame con l’aviatore si fa sempre più forte e quando la madre scopre che la figlia non studia per stare con lui, le vieta di vederlo. Ma Prodigy non rinuncia al suo amico che si trova in ospedale per un brutto incidente e va alla ricerca del Piccolo Principe per finire il racconto. E così comincerà una nuova avventura, completamente inventata da Osborne e i suoi sceneggiatori Irene Brignull e Bob Persichetti. Non era facile portare sul grande schermo il romanzo di Saint-Exupéry, un libro che tutti conoscono molto bene. Osborne, già regista di “Kung Fu Panda”, ha avuto la capacità di conservare la poeticità della storia, inserendola nelle parti di nuova invenzione.  L’animazione,  realistica e tridimensionale quando deve rappresentare il mondo reale, quello degli adulti,  resta fedele ai disegni originali del libro per entrare nell’universo del fantastico. La bambina, adultizzata da una mamma-tigre che alla fine cambierà idea, passa da una parte all’altra con estrema disinvoltura, dimostrando che i due mondi possono convivere, dando spazio al “fanciullino” che è in ognuno di noi. “Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di esse se ne ricordano)” sembra essere il manifesto di tutto il film. Ma che lascia agli adulti il compito di capire il messaggio esoterico che Saint-Exupery volle dare scrivendo:
“Ed ecco il mio segreto.
E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi”

Clara Martinelli

 

 

Cinema da non perdere: “45 anni” di Andrew Haigh

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“45 anni”  è un film  scritto e diretto da Andrew Haigh. Gli attori protagonisti Charlotte Rampling  e Tom Courtnay hanno vinto l’Orso d’Argento per la migliore interpretazione femminile e maschile all’ ultimo Festival di Berlino. I coniugi Kate e Geoff Mercer conducono una vita tranquilla nella campagna inglese e si preparano a festeggiare 45 anni di matrimonio con una grande festa. A pochi giorni dall’evento però, qualcosa arriva a turbare le loro esistenze. Una lettera, destinata al signor Mercer, lo informa che il corpo della sua prima fidanzata, morta in un incidente di montagna in Svizzera oltre cinquant’anni fa, è stato ritrovato perfettamente conservato in un ghiacciaio. Inesorabilmente la notizia sconvolge Geoff e Kate e  i loro equilibri di coppia. L’uomo cerca di nascondere il proprio turbamento, ma Kate, che non sapeva nulla della precedente relazione del marito, comincia a scavare nel passato venendo così a conoscenza di un inquietante segreto. “45 anni” mostra come un matrimonio che non ha mai subito un arresto possa, ad un certo punto, incrinarsi per cose mai dette. C’è tanto da indagare sul passato di Geoff, ma Kate si accorge che c’è tanto da capire anche di se stessa e di come abbia potuto chiudere gli occhi davanti alla realtà. Il velo le si squarcia pian piano, mettendo una dietro l’altra le informazioni che ottiene da sola e che il marito sarà poi costretto a confermare. L’amore che, pensava granitico, rivela più di una falla e lei si rende conto di essere stata una seconda scelta sentimentale per quell’uomo sposato quarantacinque anni prima. Un’opera emozionante e coinvolgente, strutturata su una sceneggiatura che pare ricalcare perfettamente il tranquillo quotidiano, intimo e domestico, di una misurata coppia inglese. I personaggi agiscono in maniera fredda e controllata, quasi fino alla fine del film quando Kate si lascia andare ad un pianto disperato, liberatorio e consapevole. E’ lo stesso Haigh ad ammettere che l’idea del film, tratto dal racconto “In Another Country” di David Constantine, gli è venuta perché c’era qualcosa di struggente in una relazione che inizia a vacillare proprio quando si avvicina all’ultimo ostacolo prima del traguardo.

Clara Martinelli

 

 

Cinema: è uscito nelle sale italiane “87 ore – gli ultimi giorni di vita di Francesco Mastrogiovanni”, film documentario di Costanza Quatriglio

locandinaPresentato in anteprima  al Festival “ARCIPELAGO” e uscito ieri nelle sale  “87 ore – gli ultimi giorni di vita di Francesco Mastrogiovanni” di Costanza Quatriglio, un film documentario che  racconta gli ultimi giorni di Francesco Mastrogiovanni,  maestro elementare di 58 anni, originario di Castelnuovo Cilento, legato al letto di contenzione fino alla morte, sopraggiunta appunto dopo 87 ore. Continuamente ripreso da nove videocamere di sorveglianza poste all’interno del reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania, il racconto mostra il lato disumano di quel ricovero coatto. Si tratta di un documento unico perché per la prima volta le telecamere hanno dato la possibilità di vedere come il TSO (trattamento sanitario obbligatorio) venga spesso usato come strumento di repressione e punizione, piuttosto che come mezzo di contenimento. Una violazione dei diritti umani all’ordine del giorno nel nostro paese, sulla quale si battono da anni l’associazione “A Buon Diritto” di Luigi Manconi. Scritto da Costanza Quatriglio con Valentina Calderone e con la collaborazione di Luigi Manconi, avvalendosi della testimonianza della nipote di Francesco Mastrogiovanni, Grazia Serra, e dei suoi genitori, il film è prodotto da Marco Visalberghi (“Sacro Gra”) per DocLab col patrocinio di Amnesty International e in collaborazione con Rai 3, che lo manderà in onda il 28 dicembre. Cosa è successo per aver indotto i medici a ricorrere ad un simile trattamento? Partiamo dall’inizio. E’ il 31 luglio 2009. Il maestro viene bloccato e prelevato dalla spiaggia di un campeggio del Cilento da un grande dispiegamento di forze tra carabinieri, polizia municipale e guardia costiera,, perché la sera precedente aveva guidato velocemente  nella zona pedonale di Acciaroli in stato confusionale. L’uomo viene trasportato con un’ambulanza presso il reparto psichiatrico dell’ospedale di Vallo della Lucania in provincia di Salerno per essere sottoposto al trattamento sanitario obbligatorio. Addormentato per la forte sedazione, Mastrogiovanni viene spogliato, legato al letto con le cinghie che gli bloccano polsi e caviglie, lasciato ad agonizzare con la noncuranza di medici ed infermieri che gli passano accanto.  Il 4 agosto  morirà di edema polmonare.

87-ore“In quel mondo a circuito chiuso, le videocamere di sorveglianza servivano a osservare i pazienti. – dichiara Costanza Quatriglio –  Immagini a scatti che restituiscono la meccanicità della procedura, la reificazione dei corpi, una disumanità filmata da un occhio disumano che si sostituisce alla relazione degli esseri umani con gli altri esseri umani. Quando ho cominciato a studiarle, mi sono apparse immediatamente come l’espressione del grado zero della coscienza. I corpi bidimensionali, privati di ogni soggettività, inseriti in un meccanismo che porta all’assuefazione, all’addormentamento della ragione. Tutt’altro che facile decidere di realizzare il film e tutt’altro che facile portarlo a compimento. Ma a dirci come è morto Mastrogiovanni non è infatti il racconto della sua sofferenza, né la crudele indifferenza di quelle immagini, ma uno sguardo, uno sguardo umano, quello del medico legale che osserva il corpo ormai libero da quelle cinghie di contenzione che per giorni hanno stretto caviglie e polsi. L’osservazione diretta, l’unica osservazione possibile, di un essere umano verso un altro essere umano. La relazione con un corpo che non può più parlare ma che può essere ancora ascoltato.” La Quatriglio, autrice di docu-film molto apprezzati,  integra queste riprese, che occupano gran parte del documentario, con le testimonianze della nipote e della sorella che si sono battute affinché i responsabili venissero puniti. “87 ore” si presenta come un esempio di cinema civile, che ci mostra e analizza i fatti così come si sono svolti, passando dalla crudezza del film-inchiesta all’orrore del thriller claustrofobico.

Clara Martinelli

 

Cinema: delude Wim Wenders con “Ritorno alla vita”

ritorno-alla-vita-recensione-v4-24932-1280x16Quando in un film c’è un “però”, spesso diventa un “no”, anche se condito da un “eppure”. E’ un film pieno di umanità, un melodramma freddo, sensazione cui insieme ai toni pacati e alle luci soft contribuiscono gli scenari innevati e i silenzi (forse troppi) dei protagonisti. Ritorno alla vita (Every Thing Will Be Fine) è un film del 2015 diretto da Wim Wenders, con protagonisti James Franco e Charlotte Gainsbourg. Racconta dodici anni nella vita di Tomas, uno scrittore americano in crisi creativa: la sua relazione con Sara, una ragazza dolce e convenzionale che poco capisce del suo mondo interiore; quella con l’editrice Ann e sua figlia Mina; il difficile rapporto con la scrittura, il successo critico e il riconoscimento intellettuale. Ma soprattutto cerca di raccontare delicatamente (eppure sempre sul filo dell’inquietudine) una torsione della vita psichica, e come verosimimente proprio quelle stesse istanze difensive possono sia essere deputate a proteggere il Sé da ulteriori offese o diventare distruttive, dando origine a un ulteriore trauma per l’individuo. Vari nodi da sciogliere, dunque, e per il protagonista la ricomposizione di quei processi transizionali della relazione umana che rendono la vita degna di essere vissuta avverrà nella maniera più inattesa. Il “però” è nella sceneggiatura, nell’interpretazione un po’ pretenziosa di Franco, nel dubbio che si insinua (e in questi casi è “grave”): ma doveva proprio essere un lungometraggio? James Hillman diceva magistralmente: “Perché la psicologia, per me, è aprire le ostriche e pulire le perle, cioè recuperare e portare alla luce e indossare quotidianamente la vita dell’immaginazione, che può non redimere la tragedia, non lenire la sofferenza, ma può arricchirle e renderle più tollerabili, interessanti e preziose”. Ma per descrivere questo processo, i sensi di colpa e la relativa catarsi è proprio necessario sottoporre lo spettatore allo stesso processo (e, in proporzione, agli stessi tempi) di irritazione necessari ai corpi estranei, parassiti o pezzi di conchiglia racchiusi nei molluschi bivalvi per formare l’agognata perla?

Massimo Lanzaro

Cinema da non perdere: “Taxi Teheran” di Jafar Panahi

cinema-taxi-teheran-08 Ideato e diretto dal cineasta iraniano Jafar Panahi “Taxi Teheran”, per chi non lo avesse ancora visto, è un film da non perdere. Girato e interpretato dal regista stesso con una telecamera piazzata sul cruscotto di un taxi, Panahi percorre le strade di Teheran, in compagnia di passeggeri che si confidano con lui. Un ladro, un venditore abusivo di dvd, una donna che deve accompagnare il marito appena investito in ospedale, un’avvocatessa che deve difendere i diritti di una donna arrestata, tutti si fanno testimoni di quello che succede nell’Iraq di oggi, pressato dal regime. All’apparenza gli incontri, i discorsi sembrano casuali,  ma non lo sono. L’intero film segue un copione studiato a tavolino, realizzato con coraggio dal cineasta che dal 2010 gli è stato imposto il divieto di non girare. “Taxi Teheran” ha vinto  l’Orso d’Oro  all’ultimo Festival di Berlino, ma il regista, costretto agli arresti domiciliari, per ritirare il premio ha dovuto mandare alcuni membri della sua famiglia. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamica convalida i titoli di testa e di coda dei film che ritiene divulgabili. “Con mio grande rammarico, questo film non li ha”, riferisce Panahi.  Un regolamento molto severo, infatti, gestisce la distribuzione cinematografica e proibisce la diffusione di pellicole che, secondo la legge islamica,  offendono il principio del monoteismo, incoraggiano l’immoralità e le influenze culturali contrarie alle politiche del governo,  mostrano scene di violenza e di prostituzione. “Taxi Teheran” diventa, quindi, un grido di protesta di un’artista, che reclama il suo diritto a produrre opere d’arte e a poterle divulgare, senza censure che sembrano assurde a chi, per sua fortuna, non le vive.

Clara Martinelli

 

 

Cinema: “The salvation” di Kristian Levring è un tributo al classico western americano.

the-salvation-mads-mikkelsen-in-una-suggestiva-scena-del-film-western-372748_jpg_1400x0_crop_upscale_q85-kQr-U1030698018454AJE-700x394@LaStampa.it“The salvation”, scritto e diretto da Kristian Levring, è un tributo al classico western americano.  John Ford, Sergio Leone e Akira Kurosawa sono i cineasti ai quali il regista si è ispirato per cogliere in pieno lo spirito del genere che hanno contribuito a creare. Il film, attualmente nelle sale, parla di europei immigrati, fuggiti da guerra e povertà, con la speranza di potersi ricreare un’esistenza dignitosa in un nuovo paese. Sogno spesso infranto dall’ostilità del luogo. Prima c’erano gli indiani che già occupavano quei posti e che per questo vennero decimati, poi la difficoltà di adattarsi ad un clima arido, con terreni polverosi in fattorie isolate e la crudeltà degli altri europei, fuorilegge che potevano continuare impunemente i loro traffici e le loro sporche azioni in un paese senza legge e senza giustizia. Tutto questo è presente in “The salvation”, che ricalca la trama tipica della vendetta, della trasformazione e della rinascita di un uomo.  E’ il 1870. L’immigrato danese Jon (Mads Mikkelsen) riesce, dopo anni, a portare negli Stati Uniti sua moglie e il figlio di dieci anni. Ma, una volta arrivati, sulla diligenza che li sta portando a casa, incrociano due delinquenti appena usciti di prigione.  La felicità dell’uomo si trasforma ben presto in un incubo. I suoi familiari vengono uccisi e lui, per vendicarsi, ammazza i responsabili. Ma, purtroppo per Jon, uno dei banditi era il fratello dello spietato colonnello Delarue (Jeffrey Dean Morgan), un altro cattivo a tutto tondo, che terrorizza e padroneggia il villaggio di Black Creek. Tradito e isolato dalla comunità, Jon è costretto a trasformarsi da uomo pacifico a guerriero senza paura per salvare il villaggio e trovare pace. Kristian Levring è un regista eclettico, abituato a sperimentare, che spazia dal thriller, al film storico, alla rielaborazione dei drammi di Shakespeare e fino al western. Non a caso, nel 1995 ha fondato con Lars Von Trier, Thomas Vintberg e Soren Kragh Jacobsen il movimento Dogma 95, manifesto per la purezza del cinema, che ancora oggi continua ad ispirare registi di tutto il mondo.

Clara Martinelli

Cinema da non perdere: “Teneramente folle”, la difficoltà di vivere in una famiglia disfunzionale

teneramente-folle-preview“Teneramente folle”, attualmente nelle sale, è un bel film autobiografico. Scritto e diretto da Maya Forbes, appartenente alla famosa dinastia editoriale americana, narra la storia vera della sua infanzia, quando la madre dovette lasciare lei e la sorella nelle mani del padre bipolare, per andare a cercare un lavoro che permettesse loro di avere un’esistenza dignitosa. A causa di un forte esaurimento nervoso, il papà non aveva un lavoro e la famiglia d’origine, per motivazioni tutte sue, non li aiutava abbastanza. Nel film, ambientato a Boston nel 1978, l’uomo si chiama Cam Stuart ed è magistralmente interpretato da Mark Ruffalo, la madre, Maggie, ha il volto della splendida e brava Zoe Saldana. La coppia, a causa delle crisi depressive e dell’inaffidabilità di Cam, si sono separati. Quando Maggie deve trasferirsi a New York per seguire un corso di economia alla Columbia University chiede al marito di occuparsi a tempo pieno delle loro figlie. Cam è costretto ad accettare, spaventato dal fatto che per diciotto mesi dovrà condurre una vita normale, fatta di quotidianità e di impegni che non pensa di riuscire a mantenere. Anche le ragazze dovranno adattarsi alle strane uscite del padre, al suo disordine e al suo modo di essere. Si vergognano di lui e dello stato in cui versa il loro piccolo appartamento. Ma, nello scambio dell’affetto reciproco, riescono a trovare un equilibrio. Con la sua carica vitale straordinaria, Cam impara a prendersi cura delle figlie e di se stesso. Una commedia commovente e divertente, che fa riflettere sull’esperienza di dover crescere in una famiglia disfunzionale, a diretto contatto con l’eccentricità della follia. Avere un genitore diverso dagli altri può causare sbandamento nei ragazzi, che però possono fare tesoro degli insegnamenti che una tale situazione può portare. “Il piano di mia madre – ammette Maya Forbes – appariva bizzarro. Mia sorella e io eravamo furiose e ci vergognavamo del modo in cui vivevamo. Eppure, alla fine, ha funzionato. Siamo diventati una famiglia, anche se molto particolare, come tante altre famiglie là fuori, che sopravvivono in maniere non convenzionali”.

Clara Martinelli

 

Al cinema: “Crushed Lives – il sesso dopo i figli” esplora in modo intelligente e divertente i problemi dei neo genitori

A068_C027_1127PEE’ una commedia divertente ed intelligente “Crushed Lives – il sesso dopo i figli”, da oggi nelle sale, diretto da Alessandro Colizzi, che l’ha scritto insieme alla moglie Silvia Cossu, scrittrice e sceneggiatrice. Il film analizza, attraverso alcuni step, cosa succede nella sfera sessuale delle coppie quando arriva un figlio. Quando, appunto, da due si diventa tre, dallo status di coppia si passa a quello di famiglia e il sesso viene meno in conseguenza del fatto che non si è più solo moglie e marito, amanti, ma anche e, soprattutto, madre e padre. Il film è centrato su Saverio (Walter Leonardi), un regista che, per realizzare un film documentario sul “sesso dopo i figli”,  intervista tre coppie. Anche lui ha una compagna (Nicoletta Romanoff), hanno un figlio piccolo e raccontano con gli altri della loro intimità. Per avere un quadro completo, Saverio si rivolge anche ad una prostituta, indicata da uno degli intervistati in un colloquio privato, e fa delle domande anche ad un’esperta del settore, la proprietaria di un sexy shop con oggettistica d’avanguardia. Gli attori, tutti molto bravi, mettono in scena quelle che sono le dinamiche, spesso sottovalutate, che si instaurano quando il tempo da dedicare alla coppia è quasi nullo, perché il nuovo arrivato pretende giustamente le attenzioni della mamma e del papà, anche nel cuore della notte. Tali dinamiche, se non sono frenate in tempo, portano inesorabilmente verso la separazione. Pure Saverio, probabilmente, intraprende il suo viaggio documentaristico, più che per fini professionali, per risolvere problemi suoi e che, a confronto con gli altri, gli appariranno comuni e anche meno seri di quello che sembravano. Alessandro Colizzi e Silvia Cossu che sull’argomento aveva scritto il libro satirico “PATRATAC – il sesso dopo i figli” (da qui l’idea per il film), hanno realizzato con questa pellicola uno spaccato sociologico molto importante che analizza i cambiamenti in atto nella nostra società. Partendo da spunti autobiografici (“Siamo insieme dal ’90, abbiamo due ragazzi di 14 e 12 anni e conosciamo bene le situazioni che raccontiamo”, ha detto Silvia), sono riusciti a far parlare i loro personaggi di argomenti di cui gli interessati non discutono volentieri, mettendoli su un piano comune. D’altro canto, quale coppia con prole non c’è passata?

Clara Martinelli

Cinema: “Pitza e datteri” tratta con leggerezza il tema dell’integrazione multiculturale

Pitza e datteri

Pitza e Datteri”, quarto film di Fariborz Kamkari, regista curdo iraniano dell’acclamato “I fiori di Kirkuk”,  tratta con leggerezza il problema dell’integrazione multiculturale nel nostro paese. La storia è ambientata a Venezia, storico incrocio tra Oriente e Occidente, dove la pacifica comunità musulmana viene sfrattata dalla sua moschea da un’avvenente parrucchiera. Il luogo sacro si trasforma così in un salone di bellezza e a nulla servono i mezzi usati per riappropriarsene da parte del presidente della comunità e dei suoi fedeli. Decidono così di chiedere un aiuto religioso più concreto, che sembra vanificarsi quando vedono arrivare in loro soccorso un giovane e insesperto Imam afgano. Tutti i loro goffi tentativi continuano a fallire , i poveretti sono costretti a improvvisare la preghiera negli angoli più impensabili della città (persino su chiatte in movimento), finché alla fine troveranno un nuovo luogo di culto.  Tra i personaggi spiccano Bepi, interpretato dal bravo Giuseppe Battiston, un veneziano, nobile caduto in disgrazia, convertitosi all’Islam, il giovanissimo Imam Saladino, ben impersonato da Mehdi Meskar, attore calabrese-magrebino-parigino, e la splendida parrucchiera Zara, che ha il volto di Maud Buquet, attrice, regista e producer franco-africana.  La struttura narrativa riprende la classica commedia all’italiana, ma a dirla tutta sembra più un film francese per la modernità e l’homour tipicamente d’oltralpe con cui affronta l’argomento.  Un altro tema che il film tratta molto bene è il ruolo delle donne nella società musulmana moderata, le quali, afferma lo stesso Kamkari,  sono “la  vera forza dei cambiamenti”. In “Pitza e Datteri”,  vediamo vere e proprie rivalse femminili, senza cadere però nell’estremismo femminista. Lo vediamo negli atteggiamenti di autoaffermazione e presa di coscienza da parte della figlia e della moglie di Karim, il presidente della comunità, interpretato dal bravo Hassan Shapi, ma è soprattutto il personaggio di Zara a rappresentare la vera rivoluzione sociale e culturale. La bella e voluttuosa parrucchiera, alla quale poi si uniscono in coro le altre donne, fa da contrappunto arguto e sfrontato al Saladino e ai maschi conservatori e confusionari. Lei è indipendente,  ha vissuto molti anni in Francia e alla piccola comunità sembra una straniera a tutti gli effetti. Incarna il peccato ed emana fascino puro e sfacciato, quello che fa cadere ai suoi piedi gli uomini. Attraverso Zara, però, il Saladino matura una diversa visione dell’esistenza (“Terra, donna, luna, acqua, poesia… tutte le cose più belle di Dio sono femmina”) e tornerà a casa con una nuova consapevolezza.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Youth – La giovinezza”, uno scambio generazionale tra vecchi e giovani

youth“Questo è il mio film più intimo”, ha detto Paolo Sorrentino a proposito di “Youth – La giovinezza”. E lo è, veramente.  L’ha scritto e  diretto  toccando corde di profondità notevoli. Dietro i volti di mostri sacri del cinema quali Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz e Jane Fonda, Sorrentino canalizza le domande e le risposte che potrebbero sembrare banali ai più, ma che tanto banali non sono. In questo film si parla di genitori e figli, più di padri che di madri. Perchè i protagonisti sono  due vecchi amici alle soglie degli ottant’anni, Fred, un compositore in pensione (Michael Caine), e Mick, un regista cinematografico (Harvey Keitel) in procinto di girare il suo “film-testamento”. La coppia di artisti si ritrova, come era successo molte altre volte, in un elegante albergo svizzero, ex sanatorio,  ai piedi delle Alpi per una vacanza primaverile, prima di tornare a impegni e routine. Chiacchierano, dicendosi però soltanto “le cose belle”, passeggiano tra valli e verdi boschi, ricordando il passato filtrato dalla lente del presente. In realtà, il film è una resa dei conti dei protagonisti. Due uomini che nella vita professionale hanno avuto tutto, si trovano a dover fronteggiare i problemi e le accuse dei figli. Sono stati padri assenti (memorabile lo sfogo di Lena, impersonata da Rachel Weisz, figlia e collaboratrice di Fred, nella stanza dei massaggi), molto presi da se stessi, sfruttatori delle proprie mogli e compagne. I due amici, in un’atmosfera da albergo di Davos de “La montagna incantata” di Thomas Mann  e quadri viventi che ricordano quelli di Tamara de Lempicka, guardano con curiosità agli altri bizzarri ospiti. Fred soprattutto intesse un legame con il giovane attore hollywoodiano Jimmy Tree (Paul Dano), con il quale ha un curioso confronto generazionale, quasi da padre a figlio appunto. Jimmy è deluso dalla propria carriera perché i suoi fan lo ricordano soprattutto per il ruolo da uomo robot che gli ha dato la fama, pur avendo preso parte ad altre pellicole più interessanti. Un giorno però, mentre lui e Fred si trovano in un negozio di orologi a cucù (un altro simbolo del tempo che passa?), una bambina lo riconosce non per il suo solito personaggio, ma per un altro, un padre che dopo quattordici anni ritrova il figlio che aveva abbandonato, spaventato dall’impegno di essere genitore. Anche Mick,  per realizzare il suo film testamento si è circondato di giovani sceneggiatori, con i quali condivide idee ed esperienze personali. Li sente vicini, più del figlio vero con cui non ha un rapporto. “Youth” è uno scambio tra vecchi e giovani, un continuo preoccuparsi da parte dei primi di cosa lasceranno ai secondi. Trattandosi di due artisti esiste un doppio rimando: cosa lasceranno alla società un grande compositore e un bravo regista? E’ Jimmy Tree a dirlo, citando una frase chiesta a Novalis (non dimentichiamoci che Sorrentino è un regista colto) da qualcuno che lo interrogava su quale fosse il senso della sua arte e lui rispose: “Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre”.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Sei vie per Santiago: Walking the Camino”, film documentario di Lydia B. Smith

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E’ nelle sale italiane il bel film documentario della regista e produttrice americana Lydia B. Smith “Sei vie per Santiago: Walking the Camino”.  Il cammino di cui si parla è il percorso di 500 miglia che migliaia di pellegrini attraversano a piedi ogni anno per raggiungere il Santuario di Santiago de Compostela nella Spagna settentrionale. Luogo di pellegrinaggio fin dal medioevo, la cattedrale, che ospita le spoglie mortali di Giacomo il Maggiore apostolo di Gesù,  è uno dei riferimenti religiosi più importanti d’Europa. La stessa Santiago e il cammino del pellegrinaggio sono stati dichiarati patrimonio dell’umanità dall’UNESCO nel 1985. Nel documentario, Lydia Smith racconta il viaggio di sei pellegrini, molto differenti tra loro che per diverse ragioni hanno intrapreso il cammino. I motivi non sono tutti di ordine religioso, ma piuttosto per molti di loro è un mettersi alla prova, accettare una sfida con se stessi oppure per lasciarsi una vita che non li soddisfa alle spalle attraverso un percorso catartico. “Quando la gente affronta a piedi il Cammino, si stacca dalle proprie convinzioni per abbandonarsi ad una visione che è unica al mondo”, spiega la regista. “Non c’è lezione migliore e per questo il cammino deve essere intrapreso. E’ una metafora della vita – non esiste un modo giusto o sbagliato per farlo, tutto dipende dal modo in cui lo si affronta. Il viaggio è individuale – ognuno di noi deve trovare la sua strada. E’ tutta una questione di scoprire se stessi”.

Chi sono le persone che la Smith ha scelto per documentare la fatica e le motivazioni del Cammino? Annie di Los Angeles che lo ha intrapreso per ragioni spirituali, Jack e Wayne, due pensionati canadesi, Misa, una studentessa di sport danese, Sam, una donna brasiliana, Tomas, trentenne atletico, in cerca di un’esperienza “molto fisica”, Tatiana, madre single francese, che compie il suo percorso con il figlio di tre anni e il fratello Alexis, con il quale discute spesso. Con loro e attraverso di loro percorriamo anche noi il Cammino e ci ritroviamo a provare gli stessi problemi, sensazioni e sentimenti. Li vediamo all’inizio entusiasti e incuriositi da quest’avventura, li osserviamo  e sentiamo con loro il dolore fisico, la fatica, la sensazione di non riuscire a proseguire e mentalmente li incoraggiamo a non arrendersi. Con loro vediamo splendidi paesaggi, i paesi caratteristici della zona e vorremmo andarci in vacanza, perché tutto il percorso per arrivare a Santiago ha una personalità tutta sua anche dal punto di vista turistico. Ti colpiscono l’ospitalità della gente del posto e dei volontari disseminati lungo la strada, che offrono ai pellegrini un pasto caldo e un posto per dormire. Affronti con loro i problemi legati al viaggio come le vesciche ai piedi che non fanno camminare, gli ostelli dove ti trovi a dividere letto o pavimenti con degli sconosciuti, la pioggia che fitta cade sulla schiena e sulla testa. Condividi con loro la gioia dell’arrivo, una felicità contagiosa che rende leggero anche te che sei stato seduto a vedere il film. Una lotta contro tutte le contrarietà, fuori e dentro il film, e all’uscita dal cinema ci si sente cambiati anche noi.  Sì, Santiago de Compostela è un luogo magico.

Clara Martinelli

Cinema da non perdere: “Leviathan”

Leviathan_(film_2014)Uno dei film più potenti e più riusciti in circolazione in questo momento è “Leviathan”, scritto e diretto dal russo Andrey Zvyagintsev. Palma d’oro al Festival del Cinema di Cannes dell’anno scorso,premiato con il Golden Globe come miglior film straniero e candidato all’Oscar per la Russia, il film, ambientato in un villaggio vicino al mare di Barents, ha come protagonista Kolia (Alexey Serebryakov), proprietario di un’officina dove ripara macchine. Vive nella vecchia casa dove è nato, ha un figlio adolescente, Roman (Sergey Pokhodaev), nato da un matrimonio precedente, e una giovane moglie, Lilya (Elena Lyadova). Kolia ama la sua terra, la sua casa. la sua famiglia con tutto se stesso e non rinuncerebbe a loro per niente al mondo. Ma il destino gli è avverso. Il sindaco corrotto del villaggio Shelevyat, appoggiato dal sacerdote locale, gli offre seicentomila rubli per comprare tutto con l’intenzione di costruire una chiesa sul suo terreno. Kolia ovviamente non è d’accordo, cerca di opporsi in ogni modo, anche facendosi aiutare da un suo vecchio amico avvocato da anni residente a Mosca.  Il sindaco allora diventa sempre più aggressivo e decide di usare metodi poco ortodossi per far cambiare idea a quell’uomo tanto ostinato.  In un crescendo di minacce e disavventure, Kolia sarà costretto a soccombere alle mire dello Stato leviatano. Il film, che fa riferimento all’opera del filosofo Thomas Hobbes “Leviathan” (1651), con la sua atmosfera dostoevskiana della vita, è la storia del conflitto universale tra individuo e autorità, degli umili soli e perdenti nei confronti di un potere istituzionalizzato e forte. Una sceneggiatura possente, i dialoghi serrati, gli attori straordinari e i paesaggi mozzafiato fanno di “Leviathan” un capolavoro. Da non perdere.

Clara Martinelli

Vi segnaliamo al cinema: “Sarà il mio tipo?”

E’ in questi giorni, nelle sale italiane , la commedia brillante  “Sarà il mio tipo? e altri discorsi sull’amore” del regista francese Lucas Belvaux. Si tratta di una raffinata storia d’amore tra un filosofo e una parrucchiera, interpretati da una bravissima Emilie Dequenne (Premio per la miglior interpretazione femminile a Cannes per il film d’esordio “Rosetta” di Luc e Jean-Pierre Dardenne) e da Loïc Corbery, attore della Comedie Française.locandina   Clement, un sofisticato professore  parigino e autore del libro “Dell’amore e del caso”, vorrebbe essere definito ‘filosofo dell’eros’. Lui non crede nella coppia “perché l’amore non deve diventare una prigione”. Tutto  viene messo in discussione quando, in una trasferta obbligata come insegnante in una cittadina della Francia del Nord, incontra la vitale Jennifer – romanzi rosa e karaoke – convinta che un taglio di capelli possa cambiare la vita. Lei prova a leggere Kant, lui a ballare.  Ma il loro sentimento è destinato a combattere con due diverse visioni della vita. Chi ha ragione e chi ha torto? E’ vero che gli opposti si attraggono? Sì, ma fino a quando può durare? “Come dice Renoir «Tutti hanno le loro ragioni»; ed è vero, non importa se sono buone o cattive”, commenta il regista Lucas Belvaux che, oltre ad aver diretto il film, ne ha anche scritto la sceneggiatura, adattandola dal libro “Non il suo tipo” di Philippe Vilain (pubblicato in Italia da Gremese).

Clara Martinelli

Cinema: “Quando dal cielo…”

“Quando dal cielo…” è il titolo di un film documentario, in uscita domani nelle sale italiane, diretto da Fabrizio Ferrario, che ha come protagonisti il trombettista Paolo Fresu, Daniele Di Bonaventura, bandoneista, e Manfred Eicher, lo storico fondatore dell’etichetta ECM. La location dell’incontro è l’Audutorium della Rsi a Lugano, dove i musicisti stanno registrando l’album “In Maggiore”. La sala è vuota, immersa in una penombra soffusa, i due musicisti  si trovano a mettere a frutto un  elaborato durato tre anni, con tutto l’impegno e la concentrazione che richiede un’operazione del genere. Lo spettatore assiste così allo sviluppo di un lavoro artistico e artigianale, dove la ricerca sul suono, l’esecuzione, la costruzione della struttura musicale sono alla sua completa e attenta visione. Un’occasione per osservare dal buco della serratura di un’ipotetica grande porta, il processo creativo e i gesti naturali di due grandi musicisti  e di una delle figure più importanti della musica jazz e contemporanea mondiale, Eicher appunto, che per la prima volta ha accettato di farsi filmare. A Roma, questa sera ci sarà un’anteprima al cinema Eden, in piazza Cola di Rienzo, alle 21, alla quale saranno presenti gli autori.

Cinema e follia

“Noi del cinema siamo carta moschicida per chi ha problemi mentali, piacciamo moltissimo ai matti. Sul set si avvicinano sempre, abbiamo una lingua comune, ci intendiamo… I ragazzi problematici sono affascinanti, hanno una fantasia non frenata dalla ragione, sono le uniche interlocuzioni che mi arricchiscono, le persone ragionevoli diventano presto di una noia mortale”.

Pupi Avati (intervista “Il venerdì” di Repubblica)

“Ricomincio da capo”

Ogni 2 febbraio una marmotta predice la durata dell’inverno: se fa capolino dalla sua tana e vede la propria ombra, il clima invernale negli Stati Uniti si protrarrà per altre sei settimane; se invece non vede l’ombra, bisogna festeggiare, perché la primavera è ormai alle porte. Si tratta di una tradizione importata in Pennsylvania dagli immigrati tedeschi, ed è probabile che abbia le sue radici nelle credenze degli antichi romani che ritenevano appunto la prima decade di febbraio utile a intuire la durata dell’inverno. Una tradizione che poi ha assunto forme (e date) diverse in molti paesi.

Il 3 Aprile 2009 l’autore del Blog “Go into the story”, nonché sceneggiatore e critico di ambito hollywoodiano, Scott Myers, recensiva una mia lettura psicologica (pubblicata in inglese) del film Ricomincio da capo (Groundhog Day), commedia del 1993 diretta da Harold Ramis ed interpretata da Bill Murray e Andie MacDowell, che prende spunto da tale tradizione.

In esso Phil Connors è un meteorologo televisivo che, controvoglia, deve recarsi nella piccola città di Punxsutawney per fare appunto un reportage sul Giorno della Marmotta. Un circolo temporale fa sì che ogni mattina, alle 6.00 in punto, Connors viene svegliato dalla radio che trasmette sempre lo stesso brano musicale (I Got You Babe di Sonny & Cher), e da allora la giornata trascorre inesorabilmente allo stesso modo della precedente (e la marmotta intanto continua ogni giorno “a vedere la propria ombra”).

La recensione, tra l’altro dice: I’ve seen Groundhog Day probably 3 times, yet it never occurred to me that the Protagonist Phil Connor (Bill Murray) has the same first name as the groundhog Punxsatawney Phil. If not for that fact, I would tend to consider Dr. Lanzaro’s analysis to be a bit overblown. But a fact is a fact – and there is Phil the Protagonist, and Phil the Groundhog.

“Overblown” in italiano può essere tradotto con esagerato, pomposo (“over” in questo caso allude ad un “troppo”). In pratica mentre cercavo di analizzare l’evoluzione cinematografica di un carattere connotato filmicamente come presuntuoso, Scott Myers alludeva al fatto che prendessi quantomeno troppo seriamente la mia interpretazione. Quale ragione più interessante anche se un po’ autoreferenziale per scrivere e riflettere nuovamente sull’argomento. Barthes diceva che “quelli che trascurano di rileggere si condannano a leggere sempre la stessa storia”; mi accingo dunque a riproporre non solo frammenti della mia precedente analisi, ma anche a tentare di rivedere il mio punto di vista di allora.

Suggerisco di guardare il film prima di leggere il resto di questi commenti. Vorrei inoltre segnalare che non state leggendo un articolo di critica cinematografica. Discuto di un film che dietro il racconto brillante è estremamente denso. Myers scrisse innanzitutto di essere sorpreso dal fatto che nella mia digressione avessi notato la coincidenza del nome del protagonista del film e della marmotta (entrambi si chiamano Phil), nonché dal fatto che facessi notare come più volte nel film il nome “Phil” appare nelle inquadrature sulla testa di Bill Murray, quasi a mo di didascalia.

Pensando alla non casualità di questi dettagli in effetti immaginai che il regista avesse voluto prendere spunto dalla tradizionale ricorrenza che in Pennsylvania si festeggia ormai da ben 126 anni per trattare in realtà (in maniera più o meno consapevole) il tema psicologico dell’ombra. In Analyze this del 1999 (Terapia e pallottole) Harold Ramis rivelerà più direttamente, forse, l’intreccio tra il suo cinema e la psicologia.

Sarà bene fare ora un piccolo excursus sui tre concetti chiave del pensiero junghiano: lnconscio Collettivo, Archetipo (uno dei quali è appunto “l’Ombra”) ed Individuazione.

Per Freud l’inconscio non è altro che il punto ove convergono contenuti rimossi o dimenticati. Secondo Jung esso poggia su uno strato più profondo che non deriva da esperienze e acquisizioni personali, ma è innato ed ha strutture che (cum grano salis) sono le stesse dappertutto e per tutti gli individui.

Gli archetipi riguardano i contenuti dell’inconscio collettivo e sono i tipi arcaici e primigeni espressi riccamente nei sogni e nelle visioni, oltre ad essere la sostanza del mito, della fiaba e delle dottrine esoteriche. Nel mio articolo (cui rimando) partivo dal concetto di coerenza cinematografica archetipica (Conforti, 1995), per suggerire la possibilità che una narrazione filmica possa compiutamente rappresentare la natura e gli sviluppi psicologici di (frammenti di) una delle istanze archetipiche della psiche e, nella fattispecie, l’ombra.

Il processo di individuazione è la presa di coscienza con cui ciascuno attribuisce un senso alla propria esistenza. Si realizza attraverso una congiunzione ed integrazione di coscienza e inconscio. In “Groundhog day” si può postulare che Phil Connors progressivamente entri in contatto con le parti meno gradevoli della sua personalità (l’Ombra), le comprende e lentamente, attraverso una somma di esperienze (favorite dal loop temporale) diventa una persona nuova, più completa, integra, consapevole e capace di amare.

La dottrina Junghiana vede dunque l’Ombra come parte inferiore della personalità ed una parte della totalità della psiche. Le profonde antipatie ingiustificate, per esempio, sono quasi sempre il frutto della proiezione della propria Ombra. Jung la definisce come il contenuto di sentimenti e ed emozioni rimossi da ognuno di noi, perché ritenuti per così dire “brutti, sporchi e cattivi”, non corrispondenti ad una visione ideale di sé stessi. In effetti nel film Murray veste dei panni calzanti in questo senso: è la “prima donna” televisiva, è definito “presuntuoso ed egocentrico”, non va d’accordo praticamente con nessuno, si sente sprecato in un canale televisivo locale, è sempre insofferente, tratta le persone con sufficienza ed è “troppo innamorato di se stesso per avere una relazione autentica”.

Il (non) passare dei giorni gli consente di attraversare fasi di depressione e poi di euforia ed onnipotenza fino a quando la sua vita e il suo modo di approcciarsi alle cose e alle persone comincia a cambiare.

Nonostante egli riesca a ottenere facilmente sesso e denaro, non riesce a conquistare Rita (di cui pian piano si innamora), cui non interessa quello che Connors sa, e addirittura la indispone che egli sappia anticipare tutti suoi desideri: la sua erudizione è totalmente inutile perché a lei “interessa un certo tipo di uomo, con certe qualità”. Con la conoscenza erudita non nasce mai un Phil Connors nuovo o migliore, e difatti egli si ritrova ogni giorno ad essere la persona che era il giorno prima. Questo è forse un pregnante significato della seconda parte del film, il vero senso, incidentalmente, del ricominciare da capo. Connors spezzerà il cerchio infernale quando passerà da una conoscenza che si limita a raccogliere dati a una conoscenza che trasforma (e ad una autentica consapevolezza delle parti della sua “ombra”, delle cose sgradevoli di sé, cui rinuncia o che riesce a modificare con la pazienza e la disciplina). I giorni seguenti lo vedono infatti affabile con Rita e Larry. Si dà alla scultura di statue di ghiaccio. Decide di dedicarsi agli studi. Inizia a seguire un corso di pianoforte. Imparare a suonare il piano trasforma colui che impara perché nell’apprendimento non ci si limita a memorizzare un pezzo, ma si acquisisce una tecnica che permette la padronanza di un numero virtualmente illimitato di pezzi (ironicamente, la rivelazione della bellezza della musica avviene grazie alle note della sonata K. 545 in do maggiore di Mozart, il magnifico pons asinorum di tutti i principianti).

Ne seguiamo ulteriormente i progressi. Conosciamo un Connors “buono”, che si dispera per non riuscire a salvare un pover’uomo che pare condannato a morire un due di febbraio e che finisce con l’accettare che alcune cose non possono venir comunque cambiate nel giorno che egli vorrebbe perfetto. Nell’ultimo giorno della marmotta Connors compie una serie di “buone azioni” che gli permettono di guadagnare l’affetto degli abitanti di Punxsutawney e l’ammirazione di Rita che lungi oramai dal trovarlo insopportabile lo compra all’asta degli scapoli. L’amore infine conquistato lo libera dalla ripetizione; il risveglio al 3 febbraio porta con sé l’accettazione del destino: Connors vuole vivere a Punxsutawney (che tanto aveva disprezzato inizialmente). La primavera è alle porte.

Massimo Lanzaro

Cinema: quattro nominations agli Oscar 2015 per Mike Leigh con “Mr Turner”

Leigh (Salford, 20 febbraio 1943) è un regista e sceneggiatore che ha ricevuto diversi riconoscimenti internazionali per la sua opera in cui prevalgono i toni dimessi e le storie semplici di persone spesso appartenenti alla classe popolare.

Turner (Mr. Turner) è un suo film del 2014 con protagonista Timothy Spall in cui si evocano gli ultimi 25 anni di vita del celeberrimo pittore britannico William Turner.

Basti ricordare che nel 2005 il quadro di Turner “La valorosa Téméraire” è stato votato come “più grande dipinto britannico” in un sondaggio pubblico organizzato dalla BBC. E che il prestigioso premio artistico, il Premio Turner, creato nel 1984, prende il suo nome anche se non mancano le discussioni, dato che generalmente promuove un tipo d’arte che non sembra aver molto a che fare con quella del pittore inglese (nel 1995, ad esempio, fu assegnato a Damien Hirst!!).

Presentato in concorso alla 67ª edizione del Festival di Cannes, questo film biografico ha ricevuto allora il premio per la Miglior interpretazione maschile attribuito all’attore Timothy Spall.

Agli Oscar imminenti invece le meritatissime nominations per: migliore fotografia a Dick Pope, migliore scenografia a Suzie Davies, migliori costumi a Jacqueline Durran (forse quella che ha più chances di vincere) e Migliore colonna sonora a Gary Yershon. Ovviamente non è passato inosservato nemmeno dalle parti del British Academy Film Awards.

Mike Leigh è riuscito a fare un “film dipinto”, usando oli, acquerelli e tutte le tonalità del “pittore della luce”. Roba non da poco, per così dire. Timothy Spall a sua volta trasforma una pletora di formalismi dialogici e una serie di burberi grugniti nella miracolosa, complessa e controversa sensibilità di un artista straordinario.

Peccato che il doppiaggio farà svanire le sfumature linguistiche (anche in questo gli attori sono strepitosi: non “what time is it”, ma “what is the hour?” e così via) nonché (fondamentale) l’accento londinese di più di duecento anni fa.

Ad ogni modo lo sconsiglio vivamente a coloro il cui tropismo cinematografico è incentrato esclusivamente sui thriller d’azione.

Massimo Lanzaro

 

Cinema: “Birdman”, un flusso di coscienza in piano sequenza”

Birdman, noto anche come Birdman or (The Unexpected Virtue of Ignorance), è un film del 2014 co-scritto, diretto e co-prodotto da Alejandro González Iñárritu. Il film ha aperto la 71ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia il 26 agosto 2014. La pellicola riceve poi ben nove nomination agli Oscar 2015, tra cui i principali per Miglior film, Miglior regia, miglior attore protagonista (Keaton) e Miglior sceneggiatura originale. Nomination anche come Miglior attore non protagonista a Edward Norton e Miglior attrice non protagonista a Emma Stone. Tutti davvero bravissimi, a mio modesto avviso. Quest’anno (forse più del solito) non sarà facile scegliere per l’Academy of Motion Picture Arts and Sciences.

Cos’è questo film? Un flusso di coscienza in piano sequenza. Humor nero al ritmo incalzante di tamburi e rulli di batteria. La liminalità assoluta, il limbo dove si toccano cinema e teatro, normalità e follia, percezioni e dispercezioni, finzione e verità, recitazione e sentimenti veri, popolarità e valore, insomma: il punto atomico dove si alternano i mondi, quello spazio di confine che dura un attimo lungo 119 minuti. Se dico che però non mi è piaciuto il finale non è uno spoiler, vero? Me lo direte il 5 febbraio.

Massimo Lanzaro

Cinema: “Still Alice” e Julianne Moore nominata agli Oscar come Miglior attrice protagonista

  • Alice Howland è una donna alla soglia dei cinquant’anni, orgogliosa degli obiettivi raggiunti. È un’affermata linguista e insegna alla Columbia University, ha una solida famiglia composta dal marito chimico e da tre figli, Anna, Tom e Lydia, tutti e tre realizzati. Ma improvvisamente la sua vita cambia, quando le viene diagnosticata una forma presenile di Alzheimer. Tutte le sue certezze crollano, diventando una donna fragile e indifesa, anche agli occhi della famiglia che l’ha sempre vista come un pilastro.

    La pellicola è stata presentata in anteprima mondiale al Toronto International Film Festival l’8 settembre 2014, ed ha partecipato in concorso alla 9ª edizione del Festival internazionale del film di Roma, dove ho avuto il piacere di vederla il 17 ottobre 2014.

    Il morbo di Alzheimer è la forma più frequente di demenza: è un deterioramento mentale che inizia il suo processo evolutivo in età senile ma può anche manifestarsi prima dei 65 anni. La malattia di Alzheimer, infatti, può comparire già dai 45 anni (la forma descritta nel film), con disturbi della memoria e manifestazioni di disorientamento, soprattutto spaziale. I primi sintomi sono alterazioni delle funzioni simboliche: afasia (difficoltà a tradurre le parole in pensiero e viceversa), agnosia (incapacità di riconoscere gli stimoli provenienti dai sensi), aprassia (incapacità a compiere movimenti complessi mirati a una certa attività). L’evoluzione della malattia è ascrivibile a una progressiva distruzione dei neuroni a causa della betamiloide, una proteina che finisce per incollare e raggrumare i neuroni; allo stesso modo diminuisce nel cervello la presenza di acetilcolina, una molecola di primaria importanza per la comunicazione tra i neuroni.

    Non si può parlare di cura del morbo di Alzheimer quanto piuttosto di accompagnamento nella sua evoluzione: la terapia farmacologica, infatti, si limita a rallentare la riduzione di acetilcolina, ma molte nuove ricerche sono in corso per bloccare il processo neurodegenerativo. Possono essere di sostegno sessioni di riabilitazione cognitiva per aiutare il malato di Alzheimer nella gestione della vita quotidiana. Come non c’è terapia, allo stesso modo non ci sono esami o analisi di laboratorio per diagnosticare il morbo di Alzheimer: per formulare una diagnosi serve la ricostruzione clinica delle alterazioni mentali del malato da parte della famiglia, nonché una valutazione accurata delle sue capacità fisiche e mentali.

    Il film verrà distribuito nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 16 gennaio 2015, ma precedentemente è stato proiettato in un numero limitato di cinema nel dicembre 2014 per avere la possibilità di partecipare agli Oscar 2015. In Italia arriverà il 22 gennaio, distribuito dalla Good Films.

    Massimo Lanzaro

Cinema: “American Sniper” e il disturbo post-traumatico da stress (DPTS)

Diretto da Clint Eastwood e basato sull’omonima autobiografia di Chris Kyle il film, nelle nostre sale in questi giorni, ha per protagonista il bravissimo Bradley Cooper affiancato da Sienna Miller. Kyle è stato un mito tra i cecchini delle Forze Armate statunitensi che lo chiamano “La Leggenda”, mentre i miliziani iracheni lo ribattezzano Al-Shaiṭān (il diavolo) e offrono una taglia di 80.000 dollari per la sua uccisione. Durante i quattro turni in battaglia, con il consolidarsi della sua reputazione e le innumerevoli vittime, Chris si allontana dalla famiglia e dalla vita civile. La sua fede incrollabile nella missione di proteggere i compagni d’arme, che lo rende una risorsa preziosa in guerra, diventa un handicap quando cerca di reinserirsi nella comunità dove abita con la sua famiglia. Finalmente sembra trovare uno scopo alla propria vita civile, aiutando i reduci che, come lui, hanno vissuto momenti terribili nei diversi teatri di guerra dove gli Stati Uniti sono impegnati. Addestra al tiro persone con gravi menomazioni fisiche e ritrova la gioia di vivere con la moglie e i due figli che lo adorano. Poco dopo però Kyle viene ucciso senza apparente motivo, da un commilitone che soffre di PTSD.

Forse questo film risuonerà con l’animo di chi soddisfa almeno due dei seguenti tre criteri: – nel 1999 ha letto Pappagalli verdi; – crede che un’americano registrato come repubblicano possa essere anche libertario ed avere idee progressiste; – ha o ha avuto dei dubbi sul costrutto di PTSD (per un periodo di almeno quattro settimane).
In psicologia e psichiatria il disturbo post-traumatico da stress (DPTS) o Post-Traumatic Stress Disorder (PTSD), è l’insieme delle forti sofferenze psicologiche che conseguono ad un evento traumatico, catastrofico o violento. La diagnosi di PTSD necessita che i sintomi siano sempre conseguenza di un evento critico, ma l’aver vissuto un’esperienza critica di per sé non genera automaticamente un disturbo post-traumatico (la prevalenza lifetime nella popolazione generale è infatti di circa il 6,8%, con una variabilità dovuta al tipo di evento, al significato soggettivo che esso assume, ed al diverso equilibrio dei fattori psicosociali di tipo protettivo o di rischio). È denominato anche nevrosi da guerra, proprio perché inizialmente riscontrato in soldati coinvolti in pesanti combattimenti o in situazioni belliche di particolare drammaticità (con nomi e sottotipi diversi: Combat Stress Reactions, Battle Fatigue, Shell Shocks, etc.). I pazienti con PTSD vengono abitualmente classificati in tre categorie, in base al loro tipo di coinvolgimento nell’evento critico che ha originato il disturbo: – primari, le vittime dirette che hanno subito personalmente l’evento traumatico – secondari, i testimoni diretti dell’evento, o i parenti delle vittime primarie (ad esempio, nel caso di un lutto) – terziari, il personale di soccorso (volontario o professionale) che si trova ad operare con le vittime primarie o secondarie. I principali disturbi, accusati dalla maggior parte dei pazienti, sono riassunti dalla cosiddetta “triade sintomatologica”, per come definita dalla classificazione del DSM: intrusioni, evitamento, hyperarousal (iperattivazione psicofisiologica). In particolare, si possono riscontrare tra gli altri sintomi:
Flashback: un vissuto intrusivo dell’evento che si propone alla coscienza, “ripetendo” il ricordo dell’evento.
Numbing (intorpidimento): uno stato di coscienza simile allo stordimento ed alla confusione.
Evitamento: la tendenza ad evitare tutto ciò che ricordi in qualche modo, o che sia riconducibile, all’esperienza traumatica (anche indirettamente o solo simbolicamente). Incubi: che possono far rivivere l’esperienza traumatica durante il sonno, in maniera molto vivida.
Hyperarousal (iperattivazione psicofisiologica): caratterizzato da insonnia, irritabilità, ansia, aggressività e tensione generalizzate.
In alcuni casi, la persona colpita cerca “sollievo” (spesso peggiorando la situazione) con abusi di alcool, droga, farmaci e/o psicofarmaci. Spesso sono associati sensi di colpa per quello che è successo o come ci si è comportati (o per il non aver potuto evitare il fatto), sensi di colpa che sono spesso esagerati ed incongruenti con il reale svolgimento dei fatti e delle responsabilità oggettive (sono detti anche complessi di colpa del sopravvissuto); spesso, sono compresenti anche forme medio-gravi di depressione e/o ansia generalizzata. In alcuni casi si vengono a produrre delle significative tensioni familiari, che possono mettere in difficoltà i parenti della persona con PTSD.

Massimo Lanzaro

Cinema: l’amicizia improbabile tra un bambino e un burbero pensionato nel film “St. Vincent”

  •  L’amicizia improbabile tra un bambino e un burbero pensionato nel film “St. Vincent” La trama. Maggie (Melissa McCarthy), una madre single, si trasferisce a Brooklyn insieme al figlio dodicenne Oliver (Jaeden Lieberher). Obbligata a lavorare fino a tardi, affida suo malgrado Oliver alle cure del loro nuovo vicino di casa, Vincent (Bill Murray), un pensionato eccentrico con un tropismo peculiare per l’alcool e le scommesse. Tra i due si sviluppa presto un’autentica amicizia e, insieme a una spogliarellista incinta di nome Daka (Naomi Watts), frequentano tutti i luoghi amati dall’improvvisato babysitter, luoghi “non proprio adatti ad un bambino”. Al di là delle apparenze Oliver comincia a vedere in Vincent qualcosa che nessun altro è in grado di riconoscere: un uomo sottovalutato e insospettabilmente pieno di anima. Bill Murray, dopo un periodo trascorso tra un cameo e l’altro in film peraltro anche rilevanti, ha trovato per se il ruolo da protagonista in questo film di nicchia, minimalista ma pieno di belle trovate.

    Massimo Lanzaro

Cinema: l’anima mundi in “Trash”, impeccabile film di Stephen Daldry

 In questi giorni è nelle sale “Trash”, un film che ha come protagonisti tre ragazzini delle favelas di Rio de Janeiro e due attori statunitensi: Rooney Mara e Martin Sheen. La trama: a Rio tre minorenni poveri passano il tempo a lavorare o rovistare tra la spazzatura di una discarica. Finché uno di loro trova fra l’immondizia il portafoglio di un uomo scomparso in circostanze poco chiare. Il rinvenimento suscita vivo interesse nelle autorità locali, e così i ragazzini si trovano loro malgrado coinvolti in un’articolato ed enorme intrigo politico-poliziesco. Perché mi è piaciuto molto: sembra una sorta di romanzo di formazione che invece di promuovere l’integrazione sociale del protagonista o raccontarne emozioni, sentimenti, progetti, affonda direttamente gli artigli nell’anima mundi, delle cui istanze i piccoli protagonisti si fanno magnifici interpreti. E’ un tipo di eroismo particolare il loro, in cui convivono aspetti senex (l’essere disciplinato, controllato, responsabile, razionale e ordinato) congiunto all’esser dominati dalla passione impetuosa che solo il puer può infondere. Come di recente si diceva in una discussione alcuni ritengono, a mio modesto avviso erroneamente, che l’Ombra del Puer sia il Senex. Invece il lato negativo del Puer è notoriamente quello dell’uomo-bambino che si rifiuta di crescere, di affrontare le sfide che la vita gli richiede e che invece di risolvere i problemi rimane in attesa. Puer e Senex convivono in ciascuno di noi, ciascuno con i suoi indispensabili tratti (forse uno dei più bei volumi su questo argomento è stato scritto da Hillman: “La forza del carattere”). Analogamente l’Ombra dell’archetipo del Senex è quella che, inflazionata appunto da idee di onnipotenza finisce addirittura per distruggere, scotomizzando di conseguenza la dimensione “antropopoietica” (cit. ) e quella di “stare insieme” alle giovani generazioni. Fan riflettere in questo senso le costellazioni archetipiche dei vari protagonisti e le implicazioni psicosociali di questo piccolo gioiello d’immaginario cinematografico. Non aggiungo altro per evitare spoilers, ma la forza del carattere dei tre piccoli grandi attori dovrebbe essere di esempio. E la pellicola è analogamente esempio di “un vero film di Natale”.

Massimo Lanzaro

Cinema: le enantiodromie da Oscar di “Gone Girl”

David Fincher, Ben Affleck e Rosamund Pike già in odore di Oscar a mio modesto avviso per “Gone Girl”, film il cui titolo è stato tradotto in italiano in maniera incomprensibile e su cui pertanto non mi soffermo. Gone Girl (tratto dal romanzo omonimo di Gillian Flynn) riprende la storia di Nick e di Amy Dunne e del loro matrimonio che vacilla quando Nick perde il suo lavoro come giornalista a causa della crisi economica e decide di trasferire se stesso e sua moglie da New York City per la sua piccola città natale di Nord Carthage, Missouri. Lì apre un bar utilizzando l’ultimo fondo fiduciario di sua moglie, e lo gestisce insieme a sua sorella gemella Margo. Il bar offre una vita decente per i tre Dunnes, ma il matrimonio sembra diventare sempre più disfunzionale. Il giorno del loro quinto anniversario di matrimonio, Amy scompare. Nick diventerà il primo sospettato della sua scomparsa per vari motivi.

La pellicola è stata distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 3 ottobre 2014 e sarà in quelle italiane dal 18 dicembre.

Qualcuno ha scritto di questo film che è “diabolico”. Postulando di essere d’accordo non si può non dire che questo film è anche il contrario di diabolico: altamente simbolico. Simbolo è una parola greca: sumballein (o siumballein), che vuol dire mettere assieme, significati, o frammenti di senso, laddove “diabolico” (diaballein) è esattamente il contrario (fare a pezzi, distruggere, dilaniare). Sappiamo quanto Jung (cui rimando) ad esempio tenesse all’importanza di queste parole e a questa distinzione nell’ambito della psicologia analitica, ma non è il caso di dilungarsi a riguardo in questa sede.

Ficher ci prende per mano attraverso una diabolica frammentazione (della psiche e degli eventi) per poi ricomporre lentamente i pezzi del puzzle che finisce per assurgere a simbolo. Simbolo di un mondo alla rovescia (diabolico) in cui, mancanza di scrupoli, di responsabilità, tendenza alla menzogna e alla manipolazione, cinismo, instabilità, comportamenti apertamente devianti, aggressività non controllata sono tratti del carattere di persone “di successo”.

Una ricerca di Belinda Board e Katarina Fritzon, dell’Università del Surrey, ha comparato un gruppo di 39 manager di successo con criminali e pazienti psichiatrici gravi. La loro classificazione finale ha diviso la popolazione esaminata in «psicopatici di successo» e «psicopatici senza successo».

Paradossalmente non è difficile temere gli effetti rovinosi di certi personaggi ai vertici di banche, industrie o altri gangli vitali delle nazioni (occhio ai giornalisti televisivi nel film), se non addirittura leader di intere nazioni. E’ più difficile fare una analisi invece quando le dinamiche antisociali si annidano e si dipanano, ad esempio, all’interno di mura domestiche o nell’ambito di una ristretta rete sociale.

Gone Girl ci traghetta agilmente da un territorio all’altro, dal micro al macro, dalla psiche individuale dei protagonisti a quella collettiva. Dalle contraddizioni (diaboliche) di un mondo in cui la finanza domina l’economia, che domina la politica (mentre della politica dovrebbe essere strumento) che a sua volta domina la ricerca scientifica, la formazione e l’educazione, che da strumenti di critica e consapevolezza, diventano mezzi di propaganda (il ruolo dei media è icastico in questa narrazione). Insomma, quello che dovrebbe servire gli esseri umani, li mette all’ultimo posto. E che quel “posto” di estrema vulnerabilità contribuisca allo sviluppo di una malattia mentale o di una psicopatia (di successo o meno, ma che a volte sembra l’unica via percorribile per sopravvivere) è intuitivamente plausibile. Corollario: la geniale genesi filmica di un mondo fatto di criminali diabolici e matti simbolici, in cui ci si smarrisce tra le infinite sfumature e gamme di grigio.

Dopo questa lunga digressione qualche parola su un film dal ritmo incalzante, complice la struttura narrativa a canone inverso, in cui i due protagonisti dimostrano di essere qualcosa in più che semplicemente “bravi attori”. E che riesce su vari livelli e sottotesti ad essere specchio fedele e attualissimo della realtà.

Per il ruolo di Amy Dunne, andato a Rosamund Pike, sono state prese in considerazione le attrici Reese Witherspoon (produttrice della pellicola), Charlize Theron, Natalie Portman, Emily Blunt, Rooney Mara, Olivia Wilde, Abbie Cornish e Julianne Hough. Ben Affleck dal suo canto ha rinviato le riprese di un suo film pur di lavorare con David Fincher in questo film. Credo di aver capito il perché di entrambe ed altre scelte. Tutte magistrali.

Massimo Lanzaro

Cinema: “Un amico molto speciale”

Comincio con una parentesi: la definitiva, meritatissima consacrazione di Jacques Audiard (sceneggiatore e regista francese) arrivò con “Il profeta” (Un prophète, 2009), vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria del 62º Festival di Cannes e di nove Premi César, nonché candidato all’Oscar al miglior film straniero. A mio modesto avviso un film da vedere e capisco se non ne avete sentito parlare perché in quel periodo eravate distratti da altro (in fondo il 2009 era l’anno internazionale delle fibre naturali). Ecco. A distanza di un lustro o poco più ritrovo il profeta (Tahar Rahim) che si inerpica sui tetti, impegnato in furti improbabili insieme a un bambino (Victor Cabal, straordinario) nella commedia favolistica “Un amico molto speciale” (Le père Noël) di Alexandre Coffre, nelle sale dal 4 dicembre. “È una commedia che gioca con la simbologia del Natale – spiega nelle note di produzione il regista -. C’è un lato irriverente che riesce a divertire senza però offuscare mai l’immagine del Natale e di Babbo Natale. Ma la modernità scaturisce soprattutto dal percorso che compiono i due protagonisti”. In effetti la pellicola commuove e diverte, è piena di simboliche carezze, scambi affettivi ma anche di situazioni che rasentano la surrealtà eppure non intaccano la delicatezza con cui pian piano si costruisce e matura la relazione tra i due: un bambino adulto e un adulto che ha preservato la sensibilità del suo bambino interiore. Tahar dice di aver trovato rifugio dalla noia di Belfort (città natale) nel cinema, guardando fino a 5 film a settimana durante la sua gioventù, un’abitudine che ha dato vita e alimentato la sua passione per l’arte cinematografica. Bistrattata dal senso comune in chiave esclusivamente “dispregiativa”, la noia può essere evidentemente anche uno stato d’animo “altamente produttivo”, ne deduco. Ho letto che Il regista ha fatto leggere la sceneggiatura allo psichiatra infantile Olivier Tarragano. Quindi per questa volta termino “tirando acqua al mio (e/o al suo) mulino”: si percepisce che in questo film così “inconsueto” c’è lo zampino di un bravo cultore dei percorsi dell’animo umano.

Massimo Lanzaro

Cinema: Il sorprendente “BOYHOOD” di Richard Linklater

  • “Il tempo è un fiume che mi trascina, ma sono io quel fiume.” – Jorge Luis Borges

    Una fiction drammatica che coinvolge lo stesso cast di attori nell’arco di 12 anni – ritrae un viaggio unico nel suo genere, ed allo stesso tempo epico ed intimo, passando dalla spensieratezza dell’adolescenza, alle difficoltà della famiglia moderna attraverso il passare inesorabile del tempo. Il film racconta dieci anni di vita di Mason (Ellar Coltrane), a partire da quando era un bambino di 6 anni, percorrendone le vicende familiari fatte di controversie, matrimoni vacillanti e nuove nozze, cambi di scuola, i primi amori, le prime delusioni sentimentali, le gioie e le paure, il tutto tra stupore e meraviglia. I risultati infatti sono imprevedibili: di come una fase della crescita si lega a quella successiva, dando luogo ad un’esperienza profondamente personale basata sugli eventi che ci plasmano, e sulla natura mutevole delle nostre vite. All’inizio della storia, gli occhi sognanti del piccolo Mason devono affrontare un grande cambiamento: la sua amata e combattiva mamma single Olivia (Patricia Arquette) ha deciso che lui e sua sorella maggiore Samantha (Lorelei Linklater) devono trasferirsi a Houston in occasione di un riavvicinamento del padre spesso assente, Mason Senior (Ethan Hawke) che fa ritorno dall’ Alaska. Inizia così una nuova vita movimentata. Eppure, malgrado un vai e vieni di genitori naturali ed acquisiti, ragazze, insegnanti e capi, pericoli, desideri e passioni creative, Mason inizia a spianare il suo percorso. IFC Films presenta una produzione Detour Film di BOYHOOD, scritto e diretto da Richard Linklater (BEFORE MIDNIGHT, BERNIE), con Patricia Arquette, Ethan Hawke, Ellar Coltrane e Lorelei Linklater. Richard Linklater, Cathleen Sutherland, Jonathan Sehring e John Sloss hanno prodotto il film. I direttori della fotografia del film sono Lee Daniel e Shane Kelly. Lo scenografo è Rodney Becker, ed il montaggio è stato curato da Sandra Adair. In tutti i film si gioca con il tempo – si cerca di cogliere particolari di vita quotidiana, e focalizzarli per dar loro una nuova prospettiva; o di immergersi nelle mitiche dimensioni oniriche, dove il tempo viene come immesso in un frullatore. Perciò, quasi tutti i film sulla fiction sono, per esigenze pratiche, realizzati nel corso di un periodo di tempo che dura settimane o mesi. Ma poteva mai un dramma contemporaneo essere realizzato per un periodo di tempo di gran lunga maggiore, che ricoprisse il tempo necessario per assistere alla crescita di un ragazzino, anno dopo anno, fino a diventare adulto ? Questa è stata la domanda che si è posto Richard Linklater, quando ha cominciato a lavorare su BOYHOOD 12 anni fa. Tutto è cominciato quando il regista si era prefissato di voler fare un film che parlasse delle emozioni personali di un singolo, e descrivesse le difficoltà dell’esperienza dell’adolescenza; ma la fanciullezza comprende un mondo a sé: per questo non sapeva proprio da che parte cominciare. Poi gli è venuta un’idea. “Perché non provare a racchiudere il tutto ?”, ricorda di essersi chiesto. Linklater sapeva che razionalmente c’erano un mucchio di motivazioni per cui tale impresa non poteva essere presa in considerazione: era creativamente sbalorditiva; finanziariamente impossibile; nessun cast o troupe , tantomeno una compagnia cinematografica, avrebbe potuto impegnarsi a lungo, per un tempo indeterminato; e andava contro i meccanismi dell’industria cinematografica moderna. Malgrado ciò ci si è buttato a capofitto, senza neanche pensarci più di tanto. “E’ stato come fare un grande atto di fede verso il futuro, ” riflette Linklater. “La maggior parte degli sforzi artistici per forza di cose devono essere mantenuti sotto controllo, mentre in questo caso alcuni elementi erano fuori dal controllo di chiunque. Inevitabilmente ci sarebbero stati cambiamenti fisici ed emotivi, e questo è stato considerato. Ero sempre attento a rimanere fedele all’idea originale che avevo del progetto, ed alla realtà dei cambiamenti che avrebbero subìto gli attori lungo la strada. In un certo senso, il film è il frutto di una collaborazione con il tempo; e il tempo stesso a sua volta può diventare un ottimo collaboratore, sebbene non sempre prevedibile”. Più che una sceneggiatura convenzionale, Linklater ha iniziato a dar vita a qualcosa di più simile ad un progetto strutturale e, con questo, è stato in grado di ottenere un sostegno a lungo termine da parte della IFC Films, che si è impegnata fermamente nel progetto con una conseguente produzione decennale. Successivamente ha ipotizzato un potenziale cast tecnico ed artistico, spiegando come si sarebbe svolto il programma di questa produzione irregolare: si sarebbero dovuti tutti incontrare annualmente, ogni qualvolta i loro svariati impegni lo permettessero, per 3-4 giorni di riprese. Linklater avrebbe potuto scrivere e modificare in itinere (con la sua collaboratrice di lunga data Sandra Adair) la programmazione. Nessun’altro all’infuori del gruppo sapeva cosa stessero creando durante i 144 mesi di produzione, e solo una volta terminate le riprese finali, si è giunti alla prospettiva complessiva del film. L’impegno richiesto agli attori di BOYHOOD era anche completamente diverso dagli ingaggi e dalle riprese tipiche. A livello logistico, dovevano ritagliarsi del tempo tra i vari impegni, per girare per i successivi 12 anni. Ma in sostanza, dovevano essere pronti a considerare i loro personaggi, non solo in una fase di tempo circoscritta, ma nel lungo periodo – oltre la vita della maggior parte dei personaggi teatrali, cinematografici e televisivi – spingendosi ulteriormente per poi ritrovarsi nuovamente ogni anno in circostanze differenti. “E’ stato un processo diverso, e che è stato davvero emozionante “, sostiene Patricia Arquette, che interpreta Olivia, la mamma che nel film cerca di tenere unita la famiglia, a volte anche ‘con lo spago’. “Non c’è mai stato un precedente di un tale coinvolgimento di cast e troupe “, ammette Linklater. “Non c’è mai stato un contratto lungo 12 anni in questo settore. Così è stato davvero chiedere alle persone di fare un atto comune di fede ed impegno”. Il risultato? Merita davvero di essere visto.

    Massimo Lanzaro

In uscita “Guardiani della Galassia”, il blockbuster dal budget stratosferico diretto da James Gunn

– Target? gli adolescenti di certo, ma anche gli ultratrentenni! Prodotto dai Marvel Studios e distribuito dalla Walt Disney Company, è il decimo film del Marvel Cinematic Universe, presentato nell’ambito di Alice nella Città, sezione autonoma e parallela del Festival Internazionale del Film di Roma. L’ultimo capolavoro Marvel, campione d’incassi in tutto il mondo con un box-office di oltre 700 milioni di dollari, sarà nelle sale italiane il 22 ottobre, distribuito in oltre 600 copie da The Walt Disney Company Italia, anche in 3D e IMAX 3D. Basato sugli omonimi personaggi della Marvel Comics, il film è stato scritto da Gunn e Nicole Perlman e vede tra i suoi protagonisti Chris Pratt, Zoë Saldaña, Dave Bautista, Vin Diesel, Bradley Cooper, Lee Pace, Michael Rooker, Karen Gillan, Djimon Hounsou, John C. Reilly, Glenn Close e Benicio del Toro (un cast di tutto rispetto, insomma). La trama. L’audace esploratore dello spazio Peter Quill è inseguito dai cacciatori di taglie per aver rubato una misteriosa sfera ambita da Ronan, essere malvagio la cui sfrenata ambizione minaccia l’intero universo. Per sfuggire all’ostinato Ronan, Quill è costretto a una scomoda alleanza con quattro improbabili personaggi: Rocket, un procione armato; Groot, un umanoide dalle sembianze di un albero; la letale ed enigmatica Gamora e il vendicativo Drax il Distruttore. Ma quando Quill scopre il vero potere della sfera e la minaccia che costituisce per il cosmo, farà di tutto per guidare questa squadra improvvisata in un’ultima, disperata battaglia per salvare il destino della galassia. Perchè porterei un bambino a vedere questo film, che ho avuto la ventura di apprezzare in anteprima? Perchè mi piace che un manipolo di antieroi sia così bene assortito: un uomo sbruffone ma pieno di cuore, uno che è la goffa caricatura della razionalità (portata alle estreme conseguenze del concretismo logico/linguistico), una donna piena d’anima, una pianta generosa e un simpatico rappresentante del mondo animale (un procione birbante modificato geneticamente per la precisione). Insomma il messaggio sembra chiaro: l’unione delle varie forze della natura, in armonia tra di loro, fa la forza e fa anima.

A ben vedere la natura intesa come l’insieme degli esseri viventi e inanimati considerato nella sua forma complessiva (o costellazione archetipica di base) è davvero ben rappresentata e questi personaggi funzionano insieme che è una meraviglia. Dimenticavo: tra le cose inanimate c’è anche una musicassetta dell’88, una di quelle da walkman che le persone della mia età conoscono bene.

Non ci sono insegnanti supremi, patriarchi, superuomini o maestri spirituali, ma qualche ingenuità, molto buon senso, azione a vagonate e tanta ironia.

Nel processo di affrontare le difficoltà si forma un team solido di amici veri ai cui affetti il pubblico (senza mai annoiarsi) probabilmente finirà per.. affezionarsi.

Massimo Lanzaro

 

Occhio a Frank!

A partire dal 30 ottobre arriva nelle sale italiane per I Wonder Pictures e Unipol Biografilm Collection Frank, la nuova sorprendente black comedy diretta dal regista irlandese Lenny Abrahamson (What Richard Did, Garage). A interpretare l’enigmatico Frank, che dà il titolo alla pellicola, è Michael Fassbender, che per gran parte del film nasconde il suo volto dietro una maschera di cartapesta. Per un giovane aspirante musicista è una fortuna finire a suonare con Frank, o un terribile guaio? Perché Frank non è solo il leader di una band d’avanguardia dal nome impronunciabile, i Soronprfbs. Frank non è solo un genio della musica, ma ha un vezzo inquietante: porta appunto perennemente una gigantesca maschera di cartapesta. Dimenticavo: quasi ogni membro della band ha avuto problemi psichici, a partire appunto dal leader. Liberamente ispirata a Frank Sidebottom, alter ego del comico e musicista britannico Chris Sievey, e ai cantautori Daniel Johnston e Captain Beefheart, questa vicenda ci porta sul confine tra genio e follia, per gettare uno sguardo delicato sulla vita ai margini. In latino Persōna/Persōnam, è la maschera che gli attori solevano indossare durante le rappresentazioni sceniche e quindi un riflesso del personaggio interpretato dall’attoreche lo inseriva, appunto, in un ruolo. La Persona non è reale, è un compromesso tra individuo e società ed è funzionale all’adattamento dell’uomo, in quanto gli permette di modularsi e presentarsi in base alle richieste dell’esterno. Ma c’è un rischio, dice Jung: che la Persona si identifichi con l’Io. Il rischio che si corre è un completo appiattimento del proprio essere in funzione del perpetuamento di un ruolo sociale. D’altra parte questo può essere talora un salvifico meccanismo di difesa. Se l’identificazione può annichilire l’animo umano privando l’individuo di tutta quella ricchezza, poliedricità, di tutto lo spettro affettivo, emozionale, cognitivo che caratterizza l’essere umano consente ad un io fragile di sopravvivere all’interno di un’etichetta predisposta. Reich parlava di corazza caratteriale. Secondo Reich, la corazza viene innanzitutto costruita inconsapevolmente per proteggerci dal dolore, ma la stessa corazza “protettrice” si rivale con l’uomo portandolo ad un imprigionamento del suo vero Sè.

Nel cast, oltre a Fassbender, Domhnall Gleeson, già apparso nella saga di Harry Potter e nella commedia Questione di tempo e recentemente entrato nel cast del prossimo Star Wars, e Maggie Gyllenhaal (Donnie Darko, Secretary, SherryBaby, Il Cavaliere Oscuro). Dopo aver calcato gli schermi del Sundance Film Festival e di SXSW (South by Southwest), Frank è stato presentato in anteprima italiana a Bologna nell’ambito della scorsa edizione di Biografilm Festival | International Celebration of Lives, dove ha vinto il Biografilm Europa Audience Award 2014, premio del pubblico riservato ai film di produzione europea, e ha raccolto i pareri entusiasti della critica. Anche negli Stati Uniti, dove è stato distribuito nei cinema a partire dallo scorso 22 agosto, Frank ha ricevuto gli elogi della critica specializzata. Variety, per esempio, lo ha definito “bizzarro e meraviglioso”, Time Out “fuori di testa e geniale” e secondo Indiewire “la performance di Fassbender è un capolavoro”.

Massimo Lanzaro

 

AL CINEMA “LUCY”, IL NUOVO FILM DI LUC BESSON

  •  Si dice che Einstein avrebbe lasciato scritto, in alcuni appunti personali, che l’individuo medio usa solo il 10% del cervello (trascurando di alludere all’anima). Un’affermazione che i media avrebbero più volte riproposto nel tempo facendo assurgere il racconto a un dato di fatto. Luc Besson “ne ha approfittato” per “rispolverarsi” e dirigere Scarlett Johansson in Lucy, un thriller d’azione che uscirà nelle sale italiane il 25 settembre.

    La trama

    Lucy ha 24 anni, studia a Taipei, e un giorno un suo recente partner la obbliga a consegnare una valigetta in sua vece. Al momento della consegna il ragazzo viene ucciso e Lucy viene rapita da un gruppo di malavitosi. Obbligata a lavorare come corriere, viene operata chirurgicamente e nel suo stomaco viene inserita una sacca contenente la droga. A seguito di un violento pestaggio a cui viene sottoposta da uno dei gangster, il pacchetto che trasporta si lacera, e il contenuto si riversa all’interno del suo corpo. Le sostanze vengono assorbite dal suo organismo, e Lucy acquista straordinarie capacità fisiche e mentali, aumentando a dismisura la capacità di sfruttamento del proprio cervello.

    L’ennesima eroina armata di semiautomatiche scarrellanti, sex appeal e superpoteri ha come co-protagonista il Professor Samuel Norman (Morgan Freeman), che interrompe a cadenza regolare le frenetiche scene d’azione per intrattenerci con una sorta di carosello/pausa di divulgazione pseudoscientifica, insomma una sorta di Piero Angela.

    Purtroppo sembra si sia esaurita (dopo l’inizio promettente del film) la vena di Nikita e de “il Quinto Elemento”; quella solidità è ormai difficile da trovare anche altrove del resto. E poi un buon blockbuster che non può permettersi di fallire deve contare anche su una dose di superficialità, su buchi narrativi e su assiomi sensazionalistici passati per scientifici. L’effetto passaparola farà il resto, perché il blockbuster deve incassare.

    A proposito: lo sfruttamento del 10% del cervello è una credenza, assai diffusa, secondo la quale le capacità intellettuali degli umani non sarebbero sfruttate a pieno: gran parte del cervello umano non sarebbe utilizzata; se utilizzata, consentirebbe all’individuo di godere di capacità straordinarie. Alcuni arrivano a sostenere che nell’ipotetico 90% di massa inutilizzata si nasconderebbero importanti capacità psicocinetiche e psichiche in generale, oltre alla possibilità di sviluppare percezioni extrasensoriali.

    Sebbene le capacità intellettive del singolo individuo possano crescere nel corso degli anni tramite l’istruzione, percorsi lavorativi e processi di vita quotidiana, la credenza che nella vita si utilizzi sostanzialmente solo il 10% del potenziale effettivo è priva di fondamento scientifico e contraddetta dalle conoscenze in merito; pur se taluni aspetti del cervello umano rimangono sconosciuti, tuttavia si conosce ogni singola parte del cervello e le funzioni associate a ciascuna.

    La teoria della mente

    Se volessimo affrontare invece “seriamente” le tematiche filosofiche e l’epilogo del film dovremmo ricordare che negli ultimi due decenni il concetto di mente è andato definendosi in tre posizioni principali:

    • La mente si caratterizza con proprietà del tutto proprie e il “mentale” deve esser indagato in quanto tale, in sé, senza riduzionismi di sorta alla neurofisiologia

    • La mente sarebbe il prodotto o l’attività del cervello e ad esso riducibile, dimostrabile col fatto che la “mente senza cervello non può esistere”. Quindi anche la mente sarebbe oggetto d’indagine della neurofisiologia usando le moderne tecniche d’indagine medico-scientifica che si occupano o degli effetti di lesioni cerebrali localizzate o dell’attivazione differenziale (afflusso di sangue) in regioni specifiche.

    • La mente, in quanto cervello, è una macchina sostanzialmente computazionale, quindi analoga ai computer. Ne nasce un rapporto molto stretto con la intelligenza artificiale e alimenta gli studi per creare macchine sempre più simili al cervello umano.

    Ma la mente, secondo il parere di illustri neurofisiologi come Gerald Edelman, opera in maniera complessa ed ogni riduzionismo porta fuori strada (e l’anima, tra l’altro?). Scrive infatti Edelman:

    «L’analogia tra mente e calcolatore cade in difetto per molte ragioni. Il cervello si forma secondo principi che ne garantiscono la varietà e anche la degenerazione; a differenza di un calcolatore non ha una memoria replicativa; ha una storia ed è guidato dai valori; forma categorie in base a criteri interni e a vincoli che agiscono su molte scale diverse, non mediante un programma costruito secondo una sintassi.»

    (G.Edelman, Sulla materia della mente, Milano, Adelphi 1993, pag.236)

    Un altro prestigioso neurofisiologo come Joseph LeDoux sottolinea come la mente umana non sia assolutamente concepibile come una macchina perché esprime dei sentimenti:

    «La mente descritta dalla scienza cognitiva è in grado, per esempio, di giocare perfettamente a scacchi, e può persino essere programmata per barare. Ma non è afflitta dal senso di colpa quando bara, o distratta dall’amore, dalla rabbia o dalla paura. Né è automotivata da una vena competitiva oppure dall’invidia e dalla compassione.»

    (J.Le Doux, Il sé sinaptico, Milano, RaffaelloCortina 2002, pag.34)

    Particolari curiosi

    Molte scene (mi sbaglierò) sembravano copiate da “Samsara”, bellissimo film documentario del 2011 di Ron Fricke (le danzatrici Legong balinesi, le riprese aeree di Pagan in Burma, Kaaba a la Mecca, la Monument Valley in Arizona, i templi di un gruppo shaolin di kung fu fino alla enumerazione in time-lapse delle aberrazioni odierne dell’uomo, ad esempio quelle del traffico fittissimo di auto e della sovrappopolazione).

    Ulteriore particolare curioso (mega spoiler e forse è un’altra suggestione del sottoscritto): l’analogia taoista dell’epilogo, che ricorda “Lei” di Spike Jonze, dove la voce di Scarlett Johansson si dissolve nella pura essenza, senza nome, senza forma, in un fenomeno reale ubiquitario e senza tempo. In questo film non è esattamente così che va, ma…

    Massimo Lanzaro

Cinema: “Colpa delle stelle”

 Colpa delle stelle (The Fault in Our Stars) è un film del 2014 diretto da Josh Boone, tratto dall’omonimo romanzo di John Green. È tratto da una storia vera ed ha per protagonisti Shailene Woodley e Ansel Elgort. Notizie in sintesi sulla trama La giovane Hazel Grace Lancaster (Shailene Woodley) è sopravvissuta ad un tumore grazie all’assunzione di un farmaco sperimentale e frequenta un gruppo di supporto per sopravvissuti al cancro, dove incontra Augustus “Gus” Waters (Ansel Elgort), un ex giocatore di basket. I due ragazzi iniziano ad intrecciare una tenera amicizia e Hazel rivela ad Augustus che le piacerebbe incontrare l’autore del suo libro preferito. Gus si ingegna più che può per esaudire questo desiderio. Pensieri sparsi “Tutti hanno due mestieri, il loro e quello di critici cinematografici”, scriveva Truffaut nel 1975 e aggiungeva “un regista oggi deve accettare l’idea che il suo lavoro potrà essere giudicato anche da qualcuno che non avrà mai visto un film di Murnau”. Proprio di un film come “Colpa delle stelle” potrebbe parlare a iosa, semplicemente sulla base dell’emotività, non solo chi non ha mai visto Murnau, ma anche chi non sa chi sia Robert Altman. Costui (o costei) vi racconterebbe di quante strazianti lacrime e commozione questo tragico, romantico melodramma dal calore naturale abbia evocato. Così facendo potrebbe parlare molto a lungo e sorvolare sulla alchimia tra i due talentuosi protagonisti, sulla cautela del regista, su una fotografia davvero ispirata e su una colonna sonora quasi sempre riuscita (incluso l’hip-hop svedese). Per non parlare dei dialoghi, che sono (a dir poco) alla giusta distanza dalla retorica di genere quando non addirittura sorprendenti. Inutile girarci troppo intorno: ora che ho accennato a tutto quello che verosimilmente troverete anche altrove, cerco di condividere con onestà impetosa le piccole onde di dubbio che ancora mi riverberano dentro (il film l’ho visto qualche giorno fa). Secondo la moderna psiconcologia compito dello psicologo è quello di comprendere i bisogni del paziente ed intervenire in tutte le diverse fasi cronologiche della progressione del cancro. Orbene, a parte gli improbabili gruppi cui partecipano, la naturale presa di coscienza dei protagonisti sulla natura della malattia (angosce di morte incluse) è così matura, sarcastica, dolce, reattiva e disincantata da suggerire che nessuno avrebbe potuto essere migliore terapeuta per l’uno che l’altro e viceversa. Si dice che i meccanismi difensivi messi in atto dal paziente oncologico sono finalizzati all’elaborazione dei vissuti e delle emozioni suscitati dalla malattia: è fondamentale che il paziente riesca, alla fine di questo percorso adattivo, ad orientare diversamente la propria progettualità esistenziale. Ma quali progetti può avere (la carriera? la felicità? vincere lo scudetto?) una persona che sa di poter vivere al massimo una settimana, un mese od un anno? La risposta dei due nostri piccoli eroi sembra essere: una modalità di prestare attenzione, coltivare, momento per momento, intenzionalmente e in modo appassionato, non giudicante, non competitivo, quel frammento di amore eterno, infinito, che sta germogliando tra due anime pure.

Massimo Lanzaro

Cinema: “Synecdoche, New York”

  • Si tratta di un film del 2008 scritto e diretto da Charlie Kaufman, sceneggiatore dei film di Michel Gondry e Spike Jonze, al suo esordio nella regia.

    Il film è stato presentato in concorso al 61º Festival di Cannes. Da allora è rimasto nel limbo della distribuzione italiana, e presentato solo adesso, in piena estate 2014, per chissà quali arcani motivi. Comunque ho deciso che non farò (tanato-)dietrologia.

    Il cast è composto, tra gli altri, da Philip Seymour Hoffman nel ruolo del regista, Catherine Keener nel ruolo della sua prima moglie, Michelle Williams nel ruolo della seconda moglie, Samantha Morton nel ruolo dell’amante. Si aggiungano nomi come Emily Watson, Hope Davis, Dianne Wiest.

    Catherine Keener è particolarmente legata ai lavori di Kaufman e Jonze: recitò in Essere John Malkovich e fece un cameo riproponendo il suo ruolo mentre girava Essere John Malkovich nel film Il ladro di orchidee, entrambi diretti da Jonze e sceneggiati da Kaufman. Oltre a prendere parte a Synecdoche New York di Kaufman, ha recitato in Nel paese delle creature selvagge, diretta da Jonze.

    Il titolo è un gioco di parole fra Schenectady, New York, in cui è ambientata la vicenda, e la sineddoche. Il film affronta (anche brutalmente) temi come l’invecchiamento, la natura della famiglia, della casa e delle relazioni fra uomo e donna. Ma quando si comincia ad offuscare la natura del reale e della rappresentazione si scopre che tra le altre cose questo film è un enorme gioco di parole e di citazioni.

    Anzi per alcuni è diventato un rompicapo, altri lo hanno accantonato nel raccoglitore “roba incomprensibile”. Un mio amico ha addirittura evitato di andarci giù pesante grazie al correttore automatico, che gli ha sostituito una frase con “questo film è una pettinata”.

    Proviamo a dare una breve sbirciata al tipo di citazioni che sapientemente distribuisce a piene mani Kaufman. Siamo a Schenectady (la pronuncia è simile a quella di Synecdoche, da qui probabilmente il titolo, piccola, affluente e colta città dello stato di New York. Qui vive e lavora il regista teatrale di medio successo Caden Cotard. Ecco. Un medico forse si, ma uno psichiatra non può non sapere che esiste una sindrome di Cotard (personalmente ho visto due pazienti con tale disturbo). Descritta per la prima volta da Cotard nel 1880 come varietà di “melanconia ansiosa grave”, tale sindrome è più frequente nelle donne anziane con compromissione cerebrale organica. Dopo una fase iniziale, in cui prevalgono ansia e depersonalizzazione, compaiono tematiche deliranti di negazione: il paziente afferma di non possedere più alcuni organi interni come il cuore o lo stomaco, oppure che il suo corpo è trasformato, pietrificato; può negare la sua stessa esistenza, quella dei propri familiari, degli oggetti esterni, del mondo intero, del tempo; si associano idee deliranti di enormità fisica (il corpo è immenso, non ha più limiti, si è allargato a tutto l’universo) di immortalità e di dannazione (la morte per lui non esiste, è condannato a vivere in eterno per poter soffrire ed espiare in parte le proprie colpe). Non è rara la messa in atto di condotte autolesive e automutilanti, facilitate anche da una riduzione della sensibilità al dolore. Pur rappresentando una modalità evolutiva della depressione talvolta, risoltasi l’alterazione dell’umore, le tematiche di negazione si cristallizzano ed assumono un decorso autonomo cronico (delirio di negazione post-melanconico); in altri casi possono emergere deficit cognitivi e, con il progredire del deterioramento, le tematiche deliranti si frammentano, si impoveriscono e si estinguono. La disponibilità di misure terapeutiche efficaci nella depressione ha ridotto notevolmente, negli ultimi anni, la frequenza di questa sindrome. Intanto per chi non lo sapesse la sineddoche è quella figura retorica che consiste nel conferire a una parola un significato più o meno esteso di quello che normalmente le è proprio, per esempio nominando la parte per indicare il tutto (tetto per casa) e viceversa (America per USA); oppure, scambiando il sing. con il pl. (il cane è un animale fedele) o la specie con il genere e viceversa (pane per cibo, mortali per uomini). Dicevamo che il cognome del protagonista, Cotard, è anche il nome di una sindrome psichiatrica mentre sua moglie Adele affitta un appartamento da tale Capgras.

    Ora, nella sindrome di Capgras chi ne è colpito vive nella ferma convinzione che le persone a lui care siano state rimpiazzate da replicanti, alieni o semplicemente da impostori a loro identici. Per persone care si intendono familiari e amici, ma il disturbo può estendersi ad animali domestici o luoghi familiari. Tale manifestazione rientra nel campo delle MISs (acronimo inglese per indicare le misidentification syndromes).

    Questa convinzione patologica è costante e viene mantenuta nonostante venga data prova del contrario, e non si basa su informazioni false o incomplete dovute a un qualche errore di percezione. Spesso diagnosticata in associazione a disturbi psichiatrici quali schizofrenia e disturbi dell’umore, può a volte essere il risultato di danni cerebrali, demenza o altri disordini organici che rendono le spiegazioni psicodinamiche classiche difficili da sostenere.

    Il riferimento alla malattia è difficilmente non intenzionale data la presenza di numerosi accenni al mondo psichiatrico nella pellicola. Tra l’altro Adele di cognome fa Lack (lack come mancanza, vuoto) e, con una ulteriore letteralizzazione diventa presto appunto assenza, fuga.

    Ma il nocciolo è che in questo film i riferimenti sono una miriade e sono tutti difficilmente non intenzionali, benedetto Charlie!!! Facciamo così. Prometto che lo rivedo in lingua originale per la terza volta, ci penso e poi se vi va ne riparliamo.

    Massimo Lanzaro

Ancora su “Maleficent”: la simbologia antica del femminile.

Il film Maleficent della Disney regia di Robert Stromberg,
interpretato magistralmente da Angelina Jolie, oltre ad essere
geniale per la storia inaspettata della bella addormentata nel bosco
e per i grandiosi effetti speciali e’ un vero crogiolo di simboli
archetipici del femminile.
Innanzitutto la protagonista, una fata dalle grandi ali, è un simbolo
che riemerge dalla preistoria e dalla più importante divinità che
veniva adorata 5.000 anni a.C., la dea madre, o dea uccello. La
caratteristiche principale dell’antica dea era la forma di uccello, è
possibile rendersi conto dagli studi dell’archeologa Marija Gimbutas
(1), che ritrova molte statuette votive con le ali, il becco e talora le
zampe, alle quali si accompagnano spesso attributi simbolici legati
alla gestazione e alla generazione come il ventre gravido e i seni
colmi di latte, simbolicamente legati al nutrimento. La dea madre è
ovviamente legata alla terra alla sua capacità nutritiva e generativa
e alla natura, in quanto tale è dea sovrana degli animali e della
vegetazione e come Malefica del film, difende le sue creature e le
ama profondamente. Nel film la protagonista nutre anche
fisicamente la bambina con un biberon a forma di rosa, la cui natura
morbida e vellutata richiama le sensazioni piacevoli del seno
materno. Nel film ci stupisce come una creatura dolce e sensibile,
una fata buona, si trasformi in una figura terrificante e cattiva. La
dea madre primitiva era infatti sia buona che cattiva, proprio come
lo è la natura, la quale può ristorare, avvolgere piacevolmente, farti
commuovere dalla bellezza e dal suo profondo sentimento, ma ha
in se un potere distruttivo tremendo attraverso gli eventi naturali
quali il temporale, il terremoto, gli uragani, il fuoco, i vulcani. Nulla di
strano, quindi, se un personaggio femminile con le ali e immerso
nella sovranità della natura contiene sia il bene che il male. Quando
la forza della natura serve per contrastare il potere, il tradimento e
la malvagità umana esso diventa quasi indispensabile per riportare
l’ordine. Tutte le grandi divinità femminili arcaiche hanno questa
doppia natura da Ishtar, dea babilonese sia dell’amore che della
guerra, Iside, madre, moglie, temuta maga, Atena, la dea greca
protettrice di Atene, delle arti e dei mestieri ma anche feroce e
spietata dea della guerra, Ecate, la dea oscura della magia, potente
e mortifera allora stesso tempo. Del resto senza la morte non ci
potrebbe essere nuova vita e per la natura entrambe diventano
indispensabili. Ma la figura che più si associa a Malefica, è Lilith, la
precedente moglie di Adamo, alla quale Dio uccise i figli a
tradimento perché non voleva ubbidire al marito, divenne così uno
spirito terribile, una signora dell’aria. Malefica nel film viene
anch’essa tradita ingiustamente, sedotta, abbandonata e poi
mutilata malvagiamente dall’uomo che amava, Stefano, che le taglia
le ali per avere lo scettro del re. Un classico elemento archetipico di
un tipo di maschile dedito al potere, spietato e anaffettivo ma che sa
sedurre le donne per poi tarpar loro le ali. Questo maschile tuttavia
si perde nelle sue ossessioni di potere e, proprio come nel film,
spesso perde lucidità e stima a causa del suo unico delirio di
potere, diventa avido e senza cuore. Nel film Re Stefano rifiuta
persino di andare a salutare la moglie morente che lo supplica e
quando rivede la figliola dopo sedici anni, prende il di lei abbraccio
in modo distaccato, e brontolando riprende la strategia bellica con i
suoi consiglieri.
Malefica lancia il suo anatema al battesimo della figlia del Re
Stefano, ma si accorge ben presto di amare la bambina e se ne
occupa diventando una meravigliosa madre putativa, discreta,
protettiva. Emergono le caratteristiche materne positive
dell’archetipo femminile l’importanza del nutrimento, della cura,
della protezione attenta ma anche del affetto profondo e viscerale
che cambia l’animo anche della madre e ne trasforma il suo rancore
in desiderio di bellezza e di affetto. La barriera di spine gigantesca
che divide i due regni quello delle fate da quello degli uomini è un
simbolo meraviglioso che suggerisce quando l’animo e l’istinto ferito
diventino fragili e vadano protetti dal mondo, ciò implica l’isolamento
del mondo dell’anima, e, come nel film un inaridimento, uno
spegnersi della vitalità, degli spiriti buoni, degli animali, felici, della
natura rigogliosa, questo capita anche a noi dopo un tradimento e
un trauma doloroso: ci si isola e ci si difende, è inevitabile.
Un’altra figura maschile è l’aiutante di Malefica, il corvo che lei
trasforma in uomo. Egli diverrà le sue ali, i suoi occhi, la sua lunga
mano. All’inizio è una figura maschile dominata dal femminile e agli
ordini di lei, ma lentamente egli partecipa al dolore di Malefica, la
consiglia, la rimprovera e alla fine si intravede una collaborazione e
un gioco affettuoso tra i due.
La fanciulla Aurora, figlia di re Stefano, ma che viene allevata nel
mondo fatato da tre fatine confusionarie e divertenti, è la
rappresentazione dell’anima, un nuovo sentimento, un nuovo affetto
che apprezza la spontaneità e la bellezza del mondo naturale degli
istinti e della natura ma che ha bisogno di tornare dal padre che l’ha
generata per unire ciò che è stato diviso. La fanciulla nella mitologia
è sempre il simbolo dell’anima è quella parte di sentimento e di
spontaneità presente nell’essere umano, senza la quale ci
ridurremmo adulti cinici e insensibili, è un nuovo principio della
coscienza, un principio trasformativo, una nuova forma capace di
unire i due mondi quello della ragione e dell’anima e diventare
regina di entrambi. Cosi come la figlia di Afrodite, dea dell’amore e
Ares, dio della guerra si chiamava Armonia, cosi Aurora nel film
Maleficient, porta la pace nei due regni, ma anche nel cuore di
Malefica.
Il mondo imbruttito dalla sete di potere può essere salvato da una
fanciulla, da un sentimento nuovo che sgorga dal femminile da un
rapporto di amore rigenerato tra madre e figlia e da un sentimento
di rispetto e di ammirazione per il mondo naturale e fu cosi, come
dice Jean Bolen, che “ Saranno le donne a salvare la terra.” (2).
(1) Il linguaggio della dea Marija Gimbutas Ed Venexia
(2) le dee dentro la donna jean S. Bolen atrolabio ed.

Emanuela Pasin

Riflessioni sulla psicologia del film “Maleficent”, con Angelina Jolie. Perchè il successo Disney non convince del tutto

“Maleficent” è un film del 2014 diretto da Robert Stromberg, al debutto da regista.

La protagonista Angelina Jolie, qui anche produttrice esecutiva della pellicola, veste i panni della celebre Malefica, la malvagia strega del mondo Disney.

Il film è il remake del classico Disney “La bella addormentata nel bosco” del 1959, pur discostandosene non poco nella trama. Attraverso I secoli (con le successive rielaborazioni) le fiabe trasmettono significati nascosti e palesi, comunicandoli in modo tale da raggiungere la mente “ineducata” del bambino e quella “sofisticata” dell’adulto.

Vari autori, da Marie Louise Von Franz a Bruno Bettelheim, hanno mostrato come le fiabe popolari parlino il “linguaggio inconscio” di problemi comuni a tutti gli uomini, con i conflitti, le crisi e le trasformazioni tipiche dello sviluppo dell’individuo e della collettività, al di là dell’intento narrativo contingente.

Questa è la mia prima perplessità: questo film parla davvero un linguaggio autenticamente inconscio?

Della fiaba ci sono un po’ tutti i personaggi, ma sono pallide presenze spesso puramente accessorie o per nulla indagate, completamente piegate alla volontà revisionista della sceneggiatura. Alcuni personaggi sembrano messi lì solo per far approdare (fin troppo) celermente lo sviluppo dove gli autori hanno in mente.

Seconda perplessità: la fiaba insegna, senza insegnare, che la liberazione di ciò che dorme, inconscio o bloccato, può richiedere molto lavoro: solo dopo cent’anni riesce ad arrivare il principe azzurro (nella fiaba originale), il principio vitale, la vita che ci ama. Egli deve faticosamente avanzare all’interno di una selva intricata e bisogna attendere molto per vedere il tanto atteso emergere (come in una psicoterapia del resto).

Nel film il principe azzurro non fatica affatto, la sua apparizione è quantomeno forzata, quasi sbrigativa… manca complessivamente l’elemento della necessaria attesa.

Terza perplessità sul messaggio nucleare del film: i figli “sono” di chi li ama davvero, non tanto di chi li partorisce (e infatti non vediamo quasi mai la vera mamma, la regina, avvicinarsi alla figlia). Angelina, che ha adottato tre figli, lo sa bene.

Nell’epoca della famiglia allargata (i cui problemi sono tutt’altro che risolti) è un’idea sicuramente trendy, buonista e rassicurante. Qualcuno ha inoltre notato che ancora una volta l’archetipo maschile è marginalizzato e inflazionato dalla cieca bramosia di potere (sottovalutando un po’ la figura di Fosco a mio avviso).

Dopo Hunger Games, Frozen e Divergent sembra comunque che in questo senso la riscossa femminile al cinema prosegua. Cerchiamo qualche pregio (ma ce ne sono di sicuro tanti): il film tenta di esplorare le zone grigie e più umane che esistono nella polarità tra bene e male. Non ci sono solo eroi o solo cattivi, l’ambivalenza è ben rappresentata ed il problema morale si integra in più di un personaggio.

Inoltre non è una natura propriamente disneyana quella che ci racconta Maleficent, in cui invece il rapporto uomo-natura si avvicina piuttosto alle idee di Tolkien.

Le musiche e il comparto artistico sono buoni e gli effetti speciali, notevoli, riescono a ricreare un ambiente e delle creature che si combinano egregiamente con gli attori.

Considerazione conclusiva: Jung affermava che studiare le fiabe è un buon modo per studiare l’anatomia comparata dell’inconscio collettivo, ovvero di quelli che si pensa siano gli strati più profondi e arcaici della psiche. In tal senso alcuni sostengono anche che il materiale delle fiabe sia compensatorio alle idee e ai valori del conscio collettivo nel momento storico in cui la fiaba è stata prodotta. Può pertanto offrire un nuovo punto di vista su problemi che magari la cultura dominante non sa come affrontare.

Come ho già accennato, la mia perplessità è che invece le trasposizioni cinematografiche rischiano da un po’ di tempo a questa parte di fornire sempre di più unicamente la prospettiva personale di sagaci sceneggiatori (e, volendo essere molto cospirazionisti, forse anche il punto di vista di chi li finanzia).

Massimo Lanzaro

“In ordine di sparizione”: dove si intrecciano riflessioni sulla vendetta e dove la brutalità primitiva del potere viene vista con la lente dell’umorismo

E’ nelle sale il nuovo film di Hans Petter Moland con Stellan Skarsgård, Bruno Ganz. Il protagonista, Nils, mansueto e taciturno, è stato appena nominato ‘uomo dell’anno’ dai concittadini del piccolo villaggio in cui vive. Il suo mestiere è occuparsi di rendere accessibile la strada a bordo di un imponente spazzaneve. Quando suo figlio muore e la pratica viene archiviata perché trovato vittima di una overdose, l’uomo non crede a questa versione, fieramente convinto di conoscere bene il suo ragazzo.

Ha ragione, perché si è trattato di un assassinio voluto dal Conte, ovvero colui che controlla in zona gran parte del traffico della droga, in perenne contrasto con la banda dei Serbi, il cui boss è invece noto come il “Papa”.

In una intervista Moland ha detto: “nella sofferenza più profonda, si aprono squarci di humour. Nils è un uomo che non riesce a sopportare il fardello del dolore e per questo si porta via le vite di chi ha sconvolto la sua esistenza. Ma nel bel mezzo della drammaticità di questa storia si aprono momenti comici e ironici, basta guardare il mondo dei gangster. Credo che la vita sia fatta così e in questo film volevo raccontare la vita, con le sue assurdità e i suoi dolori. Ho cercato quindi di attraversare diversi generi senza appartenere a nessuno di essi… In Norvegia poi abbiamo quest’idea di un nemico che viene da fuori e che si prende il nostro Paese, portando droga e violenza. Ma forse non abbiamo ancora capito qual è la vera minaccia. In ordine di sparizione ho cercato di giocare sui luoghi comuni che la nostra società ingenua e benevolente ha sul mondo criminale e sull’immigrazione”.

Se vi piacciono Kitano e Tarantino, se amate gli scenari surreali, ovattati dalla neve ma con qualche chiazza di rosso vivo, se volete sapere perché in Norvegia si raccolgano in strada gli escrementi degli animali domestici, se siete intrigati da riflessioni politiche un po’ massimaliste sulla differenza tra politiche di welfare a differenti latitudini, l’incedere di Nils nella neve sarà ad ogni passo più coinvolgente.

Hans Petter Moland continua: “Da tempo volevo fare un film sulla vendetta. La vendetta è un sentimento primitivo, eppure squisitamente umano. Da bambino volevo vendicarmi: combattevo le persone che mi avevano fatto del male, derubato, umiliato o tradito. Vendicandomi, pensavo di lottare per il trionfo della giustizia. Immaginavo di rimettere le cose a posto, restituendo pan per focaccia. Immaginavo che “i cattivi”, finalmente umiliati, avrebbero riconosciuto i loro torti. Ma come tutti sappiamo, le cose non vanno così… Invece di giustizia ottenevo solo rappresaglie, in un crescendo di violenza. Così mi sono detto: se non si riesce ad avere giustizia, cerchiamo almeno di divertirci. Due delle forze portanti di In ordine di sparizione – il Conte e Papa – hanno un concetto inumano dei loro nemici. Sono dei bigotti. Hanno una visione arcaica del potere e del mondo che li circonda. La struttura delle loro gang si basa su schemi primordiali: cieca fedeltà al capo, regole rigidissime, brutale giustizia interna, sfrontato disprezzo per qualsiasi innovazione sulla gestione del potere. Costituiscono una minaccia per la società contemporanea, eppure sono dinosauri. I gangster vivono in un mondo liberale, pieno di richiami e tentazioni da cui si sentono attratti e minacciati, in modo ancora più brutale, forse, di quanto loro stessi siano una minaccia per il mondo che li circonda. Sono ridicolmente antiquati, eppure nessuno può permettersi di dirglielo. La maggior parte di questi uomini non ha alcuna consapevolezza di sé. Per me sono una generosa fonte di umorismo con le loro imperative convinzioni assurde e infantili: come bambini con la pistola, che incontrano altri bambini con pistole più grandi. Fin al giorno in cui incontrano una persona affamata di vendetta, diversa da tutto ciò che hanno conosciuto prima. Nils è un dilettante della vendetta e il suo comportamento è imprevedibile perché non rientra nei normali schemi del comportamento criminale. Senza saperlo, Nils trascina i gangster in un mondo che non conoscono. Un mondo che può essere anche benevolo e improvvisato. Ed è questo mondo a costituire una minaccia decisamente maggiore per i gangster di qualsiasi altra cosa Nils possa inventare: una vita civile e comoda è una tremenda tentazione per dei malviventi affaticati”.

Massimo Lanzaro

 

La sottile ironia di Jarmusch: vampiri buoni e uomini cattivi in “Solo gli amanti sopravvivono”

Ecco Jarmusch, con la sua ironia, il minimalismo vintage, l’eleganza, i dettagli, la citazione. Ed i movimenti a spirale della cinepresa come della puntina sui vinili di Solo gli amanti sopravvivono. Quella puntina (o la cinepresa o entrambe) mi hanno ipnotizzato. Ho cercato di non farmi distrarre dal ricordo di cose varie ma in più di due ore di proiezione non sempre ci sono riuscito.

Quindi ho pensato di trascriverle a parte*.

Cominciamo dalla trama (spoilers): Adam,ex ghost writer, tra punk metal rock alloggia a Detroit e periodicamente si reca in ospedale da un medico corrotto per avere le sue sacche di 0 negativo, facendosi chiamare “Doctor Faust” ma apostrofato anche – a caso? – come Dottor Caligari e Dottor Stranamore.

A Tangeri vive Eve, che si procaccia sangue pregiato grazie al venerando Christopher Marlowe nel caffè “Le mille e una notte”. Gli esseri umani sono zombie “che capiscono sempre troppo tardi”. Nel mondo troppe cose sono contaminate (“han terminato di far guerre per il petrolio per cominciare quelle per l’acqua”).

Jarmusch ci ha regalato questo affresco dalla cadenza lenta, (ennesimo elemento controcorrente), permeato di una critica sociale dissacrante, ironica e originale. Non c’è più un equilibro da salvaguardare, non c’è la meta del viaggio, non c’è battaglia, non c’è la svolta inaspettata, l’impresa da compiere. Non più. Al limite la sfida è ritagliarsi una nicchia di sopravvivenza, accettazione e contemplazione all’interno di un contesto decaduto. Tra l’essere ombroso e glaciale di Adam e il controllato romanticismo di Eve si situa la musica, l’ingrediente eterno. E una fotografia perfetta, avvolgente, sontuosa (anche grazie alle scelte della costumista Bina Daigeler).

Merito infine anche al mysterium coniunctionis creatosi tra Tilda Swinton e Tom Hiddleston: una coppia senza precedenti, lei androgina e sempre più brava, lui misterioso e alchemicamente efebico.

Un film in cui ci si ciba d’amore, che trabocca sapere (da quello letterario con Shakespeare, Byron, Faust, Shelley, Mary Woolstonecraft a quello scientifico con Fibonacci, Tesla, Einstein) e sensualità, in cui i vampiri prendono l’aereo indossando dei Ray Ban, usano Skype, non amano YouTube e succhiando sangue su uno stecco come fosse un ghiacciolo. Davvero “cool”!

*Pensieri sparsi registrati durante la visione

(…) Sovviene Burnt Norton di Eliot, una profonda meditazione sul significato del tempo e sulla sua relazione con gli esseri umani. I versi d’inizio introducono il concetto che riassume tutta l’opera: “Il tempo presente e il tempo passato / sono forse entrambi presenti nel tempo futuro, / e il tempo futuro è contenuto nel tempo passato. / Se tutto il tempo è eternamente presente / tutto il tempo è irredimibile”.

(…) Sì, questa è anche una trasposizione filmica del “Diario di Adamo ed Eva” di Mark Twain.

(…) Nel suo trattato del 1931 On the Nightmare, lo psicoanalista gallese Ernest Jones scrisse che i vampiri sono il simbolo di numerosi meccanismi di difesa inconsci. Jones suppose che l’originale desiderio di un (ri)avvicinamento si fosse tramutato drasticamente in paura; l’amore è sostituito dal sadismo. Nel film vediamo l’amore dei protagonisti ed un cenno al sadismo degli esseri umani, riflesso del loro timore di essere veramente vicini, di amare.

(…) La reinvenzione del mito del vampiro nell’era moderna non esclude anche sfumature politiche.

(…) L’aristocratico Conte Dracula, solo nel suo castello fatta eccezione di alcuni servitori bizzarri, apparendo solo di notte per nutrirsi dei suoi compaesani, simboleggia il parassitico ancien régime. Nel film Nosferatu, il principe della notte di Werner Herzog, il giovane agente immobiliare protagonista del film diventa vampiro lui stesso, portando il capitalismo borghese a essere la nuova classe parassita (la sorella di Eve).

(…) Già Voltaire d’altronde aveva notato, riportandolo nella voce “Vampiri” all’interno del suo “Dizionario filosofico” (1764), come la fine del diciottesimo secolo avesse coinciso con l’indebolimento della credenza folclorica nel vampiro come creatura magica ma non con la fine dello sfruttamento e del parassitismo sociale che erano da considerare alla base di quella credenza. Ora “ci sono finanzieri, faccendieri e uomini d’affari che succhiano il sangue del popolo in pieno giorno; ma non sono morti, anche se corrotti. Questi parassiti non vivono in cimiteri, ma in confortevoli palazzi”.

(…) Lo diceva già Sting (in Englishman in New York, famoso singolo tratto dal suo album del 1987 Nothing Like the Sun): “at night a candle is brighter than the sun”. Gli sprazzi di bellezza brillano proprio perché si distinguono da un contesto abbruttito. La luce, il sole, il buio, i vampiri e questo film: un sapiente gioco di luci ed ombre (anche psicologiche) elegantemente architettato e diretto.

(…) Secondo James Hillman le nostre nevrosi e la nostra cultura sono inseparabili. Dopo le fumisterie verbali della politica, i gergalismi e il pentagonese, dopo lo scientismo sociologico ed economico, l’abuso mediatico della parola e tutte le altre violenze inflitte al linguaggio si son prosciugate le parole del loro sangue (sic!) e chi lavora nel campo della psicologia ha smarrito la fede nella potenza della parola.

Massimo Lanzaro