Libri: “Notturno bizantino”, intervista all’autore Luigi de Pascalis

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Scrittore da più di cinquant’anni ormai, Luigi de Pascalis è diventato uno dei nuovi interpreti della narrativa storica italiana. Romanzi come “Rosso velabro” e “Il mantello di porpora” – entrambi pubblicati dalla casa editrice La Lepre – raccontano la vita dell’Impero Romano tardo-antico, una civiltà al tramonto e di fronte all‘incombente età di mezzo, grande crogiolo in cui si forgiò la moderna civiltà occidentale. Ma quello di Luigi de Pascalis è soprattutto un prezioso lavoro ermeneutico che tenta di scavare nelle profondità della Storia, restituendo un discorso sui comportamenti e sulla natura umana che permane immutata anche in tempi passati e in civiltà lontane dalla nostra.

Con “Notturno bizantino” (La Lepre, 2015), ultima fatica dello scrittore di origine lancianese, si è voluto cambiare punto di riferimento storico e la narrazione si è mossa dal IV secolo d. C. alla Costantinopoli di un millennio più tardi. I racconti di Lucas Pascali – medico di origine greca, personaggio principale del libro – testimoniano gli ultimi giorni di una grande città e quelli di una storia molto spesso dimenticata, ma che in fondo appartiene anche alla nostra. Si tratta di una storia di frontiera, che percorre quell’antico confine tra Oriente e Occidente, e che riguarda la caduta della millenaria città fondata dall’Imperatore Costantino come capitale dell’Impero Romano d’Oriente, sulle vestigia dell’antica Bisanzio.

Professor De Pascalis, con “Notturno bizantino” ha raccontato la fine di un mondo e il drammatico assedio di Costantinopoli ad opera delle truppe del sultano ottomano Mehmet II. Perché ha voluto rievocare quella storia?

Perché l’ho trovata per certi aspetti simile a cose che stanno accadendo oggi. Ho voluto ricordare i nostri rapporti con gli ottomani che non sono stati sempre facili, e con il mondo orientale in generale. E poi perché la caduta di Costantinopoli rappresentò in fondo la caduta dell’ultima parte del mondo antico. Una civiltà tramontata ma che, come si evidenzia dal libro, fu anche responsabile dell’avvento del Rinascimento europeo, grazie alla fuga di molti filosofi da Costantinopoli verso l’Europa occidentale.

Non a caso uno dei personaggi del romanzo è Gemisto Pletone, grande filosofo bizantino neoplatonico. Secondo lei, in un mondo che corre veloce e in cui gli individui sono immersi nelle logiche del calcolo, la filosofia contemplativa degli antichi può rappresentare una cura contro i mali del mondo moderno.

Ho voluto mostrare come un certo tipo di pensiero che sembrava finito, come quello neoplatonico rimasto nella cenere per circa mille anni, tornò a farsi sentire nell’Europa occidentale. Temo però che il pensiero contemplativo degli antichi non sia molto in auge: oggi abbiamo una civiltà di massa guidata dal mercato che ha poco o nulla a che fare con il pensiero in sé. Ma a suo modo anche questo è un nuovo tipo di religione: oggi si crede in maniera a-critica alle logiche della crescita, del mercato e a modelli che stanno mostrando i loro limiti.

Lei scrive come la caduta della città fu favorita dalle divisioni tra cristiani, in quanto le potenze del tempo, italiane in primis, subordinavano un intervento a sostegno dell’ultimo imperatore bizantino, Costantino XII, a una sottomissione degli orientali alla chiesa di Roma. Crede che le divisioni politiche siano responsabili delle crisi internazionali, allora come oggi?

Oggi la divisione tra Chiesa d’Oriente e di Occidente non è più all’ordine del giorno, naturalmente, ma lo scarto sulle visioni politiche su cui si registra una debolezza intrinseca dell’Europa credo che sia un problema attuale. In realtà, sotto il velo delle divisioni religiose, molto spesso si nascondono interessi economici. Nel XV secolo c’erano potenze occidentali da un lato, come Genova e Venezia, che avevano interesse a commerciare con l’Oriente e che avevano rapporti economici con gli Ottomani da preservare, dall’altro potenze per così dire “minori” che non avevano risorse per andare in aiuto di Costantinopoli.

Lei è un grande interprete del romanzo storico attuale. Da cosa nasce la sua passione per questo genere letterario?

Ho sperimentato negli anni diversi generi, ma quello storico mi interessa particolarmente perché mi permette qualcosa che altri generi non richiedono: la ricerca e lo studio. A mio parere non c’è niente come il romanzo storico. Attraverso di esso si può esprimere la natura e i comportamenti umani, sondare l’interiorità e descrivere – elemento che mi interessava specificatamente per l’ultimo romanzo – cosa accade nell’animo umano di fronte a cambiamenti ineluttabili.

Per “Notturno bizantino” è arrivata la candidatura al premio Strega 2016, un riconoscimento che premia anni di lavoro e un’opera molto intensa. Cosa si sente di dire?

Mi fa piacere, naturalmente. Ma l’accetto più come una sfida che come un riconoscimento, anche perché non è mai capitato che un piccolo editore vincesse questo riconoscimento. Non mi aspetto moltissimo, ma solo un minimo di attenzione per un’opera che dura da molto tempo – scrivo da più di cinquant’anni! Detto questo, la sfida mi interessa e l’accetto.

Mario Sammarone

 

Male supremo del nostro tempo

Certamente il fascismo e’ stato già sconfitto una volta, ma siamo ben lungi dall’aver sradicato definitivamente questo male supremo del nostro tempo: le sue radici sono infatti profonde e si chiamano antisemitismo, razzismo, imperialismo.”

Hanna Arendt, “La banalità del male”

Libri segnalati: “La madre” di Orietta Cicchinelli

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“La Madre” è il libro d’esordio della giornalista Orietta Cicchinelli, responsabile Spettacoli-Roma del quotidiano Metro, edito dalla casa editrice NED. Dedicato a Vincenzo Cerami, con il quale la scrittrice era unita da un profondo legame affettivo, è un progetto che nasce dal racconto di un’esperienza personale colma di sensazioni ed emozioni legate alla figura materna, non solo quale genitrice, ma anche di ritorno alle origini, alla Madre Terra appunto. Distribuito in esclusiva a Roma da ARION, “La madre” è introdotto dallo psichiatra e neurologo Elio Sena, mentre la prefazione del libro è a cura dell’ attore Maurizio Battista. Pier Paolo Mocci, editore di NED, riserverà 1 euro a copia (prezzo di copertina 6 euro) per l’acquisto di prime necessità per le giovani madri in difficoltà ospitate nella casa-famiglia Protettorato di San Giuseppe a Roma. L’autrice, invece, cederà la totalità dei suoi diritti d’autore sempre in favore di beni per le ragazze-madri di Via Nomentana 341.“Ho scritto questo libro durante il primo Natale senza lei – spiega Orietta Cicchinelli – un evento che non poteva passare sotto silenzio. Mentre la vedevo ancora china a mettere nel camino il ciocco più grosso, la ricordavo sulla pagina, per “regalare” ai miei qualcosa di particolare. Ne è venuto fuori un racconto per me e spero per il lettore emozionale, di getto. Spero ora di trasferire un’emozione anche di chi lo avrà tra le mani”.

 

Oggi a Roma presentazione del volume “Storie in divenire: le donne nel cinema italiano” dei Quaderni del CSCI

eleonora

 Cari amici,

Oggi, alle 18,00 verrà presentato a Roma, presso la libreria “Altroquando  in via del Governo Vecchio 80, il volume “Storie in divenire: le donne nel cinema italiano”, a cura di Lucia Cardone, Cristina Jandelli e Chiara Tognolotti.

“Quella delle donne nel cinema italiano è una storia in divenire perché non è stata ancora scritta. Una storia che continua ad esser cominciata ed interrotta, ma che in molte desiderano conoscere e narrare. Certo dagli anni ’70 in poi, con l’ondata dei femminismi, anche in Italia l’esigenza di indagare le donne dello schermo è divenuta irrinunciabile, ma l’approccio è stato in qualche occasione rivendicativo ed ideologico, oppure, in alcuni studi di caso, meramente autoriale, nel pur giusto tentativo di riconoscere il talento e la qualità estetica di singole registe. Ciò che oggi ci sta a cuore è un racconto differente, capace di tenere insieme un panorama più ampio e mosso, in una certa misura collettivo, delle donne del cinema italiano colte nel loro insieme, dalle origini ai giorni nostri. E inoltre vogliamo parlare di loro e di noi, adottando il «partire da sé» come irrinunciabile pratica conoscitiva e prezioso strumento di indagine. L’idea è quella di mescolare le storie degli oggetti di studio con i soggetti che le narrano in un divenire storico, muovendo dalle varie professioni che hanno esercitato le donne nel cinema italiano – non soltanto registe e attrici ma anche sceneggiatrici, montatrici, costumiste e così via – per arrivare alle «donne di celluloide» ossia alle «personagge» che hanno abitato ed abitano gli schermi nostrani. La sfida consiste, dunque, nell’accogliere il numero più elevato possibile di voci femminili, quelle di chi ha fatto la storia del cinema italiano e quelle di coloro che oggi, per la prima volta in modo organico, desiderano raccontarla”.
«Quaderni del CSCI», n. 11, 2015, pp. 384 (@Daniela Aronica editora, Barcelona)

Da “Il mito della normalità. Intervista a Gabriele La Porta”, in vendita su Amazon.it

D. Secondo James Hiilman le nostre nevrosi e la nostra cultura sono inseparabili. Dopo le fumisterie verbali della politica, i gergalismi e il pentagonese, dopo lo scientismo sociologico ed economico, l’abuso mediatico della parola e tutte le altre violenze inflitte si son prosciugate le parole del loro sangue e chi lavora nel campo della psicologia ha smarrito la fede nella potenza della parola. Come “guarire” il nostro linguaggio? Basterà perorare il ritorno alla parola piena di senso e di materia, un po’ come accadeva ai testi alchemici? Confucio sosteneva che la terapia della cultura parte dalla rettificazione del linguaggio e Hillman sostiene che la psicologia alchemica offre spunti per questa possibilità di rettificazione. Che ne pensa?

R. Per me vale  molto di più James Hillman che l’opinione di innumerevoli cosiddetti esperti in camice paludato. Questo è il tempo del mutamento. Non capire la cateratta psichica è come rinunciare allo scandaglio mentale e costringersi ad una dolorosa prigionia”.

lanzaro

http://www.amazon.it/della-normalit%C3%A0-Intervista-Gabriele-Porta-ebook/dp/B017AT0N00/ref=sr_1_4?ie=UTF8&qid=1446484673&sr=8-4&keywords=lanzaro

Massimo Lanzaro parla del suo libro “DSM-Cinema! I film che spiegano la psiche” a Tv2000

Oggi, a Roma, presentazione del libro “Un re chiamato Desiderio”

Carissimi, oggi a Roma, presso la Fuiss, in Piazza Augusto Imperatore 4, verrà presentato il libro “Un re chiamato Desiderio” di Danilo Campanella. Sarà presente l’autore, che verrà introdotto da Mario Sammarone. L’incontro avrà come relatore Massimo Lanzaro. Per l’occasione vi riproponiamo un articolo sul libro, scritto da Mario Sammarone, apparso qualche tempo fa su questo blog.

Gabriele

 

Un filosofo che voglia scrivere un racconto, non potrà che farlo in “maniera filosofica”. Ed è ciò che ha fatto Danilo Campanella nel suo ultimo lavoro, “Un re chiamato Desiderio” (Tabula Fati, 2014). Campanella, studioso di politica, si è sempre cimentato in saggi filosofici o storici, quale il suo ultimo lavoro su Aldo Moro presentato recentemente all’Istituto Luigi Sturzo.

In questo racconto, invece, pur con uno stile piano ed affabulatorio, a tratti quasi familiare, Campanella ci conduce a riflettere su quel re interiore che ci domina tutti: il desiderio. Un’entità che ha avuto il suo momento digloria negli anni passati, quando i suoi cantori lo hanno esaltato fino a farne un feticcio, con la rivoluzione desiderante di Deleuze e Guattari. Altro mondo è il nostro e la pretesa di poter indefinitamente avere tutto a disposizione si è scontrata con la presa di coscienza che dobbiamo porre limiti ai nostri sogni faustiani, per ragioni ecologiche, economiche, demografiche – recentemente Serge Latouche è stato in Abruzzo e ha parlato proprio di questo.

Eppure il desiderio ci domina tirannicamente, eterodiretti come siamo dal generale consumismo che ci alletta ogni momento e ci rende schiavi desideranti di cose, esperienze e oggetti al punto di non essere più capaci di sottrarci a queste allettanti sirene.

Il racconto parte da una situazione tipicamente familiare, dove Giovanni, il protagonista, un ragazzo figlio dei nostri tempi, arrogante nel suo fortino di certezze che gli arrivano dal posto sicuro che occupa nel mondo, con la sua vita prevedibile di studente universitario protetto dall’ambiente familiare, si trova a dover fronteggiare un inconveniente occorso a suo padre il quale, recatosi in Grecia per il suo lavoro di Ingegnere, dimentica a casa la valigetta con tutte le carte dei suoi progetti. Incarica così il figlio Giovanni di portargliela in Grecia e questi, sebbene a malincuore per dover affrontare un viaggio non previsto, si organizza per partire.

Tutta la famiglia è mobilitata: la madre in apprensione perché tutto si risolva, la sorella impegnata al computer per acquistare i biglietti, e Giovanni a prepararsi spiritualmente a qualcosa che deve eseguire suo malgrado.

Essendo necessario un compagno per avere uno sconto nel costo del viaggio, si rivolgono ad un cugino, Ernesto, che non vedono da anni. Questo ragazzo, che Giovanni ricorda dall’infanzia timido e impacciato, si rivelerà essere ben diverso da come il cugino si aspetta: la sua vita è fatta di scelte non scontate e, all’opposto di Giovanni che non desidera contaminarsi con la vita vera, Ernesto la ama in tutte le sue manifestazioni. Sarà un maestro per Giovanni, con una funzione quasi maieutica, e lo inviterà a riconsiderare tutte le sue ovvie certezze, fatte di pregiudizi e percorsi obbligati.

Nel corso del viaggio verso la Grecia, che sarà costellato di varie peripezie e contrattempi, vediamo Ernesto come l’uomo che riesce ad immettersi nella tragicità dell’esistenza vivendola però consapevolmente, in una dimensione interiore, mentre Giovanni è dentro schemi che lo proteggono forse, ma che lo limitano e che comunque non ha certamente scelto lui. Per cui Ernesto diviene nel viaggio una specie di Virgilio per il cugino, indicandogli la via per ridiscutere tutta la sua esistenza. Là dove per Giovanni c’è irritazione per un’esperienza che egli non aveva previsto, per Ernesto il viaggio verso la Grecia è una meravigliosa opportunità.

Le ore che trascorrono insieme sono impiegate a parlare e discutere, a filosofare quindi, e di volta in volta si uniscono loro anche altri personaggi che incontrano, compagni di viaggio con cui approfondiscono temi e discorsi che per Giovanni sono una porta socchiusa verso nuovi modi di pensare.

Per Ernesto il peggior nemico della libertà delle persone è il desiderio, che come dice il titolo è un re nella nostra vita, ci domina e condiziona in ogni campo, rendendoci sempre pronti a correre là dove esso chiama, come un possente tiranno che trasforma ogni aspetto della nostra esistenza in qualcosa da afferrare, rendendo così tutto materiale e facendoci divenire animali predatori verso il mondo. Questo desiderio tuttavia non è sogno, possibilità di ampliamento dell’essere, ma gabbia, cappio, limite, perché derivante da manipolazioni esterne e non da scelte consapevoli.

L’invito di Ernesto a Giovanni è di riemergere nella libertà, mai definita una volta per tutte ma sempre ridisegnata, faticosamente e volontariamente, in nuovi inizi sempre rinegoziati nella nostra interiorità, poiché, come dice Hannah Arendt, la libertà è un gesto augurale.

Apprendiamo, da inserti nel racconto circa la futura vita di Giovanni, che egli imparerà la lezione, e che quindi il viaggio compiuto dai due ragazzi è simbolo di un viaggio ben più profondo. L’epilogo fa ulteriormente riflettere, e tutto il racconto si può leggere quasi come un’”Operetta Morale”, o un “conte philosofique “ del Settecento, in cui idee e pensiero erano veicolati dalle opere letterarie: sarebbe necessario che si pubblicassero più libri di questo tipo, per i temi sviluppati che ci toccano da vicino, per noi che siamo in equilibrio precario tra un desiderio illimitato ed egoista e la necessità di trovare un limite, che la situazione storica stessa ci impone e verso il quale noi stessi aneliamo perché sentiamo che, paradossalmente, solo in quel limite ci potremo muovere più liberamente e ed essere più padroni di noi stessi, dato che il desiderio liberato da ogni morale è una prigione artificiale.

Non manca una vera e propria dichiarazione d’amore dell’autore alla sua città, Roma, con le sue contraddizioni e le sue offerte di piacevoli opportunità, oltre all’aria stessa che vi si respira, che è antichità classica e anche un po’ di cinica modernità mescolate per farne quello che è, una città irripetibile ed unica al mondo. Leggiamo quindi quest’opera di Campanella e anche noi, con lui, filosofiamo.

Mario Sammarone

 

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