L’immaginazione ermetica V

Dopo il 1473 Ficino si sente così sicuro delle sue ricerche e dell’appoggio di Lorenzo de’ Medici da iniziare un’ardua e pericolosa dimostrazione speculativa: l’unità tra filosofia e ragione.

Il lettore, che non si interessa specificatamente di filosofia, dovrà adesso compiere una piccola fatica per esaminare il pensiero di Ficino (e poi di Pico), ma sarà ricompensato nel constatare la forza e il coraggio delle loro concezioni.

La novità teorica è il concetto di centralità di tutti i gradi dell’essere, che racchiude in sé l’universo, dove, conseguentemente, non vi sono “parti” privilegiate da un punto di vista “qualitativo”, bensì tutto concorre a un disegno unitario. In tale sistema è vitale l’azione dell’uomo, perché con la sua azione concreta deve ricondurre il mondo della materia alla divinità. La storia dell’uomo è insomma la storia stessa dell’universo e della sua redenzione mediante la razionalità umana, che tutto investiga e conosce. L’uomo è dunque un mediatore tra mondo e Dio, una copula mundi in perenne tensione per diventare Dio, processo di adeguamento al divino che si attua allorché l’umanità esplica il dono della ragione. Quando l’uomo pensa, specula, riflette, proprio in quell’istante si avvia sulla strada che lo conduce a adeguarsi alla divinità.

Il contatto tra l’uomo e Dio si è sempre manifestato nei secoli mediante la luce intellettuale che il Perfetto ha instillato, come goccia irradiante, nei profeti, nei pensatori, nei poeti. Dio è perciò vivente nell’uomo, e nello stesso modo è presente nella natura, che nella propria essenza ha la qualità dell’essere infinito. La differenza, che Ficino evidenzia in questi concetti, è totale rispetto al pensiero degli scolastici contro cui polemizza.

L’uomo e la natura sono visti come partecipi del divino in senso qualitativo, elementi di un mosaico universale, in cui occupano un posto indispensabile.

Questo è il punto, l’umanità e il mondo sono necessari all’armonia dell’essere, quindi non eliminabili secondo il capriccio di Dio.

Tali pensieri fanno parte di due opere di Marsilio, la Religione cristiana e la Theologia platonica. In quest’ultima il filosofo si spinge anche oltre, fino ad affermare l’unità filosofico-religiosa della tradizione che, partendo dai profeti biblici ed evangelici, dai poeti dell’antichità, dai saggi mistici del Medioevo, dai cantori ispirati del tempo presente, dimostra come la verità sia una sola, e quanto le differenze tra ebrei, cristiani, islamici, platonici, aristotelici, siano fittizie. Artifici creati da uomini spregevoli per dividere e separare l’umanità. Ma c’è sempre stata una corrente di pensiero che ha riportato la verità, che ha testimoniato l’unità della sapienza. È la tradizione platonica, neoplatonica, ermetica.

Gli argomenti della Theologia platonica sono tutti riconducibili al Corpus hermeticum, cui abbiamo accennato precedentemente. Insomma Ficino, partito da Platone, è arrivato a far proprie tutte le tesi magiche del Corpus. Anche questo testo afferma che la filosofia di Platone ha unificato tutte le culture, creando un sapere unitario, che può appunto definirsi magia.

«I testi ermetici» sostiene Garin «costituiranno per Ficino un punto di riferimento costante, una testimonianza privilegiata della prisca theologia, un documento mirabile che manifesta gli arcana mysteria, ben degno di essere collocato da Lattanzio fra le Sibille e i Profeti. Orbene è proprio in questa prospettiva che egli trovava la conferma e il fondamento metafisico e teologico della astrologia e della magia.»

L’intervento che abbiamo riportato anticipa anche un’altra questione. Oltre alla magia, trova ospitalità in Ficino, e in altri umanisti, la cosiddetta astrologia esoterica. Ovvero una disciplina che non vuole predire il futuro degli individui, dei popoli, o delle nazioni, ma studiare il carattere della persona che ne faccia richiesta, le sue costanti, le prerogative specifiche, le potenzialità. E superfluo dire che l’astrologia esoterica era presente nel Corpus hermeticum, sempre più studiato dagli umanisti della Accademia platonica fiorentina. Ormai la magia occupa le menti di questi filosofi. Tanto è vero che Ficino, nel terzo libro del De vita (opera successiva alla Theologia), compie un’esaltazione totale dell’Asclepius (uno dei testi ermetici presenti nel Corpus), opera attribuita a Ermete Trismegisto. Un sapiente immaginario, ritenuto invece dagli umanisti realmente vissuto, e persino collocato in un preciso tempo storico, quello di Mosè. Invece Ermete Trismegisto (ovvero tre volte grande) è solo un simbolo, adoperato in Alessandria per designare la figura del maestro immaginario dagli studiosi di magia del II secolo dopo Cristo che si definiscono “ermetici” perché custodiscono il segreto dei riti più significativi della scientia.

Tornando al De vita coelitus comparanda (terzo volume del De vita), Ficino afferma che l’opera di Ermete Trismegisto, ovvero il Corpus, è consona al cristianesimo e a tutte le verità rivelate. Come lui, Marsilio crede che ogni momento della vita dipenda dagli astri, o meglio, dal Sole, che si irraggia attraverso di essi. Ma non è una posizione deterministica, perché il Sole non decide del destino degli uomini. Influenza esclusivamente il corpo, la materia, mentre l’anima è guidata dalla intelligenza universale delle stelle. Le costellazioni e le configurazioni planetarie sono i simboli concreti che esprimono il pensiero di Dio; attraverso di esse si manifestano le leggi della intelligenza eterna.

Tutta l’astrologia è la traduzione, in linguaggio celeste, della realtà. Occorre saper leggere ogni espressione: dai colori delle pietre sino alle configurazioni astrali. Sono tutti parte del discorso dell’universo, punti diversi dell’Uno. Ficino compie precise analogie fra il corpo umano e il cosmo: erbe e alberi come peli e capelli, pietre e metalli come denti e ossa, tutto è reso vivo dalla vita che, come lui afferma: «Sboccia anche ancora più sopra la terra nei corpi più sottili e più vicini all’anima. Per il suo intimo vigore l’acqua, l’aria e il fuoco hanno in sé i loro viventi e si muovono. Questa vita riscalda e muove l’aria e il fuoco più della terra e dell’acqua. Infine vivifica al massimo i corpi celesti quasi capo, cuore e occhi del mondo. E finalmente, per mezzo delle stelle come suoi occhi, diffonde ovunque nel mondo i suoi raggi non solo visibili ma veggenti» (Eugenio Garin, Lo zodiaco della vita, Laterza, 1982, pag. 83).

Tra i gradi dell’universo esiste così un perenne scambio di radiazioni e forme, ma esso è ambivalente. E possibile riverberare le forze del cielo nel cielo. Bisogna imitare le figure celesti in adatti e specifici talismani per captare e concentrare gli influssi delle intelligenze (attraverso le stelle). In tale messa a profitto di simili forze consiste appunto l’opera del mago.

Anche le parole e i canti servono allo scopo: sono utilizzabili come le figure astrali (costellazioni) immaginate dagli egizi e dai caldei (le immagini mentali, capaci di assumere in sé e quindi di convogliare sulla mente che le ha pensate gli influssi dei corpi celesti, saranno poi gli strumenti dell’opera di immaginazione di Giordano Bruno), oltre a quelle create da Albumasar e da altri esponenti della tradizione magica platonica.

Le potenze del cielo sono catturate dal simulacro che le imita, riproducendole in maniera adatta, e agiscono mediante lo spirito. Per questo, sostiene Ficino, si scolpisce un Mercurio di marmo, nell’ora di Mercurio, quando sorge Mercurio, nelle sembianze di un uomo che scaglia frecce, per agire contro la febbre. Questa è l’operazione magica del tipo naturalis; essa si inserisce nell’universo per rendere la vita sulla terra più armoniosa, correggendo qualsiasi alterazione di ritmo, prendendo a modello il cielo.

Non è comunque sufficiente riprodurre l’universo nel suo proprio archetipo e osservarlo; occorre interiorizzare questa immagine dall’uomo riprodotta, contemplare nel nostro interno questo archetipo e assimilarlo. La meditazione sarà favorita se all’interno delle stanze della casa in cui si vive saranno riprodotte in immagini le componenti dell’archè. L’arte e la magia si incontrano per permettere all’uomo-microcosmo di adeguarsi al macrocosmo, grazie alla tecnica della contemplazione delle immagini. Botticelli, Tiziano, Giorgione e altri si pongono così come fabbricatori di immagini “universali”, archetipiche, infinite perché riproducenti la speranza di simboli antichissimi, per l’armonizzazione dell’umano.

 

L’immaginazione ermetica III

In un contesto in cui tutti gli umanisti sono dediti a febbrili ricerche di antichi testi, è ovvio che si aggiungano nuove scoperte. Si reperisce il Corpus hermeticum, ovvero una serie di scritti a carattere magico del II-IV secolo dopo Cristo, ma ritenuti erroneamente molto più antichi dagli umanisti. Soprattutto il Picatrix e il Poimander sempre contenuti nel Corpus, parlano di profonde corrispondenze tra cose, esseri viventi e spiriti, che sono poi traducibili in formule magiche, in incantesimi, talismani, amuleti. Con la parola magicamente ritualizzata è possibile giungere alle divinità stellari, agli spiriti ultimi delle cose, alle idee presenti nella mente di Dio: quia verbum in se habet nigromantiae virtutem (il discorso è la specie più virtuosa della magia) (Eugenio Garin, Lo zodiaco della vita, Laterza, 1982, pag. 66 e segg.).

Pomponazzi, per esempio, che non può essere citato come un umanista che portò alle estreme conseguenze l’armonica concezione platonica, non nega la magia naturale, anzi accetta gli effetti di qualità e potenze umane ignorate. Per similitudine, seguendo la teoria, delle consonanze, il filosofo si chiede perché se certe erbe, o certi odori, producono effetti terapeutici, non sia possibile per certi uomini agire analogamente.

Perché altresì non accettare che l’immaginazione non si ripercuota sul corpo producendovi modificazioni anche perpetue, come le stimmate? Pomponazzi trova la dimostrazione di questa ipotesi nella notte di tregenda in cui i cittadini dell’Aquila riuscirono con intense preghiere ad allontanare il temporale. Fenomeno spiegabile attraverso un processo fisico analogo a quello che si ottiene suonando le campane a stormo, movimenti e modificazioni dell’aria che spostano le nubi per vibrazioni continue. Garin riporta un commento del filosofo quanto mai appropriato: «La si chiami magia poiché solamente i più sapienti fra gli uomini la capiscono, e le cose più segrete appartengono ai sapienti e il termine mago in persiano significa sapiente. E per il popolo che si sono introdotti angeli e demoni, ma quelli che li hanno introdotti sapevano bene che non potevano affatto esistere. Ma gli uomini volgari che non sono filosofi, in realtà sono come bestie… Il linguaggio delle religioni, come dice Averroè nella sua poetica, è simile a quello dei poeti… Tali favole servono a condurci alla verità e ad istruire il volgo rozzo che è necessario condurre al bene e ritrarre dal male, come si fa per i bambini con la speranza del premio e la paura della pena (op. cit., pagg. 115-116).

Garin aggiunge una sua personale conclusione, secondo cui quando un sentimento religioso decade, anche gli effetti delle preghiere si attenuano e i miracoli non avvengono più, a comprova degli effetti fisici delle preghiere e dei loro propri corollari (ibidem). Insistendo nella sua tesi Garin afferma che Pomponazzi: «tradusse in forma quasi brutale la teoria della fisicità, empiricamente comprovabile, del culto religioso» (ibidem).

Dunque il buon Pomponazzi, filosofo e umanista tra i più tiepidi nei confronti della magia, si lascia andare ad affermazioni quasi paradossali, spiegando tutto il fenomeno religioso in termini di magia pratica, fisica. Arriva addirittura a fornire una spiegazione “razionale” dei miracoli, che sarebbero legati al mutamento delle religioni, in quanto simili cambiamenti rendono difficile il «trapasso da ciò che è consueto a quel che è sommamente inconsueto, [per far ciò] è necessario che la successione della nuova religione sia accompagnata da miracoli straordinari e stupefacenti. Per questo i corpi celesti all’avvento di una nuova religione devono far venire uomini che facciano i miracoli. Così uomini del genere possono far venire e far scomparire piogge, grandine e terremoti, comandare ai venti e al mare, guarire ogni sorta di malattie, svelare i segreti, predire il futuro e ricordare il passato, andare oltre il comune senso della gente. Altrimenti non potrebbero introdurre nuove religioni e nuovi costumi tanto diversi» (Ibidem).

Abbiamo citato Pomponazzi, che ribadiamo era pure un tiepido nei confronti della magia, per mostrare come ormai tale scientia avesse influenzato nel profondo moltissimi intellettuali dell’Umanesimo.

 

Da “La vera gioia”

Raggiunge il culmine della sapienza chi sa di cosa deve gioire e non pone la propria felicità in potere altrui. E’ preoccupato e incerto  chi è sempre nell’ansiosa attesa di qualche cosa, anche se l’ha a portata di mano, anche se non è difficile ottenerla, anche se le sue speranze non sono mai state deluse. Prima di tutto, caro Lucilio, impara a godere. Tu credi proprio che io ti voglia togliere molti piaceri solo perché perché voglio tenere lontano da te i beni elargiti dal caso, e perché penso che tu debba sottrarti ai dolci allettamenti della speranza? Al contrario, desidero che non ti manchi mai la gioia, anzi che ti nasca in casa; e nascerà, purché essa sia dentro te stesso. Le altre forme di contentezza non riempiono il cuore, sono esteriori e vane; a meno che tu non creda che uno sia allegro ed ergersi pieno di fiducia al di sopra di ogni evento.”

Seneca, “La vera gioia”

Filosofia e Sapienza: Le radici del platonismo

In genere, la storiografia moderna e contemporanea interpreta la filosofia greco-italica basandosi sui pregiudizi evoluzionistici correnti, ormai divenuti una specie di norma inappellabile, senza considerare minimamente il punto di vista degli antichi.

Che cosa pensavano della nascita della filosofia i suoi maggiori esponenti? Quali furono i rapporti con le epoche precedenti? Per rispondere, niente di meglio dell’autorevole testimonianza di Platone.

«Si dice che Pitagora sia stato il primo a chiamare se stesso filosofo, non limitandosi a introdurre questo nuovo nome, ma spiegandone l’effettivo significato […]. La Sapienza è un reale sapere intorno al Bello, al Primo e al Divino sempre identici a se stessi, di cui le altre cose partecipano. La filosofia è invece desiderio di siffatta contemplazione speculativa. Bello è pertanto anche questo sforzo interiore di formazione spirituale, che per Pitagora contribuisce all’emendazione degli uomini»1.

La definizione riportata da Giamblico a proposito di Pitagora, può ben applicarsi anche al pensiero di Platone, il quale nelle sue opere mostra di condividere il modo pitagorico di intendere il rapporto Filosofia-Sapienza. I numerosi riferimenti presenti nei Dialoghi alludono ad una Sapienza arcaica, originaria, che sarebbe compito delta filosofia riscoprire e far rivivere. Non a caso, Platone parla degli “antichi, che erano più valenti di noi e vivevano più vicino agli dei”2, aggiunge inoltre che essi ci hanno tramandato la rivelazione secondo cui ogni cosa porta in sé connaturato illimite e limite: si tratta di un aspetto della dottrina tradizionale dell’integrazione degli opposti, di cui si dovrà parlare in un’altra occasione. Qui basterà ricordare che l’esemplificazione particolarmente significativa fornita nel Filebo chiarisce che tale importante dottrina, essendo stata tramandata, non può essere un prodotto della filosofia greca, la quale si limita a raccogliere e rivalutare un insegnamento ben noto a coloro che dimoravano nei pressi degli dei.
Si potrebbero proporre molti altri esempi del genere, i quali abbondano nelle opere platoniche, e a volerlo fare non c’è che l’imbarazzo della scelta. Per il momento ci limiteremo a richiamare quanto si dice nel Timeo (III, 22 B):

«Ma uno di quei sacerdoti, che era molto vecchio, disse: o Solone, voi greci siete sempre dei fanciulli, e un greco vecchio non esiste. […] Voi siete tutti giovani d’anima, perché in essa non avete riposto nessun insegnamento di antica tradizione, nessun insegnamento canuto per l’età”.

Qui si narra che il grande Solone abbia incontrato i sacerdoti egizi di Sais, e abbia riconosciuto la loro superiorità spirituale, sottolineata da uno di quei sacerdoti stessi, il quale contrappone l’insegnamento tradizionale all’anima greca, giovane e inesperta se confrontata con quella egizia, saggia e matura. Il brano è interessante perché, oltre a confermare quanto abbiamo sostenuto in precedenza, indica esplicitamente l’Egitto come culla della Sapienza, considerazione questa che può avvalorare la discussa ipotesi del viaggio di Platone in Egitto, notizia per altro riportata senza alcuna esitazione da Diogene Laerzio nel III libro delle Vite dei filosofi.
In ogni caso è fuor di dubbio il prestigio riconosciuto all’antica cultura egizia, riconoscimento questo del tutto normale nelle scuole gravitanti nell’orbita pitagorica, dato che Pitagora stesso avrebbe appreso le dottrine esoteriche soprattutto nel corso dell’iniziazione presso i sacerdoti egizi.

Tale supremazia viene attestala anche nell’Epinomide, dove si ricordano Egitto e Siria come esempi di civiltà superiori, che seppero fondare la loro vita su una adeguata visione dei fenomeni cosmici,

«ed è da quei paesi che tali osservazioni si sono poi diffuse ovunque, anche qui, dopo un’infinita serie di anni”3.

Qui si fa notare, ancora una volta, il carattere arcaico di conoscenze che poi sono state diffuse anche in altre aree, oltre a quelle originarie.
Detto questo, non è nostra intenzione assolutizzare il ruolo dell’antico Egitto come fonte di Sapienza, dato che i dialoghi presentano una grande ricchezza di riferimenti, non tutti e non sempre riconducibili alla civiltà egizia; in ogni caso, pur nella loro varietà, essi confermano la realtà di una dimensione sapienziale preesistente, articolantesi secondo varie modalità.

Non possiamo che sottoscrivere le belle parole del Colli, là dove dice che

«Platone guarda con venerazione al passato, a un mondo in cui erano esistiti i sapienti […]. Amore, della Sapienza non significa, per Platone, aspirazione a qualcosa di mai raggiunto, bensì tendenza a recuperare quello che già era stato realizzato e vissuto”.4

In base a quanto sopra esposto, il platonismo non risulta essere una filosofia originale che si affianca ad altre forme di pensiero, come volentieri immaginano i moderni, ossessionati dalla ricerca della novità capace di giustificare una storia della filosofia che si vuole evolutiva a tutti i costi; al contrario esso emerge quale momento fondamentale di recupero e rivitalizzazione di dottrine appartenenti a varie correnti tradizionali del passato. La creatività di Platone è data dalla geniale capacità di ricomprenderle (almeno in parte) e reinserirle in un sistema di pensiero organico ed aperto nello stesso tempo, con tutte le difficoltà che un’impresa di tal genere comporta; da questo punto di vista, l’Accademia continua ed integra l’attività delle scuole pitagoriche, che già prima di Platone avevano impostato un progetto orientato in tale direzione.

Del resto, a guardare la storia del pitagorismo, anche dopo Platone riesce impossibile trovare una netta linea di demarcazione, non la si ritrova nemmeno nelle opere platoniche, le quali evidenziano di continuo linguaggi, contenuti personaggi vincolati alla cerchia orfico-pitagorica, che quindi per la formazione del platonismo appare importante non meno di Socrate.
Come si può facilmente intuire, l’interesse di Platone per i libri di Filolao pitagorico, era tutt’altro che esteriore; lo stesso dicasi per quanto riguarda i rapporti con il sodalizio di Archita, a Taranto. Tra gli amici di Socrate, condannato a morte, non a caso figurano Simia e Cebete, già discepoli di Filolao (essi restano ad Atene per tutto il periodo processuale, fino all’esecuzione).
Fedone racconta la morte di Socrate al pitagorico Echecrate. II pitagorico italico Timeo dà il nome all’omonimo dialogo, che è certamente uno dei più importanti. Per quanto concerne i principali insegnamenti, quasi tutte le opere platoniche presentano evidenti riferimenti all’Orfismo e al Pitagorismo: ciò vale per la concezione della medicina, le dottrine dell’anima, del risveglio spirituale, delle idee, dell’integrazione degli opposti, della purificazione e della contemplazione…

Egizi, orfici e pitagorici non sono i soli referenti di Platone, molti altri se ne possono ricordare, tra cui la Sparta licurgica, il sacerdote Abaris, scita iperboreo, Zalmoxis di Tracia, Minosse legislatore di Creta, il culto di Apollo ed Asclepio, e quello della Quercia.

Gli esempi citati non esauriscono minimamente l’argomento, ma almeno danno un’idea della varietà multiforme delle fonti platoniche, una rassegna delle quali esigerebbe uno studio a parte, data la loro grande ricchezza. A questo proposito aggiungiamo un’ultima rapida annotazione: spesso Platone si ricollega a tempi lontani ormai poco conosciuti, ed infatti nelle sue opere compaiono con insistenza elementi del passato appartenenti a dimensioni che sfuggono alle consuete ricerche storiografiche; non per questo essi possono essere sottovalutati, data l’importanza che rivestono per chi voglia avvicinarsi al Platonismo e più in generale alla filosofia classica.
Occorre invece riuscire a valorizzarli e riconoscere in essi le origini sapienziali del Platonismo stesso: di esso ci si vieta la comprensione, qualora ne vengano dimenticate le radici. Platone getta squarci di luce su mondi spesso inaccessibili allo storico: proprio per questo la documentazione inconsueta che ci fornisce merita un sovrappiù di attenzione, data la preziosa rarità delle informazioni e l’autorevolezza eccezionale della testimonianza.

Platone utilizza ripetutamente elementi mitici quali vie di accesso a quei mondi tradizionali che costituiscono l’humus fecondo del suo stesso filosofare; utilizza elementi mitici per suscitare la comprensione di quei contenuti sapienziali che dovrebbero costituire il fine di ogni autentica ricerca filosofica. Così facendo, egli propriamente non inventa nulla: piuttosto, riporta alla luce ciò che stava retrocedendo nell’oblio e nel far questo è stato impareggiabile, stimolando il risveglio di un’intera civiltà in via di assopimento e dando forma a quel movimento di pensiero e vita che possiamo chiamare Filosofia Classica.

Paolo Scroccaro
(Professore a riposo di Storia e Filosofia a Treviso, da molti anni è il principale animatore dell’Associazione Filosofica Trevigiana. Ha ottenuto il Diploma di perfezionamento in Filosofia delle scienze presso l’Università di Padova e Certificato Internazionale in Ecologia umana rilasciato dalle Università di Parigi, Bruxelles e Padova. Suoi principali campi di interesse, di ricerca e insegnamento sono la Metafisica e la comparazione fra Oriente e Occidente).

Note

Giamblico, La vita pitagorica, XII, 58-59.

Filebo, VI, 15 C-D.

Epinomide, 987.

G. Colli, La nascita della filosofia, pagg. 13-14.

In cerca di SOPHIA

Sopra: Quentin Varin, “Tabula Cebetis”, 1600-1610, Rouen, Musée des Beaux-Arts

Viaggiatori cari,

oggi vi propongo questa allegoria complessa e articolata del pittore francese Quentin Varin (ca. 1570 – 1634). L’ispirazione è tratta dai contenuti della “Tabula Cebetis”, o “Pinax”, un trattato sulla vita umana attribuito erroneamente al filosofo tebano Cebeto, vissuto tra il V e il IV sec. a.C., ma in realtà probabilmente composto da un neopitagorico del I sec. d.C. Al di là di questo, c’è un messaggio importante in questa raffigurazione… Parliamone insieme.

La sapienza non è data dall’erudizione

L’erudizione non insegna ad avere intelligenza… Perché in una sola cosa consiste la sapienza, nell’intendere la ragione, che governa tutto il mondo dappertutto.

Eraclito

Il dubbio

Il dubbio è l’inizio della sapienza.

René Descartes

Conoscere è morire

…conoscere è innanzitutto sentire… è sempre illuiarsi, accogliere l’altro
in sé, farsi l’altro in se stessi… E dunque conoscere è morire, “perché ogni
morte è mutarsi in altro e ogni mutamento è qualche morte”. Ed essendo  il
mutamento farsi l’oggetto, esso è pur morte, ancorché parziale, accompagnandosi
sempre questo nostro internarci nell’oggetto alla consapevolezza di noi
(“sensus nostriment ipsorum, abditus qui est actus”), al senso intimo per il
quale non ci disperdiamo nella cosa, ma ci teniamo fermi a noi stessi. Ma
proprio qui interviene quel rovesciamento dal senso alla sapienza su cui
Campanella batte. Se il sentire in quanto farsi l’oggetto, e quindi patire,
significa accogliere un nuovo limite, e quindi morire, il contemplare Dio
interno a tutte le cose, l’Essere cioé che le costituisce, significa spezzare
la negatività della realtà e farsi reali veramente. “E l’imparare e il
conoscere, essendo un mutarsi nella natura del conoscibile, sono pur qualche
morte, e solo mutarsi in Dio è vita eterna, perché non si perde l’essere
nell’infinito mai dell’essere, ma si magnifica.”

Eugenio Garin

“…una Sapienza Superiore”

Carissime-i, ecco Marina. La sua riflessione merita un successivo dibattito.

…però, però, in fondo, Wotan, Ermes, suggeriscono la ricerca di una Sapienza Superiore anche attraverso la comprensione profonda delle parole. E, a tal riguardo, mi viene in mente un altro mito che anni fa avevo incontrato per caso: Le nozze tra Filologia e Mercurio. Dopo questo incontro la vita di Filologia non sarà più la stessa: ora, per ascendere con Lui, dovrà abbandonare tutta la Sua sapienza terrena e percorrere il periglioso cammino verso la Sapienza Divina.
In fondo, pensavo a quanto “le domande” siano importanti, a quanto lo siano per me. Io chiedo, sempre: a casa, nel mio letto, in macchina, anche quando sono in mezzo agli altri, tanto è vero che mi si rimprovera di “assentarmi mentalmente”. Credo che fare domande a sé stessi o al Cielo sia la stessa cosa, ma solo quando le domande sono veraci. Perché chi pone domande cerca risposte e queste arrivano o scendono, come preferite, nelle loro forme, e se ci si affida all’Ermes che dimora in noi, Egli, ben noto anche per la sua destrezza manuale (prego, chiedere curriculum di Ermes ad Apollo per avere un punto di vista allargato), è capace anche di rubarle pezzo dopo pezzo le risposte, finché il puzle non sia completo…ed io, ebbene sì, ne so qualcosa: sono una spugna, che detto in altre parole è “io sono una gazza ladra”…come Wotan, che per averlo percepito ho preso inevitabilmente ad emulare, oltre che nella passione per i viaggi, anche nel goffo tentativo di diventare “un poeta”; figuriamoci!
Anni fa, all’inizio di tutto questo, nel pieno dell’ignoranza (ignorare) scrissi che nell’ultima delle mie vite io avrei voluto nascere Aquila Reale…creai, anni dopo un Blog, “L’Ultima Aquila Reale, dove soprattutto pubblico poesie…poi, scoprii, leggendo un libro che Odino, travestito da Aquila rubò ad uno Guardiano il Prato della Poesia.
Saluti.

“Tra il Cristo e l’Ombra…”

Cari, vi lascio, senza commento, questa riflessione di Valeria D.A. Aspetto i vostri pensieri.

Tra il Cristo e L’Ombra si instaura un legame naturale che non può essere reciso.
Soltanto abbracciando il proprio destino, quell’Ombra “torna sui suoi passi”…, trova il suo scopo: mettere in risalto il “senso” profondo di tutte le cose di questo mondo di sotto.

Quello che sto realizzando, professore, è che più si odia il proprio destino (perchè un martire d’Amore non vuole il Male degli altri e meno che mai il Male delle persone che ama!) e più lui ti insegue; più si rinuncia (a lui) e più (lo) hai.
Meritare il Cristo significa “rinunciare”: la Sapienza è “ricerca della dotta ignoranza” e di “Perdenza” è figlia (rima).

Coincidenza!

A Marina è accaduta una splendida coincidenza! Eccola:

Caro Signore dei Rimpianti,
mi scusi se le rispondo qui riguardo ad Odin Wotan (a) e ad Er (b), ma con i miei modesti mezzi informatici non riesco a postare su Gabriele La Porta che è troppo carico di dati…

a)
“Word from word gave words to me…”
…scrivevo nella mia camera, ed arrivarono due corvi che si appollaiarono sul tetto della casa di fronte, come Pensiero e Memoria i due corvi di Odino; un vero re, astuto e crudele e capace di sacrificare un occhio e di legarsi ad un albero per giorni pur di abbeverarsi al Pozzo della Sapienza.

b)
poiché non solo gli scritti miei ma anche quelli altrui fanno parte del cammino, una mattina, il caso volle per me che un libro s’aprisse alla pagina 163: “Oggi è un nuovo inizio per te”. – Chissà a cosa si riferisce? – Mi chiesi e, come al solito non contenta, presi un altro libro che si aprì stranamente alla pagina 63: “Lete, fiume dell’oblio, le cui acque avevano il potere di fare dimenticare l’esistenza passata alle anime avviate alla nuova nascita”. Era una semplice coincidenza? In molti l’avrebbero liquidata considerandola tale, non io, però, che leggendo lo stralcio di quel mitico racconto me ne sentii sfiorata, anzi animata dall’istantanea intuizione, o forse la memoria, di come sia impossibile rintracciare il senso della propria esistenza se si resta fermi solo sul quotidiano e sul visibile…

Non è una semplice coincidenza. È UNA COINCIDENZA molto composita. E istruttiva.

Poesia: soffio del Dio

Cari, Nicola ci manda alcune citazioni “guaritrici”. Eccole.

Caro Viandante, caro Gabriele, cari Tutti,
a proposito di definizioni, non posso non ricordare la definizione data da Platone ai Poeti:

“I poeti non sono altro che interpreti degli dèi”

– e ancora –

“I poeti, sono per noi, una paterna guida verso la sapienza”.

E’ forse per questo, Gabriele, che da anni hai l’audacia e la follia di parlare di poesia in televisione e di leggere e commentare, non solo le liriche dei più grandi poeti, ma anche di quelli che nel loro piccolo stanno contribuendo a salvare il Mondo?

Un abbraccio

Caro Nicola, ti ringrazio perdutamente delle tue citazioni.

Sognatori…

Bimbole e Bimboli, Gennaro Lara mi dona la possibilità di entrare in un elemento sapienziale. Leggete lui e, quindi, il mio microscopico contributo.

Caro professore, stanotte ho seguito la sua trasmissione, con ospite Vittorio Sgarbi. La parte che ricordo volentieri è il suo sogno “tariffe agevolate per la bellezza “. Purtroppo in questo mondo dove la gente vive per un interesse, per un lucro, per uno scopo, sogni come i suoi sono destinati a rimanere tali…
aspetto una sua risposta

da un sognatore…

Caro Gennaro Lara, il Mondo è dei Sognatori. (Questo che vediamo non è il Mondo: è apparenza)

Marina…

Oggi ecco una riflessione molto indicativa per noi. E’ di Marina:

PROFESSORE,
Rita vuole il Suo aiuto. Però, visto che Lei ce lo chiede, Le dico che, personalmente, non sono in assoluto contraria alle medicine che, a volte, fanno un buon lavoro; ma dipende dalle situazioni, naturalmente.
Ciò che mi vede in assoluto in disaccordo, è l’uso prolungato nel tempo delle medicine che, oltre a creare assuefazione (noi ci assuefacciamo a tutto, ma proprio a tutto, anche alle consuetudini), CAMBIA IL CARATTERE: questo non mi piace.
E poi, che dire, ad esempio, si potrebbe cambiare il medico che, a lungo andare, può diventare anche lui un’assuefazione.

Riguardo alla Sapienza, alla quale Rita fa riferimento più volte, mi viene in mente che secondo Don Juan, lo sciamano americano del Castaneda, colui che voglia divenire un UOMO di SAPERE non deve avere paura d’impazzire, deve scegliere una strada del cuore e percorrerla in tutta la sua lunghezza.
Perché, in fondo, la vera battaglia non è l’accettazione di sé stessi ma l’accettazione dell’Infinito. Dobbiamo accettare volontariamente l’Infinito…oltre questo Don Juan non si spinge, perché ritiene che a ciò si fermi la sua SAPIENZA.

Insomma, pare che la vera SAPIENZA alla quale, infine, approdano tutti i sapienti (che ci arrivino studiando, perché sono magi, perché poeti o grandi artisti e scenziati o contadini in costante contatto con la natura ed i suoi cicli) è la scelta volontaria di una via del cuore che ci conduca il più possibile vicino alla possibilità d’intravedere l’Infinito.
Quando si parla di nostalgia…e la nostalgia, che sa di perduto, mette addosso inquietudine, o no? …a me moltissima.
Naturalmente, la via del cuore è una strettoia ed è un percorso da “visionari” in questo mondo del “cogito ergo sum” che ci circonda.

A proposito, la metafora dell’Infinito è l’IRRAGGIUNGIBILE.

Ho il sospetto che l’Infinito non si possa mai raggiungere: noi possiamo solo esserlo l’Infinito…il TUTTO.

Per Rita…

Rita ha bisogno di Rita nascosta. Oggi vi propongo questa lettera di Rita. Vediamo di cosa siamo capaci di fare per lei, noi tutti insieme.

Gentile direttore, professore, dottore,
la domanda è per il dottore, per capire come mi sento chiamo il Sapiente, che cosa voglio gli chiedo, sarai mai contenta?ma io sono contenta è che non sò cosa ho…navigo i mari continuamente e non ci sono tempeste che mi fanno riapparire diversa…caro dottore, il dolore è profondo, l’angoscia è secolare, il pianto non è liberatorio…a chi chiedere aiuto se non al Sapiente…
un attimo e Lei parla della Sapienza che è nelle cose, che è disgiunta dalle cose, che è…per me è ,,,cerco nel mio …
…la sapienza..la dottoressa che mi cura..la dottoressa che mi appaga…sono sempre stata inquieta, sempre insoddisfatta, sempre felice…che contraddizione sono!…sempre bastian contrario, quasi a trovare La risposta….si può arrivare a farsi del male solo per rispondere a se stessi? caro dottore, nella mia sapienza immune alla conoscenza rivolgo un grido…chi può aiutarmi…cerco una medicina che sostituisca la cura sintetica che da anni mi ha assuefatta e improgionata al piacere della gioia, al volere la pace, ad essere messaggera di comprensione, di proposizione…
caro direttore vede cosa mi succede? mi allontano dal pensiero e navigo,… non c’è oceano che tenga,…il dolore ritorna appena sento che devo tenere a bada la mente… rientra.!….. La paura di andare oltre è dolore; sempre e ovunque mi accompagna…oggi mi rivolgo a Lei, dottore, filosofo, posso avere risposta dalla mia stessa “Sapienza “o rischio di impazzire? un attimo e! …”il cervello è come una sfoglia di cipolla”, il terrore è superare l’attimo, è un attimo!, impazzisco o trovo il canale giusto dove far sgorgare una sorgente nuova?.Non mi aspetto niente da nessuno e vorrei sapere da tutti, è possibile? aspetto da me…”in te è la risposta” una vocina che sempre ritorna; aspetto da tutti un soffio di coraggio, di comprensione…la vocina…ma…come puoi ancora!…non cambi mai!…
una inquietitudine che mi accompagna bambina sul palco e mi vede Donna in regia…essa la sapienza o è essa la malattia…

L’arte della memoria I

L’arte della memoria è una delle tecniche psicologiche più significative di tutti i tempi. Abuserò della vostra pazienza e comincerò a trattarla in una serie di articoli. Prima nel suo aspetto di tecnica vera e propria e poi scenderò verso ambiti psichici profondi. Mi rifarò agli studi di Frances Yates, Thomas Moore e Marsilio Ficino.

Nel secolo XVI intervengono mutamenti radicali in una delle tecniche retoriche più esercitate, la cosiddetta “arte della memoria”.
Questa forma di apprendimento veniva definita “arte” per le sue implicite possibilità creative inerenti alle infinite potenzialità combinatorie. L’uomo contemporaneo è abituato a memorizzare dividendo per specie e generi, per analisi, per similitudini concettuali, grammaticali e sintattiche. E così avvezzo a operare con questo tipo di mezzo da non porre mai mente a come l’antichità abbia fatto uso di un altro tipo di memoria, diversa e apprendibile con estrema difficoltà: è appunto l’ars memoriae di cui si parlava. La mnemonica moderna discende da Pietro Ramo e si è affermata nel mondo occidentale solo a partire dal 1600; l’altra non è databile, essendo presente da sempre nel mondo antico, basandosi sulla convinzione della maggiore potenza della memoria visiva rispetto a quella concettuale.
Lo studente che si dedicava all’apprendimento di quest’ultima doveva cominciare a imprimersi nella mente immagini familiari (per esempio la sua stanza da letto) per passare a quelle di luoghi meno noti, all’esterno, come piazze oppure facciate di cattedrali (spesso costruite per servire da immagini memorizzabili, come sostiene la Yates in L’arte della memoria, ai capitoli X-VI-X). Una volta fatta propria questa facoltà, lo studente immaginava scene non reali, ma di invenzione, purché ricche di particolari facilmente imprimibili. A ogni immagine registrata veniva poi accostato il concetto (oppure la parola) da ricordare. In questo modo, allorché si doveva rammentare un discorso oppure un tema o altro ancora, si tornava con la mente alla figura memorizzata e ricollegandosi visivamente ai suoi particolari, si ricordavano quei concetti che si erano accostati ai dettagli della figura. È evidente che la maggiore quantità di figure rendeva più dilatabile la possibilità mnemonica del rètore. Lullo, Scaligero, Della Porta e soprattutto Bruno avevano creato infinite possibilità combinatorie di immagini, rendendo parimenti vasta la potenzialità concettuale.
Il De umbris idearun e il Cantus circaeus sono le opere mnemoniche bruniane che più delle altre attestano questa infinita possibilità di combinazioni fra le immagini. «L’ars memoriae non si pone più come una semplice forma retorica, né l’ars combinatoria come una tecnica logica… Appaiono strettamente collegate ai temi di una metafisica esemplaristica e neoplatonica, ai motivi della cabala e della tradizione ermetica, agli ideali della magia e dell’astrologia… Inserite nel discorso, pieno di toni iniziatici di una magia rinnovata, queste tecniche cambiavano in realtà funzione e significato, perdevano contatto con il terreno delle scienze mondane, della dialettica, della retorica, della medicina: apparivano miracolosi strumenti cui era opportuno affidarsi per il raggiungimento del sapere totale o della pansofia (Paolo Rossi, Le origini della Pansofia e il Lullismo del secolo XVII, Università degli studi di Milano, pag. 199; Paolo Rossi, Clavis universalis, arti mnemoniche e logica combinatoria da Lullo a Leibniz, Ricciardi, 1960, pag. 81 e segg.).» Come si evince dalle parole di Paolo Rossi, la mnemotecnica rinascimentale si poneva quale strumento non più di dilatazione mentale, bensì di ricreazione del mondo, quale mezzo affiancatore della magia o addirittura a essa assimilabile.
La differenza con il “cristianesimo” di un Ficino oppure di un Pico della Mirandola è sostanziale (nell’introduzione al Cantus circaeus – Atanòr, pagg. 10-25 – del Bruno si è esaminato questo “cristianesimo” sostanziale di Ficino e Pico). Ancora Rossi è esemplificativo: «Il caso di Bruno è, da questo punto di vista, esemplare: mentre si configurava come un rifiuto della logica tradizionale e sostituiva le immagini ai termini, la topica all’analitica, l’arte bruniana finiva per muoversi su un terreno ben diverso da quello delle immagini dialettiche, rifiutava ogni identificazione con una tecnica linguistica o retorica, si poneva come lo strumento capace di consentire prodigiose avventure e costruzioni totali. Connettendosi agli ideali e alle aspirazioni della magia, l’ars inveniendi e l’ars memorativa apparivano le vie da seguire per penetrare i segreti della natura e decifrare la scrittura dell’universo» (Paolo Rossi, op. cit., pag. 200). Emerge l’opinione del Lullo, del Della Porta, del Camillo e soprattutto del Bruno di considerare l’arte della memoria come applicazione dell’arte magica (Wolfang Hildebrand nella sua Magia naturalis presenta l’ars memorativa come l’applicazione dell’arte magica a una specifica forma dell’operare umano. È rammentato da P. Rossi, op. cit., pag. 200). La via bruniana è perciò la magia priva dell’attribuzione limitativa del «naturalis».

Collegamenti:

L’arte della memoria II

Nella specializzazione si può nascondere un’ossessione

Credo nella unitarietà della SOPHIA. Non gradisco le specializzazioni e i compartimenti stagni. Apprezzo l’osmosi e la fluidità.
Se “un” sapere non trova il modo di interagire con “un altro” sapere, allora non erano sapienza né l’uno né l’altro.
Lascio volentieri ai puntigliosi i loro recinti e fili spinati.
Preferisco sognare l’Uno emanante. E avvertire il creato come “ricolmo di gioia” (Marsilio Ficino).

L’Uomo di Dio

Ebbrezza, Estasi, Entusiasmo dell’immenso Rûmî:

 

L’Uomo di Dio è, senza vino, ubriaco,
l’Uomo di Dio è, senza cibo, già sazio.

L’Uomo di Dio è pazzo e stupito,
l’Uomo di Dio non mangia e non dorme.

L’Uomo di Dio è re sotto il saio,
l’Uomo di Dio è, in diroccate rovine, tesoro.

L’Uomo di Dio non è d’aria e di terra,
l’Uomo di Dio non è d’acqua e di fuoco.

L’Uomo di Dio è mare senza sponde,
l’Uomo di Dio piove perle senza bisogno di nube.

L’Uomo di Dio ha cento lune e cieli,
l’Uomo di Dio ha pur cento soli.

L’Uomo di Dio è per Realtà sapiente,
l’Uomo di Dio non ha dottrina di libro.

L’Uomo di Dio è oltre fede e non-fede,
l’Uomo di Dio è oltre il male ed il bene.

L’Uomo di Dio è cavaliere venuto dal Nulla,
l’Uomo di Dio è venuto su glorioso destriero.

L’uomo di Dio è Shams ad-Dîn nascosto,
l’Uomo di Dio tu cerca e tu trova.

Per Ginevra, per Lancillotto e per Artù, per Mordred e per un altro santo, Galgano – Parte IV

I due amanti sono trovati addormentati di notte da Artù, che mette tra loro la sua spada. Da quel momento l’arma si chiamerà Excalibur, ovvero «mezzo per raggiungere il divino». Lancillotto e Ginevra sono dunque aiutati da Artù per giungere, nella loro fusione di maschile e femminile, alla dimensione eterna. E poiché la spada rappresenta l’anima, ecco che il re dona loro l’anima per arrivare a Dio.

Questo è il vero significato dell’episodio, il mistero celato dietro un’apparente storia di tradimento.

Lasciati i due amanti, il re torna a Camelot, ma poiché non può vivere senza l’amico e senza Ginevra, cade gravemente ammalato. Solo il Santo Graal, la coppa da cui sgorga una bevanda magica che dona «ogni sapienza», potrà salvarlo. I Cavalieri della Tavola Rotonda partono quindi alla ricerca.

Approfittando dello stato di confusione di Artù, la sua sorellastra Morgana, la strega, assume le sembianze di Ginevra e riesce a fare l’amore con il re, il quale nel delirio è convinto di abbracciare la moglie perduta.

Morgana concepisce da lui un figlio, Mordred, erede del regno. Ormai Artù sembra avere i giorni contati. Infatti i cavalieri non riescono a trovare il Graal e, nella ricerca, cadono tutti vittime di orchi, streghe, negromanti.

Solo un cavaliere puro e padrone di sé, capace di guidare i suoi istinti, può reperire il sacro vaso contenente la bevanda miracolosa. Perfino Parsifal, «è colui che ha mondato il cuore», è caduto vittima degli intrighi di Morgana e Mordred, il figlio dell’incesto. I due l’hanno catturato e appeso a un albero, con la testa in giù.

Ma in questa posizione Parsifal comprende il segreto per raggiungere il Graal.

Qui è nascosto un altro insegnamento velato: il guerriero giunge all’intuizione dal momento in cui «è appeso», quando ha assunto la posizione dell’omonima carta dei Tarocchi. La saggezza arriva capovolgendo i termini del ragionare ordinario, modificando completamente la cultura, la mo­rale, i luoghi comuni.

Parsifal riesce a slegarsi dall’albero, si getta in un torrente, raggiunge un castello sotto le acque, apre le porte con la chiave nascosta «nel suo cuore» e prende il Graal. Immediatamente corre a Camelot e arriva giusto in tempo: Artù sta per morire. Ma appena beve un solo goccio della preziosa bevanda, il re «conosce il bene, il male e tutto come è sempre stato» e guarisce.

Finalmente il signore della Britannia può marciare contro i Sassoni, guidati da Morgana e Mordred. In una battaglia epica Artù li sconfigge. Mordred è il ricettacolo di ogni male: lussuria, invidia, odio, arroganza, ira bestiale si annidano dentro di lui.

Il re sguaina Excalibur e si avventa contro Mordred, che a sua volta ha sfoderato Rubilacxe, la sua lama.

I due si colpiscono contemporaneamente e si uccidono in un abbraccio selvaggio, affondando fino all’elsa le rispettive armi l’uno nel corpo dell’altro. A terra, le loro teste si appoggiano l’una accanto all’altra.

In realtà, osservando i significati della storia al di sopra del senso letterale, Artù e Mordred sono complementari: tutta bontà l’uno e tutta malvagità l’altro, tant’è vero che persino la spada Rubilacxe è il nome di Excalibur rovesciato. Insomma, Mordred è Artù allo specchio. Per questo «devono» fondersi: non esiste vera saggezza se la parte spirituale dell’uomo non si armonizza con quella brutale e selvaggia.

Questa simbologia è davvero rivoluzionaria: anche il peccato, vedi Lancillotto e Ginevra, anche Mordred con le sue mostruosità, sono utili al mantenimento dell’armonia primitiva, quella racchiusa nei disegni arcani.

Nella filosofia ermetica non è possibile perciò dare un significato univoco a un personaggio, a un simbolo o a un avvenimento. Tutto rientra in un disegno complessivo. Occorre rifarsi a sensi più alti, a conoscenze più vaste, circolari, complete. Uomini, leggende, gesta, spade, santi, simboli rientrano tutti in questo immane mosaico della Conoscenza Femminile nascosta.

Appunto un’altra storia, parallela a quella ufficiale dei libri di testo. Occhi nuovi per vedere le cose vecchie e anche queste diventano improvvisamente nuove.

Ricordate? È stata questa una delle esortazioni con cui è iniziato il viaggio. Ora però occorre fare un altro sforzo sulla rotta del «disvelamento» e capire uno del momenti fondamentali della scienza di cui abbiamo parlato sovente, di quella magia di cui in fondo nessuno parla volentieri, a meno che non si tratti di un iniziato. Una scienza spesso travisata nelle sue valenze originarie.

Per entrare nel suo cuore, è necessario comprendere la ritualità dei gesti, dei movimenti, dei canti, delle formule. Bisogna insomma procedere sulla rotta che conduce al rito.

In effetti, tutta la magia comporta una ritualità. Ecco allora delle storie che servono come mezzo esplicativo. Sono esempi, racconti emblematici necessari per quella via di scioglimento delle tenebre che ha ricoperto l’altra storia della civiltà, quella segreta, quella dell’antica sapienza del Femminile.

Per Ginevra, per Lancillotto e per Artù, per Mordred e per un altro santo, Galgano – Parte III

Riuniti tutti i regni, Artù riesce a scacciare i Sassoni, ma per evitare nuove invasioni e per unificare per sempre tutti i Bretoni, crea un castello con trentatré sale quadrate e una sola circolare, il cui nome, Camelot, passerà poi a indicare l’intera fortezza.

Al centro della sala è una tavola rotonda con dodici posti, ciascuno dei quali corrisponde a un segno dello Zodiaco. Lì trovano posto undici armati, compreso Artù. Manca un cavaliere che dovrà essere il migliore, il più forte e il più puro, se vorrà occupare il dodicesimo posto.

Un giorno, gli undici sono a caccia nel bosco, quando avanza un cavaliere tutto bianco, in sella a un destriero anch’esso bianco. È splendido, e un raggio di sole sembra accompagnarlo nel bosco, facendolo brillare tra le fronde.

Artù è preso da invidia e lo sfida a duello. Lottano con accanimento, senza riuscire ad abbattersi l’un l’altro, quando il re di Britannia, indietreggiando di alcuni metri, si accorge che il suo contendente è vestito esattamente al contrario di lui. Infatti quel giorno Artù ha corazza, elmo e cavallo neri.

Contemporaneamente anche l’altro si rende conto di avere di fronte la sua immagine rovesciata. Allora i due cessano di combattere e si abbracciano. Quel cavaliere è Lancillotto, che andrà a occupare il dodicesimo posto.

Il significato del duello è chiaro: il vero eroe deve poter armonizzare le sue due parti, quella oscura e quella luminosa, ovvero i sensi e la ragione, senza sacrificare gli uni all’altra e viceversa. Solo così sarà un vero eroe.

Altre imprese prodigiose aspettano i cavalieri, ma un’insidia minaccia proprio Lancillotto, il più puro.

Ginevra, moglie di Artù, si è follemente innamorata di lui, che pure ne ricambia il sentimento.

Entrambi tentano di opporsi alla passione per rispetto al re, ma un giorno, nella foresta, si trovano per caso soli. Una grande quercia li avviluppa con i rami, spingendoli vicini, finché sono costretti a guardarsi negli occhi.

In quell’attimo Lancillotto comprende di non essere più lo stesso. Non è un guerriero, un combattente, un uomo d’arme. Non è più nulla se non Ginevra stessa: egli è diventato la regina stessa, è tutt’uno con la donna amata. E la donna, per un processo identico, è divenuta Lancillotto.

Così, attraverso lo sguardo, si appartengono e «conoscono tutto quello che occorre avere, la sapienza».

Dunque per amare davvero occorre compenetrarsi totalmente, diventare l’altro e solo mediante tale partecipazione, tale totalità, si raggiunge la vera conoscenza. Un segreto magico è racchiuso in questo momento d’amore: l’atto di Ginevra e Lancillotto, che pure sembra un tradimento, è invece indispensabile per arrivare alla sapienza, come conferma il seguito della storia.

L’immaginazione ermetica V

Dopo il 1473 Ficino si sente così sicuro delle sue ricerche e dell’appoggio di Lorenzo de’ Medici da iniziare un’ardua e pericolosa dimostrazione speculativa: l’unità tra filosofia e ragione.

Il lettore, che non si interessa specificatamente di filosofia, dovrà adesso compiere una piccola fatica per esaminare il pensiero di Ficino (e poi di Pico), ma sarà ricompensato nel constatare la forza e il coraggio delle loro concezioni.

La novità teorica è il concetto di centralità di tutti i gradi dell’essere, che racchiude in sé l’universo, dove, conseguentemente, non vi sono “parti” privilegiate da un punto di vista “qualitativo”, bensì tutto concorre a un disegno unitario. In tale sistema è vitale l’azione dell’uomo, perché con la sua azione concreta deve ricondurre il mondo della materia alla divinità. La storia dell’uomo è insomma la storia stessa dell’universo e della sua redenzione mediante la razionalità umana, che tutto investiga e conosce. L’uomo è dunque un mediatore tra mondo e Dio, una copula mundi in perenne tensione per diventare Dio, processo di adeguamento al divino che si attua allorché l’umanità esplica il dono della ragione. Quando l’uomo pensa, specula, riflette, proprio in quell’istante si avvia sulla strada che lo conduce a adeguarsi alla divinità.

Il contatto tra l’uomo e Dio si è sempre manifestato nei secoli mediante la luce intellettuale che il Perfetto ha instillato, come goccia irradiante, nei profeti, nei pensatori, nei poeti. Dio è perciò vivente nell’uomo, e nello stesso modo è presente nella natura, che nella propria essenza ha la qualità dell’essere infinito. La differenza, che Ficino evidenzia in questi concetti, è totale rispetto al pensiero degli scolastici contro cui polemizza.

L’uomo e la natura sono visti come partecipi del divino in senso qualitativo, elementi di un mosaico universale, in cui occupano un posto indispensabile.

Questo è il punto, l’umanità e il mondo sono necessari all’armonia dell’essere, quindi non eliminabili secondo il capriccio di Dio.

Tali pensieri fanno parte di due opere di Marsilio, la Religione cristiana e la Theologia platonica. In quest’ultima il filosofo si spinge anche oltre, fino ad affermare l’unità filosofico-religiosa della tradizione che, partendo dai profeti biblici ed evangelici, dai poeti dell’antichità, dai saggi mistici del Medioevo, dai cantori ispirati del tempo presente, dimostra come la verità sia una sola, e quanto le differenze tra ebrei, cristiani, islamici, platonici, aristotelici, siano fittizie. Artifici creati da uomini spregevoli per dividere e separare l’umanità. Ma c’è sempre stata una corrente di pensiero che ha riportato la verità, che ha testimoniato l’unità della sapienza. È la tradizione platonica, neoplatonica, ermetica.

Gli argomenti della Theologia platonica sono tutti riconducibili al Corpus hermeticum, cui abbiamo accennato precedentemente. Insomma Ficino, partito da Platone, è arrivato a far proprie tutte le tesi magiche del Corpus. Anche questo testo afferma che la filosofia di Platone ha unificato tutte le culture, creando un sapere unitario, che può appunto definirsi magia.

«I testi ermetici» sostiene Garin «costituiranno per Ficino un punto di riferimento costante, una testimonianza privilegiata della prisca theologia, un documento mirabile che manifesta gli arcana mysteria, ben degno di essere collocato da Lattanzio fra le Sibille e i Profeti. Orbene è proprio in questa prospettiva che egli trovava la conferma e il fondamento metafisico e teologico della astrologia e della magia.»

L’intervento che abbiamo riportato anticipa anche un’altra questione. Oltre alla magia, trova ospitalità in Ficino, e in altri umanisti, la cosiddetta astrologia esoterica. Ovvero una disciplina che non vuole predire il futuro degli individui, dei popoli, o delle nazioni, ma studiare il carattere della persona che ne faccia richiesta, le sue costanti, le prerogative specifiche, le potenzialità. E superfluo dire che l’astrologia esoterica era presente nel Corpus hermeticum, sempre più studiato dagli umanisti della Accademia platonica fiorentina. Ormai la magia occupa le menti di questi filosofi. Tanto è vero che Ficino, nel terzo libro del De vita (opera successiva alla Theologia), compie un’esaltazione totale dell’Asclepius (uno dei testi ermetici presenti nel Corpus), opera attribuita a Ermete Trismegisto. Un sapiente immaginario, ritenuto invece dagli umanisti realmente vissuto, e persino collocato in un preciso tempo storico, quello di Mosè. Invece Ermete Trismegisto (ovvero tre volte grande) è solo un simbolo, adoperato in Alessandria per designare la figura del maestro immaginario dagli studiosi di magia del II secolo dopo Cristo che si definiscono “ermetici” perché custodiscono il segreto dei riti più significativi della scientia.

Tornando al De vita coelitus comparanda (terzo volume del De vita), Ficino afferma che l’opera di Ermete Trismegisto, ovvero il Corpus, è consona al cristianesimo e a tutte le verità rivelate. Come lui, Marsilio crede che ogni momento della vita dipenda dagli astri, o meglio, dal Sole, che si irraggia attraverso di essi. Ma non è una posizione deterministica, perché il Sole non decide del destino degli uomini. Influenza esclusivamente il corpo, la materia, mentre l’anima è guidata dalla intelligenza universale delle stelle. Le costellazioni e le configurazioni planetarie sono i simboli concreti che esprimono il pensiero di Dio; attraverso di esse si manifestano le leggi della intelligenza eterna.

Tutta l’astrologia è la traduzione, in linguaggio celeste, della realtà. Occorre saper leggere ogni espressione: dai colori delle pietre sino alle configurazioni astrali. Sono tutti parte del discorso dell’universo, punti diversi dell’Uno. Ficino compie precise analogie fra il corpo umano e il cosmo: erbe e alberi come peli e capelli, pietre e metalli come denti e ossa, tutto è reso vivo dalla vita che, come lui afferma: «Sboccia anche ancora più sopra la terra nei corpi più sottili e più vicini all’anima. Per il suo intimo vigore l’acqua, l’aria e il fuoco hanno in sé i loro viventi e si muovono. Questa vita riscalda e muove l’aria e il fuoco più della terra e dell’acqua. Infine vivifica al massimo i corpi celesti quasi capo, cuore e occhi del mondo. E finalmente, per mezzo delle stelle come suoi occhi, diffonde ovunque nel mondo i suoi raggi non solo visibili ma veggenti» (Eugenio Garin, Lo zodiaco della vita, Laterza, 1982, pag. 83).

Tra i gradi dell’universo esiste così un perenne scambio di radiazioni e forme, ma esso è ambivalente. E possibile riverberare le forze del cielo nel cielo. Bisogna imitare le figure celesti in adatti e specifici talismani per captare e concentrare gli influssi delle intelligenze (attraverso le stelle). In tale messa a profitto di simili forze consiste appunto l’opera del mago.

Anche le parole e i canti servono allo scopo: sono utilizzabili come le figure astrali (costellazioni) immaginate dagli egizi e dai caldei (le immagini mentali, capaci di assumere in sé e quindi di convogliare sulla mente che le ha pensate gli influssi dei corpi celesti, saranno poi gli strumenti dell’opera di immaginazione di Giordano Bruno), oltre a quelle create da Albumasar e da altri esponenti della tradizione magica platonica.

Le potenze del cielo sono catturate dal simulacro che le imita, riproducendole in maniera adatta, e agiscono mediante lo spirito. Per questo, sostiene Ficino, si scolpisce un Mercurio di marmo, nell’ora di Mercurio, quando sorge Mercurio, nelle sembianze di un uomo che scaglia frecce, per agire contro la febbre. Questa è l’operazione magica del tipo naturalis; essa si inserisce nell’universo per rendere la vita sulla terra più armoniosa, correggendo qualsiasi alterazione di ritmo, prendendo a modello il cielo.

Non è comunque sufficiente riprodurre l’universo nel suo proprio archetipo e osservarlo; occorre interiorizzare questa immagine dall’uomo riprodotta, contemplare nel nostro interno questo archetipo e assimilarlo. La meditazione sarà favorita se all’interno delle stanze della casa in cui si vive saranno riprodotte in immagini le componenti dell’archè. L’arte e la magia si incontrano per permettere all’uomo-microcosmo di adeguarsi al macrocosmo, grazie alla tecnica della contemplazione delle immagini. Botticelli, Tiziano, Giorgione e altri si pongono così come fabbricatori di immagini “universali”, archetipiche, infinite perché riproducenti la speranza di simboli antichissimi, per l’armonizzazione dell’umano.

L’immaginazione ermetica III

In un contesto in cui tutti gli umanisti sono dediti a febbrili ricerche di antichi testi, è ovvio che si aggiungano nuove scoperte. Si reperisce il Corpus hermeticum, ovvero una serie di scritti a carattere magico del II-IV secolo dopo Cristo, ma ritenuti erroneamente molto più antichi dagli umanisti. Soprattutto il Picatrix e il Poimander sempre contenuti nel Corpus, parlano di profonde corrispondenze tra cose, esseri viventi e spiriti, che sono poi traducibili in formule magiche, in incantesimi, talismani, amuleti. Con la parola magicamente ritualizzata è possibile giungere alle divinità stellari, agli spiriti ultimi delle cose, alle idee presenti nella mente di Dio: quia verbum in se habet nigromantiae virtutem (il discorso è la specie più virtuosa della magia) (Eugenio Garin, Lo zodiaco della vita, Laterza, 1982, pag. 66 e segg.).

Pomponazzi, per esempio, che non può essere citato come un umanista che portò alle estreme conseguenze l’armonica concezione platonica, non nega la magia naturale, anzi accetta gli effetti di qualità e potenze umane ignorate. Per similitudine, seguendo la teoria, delle consonanze, il filosofo si chiede perché se certe erbe, o certi odori, producono effetti terapeutici, non sia possibile per certi uomini agire analogamente.

Perché altresì non accettare che l’immaginazione non si ripercuota sul corpo producendovi modificazioni anche perpetue, come le stimmate? Pomponazzi trova la dimostrazione di questa ipotesi nella notte di tregenda in cui i cittadini dell’Aquila riuscirono con intense preghiere ad allontanare il temporale. Fenomeno spiegabile attraverso un processo fisico analogo a quello che si ottiene suonando le campane a stormo, movimenti e modificazioni dell’aria che spostano le nubi per vibrazioni continue. Garin riporta un commento del filosofo quanto mai appropriato: «La si chiami magia poiché solamente i più sapienti fra gli uomini la capiscono, e le cose più segrete appartengono ai sapienti e il termine mago in persiano significa sapiente. E per il popolo che si sono introdotti angeli e demoni, ma quelli che li hanno introdotti sapevano bene che non potevano affatto esistere. Ma gli uomini volgari che non sono filosofi, in realtà sono come bestie… Il linguaggio delle religioni, come dice Averroè nella sua poetica, è simile a quello dei poeti… Tali favole servono a condurci alla verità e ad istruire il volgo rozzo che è necessario condurre al bene e ritrarre dal male, come si fa per i bambini con la speranza del premio e la paura della pena (op. cit., pagg. 115-116).

Garin aggiunge una sua personale conclusione, secondo cui quando un sentimento religioso decade, anche gli effetti delle preghiere si attenuano e i miracoli non avvengono più, a comprova degli effetti fisici delle preghiere e dei loro propri corollari (ibidem). Insistendo nella sua tesi Garin afferma che Pomponazzi: «tradusse in forma quasi brutale la teoria della fisicità, empiricamente comprovabile, del culto religioso» (ibidem).

Dunque il buon Pomponazzi, filosofo e umanista tra i più tiepidi nei confronti della magia, si lascia andare ad affermazioni quasi paradossali, spiegando tutto il fenomeno religioso in termini di magia pratica, fisica. Arriva addirittura a fornire una spiegazione “razionale” dei miracoli, che sarebbero legati al mutamento delle religioni, in quanto simili cambiamenti rendono difficile il «trapasso da ciò che è consueto a quel che è sommamente inconsueto, [per far ciò] è necessario che la successione della nuova religione sia accompagnata da miracoli straordinari e stupefacenti. Per questo i corpi celesti all’avvento di una nuova religione devono far venire uomini che facciano i miracoli. Così uomini del genere possono far venire e far scomparire piogge, grandine e terremoti, comandare ai venti e al mare, guarire ogni sorta di malattie, svelare i segreti, predire il futuro e ricordare il passato, andare oltre il comune senso della gente. Altrimenti non potrebbero introdurre nuove religioni e nuovi costumi tanto diversi» (Ibidem).

Abbiamo citato Pomponazzi, che ribadiamo era pure un tiepido nei confronti della magia, per mostrare come ormai tale scientia avesse influenzato nel profondo moltissimi intellettuali dell’Umanesimo.

La Grande Madre — Dove una fanciulla arriva determinata nella città di Chinon…

Giovanna d’Arco e la torre della “sapienza” dei Templari.

Che cosa non sembra splendido a diciassette anni? La città di Chinon, a sudest di Tours, in Francia, è bella in sé, con il suo borgo bianco e i tetti che cangiano in oro sotto il sole. Il castello domina l’abitato con le sue tre torri capaci di resistere a qualsiasi attacco. La più alta misura venticinque metri e guarda imponente per oltre quindici chilometri tutta la contrada. La sommità è larga più della base a testimoniare che quello è un luogo adatto al re. La cima sembra infatti una corona gigantesca che si erge sulle case degli uomini a simbolo del potere.

Una ragazza guarda rapita, non ha mai visto nulla di così eccitante. Trattiene il respiro e quindi si lancia al galoppo. Almeno per quanto è nelle possibilità del suo ronzino. Però a lei sembra un destriero alato, un ippogrifo adatto a mitici cavalieri, a Lancillotto e – perché no? – ad Artù in persona.

Le sembra di volare fino alle porte della città, dove due guardie le sbarrano il passo senza neppure proferire parola. Nessuno che venga dalle campagne può entrare. C’è la guerra con gli inglesi e inoltre numerose bande di tagliagole scorrazzano per la campagna seminando il terrore. Il paese vicino è stato messo a ferro e fuoco nel mese di febbraio e gli abitanti sono stari tutti seviziati, torturati e fatti a pezzi. Si dice che gli assassini siano riusciti a entrare grazie a una ragazza che si era infiltrata nel paese. Di notte sembra che sia riuscita ad aprire le porte per far entrare i suoi compari. Poi la strage.

Ecco perché gli armigeri sono vigili. Con lo sguardo severo chiedono all’esile contadina dove sia diretta. Non è neppure giorno di mercato e quindi non ha nessun motivo per giungere a Chinon.

«Vorrei essere portata…» mormora l’adolescente, ma non fa neppure in tempo a finire la frase che viene interrotta bruscamente da un cavaliere che intanto è sopraggiunto dalla sua stessa strada. È armato in modo pesante e accanto a lui sono due scudieri e un sergente. Non portano insegne nobiliari. Quindi sono isolati, sono delle spade in vendita. Di questi tempi per gente come loro non e difficile trovare lavoro. Basta offrire “il giusto” che sguainano l’arma, non importa contro chi, l’essenziale è avere la borsa e la pancia piene.

«Fatti da parte contadina!» urla l’uomo d’arme, inveendo con turpiloqui e bestemmie contro la ragazza. Quindi sbotta in una risata colossale, in coro con i suoi tre compari e le guardie di sentinella al portale. Sghignazzano e guardano quella ragazzetta vestita di stracci, con una ghirlanda di fiordalisi intorno alla testa. Si aspettano che fugga via in lacrime. Per la verità nella testa del sergente sta anche balenando la gustosa idea di prenderla, riversarla sulla sella e usarla per un paio di notti, quando, ormai stanco di bevute, avrà voglia di violentare qualcuno.

E infatti la ragazza si fa subito sentire. Ma il suo non è né un pianto, né una supplica. È un comando tagliente, proferito con voce limpida e implacabile. «In nome di nostro Signore, perché bestemmi? Tu che sei tanto vicino alla morte?» Lo stupore che si stampa sul viso del guerriero è immenso. La guarda attonito. Si volta e scorge che anche gli altri la guardano allibiti. C’è un minuto di silenzio, poi risuona una risata fragorosa, immane, cavernosa, sguaiata. È il blasfemo che sta prorompendo in sghignazzi senza freno. Ride come mai nella sua vita. Una donna ha osato rispondergli e l’ha persino redarguito. Non sa che cosa l’aspetta.

Immerso in quei pensieri non si accorge però che il suo cavallo sta indietreggiando proprio verso il piccolo fiume che costeggia l’abitato e che serve ad alimentare le risorse idriche del castello. Non fa caso quindi alla paura del suo destriero, infastidito forse da quel selvaggio scoppio di ilarità del suo padrone, di cui teme da tempo frusta e staffile. No, non si accorge di nulla quel cavaliere, che perciò non riesce a muovere un dito, quando il suo quadrupede precipita lungo le ripide sponde. Fa in tempo soltanto a pensare “strega maledetta!” allorché le acque si chiudono in un baleno su di lui, appesantito com’è dall’armatura. A morire con l’acqua nei polmoni ci metterà invece qualche orrido minuto. Ma nessuno da sopra ha fatto in tempo a intervenire. Uomo e quadrupede sono spariti in un soffio, come risucchiati da una forza sotto le acque.

Sergente, scudieri e vigilanti pensano tutti la stessa cosa: «È stato preso dalla mano del demonio». Quindi con molta cautela sbirciano la ragazza che li fissa, uno dopo l’altro, con occhi fiammeggianti. È rimasta immobile e non mostra alcuna curiosità per il destino del soldato. Non sarebbe stato necessario, comunque. Infatti un gorgo si delinea nel fiume e la corrente erutta l’uomo e il suo cavallo, cadaveri. Il cavaliere è agganciato dai servitori che lo trascinano a riva. Gli tolgono l’elmo spinti da un’irragionevole speranza. Ma subito si ritraggono inorriditi. Sono bastati pochi minuti e alcuni pesci, solo Dio sa come, si sono infilati tra le grate del cimiero e hanno fatto scempio del volto. È lo stesso sentimento che provano tutti gli altri armati mentre osservano la ragazza immobile che, riprendendo il discorso interrotto dieci minuti prima dal sopraggiungere dei mercenari, dice: «Vorrei essere portata al cospetto del Delfino, da Carlo. Vengo da Domremy e sono diretta, se nostro Signore Gesù Cristo lo vorrà, a Orléans».

Inizia così, il 9 marzo del 1429, la storia di Giovanna. Ragazza di diciassette anni che si reca in abiti da contadina alla dimora del Delfino di Francia, legittimo erede al trono, che non può divenire re perché suo padre Carlo VI è pazzo e lui non può succedergli per l’avversione di nemici implacabili che gli negano un diritto legittimo.

Gli inglesi e i borgognoni sono infatti alleati contro la corona francese e dominano di fatto quasi tutto il Paese. Nessuno può aiutare il giovane Carlo, il Delfino, che con il tempo si è lasciato andare a lascivie e dissolutezze. Ben aiutato in questa strada in discesa dalla madre Isabella di Baviera, la cui condotta è così scandalosa che i suoi contemporanei, quando devono insultare una ragazza dai facili costumi le dicono “sei proprio un’Isabella!”. In simile compagnia di prostitute e sicofanti, il Delfino trascorre i giorni sciupando giovinezza e salute. Per metterlo sul trono occorre soltanto un miracolo. Forse sarà stata una segreta preveggenza, forse una voce interiore, forse curiosità o presentimento. Chissà. Certo è che Carlo accetta di parlare con la giovane. Ma non basta. Dopo pochi giorni le affida quel che rimane dell’esercito francese per consentirle di andare a riconquistare Orléans presidiata da fortissimi contingenti inglesi.

Lei andrà, vincerà e metterà Carlo sul trono.

Tutte le storiografie ufficiali raccontano questa storia. Chiara e nitida.

Eppure a ben guardarla, o meglio, a osservarla tra le pieghe, tra un filo e l’altro del tessuto, si scoprono colori e ricami impensabili.

È la trama simbolica del mistero.

Primo interrogativo. Come è possibile che una piccola contadina diciassettenne riesca a parlare a un re? Il problema, oltre che di accesso alla persona, è anche di linguaggio. Infatti nelle campagne di Francia si parla un idioma completamente diverso da quello di corte. Una sorta di slang pressoché incomprensibile per la nobiltà.

Se Giovanna riesce a farsi capire, vuol dire che qualcuno le ha insegnato come esprimersi e cosa dire. Ma chi?

Domremy, il paese da dove lei proviene, nella prima metà del quattrocento è poco più di un ammasso di casupole. Il contado vive dovunque un’esistenza precaria e qui, se possibile, ancor peggio. Perché c’è una guerra secolare e nei campi sono passate orde di sbandati e di eserciti regolari, che di regolare hanno solo la continuità della propensione al saccheggio. In questo quadro risulta francamente impossibile credere che un mezzadro abbia trovato i denari per istruire la figlia. Poi non è neppure questione di soldi ma di tempo. Le ore della giornata sono poche per chi deve badare a tutto, dalle bestie all’orto. Per una donna le afflizioni si raddoppiano. E allora? La ragazza non ha avuto né ricchezze, né tempo per imparare come sostenere un dialogo con il legittimo erede alla corona.

Ma non è che l’inizio delle incongruità. Ecco subito un secondo interrogativo. Che cosa dire, sul piano della pura logica, di un’adolescente messa a capo di un esercito? Già oggi sarebbe un evento straordinario, cinque secoli fa era addirittura inimmaginabile. Anche perché gli armati erano sempre e comunque comandati da nobili. Matilde di Canossa aveva già diretto le sue truppe, ma era l’erede legittima delle sue terre ed era ben più avanti con gli anni. Tutta la vicenda è illogica, a meno che non venga interpretata con un’altra forma di razionalità per scoprire elementi nascosti nella vicenda e il disegno simbolico che ne traspare.

Per cominciare a svelare la filigrana occorre mettere ordine nelle date.

Il 9 marzo Giovanna si reca davanti al suo re, dopo aver assistito alla morte del mercenario blasfemo. Il problema è appunto di ordine temporale. Lei è già stata a Chinon, ma il giorno prima, esattamente l’8 marzo. È stata rinchiusa come una povera pazza nella torre più alta del castello. È stato Angelo Quattrocchi, autore di un fortunato libro sulle città misteriose in Europa, a ipotizzare per primo lo sfalsamento delle date. Il problema non è secondario, sebbene possa sembrare ininfluente che Giovanna sia stata a Chinon l’8 o il 9 marzo. E invece cambia tutto. Perché la ragazza riesce a farsi capire soltanto “dopo” essere stata rinchiusa nella fortezza. Passa presumibilmente la notte al buio e al chiuso, quindi viene cacciata. Subito dopo si ripresenta e, l’abbiamo visto nel precedente racconto volutamente romanzato, non è più la piccola invasata di appena poche ore prima. È determinata e ha il potere di preveggenza e di discernimento. Tanto è vero che quando è portata davanti alla corte si rivolge direttamente a Carlo, che si era travestito come un nobile qualsiasi e aveva fatto mettere un altro cavaliere al suo posto vestito con tutte le insegne reali. Eppure Giovanna non esita un solo istante e si mette direttamente di fronte al Delfino. Poi inizia a parlare nel silenzio generale e chiede un’armata da mettere al suo comando. E qui le fonti concordano tutte: nessuno ride. Incredibile! È come se ai nostri tempi una bambinetta davanti al Congresso chiedesse di essere messa a capo dell’esercito statunitense. Ammettiamo pure che riuscisse a formulare la richiesta, vi immaginate gli sberleffi? E invece a Chinon la corte, composta di nobili rotti a tutto, rimane muta. Non è poi così astruso supporre che da quella donna emanasse un fascino assoluto. Eppure fino a un giorno prima era una contadina qualsiasi che viveva serena nei campi. È evidente che le è accaduto qualcosa di incomprensibile alla mente razionale. La risposta più immediata è: un miracolo. Ma questa parola vuol dire, tra l’altro, “degno di essere mostrato”. Ma qui invece tutto è celato e nascosto ermeticamente.

Vediamo di porre ordine. Fino a ventiquattr’ore prima Giovanna è una ragazza comune, altrimenti gli storiografi avrebbero parlato di eventi eccezionali già in periodi antecedenti a Chinon. E da “normale” si reca alla città del re. Parla una lingua “popolare” e quando chiede di vedere l’erede al trono viene rinchiusa nella torre, come capitava a tutti i “folli” dell’epoca. Non tanto per vessarli, quanto per renderli un poco mansueti. Poche ore ed ecco che parla addirittura l’idioma dei monarchi, riconosce Carlo in mezzo a mille e diventa capo dell’esercito.

Cosa è accaduto tra il prima, Giovanna contadina, e il dopo, Giovanna sapiente? In mezzo c’è soltanto una cosa, grande e grossa come una casa, anzi più di una casa.

È la torre.

All’interno di questa costruzione deve essersi verificato un evento eccezionale. Una trasformazione da un modo di essere a un altro modo di essere. Una morte simbolica per una rinascita altrettanto simbolica. Una sorta di rituale presente in ogni forma di religione misterica, la morte a se stessi e la rinascita a un altro sé. Morte e resurrezione.

Ma torniamo alla torre di venticinque metri. Chiunque si rechi a visitarla, e io ci sono stato su consiglio dello stesso Quattrocchi che ho già citato, può vedere la cella dove è stata rinchiusa Giovanna. Il punto è esattamente questo. Nello stesso ambiente, nel 1308, sono stati rinchiusi alcuni Cavalieri Templari accusati di stregoneria e di magia. Sulle pareti sono incise cifre graffite di senso oscuro e forse il nome del loro maestro, De Molay. Qui la giovane ha subìto la metamorfosi. Come e perché non è dato sapere. Ma certo la contadina si trasmuta nella donna “di sapere”.

Dopo quella notte ottiene tutto e mantiene tutto quello che promette, o meglio, che “vede”. Con truppe esigue prende Orléans e vince gli inglesi, poi rimette il legittimo pretendente sul trono e fa della Francia una nazione libera. Un tradimento mefistofelico la fa cadere in mano dei borgognoni che poi la “vendono” agli inglesi che la mandano al rogo. Come “strega”. La stessa accusa che portò i Templari a essere arsi vivi.

La stoffa sul telaio lascia intravedere il suo ricamo. La torre ha custodito i segni dei Cavalieri Templari, la torre ha donato la sapienza a una contadina. La torre ha agito forse come forno alchemico, come momento di trasmutazione, di ri-creazione.

Ecco il simbolo che si cercava, il forno magico.

Forse tutta la vicenda vuole condurre al riconoscimento di questa valenza ermetica. Ma rimane ancora qualcosa da dire.

Quando Giovanna va diritta davanti al re, un cavaliere si stacca dagli altri cortigiani e si mette al suo fianco. Da quel momento starà sempre con lei, fino alla sua cattura. Poi si ritirerà nelle sue proprietà dove sarà prelevato nove anni dopo dalle guardie del clero. Sarà arso vivo, anche lui con la medesima accusa dei Templari e di Giovanna: stregoneria. Quel cavaliere era Gilles de Rais, letterato e artista, meglio conosciuto come Gilles il mago.

Ecco un altro disegno che è apparso sulla tela: un mago che si mette al servizio di una donna. Che le riconosce autorità e potere. Quindi era un mago che si sottometteva al Femminile. È un altro elemento di questo disegno che sembra una normale vicenda miracolistica e che invece possiede molti caratteri ermetici che gradatamente sono emersi allo sguardo sottile. E non è ancora tutto.

Lo storico anglosassone Geoffrey de Monmouth afferma che il mago Merlino un giorno profetizzò: «Una stupenda pulzella verrà da Nemus Cenetum per salvare le nazioni». Ebbene, sapete come si chiamava il bosco che circondava Domremy, il paese di Giovanna? Nemus Cenetum.

Il telaio ha rivelato un’altra trama, oltre quella manifesta.

Mi sono soltanto permesso di evidenziarla, e così farò anche in seguito.

 

 

Bibliografia consigliata

 

Su Giovanna d’Arco e il rapporto con la cosiddetta torre dei Templari vedi Elizabeth Pepper  John Wilcock, Terre e città di magia in Europa, Vallardi, 1991.

Porto XI

Nel 1982 una giovane ricercatrice del CNR, ora titolare di una delle cattedre di Antropologia culturale più prestigiose in Italia, si reca a Cipro per conoscere un santone locale, Moshe. La studiosa non ha molto materiale sul presunto saggio, ma è spinta dalla certezza che quest’uomo davvero possieda un briciolo di sapienza allo stato primitivo.

La donna, di cui diamo soltanto le iniziali G. B., sta infatti compiendo una vasta indagine sulla magia popolare e sulle relative superstizioni.

Giunta sull’isola, impiega tre mesi per mettersi in contatto con Moshe, il quale, però, non ha alcuna intenzione di parlarle. Soltanto grazie a un bambino riesce a ottenere finalmente un colloquio.

Si arrampica per strade impervie, scala un monte e finalmente arriva a una casupola. Le fa da guida il ragazzino che le ha procurato il contatto.

G. B. chiede se c’è nessuno in casa. Non fa in tempo a terminare la frase che esce l’uomo. È un vecchio dall’età imprecisata, alto e possente. Prima che la donna possa articolare un discorso, le dice in perfetto inglese: «Tu sei venuta qui non tanto per scrivere un libro, quanto per giungere alla conoscenza. Non è così?».

È la verità. La ricercatrice è spinta soprattutto verso l’acquisizione di sapienze popolari. Non c’è in lei soltanto la bramosia della pubblicazione per ottenere questa o quella cattedra, ma un autentico bisogno di apprendere. Quindi la studiosa fa cenno di sì con la testa.

«Bene, allora torna qui dopo che avrai trovato tutte le erbe che assomigliano alla mandragola.»

A nulla valgono le proteste della ragazza. Infatti la mandragola è una pianta che non esiste. Deve tornare indietro.

Ritorna addirittura a Roma, consulta ogni tipo di testo di erboristeria e decine di esperti. Poi, per «assonanza», colleziona cinquecento tipi di piante. Quindi, a distanza di sei mesi, torna a Cipro.

Solita trafila di attesa e arrampicata furibonda fino a Moshe, che neppure guarda le piante.

«Ottimo,» le dice. «Adesso però devi trovarmi tutte le erbe che esistevano nel giardino di Platone.»

G. B. per poco non sviene. Riesce a reprimere la voglia di strozzare il vecchio e torna in Italia. Ormai, però, è decisa e non vuole mollare la presa. Consulta tutti gli storici della filosofia che può, e quindi anche i soliti erboristi che la prendono per pazza. Poi è la volta degli archeologi. Una fatica immane che le assorbe tutto il tempo libero e non solo quello. Trascorrono nove mesi, ma alla fine ha in mano quanto il saggio le ha chiesto.

Terzo viaggio, terza trafila, terza attesa, terza escursione. Moshe sembra però aspettarla. Prende quanto la giovane gli porge e accantona.

«Ora devi scrivermi cosa hai provato in questi diciotto mesi di ricerca e attesa. Soltanto dopo ti comunicherò il mio sapere.»

Mordendosi la lingua, la ricercatrice riprende la strada di casa. Per fortuna ha preso moltissimi appunti e stende circa mille pagine di riflessioni e meditazioni. Un diario stupendo di attesa e ricerca. Impiega sei mesi per concludere lo scritto. Quindi ricomincia tutto da capo.

Da quando è giunta per la prima volta a Cipro è passato oltre un anno e mezzo. Ha speso molti soldi, ma per fortuna non ha problemi. Si è spezzata in due su strade impossibili, ha visto decine di persone, scritto centinaia di pagine, collezionato migliaia di erbe, ma alla fine è riuscita nel suo intento. È felice. L’uomo dovrà comunicarle la sua saggezza.

Altra immane camminata e finalmente, in piena luce, ecco il sapiente. L’accoglie con un largo sorriso. Prende le pagine e le colloca per terra. Poi va dentro casa e torna con i due mucchi di erbe che lei gli ha portato in precedenza. Dispone tutto vicino. Si apre i pantaloni e orina sul tutto.

G. B. spalanca la bocca, riesce solo ad articolare: «Dio, questo non me lo sarei mai aspettato, non è razionale!».

E subito lui di rimando; «Ecco, sei al primo gradino del sapere».

Porto VII

Nel Fedro Platone riporta un’affabulazione egizia contro la scrittura. Il suo viso, dice, disabitua gli uomini a esercitare la memoria e l’immaginazione, rendendoli schiavi dei segni impressi sulla carta. I volumi sarebbero come dei ritratti: sembrano vivi, ma se si rivolge loro la parola, rimangono muti.

Nella VII lettera prosegue con maggior veemenza e afferma che nessun sapiente che sia veramente tale si sognerebbe mai di affidare alla scrittura la propria saggezza.

Prosegue idealmente su questa linea Clemente di Alessandria, che assicura: «Scrivere un intero libro (di cose sagge) è come lasciare una spada ad un bambino».

Insomma, la sapienza non è possibile comunicarla a tutti, a meno che non siano persone di coscienza elevata. Ma se sono tali riusciranno a comprendere il sapere anche se è velato. Per questo, sempre Platone, nel Timeo dice: «Duro compito è quello di scoprire l’artefice del creato e anche se lo scopri è impossibile farlo conoscere a tutti gli uomini».

La coscienza va insomma gentilmente nascosta, velata, per impedire che gli stolti possano impadronirsene.

Basta pensare a quanto è accaduto con l’energia atomica per provare un profondo rispetto per gli antichi maestri.

Bisogna dare per scontato dunque che esista un sapere «coperto», i cui segni sono stati lasciati a chi riesca a decodificarli? La tradizione neoplatonica vuole che esistano numerose «schegge» e che si possa accedere a esse mediante una continua ascesi individuale. Non si tratta di trasformarsi in mo­naci o mistici, tutt’altro. È come andare in palestra, ma con la mente. Come gli esercizi ginnici sviluppano i muscoli, così quelli psichici ampliano l’intelligenza e la comprensione.

Con il tempo ciò che era muto improvvisamente parla all’anima.

La Grande Madre — Dove si racconta di alcuni incontri con Elémire Zolla e con Giorgio Colli e dove tornano i “segni”

«Chiunque berrà a questa coppa sarà immediatamente assalito dal desiderio di Afrodite dalla splendida ghirlanda.»

O. MURRAY, La Grecia delle origini.

 

Sono sempre stato un lettore di Zolla e per anni ho sperato di conoscerlo. L’occasione si presentò nel 1977. In quegli anni ero responsabile delle trasmissioni radiofoniche del DSE diretto da Luciano Rispoli con la collaborazione di Enrico Gabutti, incarico che, grazie alla loro fiducia, potevo svolgere in massima autonomia. Con me lavorava Laura Fortini che, con una semplice telefonata, mi mise in contatto con il filosofo. In un minuto presi accordi per una serie di conversazioni radiofoniche sull’alchimia.
Zolla, la cui fama era già riconosciuta nel mondo, accettò senza remore di legare il suo nome a una serie di trasmissioni dirette da un giovane programmista quale ero io all’epoca. Devo dire con obiettività che questa è una caratteristica dei grandi pensatori. Non credono mai che qualcosa possa sminuirli. Si preoccupano soltanto di aver modo di esprimere compiutamente il proprio pensiero.
Mentre, settimana dopo settimana, realizzavamo il programma in diretta telefonica, decisi di andare a trovarlo. Detto, fatto.
Mi recai quindi nella sua abitazione di allora, sull’Aventino a Roma. Stava al piano terra di un albergo. Desidero raccontare di questo incontro con una persona eccezionale, in ogni senso, soltanto un piccolo episodio. Apparentemente piccolo.
Le stanze che occupava pullulavano di gatti. A un certo punto non si trovava più una chiave. Allora, mentre i felini vagavano dappertutto, tra i libri, sul tavolo, sul letto, sulle mensole, sulle sedie e tra le nostre gambe, disse con la massima naturalezza a una micetta: «Mi aiuti a trovarla?». Pochi secondi dopo la creaturina cominciò a giocherellare con un foglio sul tavolo di lavoro del professore. E lui, subito: «Oh, grazie. Alzò la carte e sotto c’era la chiave.
Semplicissimo.
Non era l’animale ad aver “trovato” l’oggetto. Era stato Zolla a leggere il “segno” della zampetta giocosa.
Non desidero aggiungere altro: i suoi libri parlano di questo uomo di conoscenza. Basta leggerli. Magari anche “attraverso”, e tutta la simbologia sul telaio del Femminile l’ho tratta da lui e va letta come una citazione, un omaggio alla sua sapienza.

 

In quello stesso anno ho incontrato un altro filosofo, Giorgio Colli, e anche con lui ho realizzato una serie di conversazioni radiofoniche sul tema della sapienza greca. Per Colli doveva essere collocata non da Socrate in poi, come comunemente veniva fatto, ma da Socrate andando indietro nel tempo. Insomma, la sapienza era di quelli che non scrivevano o quasi. Per comprendere il suo pensiero basta leggere La nascita della filosofia e anche La sapienza greca.
Ho cominciato ad ammirarlo leggendo il primo dei suoi testi che ho appena citato. L’avevo con me mentre mi trovavo a Visso, un paese del centro Italia coperto dalla neve. Ero lì per una breve vacanza a casa di un giovane valentissimo, Roberto Nardi. Dopo averne divorato le pagine, come preso da un impulso irresistibile, ero uscito fuori nella neve. Avevo vagato per ore nella campagna a ripensare a quanto avevo appena letto. Mi sentivo a casa. Il Dioniso dio dell’estasi, descritto da Colli, mi aveva fatto toccare un mondo che sentivo mio e che non ero riuscito fino ad allora a identificare pienamente. Erano ormai quasi dieci anni che frequentavo intellettualmente la magia e l’ermetismo, ma mi mancava l’aggancio con la profondità dei misteri eleusini, con quella abissalità del Dioniso del cuore che Colli mi aveva restituito in assoluta pienezza.
Ero tornato a casa bagnato fino al midollo ma con una certezza. Dovevo conoscere quell’autore. Anche in questo caso fu facilissimo. Una semplice telefonata. Fu ancora la brava Fortini a farmi da tramite.
Il filosofo abitava sulle colline sopra Firenze, in una casa rinascimentale dove il genio di quest’uomo, mi piace pensarlo, trovava l’ambiente ideale per i suoi studi. Anche per Colli non credo sia giusto dare definizioni, è uno di quegli intelletti universali che si comprendono soltanto leggendo e rileggendo le loro opere. Basti dire che di fatto ha rivoluzionato il nostro modo di concepire la filosofia greca. Inoltre ha consentito il riaprirsi della conoscenza nei confronti di Nietzsche, curando con Mazzino Montinari l’edizione organica della sua opera in anni in cui una certa pruriginosità ne vietava addirittura la pubblicazione nel nostro paese.
Quando me lo trovai davanti provai una profonda felicità. Avrei voluto sommergerlo di complimenti, ma invece non dissi nulla. Parlammo esclusivamente dei contenuti della trasmissione radiofonica che avremmo registrato, in varie fasi, nella sua abitazione. In uno di questi appuntamenti mi scrisse una dedica su uno dei suoi volumi, il primo dedicato a La sapienza greca. “All’alunno dei misteri”, queste le sue parole per me. È una delle cose che ho più care.
Purtroppo Colli morì poco tempo dopo e non poté concludere il suo lavoro dedicato alla sapienza greca, il terzo volume infatti è stato curato da uno dei figli. Anche il ciclo delle conversazioni per la radio rimase a metà, ma ebbe comunque un grande successo di pubblico.
La notizia della sua morte me la diede un mio studente, Paolo Fiocca, a sua volta morto prematuramente. Provai un dolore acutissimo. E ancora adesso sento il vuoto che ha lasciato. Magari non avrei avuto altre opportunità di frequentarlo, ma mi sarebbe stato sufficiente il suo lavoro. Una perdita davvero enorme per la cultura italiana.
Ebbi occasione, in compenso, di frequentare per un periodo di tempo suo figlio Marco, che un giorno, in treno, mi confidò una cosa bellissima. Gli avevo chiesto se il padre gli mancasse. Non mi sentii indelicato nel chiedergli una cosa simile, perché la sua assenza pesava anche sulla mia vita e in nome dell’affetto mi sentivo autorizzato a porgli quella domanda. Mi rispose che «Essergli stato vicino era come aver avuto modo di frequentare Spinoza», un altro grande filosofo che sostiene che tutto quello che conduce all’uno è bene e quello che allontana dall’uno è “non bene”. Poi mi raccontò un episodio della sua vita di ragazzo, con il padre.
Giorgio Colli usava fare apparecchiare la tavola, oltre che per sé e per i suoi familiari, anche per Platone e Aristotele.
Ecco, credo che questo sia il miglior aneddoto per ricordare questo studioso. Il mondo greco era presente in lui senza separazioni temporali.
C’è di più. In questo che sembra un piccolo vezzo, si vede tutto un universo, dove passato e presente coesistono e dove le intelligenze legate ad altri tempi interagiscono con il tessuto vivente in una armoniosa unitarietà.
Se Colli in qualche modo “viveva” con Platone e Aristotele, devo dire che io, nel mio piccolo, non ho mai smesso di vivere con lui, tanto è presente in me il suo ricordo.
Se le idee di Platone sono reali, come credo, spero un tempo di potermi riavvicinare, con umiltà, alla sua e a quella di persone come lui.
Amo pensare che non si tratti soltanto di una speranza.

Porto IV

Alberto Magno è un santo, filosofo e maestro nientemeno che di Tommaso d’Aquino, pietra miliare della conoscenza e della teologia religiosa cattolica. Ebbene ha scritto il De Alchimia, un altro di quei centomila testi smarriti nei meandri della conoscenza del mondo razionalista. In questo scritto ricorda a tutti i giovani ricercatori di qualsiasi campo che non esiste sventura peggiore che il dover vivere presso re, imperatori o principi e lavorare per loro, perché «non finiranno mai di domandarti come va l’Opera. E nella loro furia ti chiameranno imbroglione o furfante e causeranno sempre delle pene. E se non arriverai a buon risultato, proverai la loro collera. Se invece riuscirai, ti terranno in prigionia eterna per farti lavorare per loro esclusivo tornaconto».

Ecco uno dei motivi per cui in tutti i testi di alchimia si predica il silenzio. E un cinese, dieci secoli prima di Alberto Magno, che pure è nato alla fine del 1100 d.C., ammoniva: «Farai una mostruosità se svelerai ai soldati o ai potenti il segreto della tua arte. Assicurati che non ci sia neppure un insetto nella stanza dove tu lavori!».

Il problema è sempre lo stesso, evitare che gli egoisti, i potenti e i politici, che sono tra i peggiori, mettano le mani sulle scoperte sia scientifiche che umanistiche. Nel primo caso, le usano per distruggere; nel secondo per deridere e scempiare. L’Alchimia, questa sconosciuta, insegna due strade: la ricerca del sé profondo e della conoscenza e quella della sperimentazione. «Tanto scopri all’interno, tanto scopri all’esterno,» ecco il suo motto, incomprensibile alle orecchie dei mercanti e dei ricercatori d’oggi, succubi di una ricerca del guadagno a ogni costo dei mercanti dalle orecchie crudeli. Vedi l’ingegneria genetica. Ma occorre ricordare come gli alchimisti del passato, oltre allo studio dell’interiorità, abbiano anche raggiunto, senza curarsene troppo, risultati pratici.

Come Raimondo Lullo, che nel Trecento arriva alla composizione del bicarbonato di potassio. E Teofrasto Paracelso, che nel Cinquecento descrive lo zinco e introduce l’uso dei composti chimici in medicina. E nel Seicento Giambattista Della Porta prepara l’ossido di stagno. Sempre nei primi anni del Seicento Johannes Baptista van Helmont riconosce per primo l’esistenza dei gas, Nella stessa data, l’alchimista Basile Valentin, di cui nessuno conosce la vera identità, scopre l’acido solforico e l’acido cloridrico. Nel 1650 Rudolf Glaber, invece, trova il solfato di sodio e dieci anni dopo è la volta di un altro sapiente nascosto sotto il nome di Brandt, che trova la composizione del fosforo. Ai primi del Settecento è Giovanni Federico Böttger a fabbricare per primo la porcellana.

Sono soltanto alcuni esempi, perché se ne potrebbero aggiungere tanti altri. Come lo stesso Alberto Magno, che descriveva compiutamente la composizione chimica del cinabro, della biacca e del minio. Quindi gli alchimisti sanno come ricercare «sul campo» in modo empirico. Ma di queste scoperte a loro importa ben poco. Nel loro cuore c’é un altro desiderio, scoprire l’oro e la trasmutazione del piombo. Una pubblicità razionalista ha deriso da sempre «questa pretesa». Non sapendo che quell’oro è da intendere ovviamente in senso simbolico: oro = saggezza. Invece tutti continuano a deridere gli antichi alchimisti, la trasformazione del piombo in oro. Figurarsi! Cose da imbroglioni!

Si è già visto che i testi di alchimia sono circa centomila, se non di più. Ebbene, secondo i razionalisti, si suppone che centomila testi siano stati scritti per gabbare il prossimo. In questa supposizione c’è davvero puzza di raggiro.

Bisogna sapere perché si vuole tenere lontano l’uomo di oggi da quella antica sapienza.

 

Porto III

Kalinga è una città bellissima. Da questa città prende il nome un’intera regione. I campi danno due raccolti all’anno e la selvaggina è così abbondante che gli uomini si stancano di andare a caccia per l’irrisoria facilità di conquistare le prede. La temperatura è costantemente mite e le acque dei numerosi fiumi sono potabili e ricche di sali minerali terapeutici. Su questo paradiso si affacciano le centomila «spade affilate» dell’imperatore Asoka, nipote di Candragupta, detto l’unificatore dell’alta India. È l’anno 273 a.C. e una tempesta di ferro e fuoco sta per abbattersi su quella terra compresa tra l’attuale Calcutta e Madras.

Asoka è giovane, capace, intelligente, colto, ambizioso. II nonno è stato un grande e lui non vuole essergli da meno. Per questo ha portato gli arcieri mongoli, la cavalleria degli altipiani delle nevi, gli elefanti corazzati, le fanterie ricoperte di metallo e cuoio, gli astati dagli elmi e pettorali inscalfibili, i frombolieri infallibili e le macchine da guerra che non lasciano scampo. La regione, l’unica a essere libera dal suo potere, sarà ridotta in schiavitù. Ha osato non pagare i tributi e adesso sarà sottomessa. Non dovrebbe essere una campagna lunga, perché gli abitanti sono pacifici e da tempo non sono abituati alle guerre.

Così il segnale è dato e l’invasione comincia.

Come le truppe iniziano a marciare sulla terra sacra di Kalinga, innumerevoli persone escono dai boschi, si lanciano dagli alberi, si ergono dai covoni. Sono armati di roncole e bastoni, non hanno scudi e archi. Privi di lance ed elmi, sono praticamente disarmati. Ma vogliono difendere la propria terra.

Asoka si stupisce e in un lampo comprende che quella gente si farà massacrare, ma non cederà di un palmo. Il suo esercito ne farà scempio. Vorrebbe tornare sulle proprie decisioni, ma l’orgoglio gli ottenebra la vista. Lo scontro è inevitabile. Durerà un mese intero.

Ogni zolla di terra è ricoperta da un cadavere, ogni fiume è rosso di sangue. Asoka ha vinto ma tutti gli abitanti di Kalinga sono morti. Un milione di persone sono state stroncate dai conquistatori. L’imperatore adesso comanda su un regno di morti. Per questo piange amaramente sulla torre più alta della città.

Ha capito il suo errore e promette agli dei e a se stesso che non permetterà mai più una guerra simile. Decide di convocare a sé i massimi saggi di tutto il mondo e di chiedere consiglio su come bandire lo strazio degli eccidi; manda per ogni dove i suoi messi, accompagnati da letterati, filosofi e poeti. Cercheranno i custodi del sapere, dovunque essi siano. Dopo nove anni la missione è compiuta.

Nove sapienti sono di fronte all’imperatore. Sanno di tutto su tutto. Desiderano la pace per le genti e si adoperano affinché, nel rispetto della libertà e dell’autodeterminazione, non accadano mai eventi che possano portare l’umanità alla distruzione. Insieme giurano. La promessa è per tutti i tempi a venire. Ma l’accordo è segreto e segrete saranno le loro azioni. Nessuno mai dovrà sapere da dove arrivano gli «aiuti» che misteriosamente condurranno l’umanità a soffrire di meno o addirittura ad abolire la piaga della guerra.

Questa è la leggenda dei Nove Ignoti. Secondo la tradizione operano tuttora. Alla morte di uno di loro, si cerca il saggio che abbia la massima conoscenza in quel campo. Non deve essere soltanto un esperto, deve dimostrare di avere a cuore le sorti dell’umanità e di conoscere il bene. Un sapiente privo di egoismi. Queste le qualità per diventare uno dei Nove. Questa società di illuminati ha perpetrato se stessa come un organismo che riesce a ricreare ex novo la sua parte malata, diventando praticamente immortale. Il mito vuole che per ventitré secoli il gruppo vegli su di noi. Senza chiedere nulla; senza pretendere nulla, senza riconoscimenti e plausi. In silenzio e soprattutto in segreto.

Dove si assiste alla grande festa per la nomina di Enrico a principe di Galles…

È la sera del 4 giugno del 1610. Mezzo milione di persone sono raccolte festanti intorno al palazzo reale. Hanno il naso all’insù. Aspettano i fuochi di artificio. I migliori esperti del regno sono stati chiamati in gran segreto per preparare luminarie senza precedenti. Mai nella storia inglese una folla così imponente si è radunata per l’annuncio di uno sposalizio. E un vociare continuo, un rincorrersi di grida e di aspettative. L’attesa è quasi spasmodica. Le prime persone sono convenute nella piazza la sera del giorno prima. Ottimi affari hanno fatto i venditori di cibi, di dolciumi e gli spacciatori di pozioni di tutti i tipi. Penny e sterline rigonfiano in particolar modo le tasche dei mercanti di unguenti per la ricrescita dei capelli. Sono infatti cinque anni che le terre degli inglesi sono povere di ortaggi per i ripetuti rovesci atmosferici nel momento della raccolta della frutta. La pellagra divampa, come lo scorbuto, che causa una terribile irritazione del cuoio capelluto dovuta alla carenza vitaminica. Forse sarà anche per questo che il principe Enrico è tanto ammirato dalle donne: ha una chioma fluente che arricchisce il suo fascino.
Ma non è soltanto il sesso femminile ad ammirare il figlio di re Giacomo. Tutti lo ammirano. È forte, è deciso ed è soprattutto generoso. Dall’età di dodici anni si occupa dei problemi della sua gente e le sue passeggiate tra il popolo sono una vera e propria leggenda. Per questo ci sono cinquecentomila persone ad aspettare che sia proclamato principe del Galles. Non c’è un solo suddito inglese che non speri in lui. Tutti lo ritengono capace di rinverdire i fasti della grande Elisabetta I. Di più, potrà far prosperare tutto il paese e anche i popoli alleati. Sarà lo scudo contro la prepotenza degli Asburgo. Come un san Giorgio difenderà inoltre il suo paese dalla guerra di religione che sta diventando sempre più probabile, e questa è sicuramente la più vivida delle speranze che gonfia i cuori degli inglesi. Cuori che esultano non appena nel cielo avvampano le luminarie che assumono le sembianze proprio di un san Giorgio a cavallo. Il beato guerriero rimane nel cielo per attimi che sembrano interminabili, poi altri filamenti luminosi compongono la sagoma di un possente signore che ha delle stelle al posto delle mani, un philaster, un amante degli astri. Mentre i fuochi divampano in cielo una musica soave si diffonde, inducendo gli animi alla commozione. Quando la notte torna sovrana sulla piazza, un possente grido di giubilo irrompe per la città, sale per ogni dove, riempie ogni strada e palazzo, sfonda simbolicamente le porte della reggia e inonda le orecchie di Enrico spingendolo ad affacciarsi.
Non appena la folla lo vede ammutolisce per alcuni secondi, quindi ancora un potentissimo «hurrà!» che sembra provenire dai sentimenti profondi, dall’anima più che dalle bocche. Non basta. Si alza ancora un grido corale: «Lunga vita al principe di Galles!». Inneggiano a lui come se fosse già re. Non era mai accaduto prima e non si ripeterà nei secoli a venire. E la testimonianza visibile dell’immensa fiducia riposta in questo giovane che deve compiere il miracolo di allontanare la falce del conflitto di religione dall’Inghilterra e dall’Europa.

Come si è detto è il giugno del 1610, e due anni e quattro mesi dopo le attese di un intero popolo si rafforzano maggiormente quando sbarca a Grevesend Federico V, elettore del Palatinato. Alto, con lo sguardo penetrante, è gentile e affabile con gli umili. Sembra nei modi il sosia di Enrico. Ed è il promesso sposo di Elisabetta.
Un’unione benedetta da tutte le menti aperte del regno inglese e da quelle corti europee che desiderano fermare i conflitti di religione. E come se non bastasse, Federico ed Elisabetta si sono amati al primo sguardo. Eros, il padre di tutti gli dèi, ha colpito a fondo. L’uno sembra il completamento dell’altra. Si compenetrano e si comprendono perfettamente. Inoltre Enrico va d’accordo sul piano politico, ideale e filosofico con il futuro cognato. Hanno letto gli stessi libri, hanno le stesse speranze e nutrono una passione viscerale per l’occultismo, per la cabala e per le scienze esoteriche, come ha dimostrato sempre la Yates nel suo Cabala e occultismo nell’età elisabettiana.
È tutto così perfetto da sembrare una favola. Una situazione da arcadia tra fratello, sorella e innamorato. Non si tratta affatto di un vagheggiamento poetico, ma di una concreta combinazione che avviene nella libera Inghilterra, dove per una volta i sogni sembrano avverarsi.
Per trenta giorni si fanno i preparativi delle nozze. Dovrà essere una festa senza eguali. E proprio durante i preparativi i due promessi assistono ad alcune rappresentazioni teatrali. Sono stati Enrico, Federico ed Elisabetta à volere che fossero messe in scena due opere di un commediografo molto amato da Elisabetta I, ma adesso caduto in disgrazia sono il regno di Giacomo. Si tratta di William Shakespeare.
Le due opere sono Il racconto d’inverno e La tempesta.

Fermiamoci: è ora di leggere “attraverso” gli avvenimenti.
Iniziamo dalle due composizioni shakespeariane. Insieme con Cimbelino sono le opere a carattere magico del drammaturgo. Queste in particolare sono state create per riproporre incessantemente il tema della morte e della resurrezione. Ovvero morte a sé per tornare a sé. Una parte di noi stessi deve morire per far resuscitare una componente obliata, ma importante, che deve appunto risorgere, rinascere. È il rituale simbolico, sopravvissuto nei secoli, di Iside e Osiride. E Iside è la divinità femminile per eccellenza. Dunque i principi assistono a due commedie “magiche”, fortemente influenzate dal pensiero del maggior mago rinascimentale, Giordano Bruno. Con loro sono presenti tutti gli esponenti del cenacolo ermerico-magico di Elisabetta I e anche Francesco Bacone, il fondatore del metodo scientifico moderno.
Attenzione, i personaggi ci sono tutti. E c’è un filo unico a legare sottilmente la trama occulta: il teatro.
A uno sguardo attento lo troviamo ovunque.
Dunque i tre principi vanno a teatro e a teatro si rappresentano due commedie magiche. Tra gli altri è presente Francesco Bacone. Filosofo importantissimo.
Infatti in una sua opera, Nova Atlantis, veste i sapienti-filosofi con abiti bianchi e con un turbante bianco sormontato da un rubino. Si direbbero abiti di scena. Ma il movimento rosacrociano, che si farà riconoscere pochissimi anni dopo, afferma che gli adepti di questo gruppo devono vestire con abiti bianchi e portare un turbante sormontato da un rubino. Esattamente come i sapienti di Bacone. Questi dice che i sapienti sono in realtà i Rosacroce, basta saperli vedere. E qui è il difficile, perché i Rosacroce sono definiti e si autodefiniscono invisibili. Non scopribili appunto per nessuno tranne per chi riesce a individuarli attraverso le segrete trame, o meglio le “oscure trame” per parafrasare il titolo di un libro di Pietro Cimatti che tante cose, a questo riguardo, aveva ben individuato. Noi stiamo facendo questo, li stiamo “individuando”. Perché tutta questa vicenda verte su di un asse trasversale: il movimento dei Rosacroce e il particolare linguaggio della Yates vuole, a mio modesto giudizio, mettere sulle tracce di questo movimento.

Ritorniamo a Bacone che fa vestire i suoi sapienti come attori di teatro.
I Rosacroce, nei loro manifesti la Fama e la Confessio dicono a loro volta di vestirsi come i sapienti di Bacone, ovvero come attori di teatro.
Tutti i grandi misteri e relativi riti prevedono che l’iniziato diventi un attore, interpreti il dio che è in lui, sia questi Dioniso, il dio delle donne, o Iside stessa.
L’officiante della magia è da sempre un sacro attore.
Il teatro, in senso sacrale, unisce i maghi rinascimentali: Giordano Bruno, con la regina Elisabetta, con Federico V, con la sua promessa sposa Elisabetta, con Shakespeare, con Francesco Bacone e quindi finalmente con i Rosacroce.
È importante questo passaggio: Bacone filosofo stimatissimo e fondatore della Accademia reale delle scienze, quando descrive i sapienti abbigliati come i Rosacroce, compie un’operazione rischiosa. La magia è sempre al bando in Europa. Quindi per esporsi deve innanzitutto credere fermamente in quello che fa, come in una missione, e deve avere inoltre un motivo più che valido. Adesso ci è utilissimo leggere quello che oggi afferma Elémire Zolla a proposito dell’ornamento, ovvero degli abiti: «L’ornamento era nella concezione arcaica non un’aggiunta frivola, ma un intervento magico… L’ornato investe di certi poteri chi lo indossa…». L’abito in questione, che dà poteri magici, è comune sia ai sapienti descritti da Bacone sia ai Rosacroce. Citare a questo punto gli uni vuol dire anche “evocare” gli altri. Sapienti=Rosacroce. Perciò la sapienza è dei Rosacroce. Ma Bacone è anche amico intimo di Shakespeare e si dice che abbia persino aiutato il drammaturgo nella scrittura o sia stato un suo ispiratore. Altri affermano persino che siano la stessa persona, cosa a cui non credo minimamente, ma di sicuro sono affini e amici “fraterni”. Quindi c’è un legame, traslato, anche tra i Rosacroce e Shakespeare. Il nesso è appunto Bacone che, per chiamare in causa in modo così esplicito il movimento, doveva aver ricevuto l’incarico di farlo o, più probabile, doveva aver concordato la strategia generale di propaganda della loro fede, a cui evidentemente aderiva nel profondo del proprio Io. In ogni caso Bacone è il legame tra la compagnia teatrale di Shakespeare e i Rosacroce, gli “invisibili”.
Costoro invece, in base a quanto abbiamo trovato, diventano adesso visibili ai nostri occhi, sia mediante il filosofo e sia grazie alla stessa Yates. Abbiamo infatti capito che erano tutti coinvolti. Da Federico V a Elisabetta I a Elisabetta figlia di Giacomo a Enrico il principe sfortunato, vedremo tra poco il perché di questa sfortuna. Ma in particolar modo sono legati con i Rosacroce, che vestono come i sapienti e i sapienti vestono come loro, e che si definiscono anche “attori”, come quelli appunto che rappresentano La tempesta e Il racconto d’inverno. Ma quelli lo fanno “per mestiere”. Attenzione, è questo il punto. I filosofi-saggi di Bacone vestono “per mestiere” come i Rosacroce. E questi sempre “per mestiere” si dichiarano invisibili, ovvero assumono mille abiti e mille maschere per rendersi irriconoscibili nella vita civile. E chi veste mille abiti? Sempre gli attori che assumono appunto, per mestiere, mille facce. Come i Rosacroce. E come l’uroburo, il serpente che si morde la coda. C’è un aggancio preciso tra la compagnia teatrale di Shakespeare e i Rosacroce. E questo che la Yates voleva dire tra le righe, tra i fili del suo discorso: fili=tela=telaio=cerimonia magica.
Tutti i protagonisti di questa immensa “scena” seicentesca praticano e diffondono la magia. E la Yates con le sue parole-angeli, invia a sua volta un messaggio a carattere magico.
La storia continua anche oggi. Anche oggi ci sono le trame magiche, le trame invisibili. Che invece adesso abbiamo per un momento reso manifeste sulla grande tela che dal Rinascimento, passando avanti e indietro attraverso i secoli, è giunta fino a noi.

La storia ci dice che Enrico, il principe del Galles, si ammala di un morbo misterioso e che muore di febbri, da cui la frase della Yates che ci ha consentito di far luce su tutto il disegno “ornato” (a proposito vedi l’articolo La Grande Madre – Dove si va a vedere la città incantata, Heidelberg, dove si scopre un segreto di una grande studiosa e dove si arriva a Shakespeare e compaiono i Rosacroce). Sempre la storia testimonia che Federico V e Elisabetta si sposano ugualmente e si stabiliscono nel Palatinato dove per sette anni concretizzano il regno del Femminile in terra. E sempre la storia ufficiale ci dice che al loro seguito ci sono stampatori che anche prima di lavorare con loro avevano già pubblicato opere di carattere magico, come quelle di Giordano Bruno, e che intensificano nel Palatinato questa loro attività, finalmente allo scoperto. Non a caso si pubblicano anche Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, ovvero le nozze dei Rosacroce. Ancora quei fili misteriosi che potremmo continuare a riannodare all’infinito e come faremo in seguito. Ma ora è importante sottolineare una cosa. A quel tempo dunque c’erano degli editori che pubblicavano, più o meno segretamente (invisibilmente?) testi magici. E cosa accade ai giorni nostri? Non è importante rispondere subito, domandiamoci invece perché Elémire Zolla si dichiari neognostico. E perché intellettuali e case editrici che ancora oggi si occupano di divulgare opere “magiche” incorrano tanto spesso in ostracismo diffuso proprio come capitava allora, fatta eccezione per il regno settennale di Federico ed Elisabetta.
Niente di nuovo sotto il sole, direbbe Giordano Bruno.
Iside continua imperterrita il suo cammino verso il trionfo del Femminile.

In viaggio per Verona

Carissime e carissimi,

sto per andare a Verona, dove mi fermerò fino a tutta domenica prossima (11 gennaio).

Vado a fare lezione al “Bernheim” e parlerò di come Jung si rapportava all’Arte Contemporanea e alla Sapienza degli Antichi.

Baci

n.b.

continuerò, comunque, a dialogare con voi

Aribaci

Gabriele

Nell’Interiorità di Anima – “Amore”

Amore (9)

E dunque da tempo così remoto è innato negli esseri umani l’amore degli uni per gli altri, anzi esso è restauratore dell’antica natura in quanto cerca di curare e restituire all’unità, di doppia che è divenuta, l’umana natura.

Platone, Simposio, Rizzoli, 2001, pag. 145

Amore (10)

… per la maggior parte dei sistemi mitologici ed esoterici (Kabbalah, Tantrismo ed Alchimia in particolare) all’inizio era la donna, l’armonia fattasi visibile, colei che dona la vita, l’estasi e la saggezza. In altre parole, all’inizio, era l’amore e il desiderio che, come ricorda Spinoza, è “l’essenza stessa dell’individuo” (Etica III, De affectionibus, par. 3 e par. 9)… Leone Ebreo specificava che lo scopo dell’amore non è il possesso ma “la dilettatione de l’amante nell’acquistata bellezza de l’amato” (Abravanel 1535, Dialogo 3, ed. 1919, pag. 3)

Arturo Schwarz, L’immaginazione alchemica, ancora, Moretti e Vitali, 2000, pag. 11

Amore (11)

Così non è casuale che sapienza sia un termine femminile sia in italiano che in greco, sia in ebraico – e che amore e sapienza siano indissolubilmente legati è un mitologema altrettanto frequentemente diffuso. Yehudà Abravanel, riprendendo un’idea kabbalisticamente e ampiamente generalizzata, sosteneva che l’amore si celava all’apice della sapienza e che è l’amore a sostenere tutte le parti del cosmo, dalla sfera più esterna fino alla roccia che è dentro la terra: “E siccome niuna cosa non fa unire l’universo con tutte le sue diverse cose se non l’amore, seguita che esso amore è la causa de l’essere del mondo e di tutte le sue cose. (Abravanel 1535, Dialogo 2, ed. 1919, pag. 165)

Arturo Schwarz, L’immaginazione alchemica, ancora, Moretti e Vitali, 2000, pag. 12

Amore (12)

L’amore dipende dal consenso che l’anima superiore dà alla passione dell’anima inferiore… Quaggiù l’amore non conosce limiti, né li conosce l’oggetto amato, ma infinito è l’amore del Bene, poiché la sua bellezza è di un’altra specie ed è bellezza superiore a qualsiasi altra bellezza.

Plotino, Breviario di Plotino, Rusconi, 1997, pagg. 73-74

Amore (13)

Il trasformatore di ogni essere è l’amore per il proprio simile… strumento di civiltà è l’amore… la “gentilezza” del cor, intesa nel valore anagogico occulto, bisogna intenderla alla latina, gentile per tendente verso le genti, altruista… non c’è altruismo che non significhi il sacrificio di parte del nostro io, se non tutto, alla felicità altrui.

Giuliano Kremmerz, Angeli e Demoni dell’Amore, Rebis-Viareggio, 2000, pagg. 4-9

Amore (14)

Quello che deve guidare gli uomini per tutta la vita, affinché possano vivere nel senso della Bellezza, non deve essere né la parentela, né gli onori, né le ricchezze, né nessuna altra cosa se non l’Amore.

Platone, Simposio, 178 c-d a, in Breviario di Platone, Rusconi, 1995

Amore (15)

Quando amiamo, facciamo l’esperienza di un decentramento: veniamo sradicati dal nostro modo di essere precedente e catapultati nel vuoto, e sebbene si speri di approdare a un nuovo mondo, a una nuova forma di esistenza, non vi è mai certezza di arrivarvi. Tutto ci appare diverso e può accadere che niente torni più ad apparirci come prima. Il mondo viene annichilito e nessuno ci garantisce che in seguito esso verrà ricostruito. Noi perdiamo il nostro centro, ma senza la certezza di ritrovarlo.

Rollo May, L’amore e la volontà, Astrolabio, 1971, pag. 100

Amore (16)

L’amore pone ogni volta una sfida all’umano nella sua globalità ed esige un atteggiamento incondizionato chiedendo completa dedizione.

Giovanni Gocci, Conferenza sulla psicologia dell’amore, Verona, novembre 2004

Amore (17)

Attraverso il potere trasfigurante dell’amore, l’oggetto si svela e rivela la sua trascendenza simbolica (la sua anima): l’oggetto diviene trasparente, sicché gli occhi dell’amato trasfigurano in stelle lucenti o in profondità del mare. Ogni cosa si anima, e nel bene e nel male diviene simbolo vivente. È questo il salto, il passaggio acrobatico dall’altra parte, che consente al cuore di approdare alla sua meta: la visione interiore, l’amore, l’umana pietà, la condivisione del pathos di vivere.

Carla Stroppa, L’acrobata nel vuoto, XII seminario di Anima, Sant’Andrea in Percussiva, 21 aprile 2002, pag. 13

Nell’Interiorità di Anima – “Eros”

Ancora passione per Eros…

Eros (7)

Marsilio Ficino, filosofo e mago fiorentino del Quindicesimo secolo, insegnava che è possibile attirare vari tipi di spiriti, compreso quello sessuale, praticando alcune arti, ed è dello spirito sessuale che abbiamo bisogno per rendere completa la nostra vita. Piacevole compito del sesso è di incarnare e di chiamare a noi lo spirito che ravviverà il nostro mondo fisico e ci metterà in contatto con l’eros.

Thomas Moore, Lo spirito del sesso, Sonzogno, 1998, pagg. 54-55

Eros (8)

Nella letteratura greca, l’eros non è altro che il magnetismo che tiene insieme l’universo e, nelle sue molte forme, l’amore umano non è che una parte di quell’eros ben più grande.

Thomas Moore, Lo spirito del sesso, Sonzogno, 1998, pag. 26

Eros (9)

In noi l’Eros può entrare in contatto con molte o poche cose; ciò con cui entra in contatto, fiorisce, ciò che egli non tocca, avvizzisce.

Adolf Guggenbühl-Craig, Deserti dell’anima, Moretti e Vitali, 2001, pag. 188

Eros (10)

Eros è attivo nell’amore che gli uomini provano per le donne e che le donne provano per gli uomini, ma è altrettanto attivo nei politici che si interessano di politica o nei matematici che mostrano un interesse appassionato per la matematica o nei coltivatori di rose che si entusiasmano per le rose.

Adolf Guggenbühl-Craig, Deserti dell’anima, Moretti e Vitali, 2001, pag. 50

Eros (11)

Eros è qualcosa di intermedio fra mortale e immortale.

Platone, Simposio, 202 d, in Breviario di Platone, Rusconi, 1995, pag. 222

Eros (12)

Eros è amore per il bello. Perciò è necessario che Eros sia filosofo, e, in quanto è filosofo, che sia intermedio fra il sapiente e l’ignorante.

Platone, Simposio, 202 d, in Breviario di Platone, Rusconi, 1995, pag. 223