Una lettera di Jung

Mia cara amica,

lei si chiede, e mi chiede, come possa la vita continuare dopo un evento così doloroso come solo può esserlo il distacco il dall’amato, dalla persona cioè alla quale abbiamo unito il nostro destino e con la quale abbiamo affidato tutti noi stessi nelle mani del futuro. […]

Il problema è allora questo: giunto alla fine della mia vita che cosa mi ritrovo tra le mani? Se trovo solo il rimpianto per ciò che avrebbe potuto essere e non è stato non sarà gran cosa.

Ma potremmo trovare ben di più, ben di peggio. Ogni vita non vissuta accumula  rancore verso di noi, dentro di noi: moltiplica le presenze ostili. Così diventiamo spietati con noi stessi e con gli altri. Intorno a noi non vediamo che lotta, cediamo e soccombiamo alle perfide lusinghe dell’invidia. Si dice bene che l’invidia accechi: il nostro sguardo è saturo delle vite degli altri, noi scompariamo dal nostro orizzonte. La vita che e stata perduta, all’ultimo, mi si rivolterà contro.

Perciò, l’ultima cosa che vorrei dirle, mia cara amica, è che la vita non può essere, in alcun modo, pura rassegnazione e malinconica contemplazione del passato. É nostro compito cercare quel significato che ci permette ogni volta di continuare a vivere o, se preferisce, di riprendere, a ogni passo, il nostro cammino. Tutti siamo chiamati a portare a compimento la nostra vita meglio che possiamo.

Mi creda.

Sinceramente,

suo C. G. Jung.

Da “Jung parla: interviste e incontri”.

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13 dicembre: “Dalla filosofia antica alla psicologia del profondo”

Carissimi, domenica 13 Dicembre sarò nuovamente a Verona, dove terrò insieme al Prof. Giovanni Gocci, direttore della Scuola S.P.P.I.E. “H. Bernheim”, il seminario Dalla filosofia antica alla psicologia del profondo, nella Sala Civica “Donini” – via Roma 15, San Martino Buon Albergo (VR), orario: 9.30 – 13.00 / 14.30 – 18.00.

Nell’augurarvi una felice giornata vi propongo questa “folgore” di Platone:

“Il nostro apprendere non è che un ricordare”

(Platone, Fedone, 72 E)

Un abbraccio e a presto!

“Dalla filosofia antica alla psicologia del profondo”

Cari amici, domenica 13 Dicembre 2009 insieme al Prof. Giovanni Gocci, Psicologo analitico e direttore della Scuola S.P.P.I.E. “H. Bernheim”, terrò il seminario Dalla filosofia antica alla psicologia del profondo. L’incontro avrà luogo nella Sala Civica “Donini” – via Roma 15, San Martino Buon Albergo (VR), orario: 9.30 – 13.00 / 14.30 – 18.00.

La psicologia è un’arte molto antica. Recentemente psico-analisti e filosofi come Thomas Moore e James Hillman hanno indicato in Eraclito il primo vero psico-analista della storia dell’Occidente. Ma non è l’unico, basti pensare ad alcuni aspetti di Platone, di Euripide, di Plotino e Porfirio, di Giamblico e Giuliano l’Apostata, di interi percorsi dello gnosticismo, di molti anni del sufismo e via via fino all’Accademia Platonica fiorentina e quindi a Marsilio Ficino, uno dei più grandi scrutatori di anime di tutti i tempi. E poi ancora Giordano Bruno, fino all’Alchimia per approdare ad uno dei più grandi pensatori di tutti i tempi, Carl Gustav Jung, vero esploratore degli abissi psichici.

 

COSTO DEL SEMINARIO Euro 50,00 + IVA

Sconto del 50% Diplomati Scuola S.P.P.I.E. – Soci Istituto Bernheim – SIMP

Per Informazioni rivolgersi a :
Cristina Coppa Segreteria Scuola S.P.P.I.E. “ H. Bernheim”
Via XX Settembre, 69- 37069 San Martino B.A. (VR) –
Tel e fax 045 8780252 – Cell. 347 8956203

http://www.bernheim.it/                  scuola@bernheim.it

L’arte della memoria I

L’arte della memoria è una delle tecniche psicologiche più significative di tutti i tempi. Abuserò della vostra pazienza e comincerò a trattarla in una serie di articoli. Prima nel suo aspetto di tecnica vera e propria e poi scenderò verso ambiti psichici profondi. Mi rifarò agli studi di Frances Yates, Thomas Moore e Marsilio Ficino.

Nel secolo XVI intervengono mutamenti radicali in una delle tecniche retoriche più esercitate, la cosiddetta “arte della memoria”.
Questa forma di apprendimento veniva definita “arte” per le sue implicite possibilità creative inerenti alle infinite potenzialità combinatorie. L’uomo contemporaneo è abituato a memorizzare dividendo per specie e generi, per analisi, per similitudini concettuali, grammaticali e sintattiche. E così avvezzo a operare con questo tipo di mezzo da non porre mai mente a come l’antichità abbia fatto uso di un altro tipo di memoria, diversa e apprendibile con estrema difficoltà: è appunto l’ars memoriae di cui si parlava. La mnemonica moderna discende da Pietro Ramo e si è affermata nel mondo occidentale solo a partire dal 1600; l’altra non è databile, essendo presente da sempre nel mondo antico, basandosi sulla convinzione della maggiore potenza della memoria visiva rispetto a quella concettuale.
Lo studente che si dedicava all’apprendimento di quest’ultima doveva cominciare a imprimersi nella mente immagini familiari (per esempio la sua stanza da letto) per passare a quelle di luoghi meno noti, all’esterno, come piazze oppure facciate di cattedrali (spesso costruite per servire da immagini memorizzabili, come sostiene la Yates in L’arte della memoria, ai capitoli X-VI-X). Una volta fatta propria questa facoltà, lo studente immaginava scene non reali, ma di invenzione, purché ricche di particolari facilmente imprimibili. A ogni immagine registrata veniva poi accostato il concetto (oppure la parola) da ricordare. In questo modo, allorché si doveva rammentare un discorso oppure un tema o altro ancora, si tornava con la mente alla figura memorizzata e ricollegandosi visivamente ai suoi particolari, si ricordavano quei concetti che si erano accostati ai dettagli della figura. È evidente che la maggiore quantità di figure rendeva più dilatabile la possibilità mnemonica del rètore. Lullo, Scaligero, Della Porta e soprattutto Bruno avevano creato infinite possibilità combinatorie di immagini, rendendo parimenti vasta la potenzialità concettuale.
Il De umbris idearun e il Cantus circaeus sono le opere mnemoniche bruniane che più delle altre attestano questa infinita possibilità di combinazioni fra le immagini. «L’ars memoriae non si pone più come una semplice forma retorica, né l’ars combinatoria come una tecnica logica… Appaiono strettamente collegate ai temi di una metafisica esemplaristica e neoplatonica, ai motivi della cabala e della tradizione ermetica, agli ideali della magia e dell’astrologia… Inserite nel discorso, pieno di toni iniziatici di una magia rinnovata, queste tecniche cambiavano in realtà funzione e significato, perdevano contatto con il terreno delle scienze mondane, della dialettica, della retorica, della medicina: apparivano miracolosi strumenti cui era opportuno affidarsi per il raggiungimento del sapere totale o della pansofia (Paolo Rossi, Le origini della Pansofia e il Lullismo del secolo XVII, Università degli studi di Milano, pag. 199; Paolo Rossi, Clavis universalis, arti mnemoniche e logica combinatoria da Lullo a Leibniz, Ricciardi, 1960, pag. 81 e segg.).» Come si evince dalle parole di Paolo Rossi, la mnemotecnica rinascimentale si poneva quale strumento non più di dilatazione mentale, bensì di ricreazione del mondo, quale mezzo affiancatore della magia o addirittura a essa assimilabile.
La differenza con il “cristianesimo” di un Ficino oppure di un Pico della Mirandola è sostanziale (nell’introduzione al Cantus circaeus – Atanòr, pagg. 10-25 – del Bruno si è esaminato questo “cristianesimo” sostanziale di Ficino e Pico). Ancora Rossi è esemplificativo: «Il caso di Bruno è, da questo punto di vista, esemplare: mentre si configurava come un rifiuto della logica tradizionale e sostituiva le immagini ai termini, la topica all’analitica, l’arte bruniana finiva per muoversi su un terreno ben diverso da quello delle immagini dialettiche, rifiutava ogni identificazione con una tecnica linguistica o retorica, si poneva come lo strumento capace di consentire prodigiose avventure e costruzioni totali. Connettendosi agli ideali e alle aspirazioni della magia, l’ars inveniendi e l’ars memorativa apparivano le vie da seguire per penetrare i segreti della natura e decifrare la scrittura dell’universo» (Paolo Rossi, op. cit., pag. 200). Emerge l’opinione del Lullo, del Della Porta, del Camillo e soprattutto del Bruno di considerare l’arte della memoria come applicazione dell’arte magica (Wolfang Hildebrand nella sua Magia naturalis presenta l’ars memorativa come l’applicazione dell’arte magica a una specifica forma dell’operare umano. È rammentato da P. Rossi, op. cit., pag. 200). La via bruniana è perciò la magia priva dell’attribuzione limitativa del «naturalis».

Collegamenti:

L’arte della memoria II

Nell’Interiorità di Anima — “Fantasia e anima”

La fantasia è la forza primordiale dell’anima che tende a riportare ogni cosa nella sua concezione primaria…

James Hillman, Sul linguaggio psicologico, citato in Gabriele La Porta, Dizionario dell’Inconscio e della Magia, Sperling & Kupfer, 2008.

Marsilio Ficino

Ficino, in realtà, è un autore di psicologia, uno psicologo del profondo, si potrebbe dire. Quando il giovane Marsilio fu presentato alla corte dei Medici da suo padre, che era medico di corte, Cosimo il Vecchio osservò che il suo destino sarebbe stato quello di curare l’anima degli uomini, così come quello del padre era di curarne il corpo. E infatti, come scrisse Panofsky, il movimento di idee da lui iniziato esercitò «un’influenza paragonabile soltanto, per ampiezza e intensità, a quella esercitata oggi dalla psicanalisi». Tuttavia a meritare il paragone con la psicanalisi non è soltanto la forza delle idee di Ficino, ma anche il loro contenuto.
«Ficino, che aveva mutuato dalla tradizione neoplatonica molti elementi del suo sistema, la modificò scientemente su un punto decisivo, la posizione centrale dell’anima umana» (Paul Oscar Kristeller). Scrive Ficino: «Questo (l’anima) è il più grande di tutti i miracoli della natura. Tutte le altre cose al di sotto di Dio sono sempre un essere singolo, ma l’anima è tutte le cose insieme… Perciò essa può giustamente essere chiamata il centro della natura, il termine mediano di tutte le cose, la continuità del mondo, il volto di tutto, vincolo e copula dell’universo».
Con il porre l’anima al centro, la filosofia di Ficino diventa psicologica, e Ficino riconosce che la filosofia si fonda sull’esperienza psicologica, ne è modificata e la modifica a sua volta.

James Hillman, L’anima del mondo e il pensiero del cuore, citato in Gabriele La Porta, Dizionario dell’Inconscio e della Magia, Sperling & Kupfer, 2008.

Rauda Jamis, “Alice nel paese degli psicanalisti”

Alice nel paese degli psicanalisti

Quali sono i difetti più comuni degli psicanalisti
e come distinguere quelli seri dai mistificatori?

L’autrice è una psicoterapeuta che nella vita si è imbattuta in una serie di psicoterapeuti completamente sbagliati ed è, purtroppo, come dice lei, un periplo che compiono praticamente tutti. Allora come uscirne? Questo è il punto. Lei come ne esce? Come risorge e come rinasce? Ricevendo in realtà tante delusioni e sofferenze da questi psicoterapeuti, finché incontra, attraverso un itinerario del tutto iniziatico, quello giusto. Quindi tutti noi che andiamo dagli psicoterapeuti, dobbiamo essere molto in sospetto: se l’analisi si prolunga troppo a lungo, smetterla; se sono troppo esosi, smetterla; se tendono a riportarvi e a riportarci continuamente a quello che eravamo prima dell’andare in analisi, come a dire “da qui non ti puoi muovere ed io continuo a guadagnare”, smetterla.

In breve, non è la terapia del profondo che è sbagliata, ma sono spesso gli analisti che non sono in grado di compiere davvero il proprio dovere. Quindi attenzione, molta attenzione; e soprattutto attenzione al fatto che l’analisi del profondo può essere straordinaria.

Rauda Jamis, Alice nel paese degli psicanalisti, La Lepre Edizioni, 2008.