L’immaginazione ermetica IV

Un nuovo culto della bellezza, della fisicità, della creatività congiunta all’eros, unitamente all’irrazionale passione verso la magia, reputata come summa di tutte le scienze, sono gli elementi che abbiamo trovato per dare una spiegazione più esauriente alla nascita di Umanesimo e di Rinascimento.

Sono principi indispensabili per comprendere le Carte della memoria, ovvero i tarocchi della immaginazione creati da Giordano Bruno.

Ma prima è meglio approfondire il pensiero di Ficino e Pico, considerati “maestri” dallo stesso Bruno.

Marsilio Ficino è persona mite, scrupolosa, sensibile, contemplativa, filologo, studioso di filosofia greca sino a giungere al fanatismo. Pare che abbia una curiosa abitudine: quella di parlare con Platone, Plotino, Porfirio, e anche Aristotele come se fossero viventi e a lui presenti. Così gli capita di andare a tavola con i suoi parenti e di lasciare posti simbolici a questi filosofi del passato. (Particolarità questa che aveva anche Giorgio Colli, che addirittura faceva parlare i figli con Platone, secondo quanto afferma Marco, il terzogenito.)

È insomma un uomo caro a tutti, sempre pronto al dialogo, alla discussione franca, alla ricerca senza prevenzioni. I suoi contemporanei dicono sia un piacere sentirlo parlare; tanto la sua cultura è universale. Si esprime correttamente in latino e in greco antico, citando a memoria centinaia di passi dei suoi autori preferiti. Un filosofo dunque che custodisce nel cuore la leggiadria e la soavità dei poeti, degli spiriti sognanti ed entusiastici.

Eppure quest’uomo poco incline alla diatriba, quando fonda l’Accademia platonica, grazie al patrocinio di Lorenzo il Magnifico, è spinto soprattutto da una forza polemica contro gli aristotelici del suo tempo (bisogna anche tenere presente l’opera della cultura ferrarese di quegli anni. Basti citare, per tutti, l’azione di Gustino Veronese che, traducendo e lavorando alla Vita di Platone, promosse violenti attacchi alla tradizione aristotelica).

Che cosa rimprovera Ficino a costoro? Quali motivi lo spingono al diverbio con i seguaci di Aristotele, che in alcuni momenti assume le caratteristiche di una vera e propria rissa intellettuale? Le origini della questione vanno ricercate oltre un secolo prima, allorché gli insegnanti universitari del XIII secolo studiano Aristotele, lo parafrasano, lo chiosano, lo adattano al pensiero cristiano. Un’opera di assimilazione che riesce tanto bene da rendere cattolicamente accettabile anche la filosofia di Averroè, un pensatore di ispirazione aristotelica, ma pur sempre di religione islamica (tale assimilazione fu resa possibile grazie al principio della diversità tra «verità di ragione e verità di fede». Entrambe vere, quindi eterne, quindi fatalmente presenti in Dio. Avendo coincidenza nell’essere supremo, non possono contrastare tra di loro). L’autorità di Aristotele doveva servire agli accademici come una sorta di scudo, dietro il quale poter esercitare liberamente l’uso della ragione.

“Se il greco, fonte di ispirazione di san Tommaso D’Aquino, adopera la mente razionale, altrettanto possiamo fare noi.» Questo, in parole semplicissime, doveva essere stato l’intento degli universitari (tali universitari saranno poi definiti da Giordano Bruno «pedanti», ovvero noiosi e reverenti verso il potere). Purtroppo, con i decenni, avvenne esattamente l’opposto: invece di trasformarsi sul modello aristotelico, strutturarono Aristotele su quello della scolastica più chiusa e intransigente, diventando non più esponenti di una nuova ricerca bensì sostenitori di quella mentalità contro cui volevano esercitare il diritto di critica. Giungendo addirittura alla condanna di ogni pensiero divergente (basti pensare al Cremonini, che pure era un aristotelico tra i più blandi, che fu uno dei firmatari della denuncia di “eresia perniciosa” contro Bernardino Telesio).

In realtà Marsilio e il suo gruppo di umanisti divengono platonici non contro Aristotele, ma per avversione all’aristotelismo scolastico, alla cultura cattedratica, avvertita come ipocrita e soffocante.

«Chi non intende la carica polemica» sostiene Garin «a volte violenta del ritorno a Platone, che diventò un po’ alla volta ritorno a Epicuro, ritorno alla Stoa, ritorno al naturalismo presocratico… e, finalmente, ritorno ad Aristotele logico e fisico contro l’aristotelismo metafisico, ossia contro una fisica fattasi teologia; chi non intende questo significato del platonismo, rischia di non capire nulla della cultura filosofica, e non solo filosofica, dal Quattrocento al Cinquecento.» (Anche gli Aristotelici erano però feroci contro i platonici. Giorgio da Trebisonda, per fare un esempio, avvertì il pericolo rappresentato dai neoplatonici, nei confronti di una presunta “ortodossia” cristiana, e arrivò a formulare una “preghiera” diretta ai martiri cristiani, affinché “disperdessero” i platonici che “risorgevano” in Italia. La preghiera è riportata per intero da Eugenio Garin, Umanesimo italiano, Laterza, pagg. 88-89). Entriamo allora nella villa di Careggi, dove Ficino traduce gran parte dell’opera non solo di Platone, ma anche e soprattutto di Plotino. Cura personalmente la versione in latino, permettendo poi a vari allievi una nuova formulazione in volgare, affinché le opere dei filosofi greci conoscano la più ampia diffusione possibile.

Nicola Abbagnano ebbe a dirmi un giorno che solo del Simposio, a Firenze, circolavano oltre cinquemila copie. Rapportata all’epoca è una cifra a dir poco sbalorditiva.

 

Essenziale onirico

“Forse il punto essenziale è che, notte dopo notte, anno dopo anno, essi (i sogni) preparano l’Io immaginale per la vecchiaia, la morte e il fato immergendolo sempre più profondamente nella memoria. Forse l’essenziale dei sogni ha poco a che fare con le nostre preoccupazioni quotidiane, e il loro scopo è il fare anima dell’Io immaginale”.

James Hillman

Nel giusto tempo umano

Giace nel vento di profonda luce,
l’amata del tempo delle colombe.
Di me di acqua e di foglie,
sola fra i vivi, o diletta,
ragioni; e la nuda notte
la tua voce consola
di lucenti ardori e letizie.

Ci deluse bellezza, e il dileguare
d’ogni forma e memoria,
il labile moto svelato agli affetti
a specchio degli interni fulgori.

Ma dal profondo tuo sangue,
nel giusto tempo umano,
rinasceremo senza dolore.

Salvatore Quasimodo

L’individualismo debole che svuota le persone

La sterminata opera di Franco Ferrarotti offre all’analisi sociale molteplici spunti di riflessione. La condizione umana è dominata oggi da un egocentrismo e un individualismo solipsista mai emersi prima, un individualismo però debole in cui la persona si svuota della sua dimensione più umana, quella dei sentimenti, dell’esperienza e dell’incontro con l’altro.

Nel nostro tempo questo svuotamento è prodotto dall’eccesso di informazioni a cui siamo sottoposti ogni giorno, che produce un chiasso interiore privando la persona della sua sfera creativa, della capacità di progettare e in particolare dell’immaginazione. E così, le vecchie categorie di passato, presente e avvenire sono completamente saltate in nome di una eternizzazione insignificante dell’immediato.

A questo proposito Ferrarotti vede due logiche contrapposte nel nostro tempo e che si affrontano, forse anche inconsapevolmente, nello stesso individuo – a dire la verità, una di esse ha preso già il sopravvento. La prima è la logica della lettura, “una parola dopo l’altra, una riga dopo l’altra”, che induce al ragionamento e alla meditazione riflessiva; presume uno sforzo mentale e avviene nel momento in cui ci si raccoglie in se stessi, per citare sant’Agostino, in quella cittadella interiore che non dovremmo permettere mai a nessuno di espugnare, nemmeno in mezzo al chiasso della vita moderna.

La logica della lettura è una logica difficile perché disinteressata, contemplativa, inutile. E invece “la cultura occidentale ha bisogno di uno scopo, di un profitto, di una giustificazione. È utilitaria fin nel midollo”. Non può aspettare, vuole tutto e subito. Soprattutto i giovani le sono diventati estranei, pochi di loro conservano ancora un libro sul comodino – leggere costa fatica – e così si affidano, o meglio, si consegnano a internet e alla comunicazione di massa “elettronicamente assistita”.

“Non si scrive” afferma Franco Ferrarotti nel suo ultimo libro, La parola e l’immagine (ed. Solfanelli, 2014), “si assembla. Non si compone. Si clicca”. Oggi la gente sarebbe munita di una “quantità di aggeggi elettronici che informano e comunicano tutto a tutto in tempo reale, e su tutto il pianeta, senza però che abbiano più niente di importante da dire”. Sembra una nuova formulazione del motto cartesiano: io comunico, dunque sono. Io chatto, dunque esisto. Se non sono connesso, non sono nessuno.

È il trionfo dell’audiovisivo, la logica che ha conquistato il predominio del nostro tempo. Si tratta di una logica rapida, che colpisce con l’immagine e certamente più facile della lettura perché viene offerta all’individuo che non deve sforzarsi di comprenderla; ma siccome l’immagine è preconfezionata, si tratta di “un’offerta avvelenata, danaica”, perché priva l’uomo della capacità di costruire la sua immagine, svuotandolo della capacità artistica e dunque creativa – poiesis, dal greco, vuol dire creazione.

Questa privazione della capacità immaginativa ha portato Ferrarotti a teorizzare un vero e proprio cambiamento antropologico nella società attuale: dall’homo sapiens socratico staremmo passando all’homo sentiens e all’homo televisivus, “una sorta di sedentario nomade” che può fare il giro del mondo cambiando canale e sintonizzandosi sui network dei paesi esteri, senza abbandonare mai la poltrona di casa. È il delirio del solipsismo, che porta a una realtà dove non conta più il vissuto, ma tutto si vive nella falsa speranza indotta dai mezzi di comunicazione.

Anche David Riesman, negli anni 50’, aveva teorizzato l’uomo etero-diretto, una sorta di manichino manovrato, stimolato e orientato dall’esterno. Il sociologo americano osservava l’emergere di un nuovo tipo di individuo che rinuncia a ragionare secondo le categorie logiche tradizionali e che vive nell’immediatezza dell’informazione offerta.

L’homo sentiens di Ferrarotti è invece ancora più pericoloso, perché è colui che ha perduto la capacità di concentrarsi, di fissare l’attenzione sulle cose. Il suo interesse si modifica nella stessa maniera in cui cambia canale. Non legge, o legge poco, perché “seguire dei segni neri pagina per pagina lo fa sentire in prigione e gli sembra scandaloso”. Ma il deficit più alto di questo nuovo tipo umano, alla ribalta nella società della tecnica, è l’indebolimento della memoria.

Cos’è un uomo senza memoria? La fiducia di avere tutta la conoscenza dentro dei giganteschi server, su queste enciclopedie elettroniche via web, è solo un’illusione. La cultura si costruisce giorno per giorno, con volontà e fatica, non si richiama da uno schermo con un click del mouse. Arriverà il giorno in cui saremo così assuefatti a cercare le notizie sulla rete che la nostra memoria sarà talmente indebolita, e forse dimenticheremo che internet e le enciclopedie elettroniche esistono, e quindi, ahimè, tutta la conoscenza.

La tanto bistrattata memoria era tuttavia per gli antichi la facoltà che più avvicinava gli uomini al dio. Secondo l’orfismo, l’antica religione greca misterica, l’uomo viveva nell’oblio di sé, ma poteva recuperare la sua antica natura ricordando ciò che era al principio di tutte le ere; la più stretta alleata in questo viaggio verso il ritorno, verso il superamento delle illusioni molteplici, era Mnemosyne appunto, la memoria.

Tornando al presente, oggi ci troviamo di fronte al tramonto della lettura. Se inchiostro e calamaio appartengono a un’era passata e riportano in mente certe atmosfere di film come Barry Lindon, anche il tempo delle “moderne” penne a sfera si sta compiendo, con la tecnologia touch screen ormai capillarmente diffusa. La vecchia penna degli scrittori è diventata un mezzo anacronistico, quasi una stranezza per chi è assuefatto ai moderni dispositivi elettronici.

Un tempo esistevano gli icònoclasti, che ripudiavano ogni forma di rappresentazione visiva, oggi invece siamo giunti alla società degli “iconoduli”, gli schiavi dell’immagine che hanno dimenticato il vero potere della parola: il suo significato. Nella società veloce, il pensiero involontario viene completamente bandito, estromesso dalla casa dell’uomo. Già Hedegger teorizzava, oltre mezzo secolo fa, il trionfo del pensiero calcolante, il pensiero che tutto misura e assimila alle logiche dell’utile, a dispetto del più contemplativo pensiero meditante.

La società iper-tecnologica è diventata dunque una società in cui la parola tace e l’immagine vince. Il nostro è il mondo delle tonnellate di foto sparse nei server elettronici o postate su face book, delle miriadi di figure che ci passano davanti in tv e nei cartelloni pubblicitari sparsi per le città; è la società delle figure spente, opache, al più visivamente policrome, che appaiono davanti ai nostri occhi e un attimo dopo scompaiono, lasciandosi dietro il nulla da cui sono state e-vocate.

Mario Sammarone (tratto da Prospettive)

Listener

I ricordi

“I ricordi sono ancora là, nascosti nel grigio gomitolo del cervello, nell’umido letto di sabbia che si deposita nel fondo del torrente dei pensieri: se è vero che ogni grano di questa sabbia mentale conserva un momento della vita fissato in modo che non si possa più cancellare ma seppellito da miliardi e miliardi d’altri granelli. Sto cercando di riportare alla superficie una giornata, una mattina, un’ora tra il buio e la luce all’aprirsi di quella giornata. da anni non ho più smosso questi ricordi, rintanati come anguille nelle pozze della memoria”

Italo Calvino, Ricordo di una battaglia

Quannu moru…

La memoria del cuore


“La memoria del cuore elimina i ricordi brutti ed esalta quelli belli, e grazie a questo artificio riusciamo a sopportare il passato.”

Gabriel Garcia Marquez

Il viaggio

“Il viaggio non finisce mai. Solo i viaggiatori finiscono. E anche loro possono prolungarsi in memoria, in ricordo, in narrazione. Quando il viaggiatore si è seduto sulla sabbia della spiaggia e ha detto: “Non c’è altro da vedere”, sapeva che non era vero. Bisogna vedere quel che non si è visto, vedere di nuovo quel che si è già visto, vedere in primavera quel che si è visto in estate, vedere di giorno quel che si è visto di notte, con il sole dove la prima volta pioveva, vedere le messi verdi, il frutto maturo, la pietra che ha cambiato posto, l’ombra che non c’era. Bisogna ritornare sui passi già dati, per ripeterli, e per tracciarvi a fianco nuovi cammini. Bisogna ricominciare il viaggio. Sempre. Il viaggiatore ritorna subito.”

José Saramago

Non recidere, forbice, quel volto

Non recidere, forbice, quel volto
solo nella memoria che si sfolla,
non fare del grande suo viso in ascolto
la mia nebbia di sempre.
Un freddo cala… Duro il colpo svetta.
E l’acacia ferita da sé scrolla
il guscio di cicala
nella prima belletta di novembre”.

Eugenio Montale

Memoria d’amore

Memory

Sopra: Elihu Vedder , “Memory”, 1870

 

Mnemosyne

Sopra: Frederick Leighton, Memories, 1883

C’è differenza tra

l’aver dimenticato
e
non ricordare.

Alessandro Morandotti

Memoria, nostra cura

Art. 1.

La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah (sterminio del popolo ebraico), le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonchè coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati.

Art. 2.

In occasione del “Giorno della Memoria” di cui all’articolo 1, sono organizzati cerimonie, iniziative, incontri e momenti comuni di narrazione dei fatti e di riflessione, in modo particolare nelle scuole di ogni ordine e grado, su quanto è accaduto al popolo ebraico e ai deportati militari e politici italiani nei campi nazisti in modo da conservare nel futuro dell’Italia la memoria di un tragico ed oscuro periodo della storia nel nostro Paese e in Europa, e affinchè simili eventi non possano mai più accadere.

La legge n. 211 del 20 luglio 2000 dal Parlamento italiano che istituisce il “Giorno della Memoria”

Torna

Ritorna ancora e prendimi,
amata sensazione, ritorna e prendimi,
quando si ridesta viva la memoria
del corpo, e l’antico desiderio di nuovo si versa nel sangue,
quando le labbra e la pelle ricordano, e la carne,
e le mani come se ancora toccassero.
Ritorna ancora e prendimi, la notte,
quando le labbra ricordano, e la carne…

Costantino Kavafis

“Ricorda, corpo”

Sopra: Egon Schiele, “Nudo maschile seduto”, 1909

Carissimi amici, oggi lasciamo parlare il corpo grazie alla memoria palpitante di Costantino Kavafis (1863-1933):

“Ricorda, corpo…”

Ricorda non solo quanto fosti amato, corpo,
non solo i letti sopra cui giacesti,
ma anche quei desideri che per te
brillavano negli occhi apertamente,
tremavano nella voce – resi vani
da qualche impedimento casuale.
Ora che tutto è parte del passato,
è come se ti fossi concesso
anche a quei desideri – ricorda il brillare
negli occhi volti verso te,
tremare nella voce, per te,
ricorda, corpo.

Ecco un maestro

«Chi ravviva il passato per conoscere il nuovo: ecco un maestro»

Confucio, “I Dialoghi”, II, BUR, Milano, 2000.

Sopra: Dante Gabriel Rossetti, “Mnemosyne”, 1875-81

“Appunti”

Sentite, carissimi, le parole di Dario Bellezza (1944-1996), e la verità degli ultimi versi di questa lirica:

Appunti

Non m’accende amore.
Più non m’incanta il dolore.
Senza pietà è mia vita.
Passano i giorni e grida

l’anima mia smarrita.

Forse la giovinezza
è camminando.
Nel buio della notte
la tempesta s’ascolta
lacrimando.

Di notte al tavolino, per morire

decisi di mai più scrivere
ma ricordare vivendo
gli amori di un tempo.

Chi vive di ricordi
s’innamora!

[1987]

Dario Bellezza, in “POESIE D’AMORE DEL NOVECENTO”, Oscar Mondadori, 2008.

…trillo beato

Amatissimi,
vi propongo, ancora, la poesia che sento più vicino al mio cuore, quella che sento risuonarmi spesso dentro, quella che mi fa innamorare nella Memoria:

Da “Lettera al padre”

Carissimo padre, di recente mi hai domandato perché mai sostengo di avere paura di te. Come al solito, non ho saputo risponderti niente, in parte perché questa paura si fonda su una  quantità tale di dettagli che parlando non saprei coordinarli neppure passabilmente. E se anche tento di risponderti per iscritto, il mio tentativo sarà necessariamente assai incompleto, sia perché anche nello scrivere mi sono d’ostacolo la paura che ho di te e le sue conseguenze, sia perché la vastità del materiale supera di gran lunga la mia memoria e il mio intelletto.

Franz Kafka

Un uomo che dorme…

[…] Un uomo che dorme tiene in cerchio attorno a sé il filo delle ore, l’ordine degli anni e dei mondi. Svegliandosi li consulta d’istinto e vi legge in un attimo il punto che occupa sulla terra, il tempo che è trascorso fino al suo risveglio; ma i loro ranghi possono spezzarsi, confondersi. Mettiamo che il sonno lo abbia colto verso il mattino, dopo un’insonnia, mentre stava leggendo, in una positura troppo diversa da quella in cui dorme abitualmente. Basterà il suo braccio sollevato per fermare e far indietreggiare il sole, e nel primo istante del risveglio egli non saprà più che ora sia, sarà convinto di essersi appena coricato. O che si sia assopito in una posizione ancora più irregolare e divergente, per esempio seduto dopo pranzo in una poltrona, e allora il disorientamento sarà completo in quei mondi usciti dalla propria orbita, la poltrona magica lo farà viaggiare a tutta velocità nel tempo e nello spazio, e al momento di aprire gli occhi egli crederà di trovarsi a letto alcuni mesi prima e in un altro paese. Ma era sufficiente che, nel mio stesso letto, il mio sonno fosse profondo e tale da distendere completamente il mio spirito, ed ecco che questo abbandonava la mappa del luogo dove mi ero addormentato e, svegliandomi nel pieno della notte, io non sapevo più dove mi trovassi e, in un primissimo momento, nemmeno chi fossi; avevo nella sua semplicità primaria soltanto il sentimento dell’esistenza così come può fremere nella profondità di un animale; ero più privo di tutto dell’uomo delle caverne; ma a quel punto – non ancora del luogo dove mi trovavo, ma di alcuni dei luoghi dove avevo abitato e avrei potuto essere – veniva a me come un soccorso dall’alto per strapparmi dal nulla al quale da solo non sarei riuscito a sfuggire; in un secondo scavalcavo secoli di civiltà e le immagini, confusamente intraviste, di qualche lampada a petrolio, poi di alcune camicie col collo piegato, ricomponevano a poco a poco i tratti originali del mio io […]

Marcel Proust

Reminiscenza

Il nostro apprendere non è che un ricordare.

Platone

Torna

Torna sovente e prendimi,
palpito amato, allora torna e prendimi,
che si ridesta viva la memoria
del corpo, e antiche brame trascorrono nel sangue,
allora che le labbra ricordano e le carni ,
e nelle mani un senso tattile si riaccende.
Torna sovente e prendimi,la notte,
allora che le labbra ricordano, e le carni…

Konstantinos Petrou Kavafis

La memoria

La memoria è facoltà dell’amore, restituisce all’eterno ciò che il tempo divora e l’odio distrugge; non impedisce la perdita, non ostacola la morte, non è nel suo potere, come non è nel potere dell’amore.
La memoria è un modo della compassione

Francesco Donfrancesco

Inconscio e Magia – Psiche: “Ricorda, corpo”

Cari e gentili amici, siamo arrivati al quarto ed ultimo appuntamento con lo speciale dedicato alla sensualità e sessualità di Inconscio e Magia – Psiche. Questa appassionata lirica aprirà la puntata in onda il 26 aprile (nella notte tra domenica e lunedì) alle ore 2:30 circa su Rai 2. Lasciamo parlare il corpo attraverso i palpiti rinnovati nel ricordo di Costantino Kavafis (1863-1933):

Ricorda, corpo…

Ricorda non solo quanto fosti amato, corpo,
non solo i letti sopra cui giacesti,
ma anche quei desideri che per te
brillavano negli occhi apertamente,
tremavano nella voce – resi vani
da qualche impedimento casuale.
Ora che tutto è parte del passato,
è come se ti fossi concesso
anche a quei desideri – ricorda il brillare
negli occhi volti verso te,
tremare nella voce, per te,
ricorda, corpo.

Vi auguro una felice domenica. Un abbraccio!

“Indizi”

Carissime amiche e carissimi amici, considero questa magnifica lirica della poetessa russa Marina Cvetaeva (1892-1941) una delle più intense, struggenti, scardinanti e traboccanti d’Eros mai scritte. Mi piace, spesso, ripeterla a memoria… grazie a MNEMOSYNE l’arte non è più esclusivamente del creatore, ma diviene anche nostra, di tutti, scorre nelle nostre vene e “trilla beatamente” nella nostra Anima… Con affetto. A presto!

Indizi

Come spostando pietre:
geme ogni giuntura! Riconosco
l’amore dal dolore
lungo tutto il corpo.

Come un immenso campo aperto
alle bufere. Riconosco
l’amore dal lontano
di chi mi è accanto.

Come se mi avessero scavato
dentro fino al midollo. Riconosco
l’amore dal pianto delle vene
lungi tutto il corpo.

Vandalo in un’aureola
di vento! Riconosco
l’amore dallo strappo
delle più fedeli corde

vocali: ruggine, crudo sale
nella strettoia della gola.
Riconosco l’amore dal boato
– dal trillo beato –
lungo tutto il corpo!

(29 novembre 1924)

Memoria

Eccoci ancora a MNEMOSYNE. Matteo ci pone un tema fondamentale:

Mi piacerebbe sentire qualcosa su la citazione che Jung ha usato qualche volta quando parlava di sincronicità, prendendola in prestito da “Alice nel paese delle meraviglie” (il film nelle sale da poco del grande Disney) di Lewis Carrol, dove la Regina dice ad Alice “E’ una memoria ben misera quella che ricorda solo ciò che è già avvenuto”.
Un saluto affettuoso.

Matteo

Caro Matteo, hai colto un “aspetto” fondamentale. Quindi c’è una Memoria del Futuro? E se sì, perchè?

Coincidenza!

A Marina è accaduta una splendida coincidenza! Eccola:

Caro Signore dei Rimpianti,
mi scusi se le rispondo qui riguardo ad Odin Wotan (a) e ad Er (b), ma con i miei modesti mezzi informatici non riesco a postare su Gabriele La Porta che è troppo carico di dati…

a)
“Word from word gave words to me…”
…scrivevo nella mia camera, ed arrivarono due corvi che si appollaiarono sul tetto della casa di fronte, come Pensiero e Memoria i due corvi di Odino; un vero re, astuto e crudele e capace di sacrificare un occhio e di legarsi ad un albero per giorni pur di abbeverarsi al Pozzo della Sapienza.

b)
poiché non solo gli scritti miei ma anche quelli altrui fanno parte del cammino, una mattina, il caso volle per me che un libro s’aprisse alla pagina 163: “Oggi è un nuovo inizio per te”. – Chissà a cosa si riferisce? – Mi chiesi e, come al solito non contenta, presi un altro libro che si aprì stranamente alla pagina 63: “Lete, fiume dell’oblio, le cui acque avevano il potere di fare dimenticare l’esistenza passata alle anime avviate alla nuova nascita”. Era una semplice coincidenza? In molti l’avrebbero liquidata considerandola tale, non io, però, che leggendo lo stralcio di quel mitico racconto me ne sentii sfiorata, anzi animata dall’istantanea intuizione, o forse la memoria, di come sia impossibile rintracciare il senso della propria esistenza se si resta fermi solo sul quotidiano e sul visibile…

Non è una semplice coincidenza. È UNA COINCIDENZA molto composita. E istruttiva.

“COME SOGNANO I POETI”

Ecco per noi tutti una lirica donataci da Maria Allo:

A Gabriele e a tutti i poeti

“Il poeta è colui che conserva la memoria, che affida la realtà all’eternità”. (Anna Achmàtova)

COME SOGNANO I POETI

Un’esplorazione dentro
con tanti personaggi
sul cammino
e variegate del tragitto
le sfaccettature.
Il sentimento universale
si riflette
sul senso dell’Amore
amore senza confini
amore estremo
amore come fratellanza
tra gli individui,
bisogno estremo
e nel raptus creativo
c’è una parte di te

E’ come donare
arte nuda e cruda
così l’artista crea
l’altro si immedesima
Come spumeggia il mare
inquieta l’onda batte sugli scogli
e sono tanti
immobili, verdi, scivolosi.

Come double face
così sognano i poeti

Maria Allo

L’arte della memoria I

L’arte della memoria è una delle tecniche psicologiche più significative di tutti i tempi. Abuserò della vostra pazienza e comincerò a trattarla in una serie di articoli. Prima nel suo aspetto di tecnica vera e propria e poi scenderò verso ambiti psichici profondi. Mi rifarò agli studi di Frances Yates, Thomas Moore e Marsilio Ficino.

Nel secolo XVI intervengono mutamenti radicali in una delle tecniche retoriche più esercitate, la cosiddetta “arte della memoria”.
Questa forma di apprendimento veniva definita “arte” per le sue implicite possibilità creative inerenti alle infinite potenzialità combinatorie. L’uomo contemporaneo è abituato a memorizzare dividendo per specie e generi, per analisi, per similitudini concettuali, grammaticali e sintattiche. E così avvezzo a operare con questo tipo di mezzo da non porre mai mente a come l’antichità abbia fatto uso di un altro tipo di memoria, diversa e apprendibile con estrema difficoltà: è appunto l’ars memoriae di cui si parlava. La mnemonica moderna discende da Pietro Ramo e si è affermata nel mondo occidentale solo a partire dal 1600; l’altra non è databile, essendo presente da sempre nel mondo antico, basandosi sulla convinzione della maggiore potenza della memoria visiva rispetto a quella concettuale.
Lo studente che si dedicava all’apprendimento di quest’ultima doveva cominciare a imprimersi nella mente immagini familiari (per esempio la sua stanza da letto) per passare a quelle di luoghi meno noti, all’esterno, come piazze oppure facciate di cattedrali (spesso costruite per servire da immagini memorizzabili, come sostiene la Yates in L’arte della memoria, ai capitoli X-VI-X). Una volta fatta propria questa facoltà, lo studente immaginava scene non reali, ma di invenzione, purché ricche di particolari facilmente imprimibili. A ogni immagine registrata veniva poi accostato il concetto (oppure la parola) da ricordare. In questo modo, allorché si doveva rammentare un discorso oppure un tema o altro ancora, si tornava con la mente alla figura memorizzata e ricollegandosi visivamente ai suoi particolari, si ricordavano quei concetti che si erano accostati ai dettagli della figura. È evidente che la maggiore quantità di figure rendeva più dilatabile la possibilità mnemonica del rètore. Lullo, Scaligero, Della Porta e soprattutto Bruno avevano creato infinite possibilità combinatorie di immagini, rendendo parimenti vasta la potenzialità concettuale.
Il De umbris idearun e il Cantus circaeus sono le opere mnemoniche bruniane che più delle altre attestano questa infinita possibilità di combinazioni fra le immagini. «L’ars memoriae non si pone più come una semplice forma retorica, né l’ars combinatoria come una tecnica logica… Appaiono strettamente collegate ai temi di una metafisica esemplaristica e neoplatonica, ai motivi della cabala e della tradizione ermetica, agli ideali della magia e dell’astrologia… Inserite nel discorso, pieno di toni iniziatici di una magia rinnovata, queste tecniche cambiavano in realtà funzione e significato, perdevano contatto con il terreno delle scienze mondane, della dialettica, della retorica, della medicina: apparivano miracolosi strumenti cui era opportuno affidarsi per il raggiungimento del sapere totale o della pansofia (Paolo Rossi, Le origini della Pansofia e il Lullismo del secolo XVII, Università degli studi di Milano, pag. 199; Paolo Rossi, Clavis universalis, arti mnemoniche e logica combinatoria da Lullo a Leibniz, Ricciardi, 1960, pag. 81 e segg.).» Come si evince dalle parole di Paolo Rossi, la mnemotecnica rinascimentale si poneva quale strumento non più di dilatazione mentale, bensì di ricreazione del mondo, quale mezzo affiancatore della magia o addirittura a essa assimilabile.
La differenza con il “cristianesimo” di un Ficino oppure di un Pico della Mirandola è sostanziale (nell’introduzione al Cantus circaeus – Atanòr, pagg. 10-25 – del Bruno si è esaminato questo “cristianesimo” sostanziale di Ficino e Pico). Ancora Rossi è esemplificativo: «Il caso di Bruno è, da questo punto di vista, esemplare: mentre si configurava come un rifiuto della logica tradizionale e sostituiva le immagini ai termini, la topica all’analitica, l’arte bruniana finiva per muoversi su un terreno ben diverso da quello delle immagini dialettiche, rifiutava ogni identificazione con una tecnica linguistica o retorica, si poneva come lo strumento capace di consentire prodigiose avventure e costruzioni totali. Connettendosi agli ideali e alle aspirazioni della magia, l’ars inveniendi e l’ars memorativa apparivano le vie da seguire per penetrare i segreti della natura e decifrare la scrittura dell’universo» (Paolo Rossi, op. cit., pag. 200). Emerge l’opinione del Lullo, del Della Porta, del Camillo e soprattutto del Bruno di considerare l’arte della memoria come applicazione dell’arte magica (Wolfang Hildebrand nella sua Magia naturalis presenta l’ars memorativa come l’applicazione dell’arte magica a una specifica forma dell’operare umano. È rammentato da P. Rossi, op. cit., pag. 200). La via bruniana è perciò la magia priva dell’attribuzione limitativa del «naturalis».

Collegamenti:

L’arte della memoria II

L’immaginazione ermetica X

Alla fine del 1585 Giordano Bruno è a Parigi (vedi articolo precedente) e scrive Arbor philosophorum, Figuratio aristotelici phisici auditus, Dialogi due de Fabricii, Mordentis prope divina adinventione, 120 Articuli adversus Peripateticos. Opere con una unica linea conduttrice, la diffusione capillare dell’“arte” e dei princìpi esoterici a essa sottintesi. Anzi, Bruno diventa sempre più “scoperto” e manifesto nelle sue intenzioni. A Cambray sostiene una pubblica disputa contro gli aristotelici, di qualunque tendenza. Insomma il nolano non fa differenze tra cattolici e protestanti, ma tra uomini aperti alle nuove conoscenze, alla tanto vagheggiata unità, e quelli protesi alle “chiusure accademiche”, disposti sempre a trovare differenze e contrasti, per questo tendenti alla prevaricazione e alla guerra (Eugenio Garin ha ampiamente dimostrato, nel suo Umanesimo italiano, come anche Pico della Mirandola condividesse in precedenza tali posizioni, arrivando alla formulazione di un uomo europeo dal destino «comune» per la creazione di un paese «unitario»).

Ancora una volta l’ingenuità del filosofo è sconcertante, infatti esce allo scoperto proprio nel momento in cui i suoi protettori, vicini a Enrico di Navarra, sono caduti in sospetto presso le autorità ecclesiastiche. Qualche mese prima il Guisa ha addirittura accusato Enrico III di eresia con il Manifesto di Peronne, e il cardinale di Lorena ha condannato come “nemico di Iddio” ogni seguace del “partito dei Navarra”. Sarebbe stata ancora una volta più auspicabile una maggiore prudenza, ma Bruno si considera propugnatore di un nuovo modello di vita, consiglia a tutti di rappresentare pittoricamente le immagini della memoria, crede ciecamente nella efficacia di tali pitture, e quindi non può attendere. Le conseguenze sono le solite: deve fuggire (F.A. Yates, Giordano Bruno, cit., pag. 318 e segg.).

Nel 1586 arriva in Germania, a Wittenberg, dove s’immatricola nello Studio e dove ottiene una pubblica lettura di filosofia.

Malgrado le difficoltà, le ingiurie, le accuse di magia, forse di stregoneria, le ostilità dei fanatici religiosi, l’ex domenicano raggiunge subito una posizione pubblica di grande prestigio. E dunque evidente, tali incarichi lo attestano, l’esistenza di una rete segreta di amicizie, anche ad altissimo livello sociale. Qualcuno ha addirittura ipotizzato una specie di congrega con rituali e clausole simili alla massoneria; forse è una esagerazione, ma certamente si deve supporre la realtà di persone unite da una ideologia, che permettesse di superare le barriere di nazionalità e di religione (Lucio Battistini, Società e sette segrete nella Europa rinascimentale, Del Graal, pag. 75 e segg.).

Ed ecco infatti una serie di pubblicazioni: De lampade combinatoria, De progressu et lampade venatoria logicorum, Artificium perorandi, Animadversiones circa lampadem lullianam, Lampas triginta statuarum, volumi da considerare quale ideale continuazione del De umbris. In essi Bruno conferma di voler diffondere una scienza, quella della memoria combinatoria, ricalcata in parte da Agrippa e da Lullo, per edificare una nuovissima umanità, capace di elevarsi al di sopra dei tempi presenti, corrosi dall’odio, per costruire un universo di tolleranza e di sapienza (in effetti Bruno ormai cerca «lo scopo definitivo»: ristrutturare l’umanità. Le sue immagini sono sempre più indicate quale mezzo per una modificazione intellettuale. Segni e colori dovrebbero sortire l’effetto di totale sconvolgimento psichico, al di sopra della volontà dell’osservatore, agendo, secondo le intenzioni del filosofo, a livello inconscio).

I tempi si fanno però durissimi; prevale la fazione religiosa opposta a quella più “permissiva” che gli consentiva di tenere lezioni davvero poco ortodosse. Deve di nuovo ripartire, ma prima pronuncia l’Oratio Valedicatoria, con cui si accomiata dallo Studio e dai suoi studenti. È un momento di grande effetto, non nuovo alla tempra di Bruno. In una sala con le guardie alle porte, pronte anche all’arresto, tra insegnanti colmi di risentimento, in mezzo a un pubblico eterogeneo, composto soprattutto da popolani accecati dal fanatismo religioso, il piccolo filosofo avanza deciso e osservando gli studenti esordisce: «A voi spiriti tolleranti, dagli occhi nuovi, è diretta questa orazione per tempi diversi».

Una vera provocazione, accompagnata da un tono durissimo della voce, e una precisa intenzione di non cedere a quello che per lui è un ennesimo sopruso. Eppure l’Oratio è uno dei più bei documenti del tardo Rinascimento, dove convergono due elementi fondamentali: l’irripetibilità della coscienza capace di autodeterminarsi e la fondamentale bontà dell’uomo aperto alla ricerca, qualunque essa sia. Quando Bruno termina seguono momenti di silenzio, poi è una esplosione di applausi: sono i suoi alunni presi da una autentica frenesia da ammirazione. I suoi nemici nulla possono e devono lasciarlo partire (Francesco De Cristofanis, “L’ermetismo come piaga”, L’Astrale, maggio 1975, pag. 23).

C’è una precisa differenza, continuamente riproposta, tra studenti e corpo accademico. Bruno riuscirà sempre a trascinare con sé i giovani, mai gli insegnanti, soprattutto gli umanisti di grammatica. Lo stereotipo dell’insegnamento aristotelico e una barriera incessantemente eretta contro di lui. Un ostacolo di prevenzione e di ostilità mai superata (F.A. Yates, Giordano Bruno, cit., pag. 240 e segg.). Odi viscerali lo perseguitano, dovunque, quasi un invisibile tentacolo, prima o poi stringente sino al soffocamento. In antitesi c’è l’amore dei giovani, una considerazione sconfinata, come una idolatria, priva di qualsivoglia critica razionale. Un abbandono emotivo che consentirà al filosofo di avere seguaci fedelissimi e devoti sino al sacrificio (Mario Spini, Note bruniane, Edizioni del Labirinto, pag.55).

Nel marzo del 1588 l’italiano è a Praga dove conosce Rodolfo II. È un incontro fondamentale per entrambi, decisivo per il re, Rodolfo è un appassionato esoterista, ha conosciuto i massimi maestri contemporanei dell’ermetismo ed è felice di poter parlare con il “mago di Nola”, la cui fama è ormai diffusa in tutta Europa. Nel palazzo che prende nome dallo stesso re avviene uno dei dialoghi più suggestivi di quell’epoca. “Ritorno a Platone”, così lo definisce il Turnejser, fedelissimo al filosofo, forse accecato dall’amore. Ugualmente, al di là dell’enfasi, Rodolfo muterà di fatto la intelligenza che può divenire universale, di una memoria edificata sul modello dell’universo, di una immaginazione dilatata sino alle stelle, alle idee eterne e infinite, presenti nella “mente di Dio” (De umbris idearum e Cantus circaeus, Atanòr, cura di G.L.P,  “Introduzione” pag. 24 e 27).

Il principe è come folgorato. Da questo momento farà ricercare tutti i testi di alchimia esistenti, i compendi di ermetismo, i testi neoplatonici, costituendo una biblioteca unica nel suo genere. È una sorta di malia. Da un punto di vista prettamente culturale è un evento foriero di grandi iniziative, sia per la filologia, sia per il nascente sperimentalismo. Politicamente provocherà l’isolamento progressivo di Rodolfo; alla sua morte si scatenerà la lotta per l’investitura che finirà per precipitare l’Europa nella guerra dei trent’anni. (F.A. Yates, L’Illuminismo dei Rosacroce, cit., pag. 65 e segg., dove è esaminata la cosiddetta “questione di Praga”, con la relativa defenestrazione degli ambasciatori della Lega cattolica. I boemi, abituati allo spirito di tolleranza e alle aperture religiose e filosofiche di Rodolfo, non potevano accettare l’idea di essere governati da un fanatico cattolico. «Il problema fu per breve tempo rinviato con l’elezione all’impero e alla corona di Boemia del fratello di Rodolfo, Mattia, vecchio e inetto, che morì presto a sua volta, e dopo di lui non fu più possibile rimandarlo. Le forze della reazione si stavano raccogliendo. Solo pochi anni di tregua vi sarebbero stati prima della ripresa delle guerre di religione. Il candidato più prossimo all’impero e al trono di Boemia era l’arciduca Ferdinando di Stiria, un Asburgo fanaticamente cattolico, educato dai gesuiti e risoluto a sgominare l’eresia. Nel 1617 Ferdinando di Stiria diventò re di Boemia. Fedele alla sua educazione e alla sua natura, egli pose immediatamente fine alla politica di tolleranza religiosa di Rodolfo» (F.A. Yates, op. cit., pag. 23). Questi motivi spinsero i boemi a nominare nel 1619 Federico del Palatinato legittimo successore di Rodolfo, di cui condivideva gli interessi esoterici. Non a caso era stato in Inghilterra e aveva conosciuto gli stessi nobili fedeli all’ermetismo bruniano. L’elezione finirà nel disastro della battaglia della Montagna Bianca, e la perdita della libertà per i boemi e i moravi. Fornirà inoltre l’occasione per la guerra dei trent’anni. Molti storici fanno risalire al mancato intervento dell’Inghilterra, a fianco del Palatinato, la vera motivazione della sconfitta e della futura interminabile guerra. I nobili elisabettiani di ispirazione ermetica avevano infatti consigliato re Giacomo di entrare nello scontro.)

Fondata una biblioteca ermetica, stabiliti due corsi allo Studio, creata una rete di fedeli allievi, Bruno si muove ancora. Le motivazioni non sono quindi da ricercare in un ambiente ostile e respingente, bensì nell’esigenza del filosofo di cercare altri da sensibilizzare alla sua visione teorica e pratica dell’uomo e del suo compito sulla Terra.

L’immaginazione ermetica IX

Torniamo all’arrivo di Giordano a Parigi (vedi articolo precedente). Finalmente è a diretto contatto con un ampio cenacolo di intellettuali, lettori, nobili, guerrieri, che condividono i suoi stessi princìpi. È davvero come essere giunti alla casa paterna, sempre desiderata e mai abitata. Bruno è felice, si forma subito una schiera di allievi, tutti nobili del seguito di Enrico III, e persino l’erede al trono lo segue come un’ombra, dovunque. È il suo più attento studente sia quando impartisce lezioni all’università, sia allo Studio del re, sia all’accademia della nazione. In breve tempo il filosofo dà alle stampe tre opere, De umbris idearum, Cantus circaeus, De compendiosa architectura (soprattutto il De umbris e il Cantus sono essenziali per capire la particolarissima tecnica della memoria del filosofo). Inoltre pubblica una commedia in volgare, il Candelaio. Questa sarà una prassi ricorrente del filosofo: scrivere testi in latino, che contengano i princìpi pratici dell’ermetismo, ovvero volumi da cui il lettore possa evincere tecniche e rituali, e poi, accanto a questi, libri con i princìpi teorici, filosofici, della sua concezione del mondo. Insomma Bruno dà la pratica unitamente alla teoria, probabilmente per mostrare quanto i princìpi tecnici della “sua” arte della memoria avessero come supporto una profonda concezione culturale, risalente addirittura, a suo dire, agli antichi egizi.

Riflettendo sul comportamento di questo sognatore si prova un sentimento di ammirazione, non fosse altro per la sua ingenuità politica. Rispetto agli ingegni in qualche modo a lui similari, come Lullo, Moro, Bacone, il nolano non mostra un briciolo di prudenza. Ovunque dichiara subito le proprie intenzioni, attacca i fanatici, chiunque essi siano, i finti professori, gli accademici di parte, insomma tutti quelli che, secondo lui, osteggiano l’unità delle genti. E le conseguenze non si faranno mai attendere troppo. (Occorre non fraintendere la carica del filosofo quando contesta gli uomini di scienza. La sua non era mai aggressività dovuta alla necessità di difendere posizioni e privilegi che del resto aveva già sin dai tempi di Ginevra, purché si fosse mostrato più accorto, ma una precisa esigenza di smascherare, a suo dire, tutti gli avversari della “prisca teologia”, ovvero della religione degli antichi padri, forse identificati fantasticamente con gli egizi, che non vedevano differenze di credo tra gli uomini. In questo Bruno si mostra un vero e proprio missionario dell’onirismo ermetico.)

Di fronte a Enrico III dà un saggio delle sue capacità di memoria e di cultura, rispondendo ai quesiti che gli pongono oltre cento professori, quasi tutti seguaci del Guisa o oltranzisti protestanti. Fa un’eccellente figura, nessuno può stargli alla pari, ma gli odi si inaspriscono. Perché lui non è né cattolico, ne protestante, né ugonotto, né calvinista, né altro. È un visionario di ispirazione ermetica, ancorché simpatico a noi contemporanei. Certo, calandosi nei panni dei dottori dell’epoca, non doveva certo essere divertente, per loro, sentirsi accomunati a lucertole, cercopitechi, gufi, insomma a tutto un bestiario che incarnava ignoranza e cecità. La scena avvenuta innanzi a Enrico deve essere stata poi particolarmente sublime. Da una parte una folla di pretesi sapienti, con le loro palandrane, compunti nel ruolo di “professi” di ogni disciplina, tutti intenti a scartabellare volumoni per trarre quesiti impossibili, e dall’altra un omino furente e ironico, sempre pronto alla battuta, padrone di ogni argomento. Probabilmente proprio in questa occasione cominciano a diffondersi le prime accuse di magia. Quando, nei giorni successivi al memorabile scontro, le invettive giungono all’orecchio del filosofo, riferite dal Delfino preoccupato per la sorte del suo ormai maestro prediletto, la reazione è in tutto e per tutto, degna del suo temperamento meridionale. Una risata seguita da un’affermazione decisa. Ma certo che è accusato di magia, chi lo dice ha perfettamente ragione, perché in effetti è un mago, e che altro se no? Non lo era forse Ermete Trismegisto? E prima di lui Mosè? E tutti i grandi padri della filosofia greca, Socrate e Platone primi fra tutti? Per tacere di Plotino, Porfirio e del più grande di tutti, Virgilio stesso, «il savio gentil che tutto seppe». E per fortuna, in questa occasione, Bruno non accomuna, nella tradizione ermetica, anche Cristo e Maometto, cosa che invece farà qualche anno dopo a Venezia, di fronte a un esterrefatto Mocenigo. Questa è un’altra delle grandi allucinazioni, anche se con qualche attento riferimento ad alcune fonti, degli ermetici. Anche Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Leon Battista Alberti e segretamente il Poliziano amavano trovarsi dei “padri” che condividessero le teorizzazioni dell’ermetismo. Ficino afferma, come si è già visto negli articoli precedenti, che la magia, qualora sia «naturalis», non è difforme dal cristianesimo (Eugenio Garin, La disputa sull’astrologia, cit., pag. 97 e segg.)! Ed è quindi logico, nel paradosso, che Bruno si spinga oltre Marsilio, da lui considerato come un maestro (F.A. Yates, L’arte della memoria, Einaudi, pag. 145 e segg.; a cura di G. Gentile, Opere italiane, I, Dialoghi metafisici, pag. 87 e segg.; Luigi Firpo, Scritti scelti di Giordano Brano e Tommaso. Campanella, edizione del 1968, “Introduzione”).

A sua volta Tommaso Campanella, seguace del filosofo, ma sarebbepiù proprio dire del mago di Nola, andrà oltre, teorizzando la magia come unica vera scienza unificante ogni credo di qualsiasi nazione e tempo.

L’erede al trono, dapprima perplesso, sentendo dalla bocca del suo ammirato maestro simili affermazioni, condivide immediatamente ogni proposizione “magica” e nell’ardore giovanile ne discute pubblicamente nei giorni successivi, anche alla presenza degli oltranzisti cattolici (James Leroy, “Trinity Road”, in Oxford Revue, pag. 100 e segg.). Forse sarà stato anche questo motivo a spingere Enrico ad affrettare i tempi della “missione” del filosofo italiano in terra inglese (I. Guerrini Angrisani, Introduzione al Candelaio, Rizzoli, pag. 28). Nel 1583 Bruno è in Gran Bretagna, dove a Oxford insegna nello Studio e stampa immediatamente altri tre trattati mnemonici, Ars reminiscendi, Explicatio triginta sigillorum, Sigillus sigillorum. Inoltre cura una riedizione del De umbris e del Cantus.

È circondato da amici fidati e da ammiratori: lo dimostra la diffusione capillare delle sue opere, l’importanza della cattedra affidatagli e i contatti con sir Sidney, il gran favorito della regina Elisabetta. Intorno alla sovrana, illuminata nelle cose di lettere e di scienza, oltre che nella diplomazia, esiste da tempo un gruppo di nobili permeati di esoterismo, i quali già conoscono bene sia le opere di Bruno, sia i neoplatonici fiorentini come Ficino e Pico della Mirandola (F.A. Yates, Giordano Bruno, cit., pag. 90 e segg.). È un vero e proprio partito della “pace”, con stabili contatti in Francia. Nobili di Enrico e di Elisabetta tendenti a trovare punti di tolleranza tra le diverse confessioni, al di là delle posizioni ufficiali.

Si potrebbe discutere a lungo se sia l’ermetismo a spingere costoro verso la reciproca comprensione o viceversa, anche se recentissime indagini tendono a preferire la prima ipotesi. Si è infatti già osservato come sia connessa all’ideologia neoplatonica un’istanza di universalità delle genti, in nome di un “bene” superiore ai singoli paesi (Philip Newton Stuart, The Sun and the Queen, Dumont, pag. 45 e F.A. Yates, Shakespeare, un nuovo tentativo di approccio, Einaudi, pag. 60 e segg.).

Anche a Oxford il particolare temperamento dell’uomo “venuto dal sud” ha modo di evidenziarsi quasi immediatamente. È la copia della dimostrazione avvenuta in terra di Francia, al cospetto di Enrico. Dottori in ogni disciplina si affollano per saggiare le doti culturali dell’italiano, segretamente speranzosi di metterlo in difficoltà. Forse tra loro si celano dei protestanti accesi, della stessa specie, in campo avverso, dei seguaci del Guisa (F.A. Yates, Giordano Bruno, cit., pag. 231). Anche qui Bruno raccoglie rancori e odi, e addirittura un’accusa di plagio dell’opera di Marsilio Ficino (ivi, pag. 232). Da quest’ultima si difende dichiarandosi seguace della magia naturalis del neoplatonico toscano, anche se in piena autonomia creativa. I suoi studi si spingono ben oltre Ficino, arrivando a contemplare una scienza assoluta, appunto l’ars memoriae. Ma non quella classica dei retori, bensì un nuovo tipo, a forte caratteristica magica.

L’Inghilterra è un paese dove da un decennio i cavalieri “della regina” studiano esoterismo, ma segretamente, così che a livello ufficiale le affermazioni di Bruno, malgrado un ambiente nobiliare in parte favorevole, non possono suscitare che scalpore. Il filosofo è invitato a Londra, ospitato direttamente in casa dell’ambasciatore francese Michele di Castelnau.

Qui vive forse il periodo più piacevole di tutta la sua vita, circondato da amici e ammiratori. Frequenta le personalità più di spicco della cultura inglese, tutti appartenenti al “partito della pace”, quali Greville, Walshingham, Giovanni Smith, Matteo Gwynn e il Florio. E forse addirittura Shakespeare e la sua compagnia di particolari attori e commedianti. (I contatti tra Bruno e il grande autore inglese sono stati appena accennati dalla Yates nell’opera già citata, ma meriterebbero davvero una pubblicazione a parte, anche perché la compagnia di Shakespeare è strettamente connessa al movimento rosacrociano.)

La Yates ha dimostrato ampiamente come l’ermetismo fosse in qualche modo il coibente tra il filosofo e tali personaggi, unitamente al disprezzo verso l’accademismo umanistico e l’aristotelismo grammarian. Anche Aquilecchia ha comprovato quanto un nuovo modello di scientia si affermasse in tali ambienti “progressisti” e come gli interessi anche astronomici dell’italiano stabilissero uno stretto rapporto con le personalità vicine alla regina. Così è spiegabile anche la scelta del «volgare per i dialoghi (italiani), il suo carattere innovatore, che allineandosi con la produzione scientifica vernacolare inglese, segna il distacco dalla tradizione classica trionfante negli ambienti accademici» (I. Guerrini Angrisani, op. cit., pag. 29). Insomma l’attività del filosofo incontrava i gusti, le tendenze, gli ideali di tale élite nobiliare che agiva contro la cultura accademica, operando su un piano «tendenzialmente popolare», come giustamente fa sempre notare Aquilecchia.

Bisogna anche aggiungere che, in tale affinità di ispirazioni, Bruno operava e scriveva in funzione di una esigenza innovatrice, da lui considerata come “componente ermetica”, per cui si ribella alla concezione aristotelica dell’universo, in modo più drastico di quanto non abbia mai fatto lo stesso Copernico (Giorgio De Pascalis, Copernico e Giordano Bruno – un confronto preferenziale, Ramo d’Oro, pag. 32).

Vedono le stampe, tra il 1584 e il 1585, La cena delle ceneri, De la causa principio et uno, De l’infinito – universo et mondi, lo Spaccio de la bestia trionfante, La Cabala del cavallo Pegaseo, De gli eroici furori.

La “nolana filosofia” attrae sempre più i cavalieri della regina, come è riscontrabile non solo nell’epoca bruniana, ma forse soprattutto dopo, «allorché le opere italiane del Bruno, stampate a Londra, furono in parte tradotte in inglese, quando il nome del filosofo era stato dimenticato in gran parte d’Europa (basti pensare a come il deismo inglese accolse l’insegnamento del Bruno tra Seicento e Settecento)» (I. Guerrini Angrisani, op. cit., pag. 32). Avendo stabilito rapporti così intensi, Bruno considera terminata la sua permanenza in Gran Bretagna e riparte per la Francia.

L’immaginazione ermetica VIII

Inizia per Giordano Bruno a partire dal 1576 un periodo di vagabondaggio (vedi articolo precedente) che lo porta a Genova, a Noli, dove impartisce lezioni private, a Savona, a Torino, a Venezia. Qui pubblica un’opera, De’ segni de’ tempi, andata perduta. Poi nuovamente ricomincia la peregrinazione, da Padova a Bergamo, dove rimette l’abito. (Tale fatto testimonia quanto Bruno fosse legato, nel suo profondo, all’ordine dei Domenicani. In effetti a Bergamo si rimette il saio non per convenienza, ma dopo una lunga notte di riflessione.) Chambery, poi Ginevra. Qui conosce i calvinisti da vicino, la loro “purezza di comportamento” lo colpisce profondamente e lo porta a aderire a tale confessione. È un terribile abbaglio. Perché la rigidità calvinista è lontanissima dalla grandezza e dalle aperture culturali di Bruno. Il mito della obbedienza, così proprio soprattutto dei cittadini ginevrini, è agli antipodi con l’irruenza del domenicano. Fra’ Giordano è un passionale, e questa caratteristica lo accompagnerà per tutta la vita. Sempre propenso allo scontro dialettico in nome della verità e della tolleranza. Curiosamente Giordano aggredisce costantemente gli accademici, accusandoli di “intolleranza”, con modi violenti sia nel linguaggio sia nei gesti. In lui i sentimenti si esprimono con foga. Forse è la certezza di dover insegnare la possibilità di un’esistenza migliore a spingerlo a compiere gesti estremi, là dove il proprio personale tornaconto avrebbe dovuto suggerirgli atteggiamenti più prudenti.

A Ginevra, in pochi mesi, si è guadagnato la fiducia universale, e la massima stima per la sua profonda cultura. Non c’è nessuno che possa competere con lui nella conoscenza delle Sacre Scritture, di Platone, di Aristotele, di Averroè. Un pizzico di savoir faire e avrebbe ottenuto un importante incarico nella università della città. Purtroppo, mentre il lettore dell’Accademia De La Faye sta leggendo, Bruno rileva ad alta voce venti errori dell’oratore. A Napoli, come a Roma, come in qualsiasi città cattolica, si sarebbe giunti a una disputa accesa. Non così a Ginevra, dove imperversano gli oltranzisti riformati. L’italiano viene strattonato e malmenato, issato a viva forza sulle teste degli studenti e scaraventato in strada; quindi è arrestato e costretto a ritrattare. Bruno è intimamente convinto di essere portatore di una rinnovata visione del mondo, basata sulla sperimentazione e sulla possibilità di dilatare la memoria e l’intelligenza dell’uomo. In sintonia, quindi, con le teorizzazioni ermetiche. Egli aggiungeva una carica umana, tutta particolare, nell’affermare tale idealizzazione, a discapito della sua stessa incolumità fisica. Anche a Londra riuscì a stento a sottrarsi alla “furia” di alcuni docenti, da lui paragonati alle lucertole, ovvero capaci di nutrirsi solo di insetti psichici.

Ginevra, la città che ospitava la “lungimiranza religiosa” e la “pazienza evangelica”, lo allontana. Costretto a ripartire, Bruno giunse a Tolosa in quello stesso 1579. Qui in pochi mesi diventa pubblico lettore di filosofia, un incarico che ricoprirà anche a Parigi e a Londra. È la cattedra più importante a cui un accademico possa aspirare ed è assolutamente sconcertante che venga affidata a uno straniero, per di più appena giunto in città. La stessa cosa si ripeterà appunto in Francia e Inghilterra. L’ingegno straordinario di Bruno non basta a giustificare l’acquisizione continua di ruoli così importanti, soprattutto se si tiene conto del livello sociale a cui Giordano ormai appartiene, ovvero infimo. È un ex frate, per di più accusato di eresia, senza mezzi, contatti, potere. Non è ragionevole credere che, solo grazie a una “intelligenza superiore”, possa aver acquisito tale mandato. È lecito supporre una sua personale rete di amicizie di cui nulla è stato tramandato, e alcune sue “dimostrazioni” di capacità intellettuali (F.A. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, 1981, pag. 167; I. Guerrini Angrisani, Introduzione al Candelaio, Rizzoli, pag. 28). Passano pochi mesi e, a causa di un’inspiegabile irrequietezza, Bruno riprende a viaggiare, e nell’estate del 1581 è a Parigi. (L’irrequietezza bruniana è un classico falso del radicalismo romantico a sfondo anticlericale. Si vuole vedere in questo filosofo un antesignano del “tormento” del poeta-vate-sapiente: si vedano i rari scritti in proposito di Carducci. Sono davvero risibili, si fa del nolano un propugnatore della libertà politica del XIX secolo, quando invece era un tenace sostenitore e divulgatore della “prisca teologia”, di un ritorno a concezioni e idee, in campo politico, ispirate alla Repubblica di Platone, ovvero assolutamente e rigidamente classiste.) Qui la sua “fama” si consolida; ottiene un posto di lettore “straordinario e provvisionato” allo Studio parigino. Si crea amicizie e dà un saggio di memoria innanzi a Enrico III, che gode della sua ammirazione quale principe colto e liberale, generoso e pacifista. Pare che il Bruno frequentasse gli ambienti di corte, facesse parte cioè di quel circolo di moderati politiques attorno ai Valois che, pur essendo cattolici, nutrivano simpatie per i protestanti, dati gli eccessi locali della Lega diretta dai Guisa appoggiati dalla Spagna. (Il duca di Guisa è in effetti un fanatico religioso, oltre che un tenace uomo d’arme. Il suo vero obbiettivo non è la corona, come alcuni storici hanno affermato, ma l’annientamento dei protestanti. Quando nel 1584 si farà propugnatore della Lega Santa, unitamente al cardinale di Lorena, per “estirpare l’eresia” arriverà ad accusare, con il Manifesto Peronne, il suo stesso re di essere un miscredente. Invettiva che costerà a entrambi la vita. Nel 1588, infatti, il re li farà assassinare da alcuni seguaci, a loro volta fanatici ugonotti.) Insomma fra’ Giordano si unisce a un gruppo di nobili colti, che condividono con lui l’ideologia della universalità.

Appena sette mesi prima, nel gennaio del 1581, lo stesso Enrico ha fatto suonare delle melodie a corte, presenti sia i cattolici, sia i protestanti, in particolar modo gli ugonotti. Le musiche sono anonime, al di là di ogni supposizione, e si basano su suoni di flauti di canna, di arpa e di voci esclusivamente femminili, ed è la prima volta, in assoluto, che delle donne cantano in pubblico. Tali elementi sono per noi importantissimi, perché ci permettono di inquadrare il senso della rappresentazione in direzione delle concezioni ermetiche. Infatti gli strumenti sono quelli di Dioniso e di Apollo, e il Neoplatonismo alessandrino ha sempre voluto riunire le sfere cultuali delle due divinità in una visione unificante, detta appunto ermetica. Anche il canto femminile si inserisce nel contesto della ideologia di Ermete Trismegisto. Il filosofo di Nola si introduce perciò tra persone che conoscono le filosofie a cui lui stesso si ispira. Non solo, tutti credono che simili princìpi possano modificare gli animi degli uomini, e addirittura sanare le guerre di religione che avvelenano la Francia (F.A. Yates, Astrea, Einaudi, pag.201 e segg. Stando alle ricerche di questa studiosa, la cerimonia ebbe anche efficacia, perché per un brevissimo periodo di tempo gli ugonotti e i cattolici sembrarono trovare alcuni momenti di intesa, basati su teorie della musicalità nella antica Grecia. Si arrivò persino a creare una commissione di studi per reperire quale fosse il vero timbro musicale presso gli ateniesi del VI secolo avanti Cristo. Poi gli eventi spazzarono via ogni cosa.)

Tornando alla rappresentazione sonora, si trovano in essa momenti spettacolari in apparenza, che invece nascondono profondi significati, e tutti correlati a Bruno, che in quel momento è ancora a Tolosa. Infatti, mentre i musici deliziavano gli animi, dietro, sullo sfondo dell’improvvisato palcoscenico, sfilavano alcuni dipinti sorretti da servi. Rappresentano simboli zodiacali, e fin qui non c’è nulla di particolarmente straordinario, per quanto sia insolito che alla corte di Caterina de’ Medici, la cattolicissima, vengano mostrate al pubblico nobiliare e d’arme composizioni pittoriche legate all’astrologia. Ma in realtà non si tratta “solo” di quadri rappresentanti i segni dell’arte divinatoria, ma di precise riproduzioni di immagini della memoria, ovvero di simboli che dovrebbero modificare, per una forza loro innata, la mente di chi li osserva, mutando in mansueti saggi, protesi al bene dell’umanità, gli individui avvelenati dalla intolleranza religiosa. Per di più i disegni voluti da Enrico III ricalcano fedelmente almeno dodici “figure della memoria” descritte dal filosofo campano nel suo De umbris idearum, opera da lui composta addirittura un anno dopo la celebre musicata.

Le figure bruniane sono assolutamente originali, anche se suggerite dalla tradizione ermetica e in particolar modo da Cornelio Agrippa e da Teucro Babilonese (F.A. Yates, op. cit., pag. 160 e segg. In effetti Bruno si considera un seguace del grande Cornelio Agrippa e alcune delle sue immagini della memoria sono direttamente ispirate a figure descritte nel De occulta philosophia unitamente ad altre attribuite a Teucro Babilonese, sempre riportate dallo stesso Agrippa. In ogni caso il filosofo campano opera sempre in grande autonomia e i suoi simboli, legati ai segni dello zodiaco, possono essere considerati rispettosi della tradizione, in una piena autonomia creativa). Non ci sono dubbi, l’ispiratore è proprio il nolano. Come poteva l’anonimo pittore conoscere immagini che l’italiano doveva, in teoria, ancora scrivere? Probabilmente appunti manoscritti già circolavano a Parigi prima della venuta dell’ex frate, e questo comproverebbe l’ipotesi di contatti tra Bruno e alcuni studiosi vicini al re di Francia. Inoltre, se si accetta questa teoria, ecco spiegata la facilità del filosofo ad accedere a cattedre importantissime, come quella di Tolosa, città piena di uomini fedelissimi al Guisa, nemico giurato di Enrico III. Forse Bruno avrebbe dovuto placare gli animi dei riottosi e ricondurli alla ragione. Missione che avrebbe tentato di assolvere per diciotto mesi, per poi, una volta ultimato il compito, giungere alla sua vera destinazione, appunto Parigi. Ventiquattro mesi nella capitale francese e quindi una nuova partenza, questa volta per Londra, sempre seguendo i voleri di Enrico di Francia. Solo che riguardo alla missione londinese esistono testimonianze scritte; infatti Bruno è accompagnato addirittura dall’ambasciatore Castelnau, e grazie all’intervento del principe Laski tiene delle lezioni a Oxford sullo stesso tema di quelle di Tolosa e di Parigi: l’arte della memoria. Questo è l’elemento unificante dei vagabondaggi del filosofo, non una presunta inquietudine psichica. Il nolano sta diffondendo una precisa visione del mondo, quella ermetica, mediante appunto l’arte della memoria. Infatti, ovunque si rechi, pubblica opere al riguardo.

Un discorso a parte meriterebbe anche la facilità con cui trova subito degli editori, in un’epoca in cui la stampa costava una fortuna. Dunque è la mnemotecnica l’obiettivo vero: la sua diffusione. Perché l’ars memoriae del filosofo è del tutto pretestuosa, infatti non vuole potenziare la capacità di ricordare, come facevano gli antichi rètori, ma divulgare i princìpi dell’ermetismo, l’utopia della unità degli uomini al di là delle divisioni politiche e religiose. In seguito verranno approfondite le figure mnemoniche e la teorizzazione a monte; per ora è importante comprendere, come già detto, che non si tratta “solo” di strumenti per ampliare le facoltà del ricordo, ma di mezzi per rivoluzionare l’umanità, rendendola in qualche modo migliore. Questo è il sogno dell’ex domenicano e dei suoi amici, tutti seguaci della cosiddetta “tradizione ermetica” (tale sogno-bisogno è perfettamente evidenziato sia dalla Yates, soprattutto nell’Illuminismo dei Rosacroce, Einaudi, pag.74 e segg.; sia da Luciano Pirrotta, quando si sofferma sui desideri del marchese di Palombara Sabina, La porta ermetica, Atanòr, cap. III-IV; sia da Maurizio Calvesi nel suo studio sul Sogno di Polifilo Prenestino, Officina Edizioni, pag. 100 e segg.).

L’immaginazione ermetica IV

Un nuovo culto della bellezza, della fisicità, della creatività congiunta all’eros, unitamente all’irrazionale passione verso la magia, reputata come summa di tutte le scienze, sono gli elementi che abbiamo trovato per dare una spiegazione più esauriente alla nascita di Umanesimo e di Rinascimento.

Sono principi indispensabili per comprendere le Carte della memoria, ovvero i tarocchi della immaginazione creati da Giordano Bruno.

Ma prima è meglio approfondire il pensiero di Ficino e Pico, considerati “maestri” dallo stesso Bruno.

Marsilio Ficino è persona mite, scrupolosa, sensibile, contemplativa, filologo, studioso di filosofia greca sino a giungere al fanatismo. Pare che abbia una curiosa abitudine: quella di parlare con Platone, Plotino, Porfirio, e anche Aristotele come se fossero viventi e a lui presenti. Così gli capita di andare a tavola con i suoi parenti e di lasciare posti simbolici a questi filosofi del passato. (Particolarità questa che aveva anche Giorgio Colli, che addirittura faceva parlare i figli con Platone, secondo quanto afferma Marco, il terzogenito.)

È insomma un uomo caro a tutti, sempre pronto al dialogo, alla discussione franca, alla ricerca senza prevenzioni. I suoi contemporanei dicono sia un piacere sentirlo parlare; tanto la sua cultura è universale. Si esprime correttamente in latino e in greco antico, citando a memoria centinaia di passi dei suoi autori preferiti. Un filosofo dunque che custodisce nel cuore la leggiadria e la soavità dei poeti, degli spiriti sognanti ed entusiastici.

Eppure quest’uomo poco incline alla diatriba, quando fonda l’Accademia platonica, grazie al patrocinio di Lorenzo il Magnifico, è spinto soprattutto da una forza polemica contro gli aristotelici del suo tempo (bisogna anche tenere presente l’opera della cultura ferrarese di quegli anni. Basti citare, per tutti, l’azione di Gustino Veronese che, traducendo e lavorando alla Vita di Platone, promosse violenti attacchi alla tradizione aristotelica).

Che cosa rimprovera Ficino a costoro? Quali motivi lo spingono al diverbio con i seguaci di Aristotele, che in alcuni momenti assume le caratteristiche di una vera e propria rissa intellettuale? Le origini della questione vanno ricercate oltre un secolo prima, allorché gli insegnanti universitari del XIII secolo studiano Aristotele, lo parafrasano, lo chiosano, lo adattano al pensiero cristiano. Un’opera di assimilazione che riesce tanto bene da rendere cattolicamente accettabile anche la filosofia di Averroè, un pensatore di ispirazione aristotelica, ma pur sempre di religione islamica (tale assimilazione fu resa possibile grazie al principio della diversità tra «verità di ragione e verità di fede». Entrambe vere, quindi eterne, quindi fatalmente presenti in Dio. Avendo coincidenza nell’essere supremo, non possono contrastare tra di loro). L’autorità di Aristotele doveva servire agli accademici come una sorta di scudo, dietro il quale poter esercitare liberamente l’uso della ragione.

“Se il greco, fonte di ispirazione di san Tommaso D’Aquino, adopera la mente razionale, altrettanto possiamo fare noi.» Questo, in parole semplicissime, doveva essere stato l’intento degli universitari (tali universitari saranno poi definiti da Giordano Bruno «pedanti», ovvero noiosi e reverenti verso il potere). Purtroppo, con i decenni, avvenne esattamente l’opposto: invece di trasformarsi sul modello aristotelico, strutturarono Aristotele su quello della scolastica più chiusa e intransigente, diventando non più esponenti di una nuova ricerca bensì sostenitori di quella mentalità contro cui volevano esercitare il diritto di critica. Giungendo addirittura alla condanna di ogni pensiero divergente (basti pensare al Cremonini, che pure era un aristotelico tra i più blandi, che fu uno dei firmatari della denuncia di “eresia perniciosa” contro Bernardino Telesio).

In realtà Marsilio e il suo gruppo di umanisti divengono platonici non contro Aristotele, ma per avversione all’aristotelismo scolastico, alla cultura cattedratica, avvertita come ipocrita e soffocante.

«Chi non intende la carica polemica» sostiene Garin «a volte violenta del ritorno a Platone, che diventò un po’ alla volta ritorno a Epicuro, ritorno alla Stoa, ritorno al naturalismo presocratico… e, finalmente, ritorno ad Aristotele logico e fisico contro l’aristotelismo metafisico, ossia contro una fisica fattasi teologia; chi non intende questo significato del platonismo, rischia di non capire nulla della cultura filosofica, e non solo filosofica, dal Quattrocento al Cinquecento.» (Anche gli Aristotelici erano però feroci contro i platonici. Giorgio da Trebisonda, per fare un esempio, avvertì il pericolo rappresentato dai neoplatonici, nei confronti di una presunta “ortodossia” cristiana, e arrivò a formulare una “preghiera” diretta ai martiri cristiani, affinché “disperdessero” i platonici che “risorgevano” in Italia. La preghiera è riportata per intero da Eugenio Garin, Umanesimo italiano, Laterza, pagg. 88-89). Entriamo allora nella villa di Careggi, dove Ficino traduce gran parte dell’opera non solo di Platone, ma anche e soprattutto di Plotino. Cura personalmente la versione in latino, permettendo poi a vari allievi una nuova formulazione in volgare, affinché le opere dei filosofi greci conoscano la più ampia diffusione possibile.

Nicola Abbagnano ebbe a dirmi un giorno che solo del Simposio, a Firenze, circolavano oltre cinquemila copie. Rapportata all’epoca è una cifra a dir poco sbalorditiva.

Una Memoria dentro la Memoria.

Mi sembra sia giunto il momento di affrontare il tema dell’Immaginazione.

Noi contemporanei siamo convinti che essa nasca dalla visualizzazione di stimoli esterni, successivamente incamerati nella memoria.

Per gli uomini del Rinascimento, che facevano propria un’antichissima eredità, non era così. L’immaginazione la chiamavano IDOLUM (stessa radice di IDEA) ed era una Memoria NON DIPENDENTE dall’ESPERIENZA.

Una memoria dietro alla memoria, in contatto con il mondo esterno. Questa Memoria “Segreta” è piena di IMMAGINI che non dipendono dall’osservazione empirica. Ma sono potentissime e sono custodite nella memoria “dietro” la memoria.

A che cosa serve questa seconda “Memoria”?

Come attivarla?

Come connetterci con le sue immagini?

Ne parleremo un poco alla volta. Adesso aspetto considerazioni da tutti voi.

Porto VII

Nel Fedro Platone riporta un’affabulazione egizia contro la scrittura. Il suo viso, dice, disabitua gli uomini a esercitare la memoria e l’immaginazione, rendendoli schiavi dei segni impressi sulla carta. I volumi sarebbero come dei ritratti: sembrano vivi, ma se si rivolge loro la parola, rimangono muti.

Nella VII lettera prosegue con maggior veemenza e afferma che nessun sapiente che sia veramente tale si sognerebbe mai di affidare alla scrittura la propria saggezza.

Prosegue idealmente su questa linea Clemente di Alessandria, che assicura: «Scrivere un intero libro (di cose sagge) è come lasciare una spada ad un bambino».

Insomma, la sapienza non è possibile comunicarla a tutti, a meno che non siano persone di coscienza elevata. Ma se sono tali riusciranno a comprendere il sapere anche se è velato. Per questo, sempre Platone, nel Timeo dice: «Duro compito è quello di scoprire l’artefice del creato e anche se lo scopri è impossibile farlo conoscere a tutti gli uomini».

La coscienza va insomma gentilmente nascosta, velata, per impedire che gli stolti possano impadronirsene.

Basta pensare a quanto è accaduto con l’energia atomica per provare un profondo rispetto per gli antichi maestri.

Bisogna dare per scontato dunque che esista un sapere «coperto», i cui segni sono stati lasciati a chi riesca a decodificarli? La tradizione neoplatonica vuole che esistano numerose «schegge» e che si possa accedere a esse mediante una continua ascesi individuale. Non si tratta di trasformarsi in mo­naci o mistici, tutt’altro. È come andare in palestra, ma con la mente. Come gli esercizi ginnici sviluppano i muscoli, così quelli psichici ampliano l’intelligenza e la comprensione.

Con il tempo ciò che era muto improvvisamente parla all’anima.

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte III)

 

La luna adesso è ancora più vicina, sembra abbracciare i due amanti che quasi si compenetrano in uno slancio di puro reciproco abbandono. Ugualmente il tempo lascia cadere i suoi attimi gli uni dentro gli altri per formare il lento giro delle ore, fino alla luce lontana che annuncia il nuovo giorno.

«Dio, non mi hai ascoltata!» pensa Donata tremante. Ades­so i singhiozzi scuotono il suo bel seno rigoglioso a suscitare commozione nel nobiluomo. Ma per ben altri motivi. Ancora terribili addii si muovono spaventosi nei ricordi. Incancellabili come soltanto le cerimonie funebri possono esserlo. Una, due, cinque, venti. Quanti cortei di morte ha visto? Innumerevoli. Cambiano le città, le persone, i vestiti. Rimangono solo quelle processioni ammantate di dolore. Perciò si era imposto di non amare più. E aveva mantenuto la parola per molto tempo. Fino a lei. A quell’esserino tutto abbandono e sensualità che l’ha imprigionato in una storia senza fine. O meglio, dal finale obbligato, purtroppo.

La Stati alza il volto per imprimersi nella mente gli occhi celesti di lui come gemme incastonate nella collana dei pensieri. Da ora, per sempre.

Poi si scuote: «Occorre andare,» sussurra, «non puoi far tardi rispetto a quel… quel…».

Non trova le parole, ma altre lacrime.

«Non ti preoccupare,» le sussurra il conte. «C’è qualcun altro che deve rammaricarsi e non lo sa, purtroppo per lui.»

Ancora una volta una scossa nella testa di Donata. Quel momento perduto riaffiora. Un decimo di attimo. Poi più nulla. La protezione inconscia ha funzionato ancora.

II chiarore si fa strada nella notte sconfiggendo negli angoli più riposti il manto del buio. II nobile si è vestito. Con cura. Poi finalmente ha preso la spada. Se l’è cinta con mossa rapida di chi è abituato alle armi. Quindi si volta nella stanza. Sta per salutare la sua diletta, ma la trova vestita: «Ti prego, non mi lasciare. Ne morirei».

Sente che è vero. Quel soffice grumo di passioni potreb­be davvero spezzarsi. E sarebbe così inutile. Così assurdo. Ma non può spiegarle quanto e come sia sciocco stare in pensiero. Quindi non può fare a meno di acconsentire. Contrariamente a tutte le regole, la conduce al duello.

«È inteso,» le spiega, «che non potrai muoverti dalla gondola. Osserverai dal mare. Anche perché il mio incontro, chiamiamolo così avverrà davanti alla basilica, di fronte all’imbarcadero. E ti supplico: non stare in pensiero.»

La osserva, ascolta dalla sua pelle, dalle sue fibre, dalle pupille travagliate, quanto lo ami. È felice, perché adora quella sincerità animale. Vera più di mille parole. Nel contempo una tenebra cupa torna a gettare panico nel suo sentimento più riposto.

«Non ti abbandonare,» sussurra una parte di lui, «all’amore che avvampa. Non ricordi? Quanto vuoi soffrire an­cora? Lasciala, lasciala, lasciala.»

Si ritrae con un passo indietro. La osserva in tutta la figura. Tenue, malgrado il corpo bello e forte. Sottile nel sentimento di totalità che gli porta. Così un fortissimo rifiuto si fa strada nel suo io più lontano. Un «no» imperioso che abbatte tutte le difese. Accetta quella tenerezza. La ricambia. Ne è invaso. Non vuole rinunciare.

Donata sente un calore avvampante che emana dal corpo di lui. Gli occhi celesti sembrano fiaccole del tempo. C’è un vortice in quelle pupille. Forse qualcosa di pericoloso si annida negli abissi oculari. Ma non importa. Non capisce bene. Anche intuendo una minaccia, si lascia trasportare. Si allaccia a lui. Vuole averlo un’ultima volta. Forse una lama tra poco gli strapperà la vita, ma ora le spire dei palpiti sono più forti e quella stessa vita reclama, scalpita, urla il suo diritto all’amore.

«Vorrei stare insieme.» Così gli dice con gli occhi chiusi. Che si arresti dunque il tempo.

Così è. II conte prende quel groviglio di attese e speranze vicino alla finestra. Vestito. Come nei giochi d’amore che mille e mille volte hanno fatto.

«Mi piace che sei serio,» gli ha sussurrato in centinaia di rapporti. «Mi eccita che sei vestito con la giacca mentre mi prendi di spalle.»

Anche ora avviene quel dolce struggimento. Poi è il momento di terminare l’incanto. Ma questa volta il nobile non si tira indietro. Per la prima volta in due anni accetta di fluire in lei. Donata avverte la vita scorrerle nel profondo del cor­po. Intuisce che quell’uomo è suo. Totalmente. Sì, il leggendario nobiluomo, vincitore su legioni di cuori, è in suo possesso. Finalmente. Una gioia senza pari la inonda. Poi un lampo crudele le schianta la mente. Un guerriero bestiale le è balzato nell’immaginazione. È il marchese Veniero con il suo fioretto. Lo vede con gli occhi della mente e lancia un grido. Ora ha tutto. Tra breve, nulla.

Si sente mancare. Trova ugualmente nel suo essere energie impensabili. Si distacca. Osserva l’uomo che è tutta la sua vita e mormora flebilmente come una piuma: «Andiamo».

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte II)

Il nobile distoglie lo sguardo dal canale. È attirato da un grumo inespresso di pensieri che si agitano vicino a lui. È una corrente silenziosa e raggiante. È avvezzo a intuire. Ora è assalito da quella tenerezza liquida, avvolgente, dolce, totale. È Donata la sorgente.

Subito, però, un’ondata di riflessioni gli annega la mente. Sono frammenti, schegge di vita: tutti testamenti e lasciti. Figure femminili fortemente amate, poi distacchi.

Morti e commiati sulla terra che ricopre corpi e affetti. La memoria gli produce dolore più di una lama ardente. Come si fa ad avere paura del dolore fisico quando si è tante volte solcato il mare del tormento psichico? Se il periplo dei destini incrociati sottrae le persone amate, non c’è nulla da fare. Solo disperazione. Il conte sa degli squarci causati dalla perdita. E ora di nuovo.

Quando ha conosciuto Donata non voleva più avere una relazione. Almeno duratura e vera. Ha alzato ogni difesa. Ma lei ha abbattuto tutte le mura ed è arrivata direttamente nel centro del tempio del sentimento. L’ha vinto. E lui si è lasciato scorrere verso quella creatura che riesce più di ogni altra a fare regalo di sé.

Morbida come un sogno che si realizza. Ed è lei, con le lacrime, a preoccuparsi inutilmente. Perché il problema, il dramma, non è quello che lei crede. Non il duello.

Come se avesse intuito i pensieri del conte, Donata esce al buio e si avvicina.

«Ma come fai a non avere paura? Sei incosciente? Il tuo rivale è conosciuto in tutte le terre venete e anche altrove. È  quasi imbattibile. È un mostro. È… è…» Non trovando le parole si tuffa nelle braccia di lui. Per uno sconforto momentaneo. Più la sua stretta la rassicura, più pensa che potrebbe essere l’ultima e allora piange. Ininterrottamente. Singhiozza come una bambina per sfogarsi, liberarsi, per cre­dere in un evento che possa salvarla offrendole un’impossibile via d’uscita. Perché non c’è soluzione. Quel giovane disgraziato ha troppo offeso il suo amante, l’ha quasi obbligato alla sfida.

Che diceva poi in quella maledetta festa dai Contarini? La scena avvenuta soltanto poche ore prima è confusa nella sua mente.

«Dunque voi siete il conte di Saint-Germain?» così ha esordito.

Alla risposta affermativa si è lanciato in una specie di delirio: «Dovete ricorrere a cure di streghe o di medici ebrei che correggono la pelle, perché io vi ho conosciuto quando avevo appena sei anni ed eravate identico a ora. Quindi delle abili e ruffiane mani vi hanno rifatto come l’ultima delle bagasce. Altrimenti dovreste essere incartapecorito!».

Sì, ha detto proprio cosi, con un’aria di scherno e di disprezzo assoluto. E il conte, lì per lì, non ha neppure reagito. L’ha guardato con la sua solita aria lontana e intensa al contempo.

Ma il giovane ha proseguito con sempre maggiore durezza: «Allora, vecchietto, che dite? Secondo i miei calcoli avete quasi settant’anni e invece ne mostrate a malapena quaranta. Quindi, o siete in collegamento con il diavolo o i cerusici vi ricostruiscono la vostra pelle avvizzita. Appunto, peggio dell’ultimo leccaspade delle Fondamenta Vecchie». E giù a ridere con quella bocca sguaiata.

Gli amici del conte erano impietriti. Un silenzio totale era sceso sulla sala fino a poco prima rigurgitante di musica, risa e dialoghi di sensuali promesse e attese.

Lui, il suo uomo, sempre fermo. Con uno sguardo indicibile. Pochi secondi lunghi come l’eterno. Poi, il guanto in pieno volto dell’aggressore. È vero, in quell’istante si è sentita persino contenta per la punizione inflitta a quel ribaldo. Ma subito dopo è stata invasa dalla paura. Troppo forte quel braccio per lasciare spazio alla speranza.

Eppure, a ripensarci, c’è qualcosa che in quel momento l’ha colpita, ma l’ha rimosso nell’ansia degli avvenimenti: gli amici subito accorsi, le parole di spregio nei confronti del provocatore, le grida delle dame e l’immediata composizione dei due gruppi di «padrini». Ma, ugualmente, c’è stato uno squarcio di quella scenata che l’ha folgorata. Ma come?

Sente un’emozione che le nasce dal profondo. È fondamentale che rammenti, ma c’è un velo. Un manto che ricopre. La mente sta facendo da schermo.

Donata si scuote, non ha voglia di riflettere troppo. Il timore torna a invaderla. Tralascia quindi il tentativo di ricostruzione di quanto è accaduto. E fa male, perché se riuscisse a ricordare troverebbe grande giovamento. Anzi, consolazione. Ma la sua memoria si rifiuta di restituirle un volto e una parola che potrebbero scioglierle l’ansia. E non è un caso che il blocco rimanga. Perché sapere, prendere coscienza in pieno di quei pochi secondi oscuri, potrebbe creare un turbamento totale. Per questo il suo corpo si difende edificando una parte invisibile.