“Suffragette” di Sarah Gavron, un film che mostra gli albori della lotta per l’emancipazione femminile

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È un film che dovrebbero vedere tutte le donne. Quelle giovani per capire che le libertà e i diritti che hanno trovato alla loro nascita sono il frutto di dure battaglie, fatte da coloro le hanno precedute. Quelle più avanti con l’età per ricordare, nel caso l’avessero dimenticato, che le possibilità di cui godono oggi, non sono da considerare così scontate.

“Suffragette” diretto dalla regista britannica Sarah Gavron mira a questi obbiettivi, attraverso il racconto di una storia ispirata ad alcuni fatti realmente avvenuti in Inghilterra tra il 1912 e il 1918, ad opera di alcune donne che lottarono per ottenere il diritto ad andare a votare. Maud Watts (Carey Mulligan) è una giovane donna che lavora 13 ore al giorno in una lavanderia dall’età di otto anni.

È sposata con un suo collega, Sonny (Ben Whishaw), ed hanno un figlio, George, che lei vede molto poco a causa degli orari assurdi di lavoro. Il suo capo ha abusato sessualmente di lei e delle sue compagne anche appena adolescenti. Una vita d’inferno, molto comune a tante donne nel periodo della seconda rivoluzione industriale. Un giorno, mentre sta andando a consegnare un pacco nel centro di Londra per conto del padrone, viene coinvolta in un’azione violenta del movimento delle suffragette, consistente nel tirare sassi alle vetrine dei grandi magazzini. Un modo esasperato di farsi ascoltare, dopo non aver ottenuto nulla dopo anni di militanza pacifica. Tra di loro, Maud scorge la sua collega di lavanderia Violet (Anne-Marie Duff), che nota la sua presenza e, percependo un interesse verso la lotta da parte sua, la convince a diventare un’attivista del movimento.

Così, la ragazza si troverà a portare la sua testimonianza di donna lavoratrice addirittura in parlamento davanti al primo ministro dell’epoca, David Lloyd George (vero primo ministro britannico dal 1916 al 1922 nel film impersonato da Adrian Schiller), che all’inizio sembra conciliante, ma poi rifiuterà categoricamente di cedere il tanto agognato suffragio universale. Le donne continueranno la loro lotta, sollecitate e appoggiate da Edith (Helena Bonham Carter), una farmacista che con l’aiuto del marito (a quanto pare uno dei pochi uomini illuminati) gestisce la base segreta delle suffragette nel retrobottega del loro negozio. Seguendo le parole dell’attivista Emmeline Pankhurst (personaggio realmente vissuto, interpretato da Meryl Streep in una breve apparizione), operaie, borghesi, ragazze e madri di famiglia si troveranno a combattere per un unico ideale, pagando con il carcere, l’emarginazione sociale, con la perdita del lavoro, della famiglia e, qualche volta, anche con la vita.

Tutto questo toccherà a Maud e alle sue compagne, minacciate pure dalla polizia stessa attraverso l’ispettore Steed (Brendan Gleeson) che, durante gli interrogatori, le inviterà a non seguire i propri ideali per evitare guai. Alla fine però anche lui si convincerà delle ragioni che animano le donne a lottare per i propri diritti, pur non ammettendolo apertamente. In gran Bretagna, il suffragio universale venne concesso nel 1928, in Italia soltanto nel 1946, in Svizzera nel 1971, in Portogallo nel 1976, nel Liechtenstein nel 1984 e in Arabia Saudita soltanto nel 2015. C’è bisogno di film come “Suffragette” perché ancora oggi la strada da percorrere per la parità completa è ancora lunga e difficile. Le lotte del passato servono ad infondere coraggio per portare a termine quelle del presente. Per realizzarlo, la regista e la sceneggiatrice Abi Morgan (The Hour, The Iron Lady, Shame) si sono ispirate alle lettere, alle biografie e ai diari intimi scritti dalle donne in quegli anni.

La stessa Emmeline Pankhurst, fondatrice del “Women’s Social and Political Union” (WSPU), un movimento che aveva come slogan “azioni non parole”, è stata molto importante per la costruzione della storia e dei personaggi. L’altra donna veramente esistita e inserita nel film è Emily Davidson, morta nel 1913, facendosi investire dal cavallo di re Giorgio V durante una parata per attirare l’attenzione dei media.

Le immagini vere del suo funerale sono diventate la scena finale di “Suffragette”. Un sacrificio che allora risvegliò molte coscienze femminili. Ecco, il film, che non brilla per originalità, ma che non possiede neppure la rigidità delle pellicole in costume, ha il merito di renderci partecipi delle estreme situazioni quotidiane in cui vivevano le donne all’inizio del ‘900. Carey Mulligan, nella sua apparente fragilità, ci mostra una forza di carattere straordinaria che non la fa mai tornare sui suoi passi, neppure quando il figlio viene dato in adozione a causa delle sue attività e dei suoi arresti. “Mai arrendersi, mai smettere di lottare” incitava la Pankhurst a chi la seguiva. Parole ancora molto attuali purtroppo.

Clara Martinelli

Link: http://www.ilquorum.it/suffragette-di-sarah-gavron-un-film-che-mostra-gli-albori-della-lotta-per-lemancipazione-femminile/

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Cinema: “Human” di Yann Arthus-Bertrand

Presentato allo scorso Festival del Cinema di Venezia, “Human” del regista e fotografo ambientalista francese Yann Arthus-Bertrand è da ieri  nelle sale italiane in veste di  evento speciale fino a domani 2 marzo. Basta il titolo per spiegare di cosa parla questo film che dura tre ore e un quarto,  realizzato con esclusivi filmati aerei e storie raccontate in prima persona davanti ad una macchina da presa. Girato in 60 paesi, Arthus-Bertrand ha intervistato 2.020 persone in tre anni, realizzando una carrellata di umanità così varia da restarne stupefatti. Dall’Alaska, all’Equador, dall’entroterra americano, all’estremo Oriente, passando per gli indigeni delle più remote zone della terra, uomini e donne, ragazzi e ragazze  guardano dritto nella telecamera e si raccontano in 63 lingue diverse, rispondendo alle domande (gli intervistatori non compaiono mai, né si fa sentire la loro voce) che gli vengono poste. Quaranta quesiti sulla libertà, sul significato dell’esistenza,  sulle esperienze più dure che si sono dovute affrontare,  sull’omosessualità, sulla guerra, sulla condizione della donna, sul lavoro, sull’immigrazione. Volti diversi dicono la loro versione dei fatti, “costringono” gli spettatori ad un incontro con l’altro in forma massiccia, intervallati da stupefacenti riprese aeree che mostrano la natura incontaminata o file di persone che, con fatica, percorrono deserti o una folla umana che festeggia un evento.
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Non uno sguardo superficiale, ma coinvolgente abbastanza per far capire che all’altro capo del mondo esistono persone che condividono con noi valori e sentimenti. E che quindi tanto diversi non sono. Un’opera imponente necessaria nella nostra era globale dove il lontano è sempre più vicino e conoscerlo meglio ci aiuta a capirlo.  Soprattuto in questo periodo in cui grandi masse si accalcano alle frontiere per sfuggire a guerre e carestie. Ogni individuo con il suo dramma quotidiano, come i cittadini delle periferie di Mombay costretti a trasferirsi in città per non morire di sete e lì venire sfruttati per costruire grattacieli dove l’acqua viene usata per riempire le piscine. Qualcuno condivide la propria felicità di avere una vita serena. Dice la sua anche Pepe Mujica, capo di stato uruguaiano dal 2010 al 2015, noto per il suo sobrio stile di vita (tratteneva per sé solo una piccola parte del suo stipendio),  che lo ha fatto denominare il “presidente più povero del mondo”: “Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. Bisogna buttare, comprare, buttare. Ciò che sperperiamo veramente è la nostra vita”.
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Clara Martinelli

Cinema: “Seconda primavera”di Francesco Calogero verrà presentato questa sera a Roma al Cinema Farnese Persol

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Questa sera, alle 20,30, a Roma al Cinema Farnese Persol in Piazza Campo de’ Fiori, il regista Francesco Calogero e il cast presentano il film “Seconda primavera”.  La storia, ambientata a Messina, si svolge nell’arco di sei stagioni, durante le quali si intrecciano le vicende di quattro personaggi. “La divisione in capitoli – spiega il regista – evidenzia non solo come il nostro modo di attraversare la vita cambi col passare degli anni, ma anche come possa essere mutevole la nostra capacità di interpretazione di una realtà che è spesso contadittoria , e soggetta al gioco del fato”. L’architetto cinquantenne Andrea (Claudio Botasso), cercando acquirenti per la sua villa al mare,  conosce l’anestesista Rosanna, sposata con Riccardo, aspirante scrittore di dieci anni più giovane di lei. Durante la notte di Capodanno, Andrea si reca alla festa di un ristoratore tunisino al quale dovrebbe ristrutturare l’attico. L’uomo ha una sorella, Hikma,  che  aveva colpito l’architetto per la somiglianza con la moglie Sofia, morta quattro anni prima nella villa che ha messo in vendita. La ragazza non attrae solo lui, ma anche Riccardo che, avendo litigato con Rosanna, è andato alla festa con Andrea. I due ragazzi passano la notte insieme e lei resta incinta. Con grandi difficoltà decidono di stare insieme e Andrea vuole aiutarli. Aiuta Riccardo a trovare un lavoro, che nel frattempo ha perso quello da commesso e si è separato dalla moglie, e li invita a vivere con lui nella sua villa al mare per risparmiare sull’affitto. Ma ogni giorno che passa, Hikma gli ricorda sempre di più Sofia. In un crescendo di tensioni e di nostalgie mai sopite, Andrea, che si era rassegnato a vivere un’esistenza senza slanci, riscopre la bellezza di lasciarsi sorprendere dalla vita, entrando in una “Seconda primavera”. Il motore della trama del film è il “cuore in inverno” del protagonista che, colpito da depressione in seguito a lutti importanti, rimane nella sua controllata roitine, finché il bagliore di luce portato dalla presenza di Hikma e del suo bambino non lo porta a lasciare l’oscurità che era diventata la sua casa. Calogero compone attorno ad Andrea una fitta rete di personaggi e di luoghi (non a caso il mare simbolo di morte e di rinascita che, con il suo andamento calmo o tempestesoso, rende espliciti e cadenzati i moti dell’anima). Una rete nella quale lui si sente prima impigliato, ma, una volta liberato, diventa una persona nuova. E’ la storia di una trasformazione, non solo quella di Andrea ( bravo Claudio Botasso, attore ben calibrato nel suo ruolo), ma che coinvolge anche tutti gli altri.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Il labirinto del silenzio” di Giulio Ricciarelli

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Tra i film usciti nelle sale per ricordare l’olocausto, “Il labirinto del silenzio” di Giulio Ricciarelli (di origine italiana, ma tedesco d’adozione) è senz’altro uno dei più interessanti da vedere. Perché mostra la Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale quando, in una sorta di omertà generale, tutti o quasi tendevano a non ricordare o a far finta di niente riguardo alle responsabilità della popolazione verso il genocidio degli ebrei. Ambientato nel 1958, il film mostra il paese in piena ripresa economica, quando i tempi del regime Nazionalsocialista sembrano ormai lontani. In questo clima di ricostruzione, il giovane pubblico ministero Johann Radmann (Alexander Fehling), che dovrebbe occuparsi soltanto di verbali automobilistici, incontra in tribunale un giornalista, Thomas Gnielka (André Szymanski). Questi gli racconta che un suo amico avrebbe riconosciuto un insegnante che, in passato, sarebbe stata una guardia di Auschwitz. Nessuno però sembra interessato a perseguirlo legalmente. Radmann, invece, decide di occuparsene, contro il parere del suo diretto superiore che gli consiglia di lasciar perdere. Piano a piano si rende conto che l’impresa non sarà facile perché i colpevoli godono di una rete di protezione, grazie alla quale riescono a condurre una vita normale. Solo il Pubblico Ministero Generale, Fritz Bauer (Gert Voss) incoraggia Radmann a proseguire le ricerche. Lui stesso, infatti, è da molto tempo che spera di attirare l’attenzione sui crimini commessi ad Auschwitz, ma non possiede i mezzi legali per portare avanti un’azione penale.Radmann con l’aiuto dell’amico giornalista trova documenti decisivi per individuare i colpevoli. Comincia così ad interrogare i testimoni sopravvissuti al campo di concentramento, setaccia gli archivi, cerca le prove, rendendosi conto di trovarsi in un vero e proprio labirinto di bugie, che rendono difficile scoprire la verità. Si dedica anima e corpo alle indagini, tanto da sacrificare la sua vita privata, ma alla fine giungerà alla soluzione che cambierà per sempre la storia.

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“Il labirinto del silenzio” è entrato nella shortlist degli Oscar di quest’anno, perché si tratta di un film veramente meritevole e incisivo. A partire dal tema che affronta, basato su fatti realmente accaduti, incastonati in una storia fittizia. Narra infatti la vicenda reale di un gruppo di tedeschi che negli anni ’50 ha  voluto indagare su un passato non troppo lontano, costellato di crimini contro l’umanità compiuti ad Auschwitz e condannare in un tribunale della Germania coloro che li avevano perpetrati. Un’impresa non facile, perché si andava a scoprire tante insospettabili responsabilità. Nel film, infatti, ad un certo punto, il Pubblico Ministero Capo Walter  Friedberg, interpretato da Robert HungerBuhler,  pone una domanda: “E’ davvero importante che ogni giovane in Germania debba chiedersi se suo padre fosse un assassino?”. Un dubbio che vive anche il protagonista che arriva a chiederselo, guardando la foto di suo papà in uniforme. Radmann è un giovane tradizionalista, umanista, con precisi valori. Pensa di essere a conoscenza di cosa sia giusto e di ciò che è sbagliato. Si muove su questa combinazione binaria fino a quando non ha più certezze e capisce che bisogna essere umili per affrontare un processo di tale portata. Radmann, che è un personaggio di finzione, è un concentrato dei tre pubblici ministeri che portarono avanti le indagini all’epoca dei fatti. Persone veramente esistite sono invece Fritz Bauer e Thomas Gnielka. Nella sceneggiatura, scritta da Elisabeth Bartel e Giulio Ricciarelli, sono state inserite alcune frasi dette dallo stesso Pubblico Ministero Generale. Ad esempio, quando si ebbe la necessità di ribadire l’importanza che si svolgesse il processo di Auschwitz, fu lui a pronunciare la frase: “Nessuno ha il diritto di essere obbediente”. Tutti gli imputati infatti per giustificarsi dei crimini commessi, anche di fronte  a cose orribilmente disumane,  affermavano di avere solo eseguito gli ordini. Anche le sconvolgenti testimonianze dei sopravvissuti sono autentiche. Spiega Ricciarelli: “Per quanto riguarda i fatti storici, siamo stati quanto più corretti e precisi possibile. Solamente in relazione alla vita interiore dei personaggi ci siamo permessi delle libertà narrative”. Una regia di stampo classico e una narrazione complessa fanno emergere un’impronta recitativa forte, basata sulle emozioni che animano la storia. Le stesse che hanno animato la Bartel quando, leggendo della vicenda su un articolo di giornale, e si rese conto della potenzialità di una storia che al cinema non era mai stata raccontata. Si parla molto infatti dei processi di Norimberga, ma quelli relativi ad Auschwitz sono quasi sconosciuti ai più. Una curiosità: c’è molto di femminile nella realizzazione del film, perché, oltre alla sceneggiatrice, sono donne anche le persone che hanno acconsentito a produrlo, Sabine Lamby e Uli Putz.

Clara Martinelli

 

Cinema da non perdere: “Il ponte delle spie” di Steven Spielberg

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Resterà ancora per poco nelle sale italiane, “Il ponte delle spie” diretto da Steven Spielberg e scritto da Matt Charman, Joel ed Ethan Coen. Uscito a dicembre, per chi non lo avesse ancora visto, è un film decisamente da non perdere, appassionante, emozionante e visivamente potente. Sotto la forma di una spy story, “Il ponte delle spie” parla di fatti realmente accaduti durante la Guerra fredda tra Russia e America e che ha avuto come protagonista  l’avvocato James B. Donovan, interpretato nel film da Tom Hanks. Siamo a Brooklyn nel 1957. Il pittore Rudolf Abel (Mark Rylance) viene arrestato con l’accusa di essere una spia sovietica. Finalmente il nemico oscuro ha un volto ed è quello di un piccolo uomo di mezza età con gli occhiali da vista, all’apparenza banale e inoffensivo. Nonostante la certezza  che egli sia colpevole, l’America e i suoi principi costituzionali impongono la necessità di sottoporlo ad un processo, seppure di breve durata, che ne sancisca la sentenza e quindi la condanna a morte. Ma Donovan, uomo onesto e tutto d’un pezzo, prende sul serio la difesa di Abel, rispettandolo come individuo, cercando di comprenderlo nel profondo, non lo vede solo come  una spia, un criminale, ma lo guarda come una persona. Con questa decisione, l’avvocato si ritrova a dover combattere contro la disapprovazione generale, compresa quella del giudice e della moglie. Intanto, un caccia U-2 della Cia viene abbattuto mentre sorvola l’Unione Sovietica e il tenente Francis Gary Powers, che lo stava pilotando, viene fatto prigioniero. Il governo Usa, per evitare che potesse rivelare informazioni preziose al nemico, decide di proporre uno scambio con Abel e incarica Donovan di gestire il  negoziato. L’avvocato accetta e si reca a Berlino proprio nei giorni in cui si sta costruendo il muro che dividerà la città in due parti. Nel frattempo viene a conoscenza di un altro prigioniero americano, uno studente arrestato durante i disordini dovuti all’erezione della barriera. Donovan decide di negoziare sia per lui che per Abel, dimostrando grande fermezza e coraggio nell’affrontare le autorità sovietiche e berlinesi.  Lo scambio tra il pilota americano e la spia russa, avviene sul Ponte di Glienicke, detto il “Ponte delle Spie”, il quale collega Berlino Ovest a Berlino Est (nella realtà fu uno dei luoghi simbolo della tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica). Lo studente  di economia Frederic Pryor viene rilasciato al checkpoint Charlie.

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Riprendendo una vecchia storia americana quasi del tutto dimenticata, Spielberg ha portato sullo schermo un film dal contenuto etico di immensa portata, superando se stesso. Tom Hanks impersona perfettamente l’avvocato Donovan, composto e determinato a compiere la sua professione in maniera corretta. “Ci sarà un prezzo da pagare”, gli dice la moglie in preda alla paura per sé e per i figli, dopo essere stati minacciati mentre erano in casa. Ma Donovan, un Ettore contemporaneo, proseguirà nella sua impresa per dimostrare il proprio valore, nonostante le suppliche della sua Andromaca. Un uomo come tanti che, costretto dalle circostanze, usa tutta la sua ostinazione per far andare bene le cose nel verso giusto e a sovrastare gli altri. Diventa l’eroe buono che grazie alla sua integrità morale riporta tutti a casa. Ma la vera protagonista della pellicola è la democrazia, la sua funzione sociale e i suoi valori fondamentali, che la portano ad essere vincente su qualsiasi altro regime. Spielberg usa il cinema civile per ribadire il suo amore profondo per l’America e per tutto quello che di positivo rappresenta e lo fa un grande rigore narrativo. Fantastica la ricostruzione d’ambiente, con le immagini di una Berlino fredda, divisa e caotica,  devastata dal cambiamento in corso.

Clara Martinelli

Cinema: “Carol” di Todd Haynes, uno sguardo sulla diversità

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Candidato agli Oscar per le nomination come miglior attrice protagonista, miglior attrice non protagonista, sceneggiatura non originale, colonna sonora, fotografia e costumi “Carol” di Todd Haynes è un’opera di rara perfezione estetica e narrativa. Tratto dall’omonimo romanzo del 1952 di Patricia Highsmith, intitolato “The price of salt”, che l’autrice pubblicò sotto lo pseudonimo di Claire Morgan, il film  del libro originale ha mantienuto la profondità interiore dei personaggi e lo spirito dell’epoca. Ambientato nella New York degli anni Cinquanta, Haynes si occupa di nuovo di omosessualità come aveva già fatto in “Lontano dal paradiso”, parlando di quella maschile. Qui, invece, racconta di un amore tra due donne, quasi a volere un effetto speculare. Therese Belivet (Rooney Mara), aspirante fotografa, è una ragazza di diciannove anni impiegata in un grande magazzino di Manhattan. E’ fidanzata con Richard che vuole sposarla e il suo amico Dannie è innamorato di lei. Un giorno, nel negozio entra Carol Aird (Cate Blanchett), una signora biondissima, molto elegante, dal magnetico sguardo azzurro, che vuole comprare un regalo di Natale per la sua bambina. Entrambe le donne restano colpite l’una dall’altra e scatta un’intesa. Carol sceglie un trenino elettrico per la figlia e chiede che le sia consegnato a casa, lasciando numero di telefono e indirizzo. Nell’andarsene dimentica un guanto sul bancone e Therese decide di restituirglielo di persona. Le telefona e Carol le dà appuntamento in un caffé. Comincia così la loro amicizia, che si trasforma in attrazione e poi in amore. Ed è proprio questo raccontare il nascere e l’approfondirsi del sentimento, la sensualità, la tenerezza e le attenzioni che si dedicano le due donne ad essere uno degli aspetti più affascinanti del film. Carol, tra l’altro, vive una situazione complicata, perché si sta separando dal marito Harge (Kyle Chandler), un ricco banchiere, che si oppone al divorzio ricattandola sull’affidamento della figlia. E’ a conoscenza dell’omosessualità della moglie, non l’accetta e ostacolerà in tutti i modi il rapporto sentimentale con Therese.

carol foto.jpgSiamo nell’America degli anni ’50, piena pregiudizi morali e di status, che mai avrebbe permesso ad un amore lesbico di esprimersi liberamente. E’ l’America della Guerra Fredda e della cultura domestica delle casalinghe con i volti sempre sorridenti, i golfini color pastello, le gonne a ruota e i nuovi elettrodomestici. Felici in apparenza, disperate e depresse interiormente. Un rapporto impossibile, quello tra Carol e Therese, che riescono a prendersi lo spazio di un viaggio, quello verso Ovest che decidono di compiere prima di essere sbattute davanti alla cruda realtà. Un viaggio che ricorda, con toni e cause diverse ovviamente, quello che avrebbero fatto anni dopo le loro figlie “Thelma e Louise”, in fuga dalla società castrante degli uomini. In “Carol” si coglie la bellezza artificiale del regista Douglas Sirk, il re dei melodrammi che portò sul grande schermo capolavori del genere come “Magnifica ossessione” e “Lo specchio della vita”. Cate Blanchett appare come le dive irraggiungibili di quel periodo con le sue pellicce, gli abiti eleganti, lo smalto e il rossetto rosso, i capelli biondissimi, la sigaretta sempre accesa e i liquori a portata di mano e di bicchiere (elementi comuni a “Mad Men”, la serie televisiva di successo che ha riportato in auge gli anni Cinquanta). Rooney Mara con i suoi occhi grandi e sgranati e i capelli corti ricorda molto Audrey Hepburn, ne simula bene l’ingenuità e la freschezza, ma anche la determinazione sotto un’apparente fragilità da cerbiatta. L’epoca non permetteva alle sue donne gesti eclatanti e, pur celando grosse emozioni, erano costrette a contenerle sotto una rigida etichetta. Cate Blanchette, ormai riconosciuta come una delle migliori attrici al mondo (e in questo film ne è un ulteriore prova), e Rooney Mara, bravissima nel suo ruolo (si è già aggiudicata il premio come miglior attrice non protagonista all’ultimo Festival di Cannes, dove il film è stato presentato), lo sanno bene e si muovono sullo schermo con movimenti curati ed essenziali. Ben studiato è anche tutto quello che le circonda: l’arredamento, i negozi, i locali, niente è lasciato al caso. Come anche il corso del racconto misurato, ma potente, rigoroso nell’espressione dei sentimenti e degli stati d’animo di chi sta cercando una strada individuale in una società che incasella tutti in ruoli determinati. Tutto è glamour, raffinato nell’alta società della East Coast, quella di Carol, e Therese, ragazza di umili origini, lo sa, rimanendo sempre un passo indietro nella coppia. Phyllis Nagy, regista e autrice di cinema e teatro, ha scritto la sceneggiatura del film, la colonna sonora originale è di Carter Burwell, e si affianca a brani di repertorio dell’epoca, che spesso prendono parte al racconto nella forma di radio e giradischi in funzione. I costumi sono di Sandy Powell e la fotografia di Ed Lachman. “Carol” tecnicamente è un film eccellente, di grande impatto e di incredibile coerenza formale. Difficile non restare coinvolti dal lusso, dal fascino di quegli anni e dal mondo interiore dei personaggi, ricco di ombre e sfumature. Parlando di sfumature non si può fare a meno di pensare alla varietà dei colori che compongono la pellicola. La scenografa Judy Becker ha dichiarato di avere scelto delle tonalità che venivano usate all’inizio degli anni Cinquanta soprattutto negli interni: i verdi acidi, i gialli e i rosa cipria. Colori leggermente sporchi che danno allo spettatore l’idea delle città nel dopoguerra.

Clara Martinelli

Cinema: “The Hateful Eight”. Un film di Quentin Tarantino

Quentin TarantinoThe Hateful Eight è un film tirannico. Sì, lo è. Non certo inteso come messa in atto di un dispotismo violento ma, al contrario, come celebrazione di una straordinaria egemonia della visione. Il numero 8, qui cifra fondante, secondo la numerologia è, infatti, il lato oscuro del sovrano, il profilo-ombra di una potenza creatrice che giunge al parossismo. Non ci cimenteremo certo in analisi esoteriche ma questo significato, anche provocatoriamente, ben si adatta alla personalità di un regista che, mistiche coincidenze a parte, non lascia mai nulla al caso.

All’acme della sua arte il regista/tiranno, nel suo ottavo film, amplia ancor di più il suo sguardo e ci catapulta dentro. Il suo “dispotismo” creativo fa di lui, nell’accezione positivamente simbolica della tirannide, un demiurgo che plasma, forma, e financo forgia, la storia, gli eventi, i personaggi… Mai come in questo film il cinema – e soprattutto la passione e la conoscenza di esso – la fa da padrone. Gli omaggi, le citazioni o i rimandi, ai quali lo stile tarantiniano ci ha da sempre abituati, qui diventano un unicum di enorme portata, in particolar modo visiva.

Girato in 70mm con lenti anamorfiche, invece delle consuete sferiche, il film (per chi avrà il privilegio di vederlo integralmente e con i requisiti voluti dal regista), grazie al formato e alla pellicola che ne rappresentano l’endemica straordinarietà, realizza un impianto visuale di prodigiosa brillantezza, in cui la stabilità e la nitidezza delle immagini permettono di coinvolgere/avvolgere lo spettatore. The Hateful Eight diventa pertanto una vera e propria esperienza della visione, in cui la settima arte viene celebrata seguendo un preciso rituale di allusioni a film, persone e personaggi che albergano nella vastissima pinacoteca mentale del regista del Tennessee.

Il caso, dicevamo. Non è certo ad esso che si possono attribuire certe corrispondenze nominali come quella di Marquis Warren (Samuel L. Jackson), che rimanda al regista e produttore di film e serie tv western tra le più longeve come Gunsmoke (1955/1975) o di Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) che allude alla Faith con lo stesso cognome, attrice che vestì a lungo i panni di fanciulla del West anche nel celeberrimo telefilm Bonanza negli episodi degli anni Sessanta o, ancora, di Mannix (Walton Goggins) che ammicca ad un’altra serie televisiva, stavolta polizesca, andata in onda in Usa dal 1967 al 1975. Molti elementi di questo film, allora, sembrano far parte di un più vasto piano sia visivo, sia narrativo. La storia stessa, le cui suggestioni suscitano nella memoria il brivido anni Ottanta del pericolo sconosciuto de La cosa di John Carpenter, tesse una trama dove nell’ordito si intrecciano elementi che seguono il filo rosso (sangue) della bugia.

Quentin Tarantino

Gli odiosi otto sono davvero chi dicono di essere? Sette uomini e una donna, costretti dalla bufera a trovare riparo in un emporio sperduto tra le montagne innevate del Wyoming, non sono che tasselli di un puzzle di menzogne intrappolati nel più classico dei gialli “della camera chiusa”. Classico, si fa per dire perché Tarantino (ri)crea atmosfere a noi familiari per poi alterarle a suo piacimento. In perfetta contrapposizione con la gelida temperatura esterna che quasi arriviamo a percepire, l’interno dell’emporio di Minnie – vero e proprio teatro dell’azione – sembra ardere progressivamente dal fuoco del sospetto, dal dubbio infido fino all’esplosione dell’odio e – impressionante ossimoro – questo “ghiaccio bollente” si posa ovunque surriscaldando gli eventi per raggelarli, infine, in una violenza che morde il freno nella prima parte e poi si esprime – con un impeto sanguinario e pressoché liberatorio – nella seconda.

In tre ore e otto minuti Quentin Tarantino, infatti, dosa i suoi migliori ingredienti filmici seguendo una struttura – spaziale e temporale – che possiede un fascino fuori dal comune, insieme sinfonico e drammaturgico. L’overture, sulle note poderose di Ennio Morricone, sembra alzare il sipario (rosso) sulla scena che ci accompagnerà – letteralmente – fino all’emporio di Minnie. All’interno della diligenza, nella quale via, via, si accomoderanno i primi quattro personaggi, si darà inizio ad una diatriba la cui verbosità, non proprio incruenta, condurrà al cuore (nero) dell’azione.

Quentin TarantinoTarantino affida alla parola il compito di scandire il ritmo, incalzante e sovente oppressivo, di un lungo prologo al dramma che verrà ed è qui che, da autore/tiranno, ci porterà non di fronte al proscenio ma dentro di esso, a contatto quasi fisico con i suoi (strepitosi) personaggi, costringendoci ad una prossimità diegetica che indirizza il nostro sguardo dove lui vuole condurlo. Dopo un lungo intervallo di 12 minuti, infatti, il regista ci fa abbandonare quasi completamente lo spazio esterno per rinchiuderci, con i suoi otto, in un ambiente in cui, pur nella nitidezza dell’ immagine e nell’eccezionale profondità di campo, riesce a far emergere la sagoma incerta e inquietante dell’ambiguità che, come un insinuante mostro bifronte, gode nel gioco dell’inganno buttando giù un personaggio dopo l’altro in un sanguinario effetto-domino.

Inoltre in The Hateful Eight Tarantino c’è. Non solo nell’eco della voce off ma in ogni singolo frame. Egli guarda ciò che guardiamo e fa anche di più: “sa” cosa stiamo guardando ed è su questo rapporto impari (di tirannide visuale, appunto) che il regista esprime la formidabile essenza visivo/narrativa che si declina in trovate, svelamenti e sorprese mai utilizzati come meri, o ancor peggio scaltri, escamotage del racconto ma come punti focali di esso.

L’ironia, il grottesco, il sangue, gli attori-feticcio… Tutto l’universo tarantiniano si mostra nella limpidezza dell’Ultra Panavision e, più che mai, il film si fa lavoro composito da esperire da (e “in”) un più ampio orizzonte percettivo.

Se l’8 è il numero del tiranno, il 9 (guarda caso) è del liberatore. Ma questa, probabilmente, sarà un’altra storia…

© CultFrame 02/2016

TRAMA
Qualche anno dopo la Guerra di Secessione il cacciatore di taglie John Ruth, detto “il Boia”, sta viaggiando in diligenza, attraverso le nevi del Wyoming, con Daisy Domergue una criminale che dovrà essere impiccata a Red Rock. Lungo la strada incontrano il maggiore Marquis Warren, un ex soldato di colore dell’Unione diventato spietato bounty killer e Chris Mannix, rinnegato sudista che si presenta come nuovo sceriffo della città. La bufera di neve imperversa sempre più violenta e costringe i quattro a trovare riparo nell’emporio di Minnie, una stazione di posta tra le montagne. All’interno, però, non troveranno i proprietari ma quattro sconosciuti: Bob, che sostiene di occuparsi del locale mentre i padroni sono in visita alla madre di Minnie; Oswaldo Mobray, il boia di Red Rock; il mandriano Joe Cage e l’anziano generale confederato Sanford Smithers. Gli otto personaggi capiranno ben presto che raggiungere Red Rock non sarà così semplice e per farlo dovranno prima uscire vivi da quel posto.

Eleonora Saracino

Link: http://www.cultframe.com/2016/02/the-hateful-eight-film-quentin-tarantino/