“Suffragette” di Sarah Gavron, un film che mostra gli albori della lotta per l’emancipazione femminile

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È un film che dovrebbero vedere tutte le donne. Quelle giovani per capire che le libertà e i diritti che hanno trovato alla loro nascita sono il frutto di dure battaglie, fatte da coloro le hanno precedute. Quelle più avanti con l’età per ricordare, nel caso l’avessero dimenticato, che le possibilità di cui godono oggi, non sono da considerare così scontate.

“Suffragette” diretto dalla regista britannica Sarah Gavron mira a questi obbiettivi, attraverso il racconto di una storia ispirata ad alcuni fatti realmente avvenuti in Inghilterra tra il 1912 e il 1918, ad opera di alcune donne che lottarono per ottenere il diritto ad andare a votare. Maud Watts (Carey Mulligan) è una giovane donna che lavora 13 ore al giorno in una lavanderia dall’età di otto anni.

È sposata con un suo collega, Sonny (Ben Whishaw), ed hanno un figlio, George, che lei vede molto poco a causa degli orari assurdi di lavoro. Il suo capo ha abusato sessualmente di lei e delle sue compagne anche appena adolescenti. Una vita d’inferno, molto comune a tante donne nel periodo della seconda rivoluzione industriale. Un giorno, mentre sta andando a consegnare un pacco nel centro di Londra per conto del padrone, viene coinvolta in un’azione violenta del movimento delle suffragette, consistente nel tirare sassi alle vetrine dei grandi magazzini. Un modo esasperato di farsi ascoltare, dopo non aver ottenuto nulla dopo anni di militanza pacifica. Tra di loro, Maud scorge la sua collega di lavanderia Violet (Anne-Marie Duff), che nota la sua presenza e, percependo un interesse verso la lotta da parte sua, la convince a diventare un’attivista del movimento.

Così, la ragazza si troverà a portare la sua testimonianza di donna lavoratrice addirittura in parlamento davanti al primo ministro dell’epoca, David Lloyd George (vero primo ministro britannico dal 1916 al 1922 nel film impersonato da Adrian Schiller), che all’inizio sembra conciliante, ma poi rifiuterà categoricamente di cedere il tanto agognato suffragio universale. Le donne continueranno la loro lotta, sollecitate e appoggiate da Edith (Helena Bonham Carter), una farmacista che con l’aiuto del marito (a quanto pare uno dei pochi uomini illuminati) gestisce la base segreta delle suffragette nel retrobottega del loro negozio. Seguendo le parole dell’attivista Emmeline Pankhurst (personaggio realmente vissuto, interpretato da Meryl Streep in una breve apparizione), operaie, borghesi, ragazze e madri di famiglia si troveranno a combattere per un unico ideale, pagando con il carcere, l’emarginazione sociale, con la perdita del lavoro, della famiglia e, qualche volta, anche con la vita.

Tutto questo toccherà a Maud e alle sue compagne, minacciate pure dalla polizia stessa attraverso l’ispettore Steed (Brendan Gleeson) che, durante gli interrogatori, le inviterà a non seguire i propri ideali per evitare guai. Alla fine però anche lui si convincerà delle ragioni che animano le donne a lottare per i propri diritti, pur non ammettendolo apertamente. In gran Bretagna, il suffragio universale venne concesso nel 1928, in Italia soltanto nel 1946, in Svizzera nel 1971, in Portogallo nel 1976, nel Liechtenstein nel 1984 e in Arabia Saudita soltanto nel 2015. C’è bisogno di film come “Suffragette” perché ancora oggi la strada da percorrere per la parità completa è ancora lunga e difficile. Le lotte del passato servono ad infondere coraggio per portare a termine quelle del presente. Per realizzarlo, la regista e la sceneggiatrice Abi Morgan (The Hour, The Iron Lady, Shame) si sono ispirate alle lettere, alle biografie e ai diari intimi scritti dalle donne in quegli anni.

La stessa Emmeline Pankhurst, fondatrice del “Women’s Social and Political Union” (WSPU), un movimento che aveva come slogan “azioni non parole”, è stata molto importante per la costruzione della storia e dei personaggi. L’altra donna veramente esistita e inserita nel film è Emily Davidson, morta nel 1913, facendosi investire dal cavallo di re Giorgio V durante una parata per attirare l’attenzione dei media.

Le immagini vere del suo funerale sono diventate la scena finale di “Suffragette”. Un sacrificio che allora risvegliò molte coscienze femminili. Ecco, il film, che non brilla per originalità, ma che non possiede neppure la rigidità delle pellicole in costume, ha il merito di renderci partecipi delle estreme situazioni quotidiane in cui vivevano le donne all’inizio del ‘900. Carey Mulligan, nella sua apparente fragilità, ci mostra una forza di carattere straordinaria che non la fa mai tornare sui suoi passi, neppure quando il figlio viene dato in adozione a causa delle sue attività e dei suoi arresti. “Mai arrendersi, mai smettere di lottare” incitava la Pankhurst a chi la seguiva. Parole ancora molto attuali purtroppo.

Clara Martinelli

Link: http://www.ilquorum.it/suffragette-di-sarah-gavron-un-film-che-mostra-gli-albori-della-lotta-per-lemancipazione-femminile/

Cinema: “Human” di Yann Arthus-Bertrand

Presentato allo scorso Festival del Cinema di Venezia, “Human” del regista e fotografo ambientalista francese Yann Arthus-Bertrand è da ieri  nelle sale italiane in veste di  evento speciale fino a domani 2 marzo. Basta il titolo per spiegare di cosa parla questo film che dura tre ore e un quarto,  realizzato con esclusivi filmati aerei e storie raccontate in prima persona davanti ad una macchina da presa. Girato in 60 paesi, Arthus-Bertrand ha intervistato 2.020 persone in tre anni, realizzando una carrellata di umanità così varia da restarne stupefatti. Dall’Alaska, all’Equador, dall’entroterra americano, all’estremo Oriente, passando per gli indigeni delle più remote zone della terra, uomini e donne, ragazzi e ragazze  guardano dritto nella telecamera e si raccontano in 63 lingue diverse, rispondendo alle domande (gli intervistatori non compaiono mai, né si fa sentire la loro voce) che gli vengono poste. Quaranta quesiti sulla libertà, sul significato dell’esistenza,  sulle esperienze più dure che si sono dovute affrontare,  sull’omosessualità, sulla guerra, sulla condizione della donna, sul lavoro, sull’immigrazione. Volti diversi dicono la loro versione dei fatti, “costringono” gli spettatori ad un incontro con l’altro in forma massiccia, intervallati da stupefacenti riprese aeree che mostrano la natura incontaminata o file di persone che, con fatica, percorrono deserti o una folla umana che festeggia un evento.
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Non uno sguardo superficiale, ma coinvolgente abbastanza per far capire che all’altro capo del mondo esistono persone che condividono con noi valori e sentimenti. E che quindi tanto diversi non sono. Un’opera imponente necessaria nella nostra era globale dove il lontano è sempre più vicino e conoscerlo meglio ci aiuta a capirlo.  Soprattuto in questo periodo in cui grandi masse si accalcano alle frontiere per sfuggire a guerre e carestie. Ogni individuo con il suo dramma quotidiano, come i cittadini delle periferie di Mombay costretti a trasferirsi in città per non morire di sete e lì venire sfruttati per costruire grattacieli dove l’acqua viene usata per riempire le piscine. Qualcuno condivide la propria felicità di avere una vita serena. Dice la sua anche Pepe Mujica, capo di stato uruguaiano dal 2010 al 2015, noto per il suo sobrio stile di vita (tratteneva per sé solo una piccola parte del suo stipendio),  che lo ha fatto denominare il “presidente più povero del mondo”: “Abbiamo inventato una montagna di consumi superflui. Bisogna buttare, comprare, buttare. Ciò che sperperiamo veramente è la nostra vita”.
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Clara Martinelli

Cinema: “Seconda primavera”di Francesco Calogero verrà presentato questa sera a Roma al Cinema Farnese Persol

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Questa sera, alle 20,30, a Roma al Cinema Farnese Persol in Piazza Campo de’ Fiori, il regista Francesco Calogero e il cast presentano il film “Seconda primavera”.  La storia, ambientata a Messina, si svolge nell’arco di sei stagioni, durante le quali si intrecciano le vicende di quattro personaggi. “La divisione in capitoli – spiega il regista – evidenzia non solo come il nostro modo di attraversare la vita cambi col passare degli anni, ma anche come possa essere mutevole la nostra capacità di interpretazione di una realtà che è spesso contadittoria , e soggetta al gioco del fato”. L’architetto cinquantenne Andrea (Claudio Botasso), cercando acquirenti per la sua villa al mare,  conosce l’anestesista Rosanna, sposata con Riccardo, aspirante scrittore di dieci anni più giovane di lei. Durante la notte di Capodanno, Andrea si reca alla festa di un ristoratore tunisino al quale dovrebbe ristrutturare l’attico. L’uomo ha una sorella, Hikma,  che  aveva colpito l’architetto per la somiglianza con la moglie Sofia, morta quattro anni prima nella villa che ha messo in vendita. La ragazza non attrae solo lui, ma anche Riccardo che, avendo litigato con Rosanna, è andato alla festa con Andrea. I due ragazzi passano la notte insieme e lei resta incinta. Con grandi difficoltà decidono di stare insieme e Andrea vuole aiutarli. Aiuta Riccardo a trovare un lavoro, che nel frattempo ha perso quello da commesso e si è separato dalla moglie, e li invita a vivere con lui nella sua villa al mare per risparmiare sull’affitto. Ma ogni giorno che passa, Hikma gli ricorda sempre di più Sofia. In un crescendo di tensioni e di nostalgie mai sopite, Andrea, che si era rassegnato a vivere un’esistenza senza slanci, riscopre la bellezza di lasciarsi sorprendere dalla vita, entrando in una “Seconda primavera”. Il motore della trama del film è il “cuore in inverno” del protagonista che, colpito da depressione in seguito a lutti importanti, rimane nella sua controllata roitine, finché il bagliore di luce portato dalla presenza di Hikma e del suo bambino non lo porta a lasciare l’oscurità che era diventata la sua casa. Calogero compone attorno ad Andrea una fitta rete di personaggi e di luoghi (non a caso il mare simbolo di morte e di rinascita che, con il suo andamento calmo o tempestesoso, rende espliciti e cadenzati i moti dell’anima). Una rete nella quale lui si sente prima impigliato, ma, una volta liberato, diventa una persona nuova. E’ la storia di una trasformazione, non solo quella di Andrea ( bravo Claudio Botasso, attore ben calibrato nel suo ruolo), ma che coinvolge anche tutti gli altri.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Il labirinto del silenzio” di Giulio Ricciarelli

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Tra i film usciti nelle sale per ricordare l’olocausto, “Il labirinto del silenzio” di Giulio Ricciarelli (di origine italiana, ma tedesco d’adozione) è senz’altro uno dei più interessanti da vedere. Perché mostra la Germania dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale quando, in una sorta di omertà generale, tutti o quasi tendevano a non ricordare o a far finta di niente riguardo alle responsabilità della popolazione verso il genocidio degli ebrei. Ambientato nel 1958, il film mostra il paese in piena ripresa economica, quando i tempi del regime Nazionalsocialista sembrano ormai lontani. In questo clima di ricostruzione, il giovane pubblico ministero Johann Radmann (Alexander Fehling), che dovrebbe occuparsi soltanto di verbali automobilistici, incontra in tribunale un giornalista, Thomas Gnielka (André Szymanski). Questi gli racconta che un suo amico avrebbe riconosciuto un insegnante che, in passato, sarebbe stata una guardia di Auschwitz. Nessuno però sembra interessato a perseguirlo legalmente. Radmann, invece, decide di occuparsene, contro il parere del suo diretto superiore che gli consiglia di lasciar perdere. Piano a piano si rende conto che l’impresa non sarà facile perché i colpevoli godono di una rete di protezione, grazie alla quale riescono a condurre una vita normale. Solo il Pubblico Ministero Generale, Fritz Bauer (Gert Voss) incoraggia Radmann a proseguire le ricerche. Lui stesso, infatti, è da molto tempo che spera di attirare l’attenzione sui crimini commessi ad Auschwitz, ma non possiede i mezzi legali per portare avanti un’azione penale.Radmann con l’aiuto dell’amico giornalista trova documenti decisivi per individuare i colpevoli. Comincia così ad interrogare i testimoni sopravvissuti al campo di concentramento, setaccia gli archivi, cerca le prove, rendendosi conto di trovarsi in un vero e proprio labirinto di bugie, che rendono difficile scoprire la verità. Si dedica anima e corpo alle indagini, tanto da sacrificare la sua vita privata, ma alla fine giungerà alla soluzione che cambierà per sempre la storia.

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“Il labirinto del silenzio” è entrato nella shortlist degli Oscar di quest’anno, perché si tratta di un film veramente meritevole e incisivo. A partire dal tema che affronta, basato su fatti realmente accaduti, incastonati in una storia fittizia. Narra infatti la vicenda reale di un gruppo di tedeschi che negli anni ’50 ha  voluto indagare su un passato non troppo lontano, costellato di crimini contro l’umanità compiuti ad Auschwitz e condannare in un tribunale della Germania coloro che li avevano perpetrati. Un’impresa non facile, perché si andava a scoprire tante insospettabili responsabilità. Nel film, infatti, ad un certo punto, il Pubblico Ministero Capo Walter  Friedberg, interpretato da Robert HungerBuhler,  pone una domanda: “E’ davvero importante che ogni giovane in Germania debba chiedersi se suo padre fosse un assassino?”. Un dubbio che vive anche il protagonista che arriva a chiederselo, guardando la foto di suo papà in uniforme. Radmann è un giovane tradizionalista, umanista, con precisi valori. Pensa di essere a conoscenza di cosa sia giusto e di ciò che è sbagliato. Si muove su questa combinazione binaria fino a quando non ha più certezze e capisce che bisogna essere umili per affrontare un processo di tale portata. Radmann, che è un personaggio di finzione, è un concentrato dei tre pubblici ministeri che portarono avanti le indagini all’epoca dei fatti. Persone veramente esistite sono invece Fritz Bauer e Thomas Gnielka. Nella sceneggiatura, scritta da Elisabeth Bartel e Giulio Ricciarelli, sono state inserite alcune frasi dette dallo stesso Pubblico Ministero Generale. Ad esempio, quando si ebbe la necessità di ribadire l’importanza che si svolgesse il processo di Auschwitz, fu lui a pronunciare la frase: “Nessuno ha il diritto di essere obbediente”. Tutti gli imputati infatti per giustificarsi dei crimini commessi, anche di fronte  a cose orribilmente disumane,  affermavano di avere solo eseguito gli ordini. Anche le sconvolgenti testimonianze dei sopravvissuti sono autentiche. Spiega Ricciarelli: “Per quanto riguarda i fatti storici, siamo stati quanto più corretti e precisi possibile. Solamente in relazione alla vita interiore dei personaggi ci siamo permessi delle libertà narrative”. Una regia di stampo classico e una narrazione complessa fanno emergere un’impronta recitativa forte, basata sulle emozioni che animano la storia. Le stesse che hanno animato la Bartel quando, leggendo della vicenda su un articolo di giornale, e si rese conto della potenzialità di una storia che al cinema non era mai stata raccontata. Si parla molto infatti dei processi di Norimberga, ma quelli relativi ad Auschwitz sono quasi sconosciuti ai più. Una curiosità: c’è molto di femminile nella realizzazione del film, perché, oltre alla sceneggiatrice, sono donne anche le persone che hanno acconsentito a produrlo, Sabine Lamby e Uli Putz.

Clara Martinelli

 

Cinema da non perdere: “Il ponte delle spie” di Steven Spielberg

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Resterà ancora per poco nelle sale italiane, “Il ponte delle spie” diretto da Steven Spielberg e scritto da Matt Charman, Joel ed Ethan Coen. Uscito a dicembre, per chi non lo avesse ancora visto, è un film decisamente da non perdere, appassionante, emozionante e visivamente potente. Sotto la forma di una spy story, “Il ponte delle spie” parla di fatti realmente accaduti durante la Guerra fredda tra Russia e America e che ha avuto come protagonista  l’avvocato James B. Donovan, interpretato nel film da Tom Hanks. Siamo a Brooklyn nel 1957. Il pittore Rudolf Abel (Mark Rylance) viene arrestato con l’accusa di essere una spia sovietica. Finalmente il nemico oscuro ha un volto ed è quello di un piccolo uomo di mezza età con gli occhiali da vista, all’apparenza banale e inoffensivo. Nonostante la certezza  che egli sia colpevole, l’America e i suoi principi costituzionali impongono la necessità di sottoporlo ad un processo, seppure di breve durata, che ne sancisca la sentenza e quindi la condanna a morte. Ma Donovan, uomo onesto e tutto d’un pezzo, prende sul serio la difesa di Abel, rispettandolo come individuo, cercando di comprenderlo nel profondo, non lo vede solo come  una spia, un criminale, ma lo guarda come una persona. Con questa decisione, l’avvocato si ritrova a dover combattere contro la disapprovazione generale, compresa quella del giudice e della moglie. Intanto, un caccia U-2 della Cia viene abbattuto mentre sorvola l’Unione Sovietica e il tenente Francis Gary Powers, che lo stava pilotando, viene fatto prigioniero. Il governo Usa, per evitare che potesse rivelare informazioni preziose al nemico, decide di proporre uno scambio con Abel e incarica Donovan di gestire il  negoziato. L’avvocato accetta e si reca a Berlino proprio nei giorni in cui si sta costruendo il muro che dividerà la città in due parti. Nel frattempo viene a conoscenza di un altro prigioniero americano, uno studente arrestato durante i disordini dovuti all’erezione della barriera. Donovan decide di negoziare sia per lui che per Abel, dimostrando grande fermezza e coraggio nell’affrontare le autorità sovietiche e berlinesi.  Lo scambio tra il pilota americano e la spia russa, avviene sul Ponte di Glienicke, detto il “Ponte delle Spie”, il quale collega Berlino Ovest a Berlino Est (nella realtà fu uno dei luoghi simbolo della tensione tra Stati Uniti e Unione Sovietica). Lo studente  di economia Frederic Pryor viene rilasciato al checkpoint Charlie.

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Riprendendo una vecchia storia americana quasi del tutto dimenticata, Spielberg ha portato sullo schermo un film dal contenuto etico di immensa portata, superando se stesso. Tom Hanks impersona perfettamente l’avvocato Donovan, composto e determinato a compiere la sua professione in maniera corretta. “Ci sarà un prezzo da pagare”, gli dice la moglie in preda alla paura per sé e per i figli, dopo essere stati minacciati mentre erano in casa. Ma Donovan, un Ettore contemporaneo, proseguirà nella sua impresa per dimostrare il proprio valore, nonostante le suppliche della sua Andromaca. Un uomo come tanti che, costretto dalle circostanze, usa tutta la sua ostinazione per far andare bene le cose nel verso giusto e a sovrastare gli altri. Diventa l’eroe buono che grazie alla sua integrità morale riporta tutti a casa. Ma la vera protagonista della pellicola è la democrazia, la sua funzione sociale e i suoi valori fondamentali, che la portano ad essere vincente su qualsiasi altro regime. Spielberg usa il cinema civile per ribadire il suo amore profondo per l’America e per tutto quello che di positivo rappresenta e lo fa un grande rigore narrativo. Fantastica la ricostruzione d’ambiente, con le immagini di una Berlino fredda, divisa e caotica,  devastata dal cambiamento in corso.

Clara Martinelli

Cinema: “Carol” di Todd Haynes, uno sguardo sulla diversità

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Candidato agli Oscar per le nomination come miglior attrice protagonista, miglior attrice non protagonista, sceneggiatura non originale, colonna sonora, fotografia e costumi “Carol” di Todd Haynes è un’opera di rara perfezione estetica e narrativa. Tratto dall’omonimo romanzo del 1952 di Patricia Highsmith, intitolato “The price of salt”, che l’autrice pubblicò sotto lo pseudonimo di Claire Morgan, il film  del libro originale ha mantienuto la profondità interiore dei personaggi e lo spirito dell’epoca. Ambientato nella New York degli anni Cinquanta, Haynes si occupa di nuovo di omosessualità come aveva già fatto in “Lontano dal paradiso”, parlando di quella maschile. Qui, invece, racconta di un amore tra due donne, quasi a volere un effetto speculare. Therese Belivet (Rooney Mara), aspirante fotografa, è una ragazza di diciannove anni impiegata in un grande magazzino di Manhattan. E’ fidanzata con Richard che vuole sposarla e il suo amico Dannie è innamorato di lei. Un giorno, nel negozio entra Carol Aird (Cate Blanchett), una signora biondissima, molto elegante, dal magnetico sguardo azzurro, che vuole comprare un regalo di Natale per la sua bambina. Entrambe le donne restano colpite l’una dall’altra e scatta un’intesa. Carol sceglie un trenino elettrico per la figlia e chiede che le sia consegnato a casa, lasciando numero di telefono e indirizzo. Nell’andarsene dimentica un guanto sul bancone e Therese decide di restituirglielo di persona. Le telefona e Carol le dà appuntamento in un caffé. Comincia così la loro amicizia, che si trasforma in attrazione e poi in amore. Ed è proprio questo raccontare il nascere e l’approfondirsi del sentimento, la sensualità, la tenerezza e le attenzioni che si dedicano le due donne ad essere uno degli aspetti più affascinanti del film. Carol, tra l’altro, vive una situazione complicata, perché si sta separando dal marito Harge (Kyle Chandler), un ricco banchiere, che si oppone al divorzio ricattandola sull’affidamento della figlia. E’ a conoscenza dell’omosessualità della moglie, non l’accetta e ostacolerà in tutti i modi il rapporto sentimentale con Therese.

carol foto.jpgSiamo nell’America degli anni ’50, piena pregiudizi morali e di status, che mai avrebbe permesso ad un amore lesbico di esprimersi liberamente. E’ l’America della Guerra Fredda e della cultura domestica delle casalinghe con i volti sempre sorridenti, i golfini color pastello, le gonne a ruota e i nuovi elettrodomestici. Felici in apparenza, disperate e depresse interiormente. Un rapporto impossibile, quello tra Carol e Therese, che riescono a prendersi lo spazio di un viaggio, quello verso Ovest che decidono di compiere prima di essere sbattute davanti alla cruda realtà. Un viaggio che ricorda, con toni e cause diverse ovviamente, quello che avrebbero fatto anni dopo le loro figlie “Thelma e Louise”, in fuga dalla società castrante degli uomini. In “Carol” si coglie la bellezza artificiale del regista Douglas Sirk, il re dei melodrammi che portò sul grande schermo capolavori del genere come “Magnifica ossessione” e “Lo specchio della vita”. Cate Blanchett appare come le dive irraggiungibili di quel periodo con le sue pellicce, gli abiti eleganti, lo smalto e il rossetto rosso, i capelli biondissimi, la sigaretta sempre accesa e i liquori a portata di mano e di bicchiere (elementi comuni a “Mad Men”, la serie televisiva di successo che ha riportato in auge gli anni Cinquanta). Rooney Mara con i suoi occhi grandi e sgranati e i capelli corti ricorda molto Audrey Hepburn, ne simula bene l’ingenuità e la freschezza, ma anche la determinazione sotto un’apparente fragilità da cerbiatta. L’epoca non permetteva alle sue donne gesti eclatanti e, pur celando grosse emozioni, erano costrette a contenerle sotto una rigida etichetta. Cate Blanchette, ormai riconosciuta come una delle migliori attrici al mondo (e in questo film ne è un ulteriore prova), e Rooney Mara, bravissima nel suo ruolo (si è già aggiudicata il premio come miglior attrice non protagonista all’ultimo Festival di Cannes, dove il film è stato presentato), lo sanno bene e si muovono sullo schermo con movimenti curati ed essenziali. Ben studiato è anche tutto quello che le circonda: l’arredamento, i negozi, i locali, niente è lasciato al caso. Come anche il corso del racconto misurato, ma potente, rigoroso nell’espressione dei sentimenti e degli stati d’animo di chi sta cercando una strada individuale in una società che incasella tutti in ruoli determinati. Tutto è glamour, raffinato nell’alta società della East Coast, quella di Carol, e Therese, ragazza di umili origini, lo sa, rimanendo sempre un passo indietro nella coppia. Phyllis Nagy, regista e autrice di cinema e teatro, ha scritto la sceneggiatura del film, la colonna sonora originale è di Carter Burwell, e si affianca a brani di repertorio dell’epoca, che spesso prendono parte al racconto nella forma di radio e giradischi in funzione. I costumi sono di Sandy Powell e la fotografia di Ed Lachman. “Carol” tecnicamente è un film eccellente, di grande impatto e di incredibile coerenza formale. Difficile non restare coinvolti dal lusso, dal fascino di quegli anni e dal mondo interiore dei personaggi, ricco di ombre e sfumature. Parlando di sfumature non si può fare a meno di pensare alla varietà dei colori che compongono la pellicola. La scenografa Judy Becker ha dichiarato di avere scelto delle tonalità che venivano usate all’inizio degli anni Cinquanta soprattutto negli interni: i verdi acidi, i gialli e i rosa cipria. Colori leggermente sporchi che danno allo spettatore l’idea delle città nel dopoguerra.

Clara Martinelli

Cinema: “The Hateful Eight”. Un film di Quentin Tarantino

Quentin TarantinoThe Hateful Eight è un film tirannico. Sì, lo è. Non certo inteso come messa in atto di un dispotismo violento ma, al contrario, come celebrazione di una straordinaria egemonia della visione. Il numero 8, qui cifra fondante, secondo la numerologia è, infatti, il lato oscuro del sovrano, il profilo-ombra di una potenza creatrice che giunge al parossismo. Non ci cimenteremo certo in analisi esoteriche ma questo significato, anche provocatoriamente, ben si adatta alla personalità di un regista che, mistiche coincidenze a parte, non lascia mai nulla al caso.

All’acme della sua arte il regista/tiranno, nel suo ottavo film, amplia ancor di più il suo sguardo e ci catapulta dentro. Il suo “dispotismo” creativo fa di lui, nell’accezione positivamente simbolica della tirannide, un demiurgo che plasma, forma, e financo forgia, la storia, gli eventi, i personaggi… Mai come in questo film il cinema – e soprattutto la passione e la conoscenza di esso – la fa da padrone. Gli omaggi, le citazioni o i rimandi, ai quali lo stile tarantiniano ci ha da sempre abituati, qui diventano un unicum di enorme portata, in particolar modo visiva.

Girato in 70mm con lenti anamorfiche, invece delle consuete sferiche, il film (per chi avrà il privilegio di vederlo integralmente e con i requisiti voluti dal regista), grazie al formato e alla pellicola che ne rappresentano l’endemica straordinarietà, realizza un impianto visuale di prodigiosa brillantezza, in cui la stabilità e la nitidezza delle immagini permettono di coinvolgere/avvolgere lo spettatore. The Hateful Eight diventa pertanto una vera e propria esperienza della visione, in cui la settima arte viene celebrata seguendo un preciso rituale di allusioni a film, persone e personaggi che albergano nella vastissima pinacoteca mentale del regista del Tennessee.

Il caso, dicevamo. Non è certo ad esso che si possono attribuire certe corrispondenze nominali come quella di Marquis Warren (Samuel L. Jackson), che rimanda al regista e produttore di film e serie tv western tra le più longeve come Gunsmoke (1955/1975) o di Daisy Domergue (Jennifer Jason Leigh) che allude alla Faith con lo stesso cognome, attrice che vestì a lungo i panni di fanciulla del West anche nel celeberrimo telefilm Bonanza negli episodi degli anni Sessanta o, ancora, di Mannix (Walton Goggins) che ammicca ad un’altra serie televisiva, stavolta polizesca, andata in onda in Usa dal 1967 al 1975. Molti elementi di questo film, allora, sembrano far parte di un più vasto piano sia visivo, sia narrativo. La storia stessa, le cui suggestioni suscitano nella memoria il brivido anni Ottanta del pericolo sconosciuto de La cosa di John Carpenter, tesse una trama dove nell’ordito si intrecciano elementi che seguono il filo rosso (sangue) della bugia.

Quentin Tarantino

Gli odiosi otto sono davvero chi dicono di essere? Sette uomini e una donna, costretti dalla bufera a trovare riparo in un emporio sperduto tra le montagne innevate del Wyoming, non sono che tasselli di un puzzle di menzogne intrappolati nel più classico dei gialli “della camera chiusa”. Classico, si fa per dire perché Tarantino (ri)crea atmosfere a noi familiari per poi alterarle a suo piacimento. In perfetta contrapposizione con la gelida temperatura esterna che quasi arriviamo a percepire, l’interno dell’emporio di Minnie – vero e proprio teatro dell’azione – sembra ardere progressivamente dal fuoco del sospetto, dal dubbio infido fino all’esplosione dell’odio e – impressionante ossimoro – questo “ghiaccio bollente” si posa ovunque surriscaldando gli eventi per raggelarli, infine, in una violenza che morde il freno nella prima parte e poi si esprime – con un impeto sanguinario e pressoché liberatorio – nella seconda.

In tre ore e otto minuti Quentin Tarantino, infatti, dosa i suoi migliori ingredienti filmici seguendo una struttura – spaziale e temporale – che possiede un fascino fuori dal comune, insieme sinfonico e drammaturgico. L’overture, sulle note poderose di Ennio Morricone, sembra alzare il sipario (rosso) sulla scena che ci accompagnerà – letteralmente – fino all’emporio di Minnie. All’interno della diligenza, nella quale via, via, si accomoderanno i primi quattro personaggi, si darà inizio ad una diatriba la cui verbosità, non proprio incruenta, condurrà al cuore (nero) dell’azione.

Quentin TarantinoTarantino affida alla parola il compito di scandire il ritmo, incalzante e sovente oppressivo, di un lungo prologo al dramma che verrà ed è qui che, da autore/tiranno, ci porterà non di fronte al proscenio ma dentro di esso, a contatto quasi fisico con i suoi (strepitosi) personaggi, costringendoci ad una prossimità diegetica che indirizza il nostro sguardo dove lui vuole condurlo. Dopo un lungo intervallo di 12 minuti, infatti, il regista ci fa abbandonare quasi completamente lo spazio esterno per rinchiuderci, con i suoi otto, in un ambiente in cui, pur nella nitidezza dell’ immagine e nell’eccezionale profondità di campo, riesce a far emergere la sagoma incerta e inquietante dell’ambiguità che, come un insinuante mostro bifronte, gode nel gioco dell’inganno buttando giù un personaggio dopo l’altro in un sanguinario effetto-domino.

Inoltre in The Hateful Eight Tarantino c’è. Non solo nell’eco della voce off ma in ogni singolo frame. Egli guarda ciò che guardiamo e fa anche di più: “sa” cosa stiamo guardando ed è su questo rapporto impari (di tirannide visuale, appunto) che il regista esprime la formidabile essenza visivo/narrativa che si declina in trovate, svelamenti e sorprese mai utilizzati come meri, o ancor peggio scaltri, escamotage del racconto ma come punti focali di esso.

L’ironia, il grottesco, il sangue, gli attori-feticcio… Tutto l’universo tarantiniano si mostra nella limpidezza dell’Ultra Panavision e, più che mai, il film si fa lavoro composito da esperire da (e “in”) un più ampio orizzonte percettivo.

Se l’8 è il numero del tiranno, il 9 (guarda caso) è del liberatore. Ma questa, probabilmente, sarà un’altra storia…

© CultFrame 02/2016

TRAMA
Qualche anno dopo la Guerra di Secessione il cacciatore di taglie John Ruth, detto “il Boia”, sta viaggiando in diligenza, attraverso le nevi del Wyoming, con Daisy Domergue una criminale che dovrà essere impiccata a Red Rock. Lungo la strada incontrano il maggiore Marquis Warren, un ex soldato di colore dell’Unione diventato spietato bounty killer e Chris Mannix, rinnegato sudista che si presenta come nuovo sceriffo della città. La bufera di neve imperversa sempre più violenta e costringe i quattro a trovare riparo nell’emporio di Minnie, una stazione di posta tra le montagne. All’interno, però, non troveranno i proprietari ma quattro sconosciuti: Bob, che sostiene di occuparsi del locale mentre i padroni sono in visita alla madre di Minnie; Oswaldo Mobray, il boia di Red Rock; il mandriano Joe Cage e l’anziano generale confederato Sanford Smithers. Gli otto personaggi capiranno ben presto che raggiungere Red Rock non sarà così semplice e per farlo dovranno prima uscire vivi da quel posto.

Eleonora Saracino

Link: http://www.cultframe.com/2016/02/the-hateful-eight-film-quentin-tarantino/

Cinema: “The Eichmann Show”, il processo del secolo

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Per la Giornata della Memoria, è uscito nelle sale italiane il film “The Eichmann Show”, diretto da Paul Andrew Williams e scritto da Simon Block. La pellicola racconta del cosiddetto “processo del secolo” fatto nei confronti del criminale nazista Adolf Eichmann. Responsabile del traffico ferroviario che trasportava gli ebrei nei campi di concentramento e catturato dal Mossad in Argentina l’11 maggio 1960, l’SS è stato processato a  Gerusalemme nel 1961. Intuendo la portata eccezionale di un tale evento, il geniale produttore televisivo Milton Fruchtman (Martin Freeman) decise di riprenderlo per mandarlo in onda su scala mondiale. Per dirigerlo assunse il regista Leo Hurwitz (Anthony LaPaglia), un cineasta molto bravo finito nella lista nera del maccartismo, che accettò all’istante. Per la prima volta nella storia un processo sarebbe stato trasmesso in TV e per la prima volta il mondo intero avrebbe ascoltato direttamente dai sopravvissuti le scioccanti testimonianze sui campi di concentramento. Il risultato fu che l’80% della popolazione tedesca guardò almeno un’ora del programma ogni settimana,  il quale venne anche trasmesso su tutte le reti in USA e Gran Bretagna. Alla fine furono 37 i paesi che decisero di mandarlo in onda, diventando il primo evento globale televisivo. E fu così che, dopo 16 anni dalla fine della guerra, si cominciò a parlare apertamente dell’Olocausto, rendendo giustizia alle vittime. Gli israeliani avevano fino a quel momento preso le distanze dai racconti fatti dai sopravvissuti, ritenendo impossibile che fosse accaduto loro ciò che narravano, perché c’era troppa crudeltà in quel che dicevano. “The Eichmann Show” parla  della straordinaria storia del team di produzione che dovette superare ostacoli di ogni tipo per poter catturare la testimonianza di uno dei più noti criminali nazisti. Il film mostra cosa successe nel backstage, le difficoltà che si dovette affrontare per realizzare l’evento, a cominciare dal superare la paura delle minacce ricevute dal produttore stesso da parte di un nostalgico del nazismo per convincerlo ad abbandonare l’impresa, per finire con i problemi puramente tecnici. Ad esempio, inizialmente i giudici israeliani erano contrari a trasmettere il processo in televisione, perché pensavano che le macchine da presa, grandi e ingombranti, avrebbero potuto essere d’intralcio nelle udienze. Allora, Leo Hurwitz e Milton Fruchton fecero costruire delle nicchie al di là dei muri, fuori dall’aula, dove situare le macchine e poter riprendere tutto senza dare alcun disturbo. Le videocamere, d’altro canto, hanno un ruolo essenziale in “The Eichmann Show”, perché è attraverso di loro che  il regista può  seguire con attenzione le reazioni del criminale, il quale resterà impertubabile per tutto il processo.

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Per Hurwitz, ebreo americano, scoprire il lato umano di Eichmann diventerà il “chiodo fisso” su cui concentrarsi durante le riprese. Pensa che sarà impossibile per il “mostro” non provare pentimento davanti alle orrende testimonianze e ai terribili filmati sui campi di concentramento. Tale narrazione si dipana nella seconda parte del film che diventa emozionante e coinvolgente ancor di più della prima. Il regista si fa indagatore dell’anima nera che ha davanti e non si capacita che Eichmann non mostri mai neanche una scintilla di umanità. Ma il criminale non cede neppure davanti alle immagini e alle parole più devastanti e continua a ripetere: “Non rivelerò mai i miei sentimenti più profondi”. Utilizzando abilmente le reali riprese del processo, dove si vede un Eichmann impassibile e le testimonianze dei sopravissuti, Paul Andrew Williams coinvolge lo spettatore in un processo complesso tra verità e finzione.

Clara Martinelli

 

Cinema: il “Macbeth” spettacolare di Justin Kurzel

Macbeth CopertinaUscito nelle sale italiane il 5 gennaio, “Macbeth” è un film  diretto da Justin Kurzel,che ha Michael Fassbender e Marion Cotillard come protagonisti. La pellicola è l’adattamento cinematografico della tragedia di William Shakespeare. Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, il film ha suscitato molte polemiche, perché si tratta di una versione molto diversa da quelle viste finora sul grande schermo. La trama è quella che tutti conosciamo. Il valoroso Macbeth, barone di Glamis, fedele generale dell’esercito del re Duncan di Scozia, ha sconfitto e ucciso il traditore Macdonwald a capo delle forze ribelli in una cruenta battaglia. Mentre cammina per la brughiera con il suo compagno Banquo, Macbeth incontra tre streghe, le quali gli predicono che lui diventerà signore di Cawdor e re di Scozia, mentre il suo amico sarà il capostipite di una dinastia di re. Profondamente scossi da quelle parole, ma senza dar loro troppa importanza, i due uomini ritornano sul campo di battaglia. Appena arrivati, Angus e Ross, due nobili scozzesi, portano a Macbeth i ringraziamenti del re per il coraggio dimostrato e gli comunicano che il sovrano gli ha assegnato il titolo di barone di Cawdor: colui che aveva prima tale titolo è stato giustiziato con l’accusa di alto tradimento.  La profezia comincia ad avverarsi. Macbeth, quindi, va a ringraziare il re Duncan, che gli dice di voler recarsi nel suo castello a Inverness per festeggiare la vittoria con lui. Nel frattempo, Lady Macbeth riceve una lettera dal marito con la quale la mette al corrente dell’incredibile profezia. La donna, ancora in lutto per la perdita del loro unico figlio, depressa per le continue assenze del marito, comincia ad escogitare un piano per uccidere il re e assicurare così il trono al consorte. Ma quello di Duncan non sarà l’unico delitto commesso da Mcbeth che, incoraggiato dalla moglie e divorato da una folle ambizione, darà luogo ad una vera e propria carneficina.

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Kurzel (alla sua seconda regia dopo “Snowtown”), per il suo “Macbeth”, ha puntato molto sulla spettacolarità delle scene di battaglia e sui delitti che la perfida coppia compie per raggiungere e poi perdere il potere.  Michael Fassbender è perfetto nel suo ruolo e dimostra ancor di più di essere un attore di statura strordinaria: il film, infatti, regge quasi completamente sulla sua figura. Poco spazio viene lasciato a Lady Macbeth, interpretata dall’esile, ma intensa Marillon Cotillard. Ottima la scelta del regista che ha utilizzato come testo quello originale in inglese arcaico (sceneggiato da Jacob Koskoff, Michael Lesslie e Tod Louiso), lasciando così intatta la potenza della tragedia più breve di Shakespeare. Una Scozia dal fascino primordiale e nebbioso si contrappone  agli interni monumentali dei palazzi che  invadono la scena, come anche la musica di sottofondo. I ralenti delle scene di battaglia servono a mandare avanti il personaggio principale della storia, Macbeth, come se volesse estraniarsi dalla situazione, e, allo stesso tempo, ricordare allo spettatore la sua importanza all’interno della storia.  Ma Justin Kurzel ha voluto portare sullo schermo una storia che potesse avvicinare i giovani a Shakespeare e Michael Fassbender ha dichiarato lui stesso che la sua versione del Macbeth e ai danni che provoca la brama di potere, era rivolta soprattutto ai ragazzi. La spettacolarità del film è così spiegata. Un’operazione riuscita così bene che il regista e l’attore hanno deciso di girare insieme “Assassin’s Creed”, adattamento cinematografico della famosa serie di videogiochi.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Il Piccolo Principe” di Mark Osborne, un classico rivisitato che piace a tutti

Ha superato ogni aspettativa ed è stato uno dei film più visti durante le vacanze di Natale . “Il Piccolo Principe” (Le Petit Prince),  film d’animazione  diretto da Mark Osborne, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2015 e uscito nelle sale italiane il 1 gennaio, è l’adattamento cinematografico del celebre romanzo omonimo scritto da Antoine de Saint- Exupéry  nel 1943. E proprio di un adattamento si tratta, perché la storia  gioca su due piani narrativi intrecciati tra loro: quello dell’aviatore che incontrò nel deserto il Piccolo Principe e l’altro dove si racconta di Prodigy, una bambina di dieci anni che, per iscriversi alla scuola che piace a sua madre, si trasferisce con lei in un nuovo quartiere. Il passato e il presente si uniscono e inventano il futuro. Prodigy è costretta dalla mamma, donna in carriera,  a studiare tutta l’estate secondo un planning molto duro ed articolato, lasciandola sola nella casa che hanno appena comprato. Deve prepararsi bene per essere ammessa ai corsi della prestigiosa Accademia Werth e non può concedersi pause. Ma Prodigy è pur sempre una bambina, intelligente e curiosa, e non riesce a reprimere il desiderio di capire cosa succede nel giardino vicino al suo, occupato da una villa vecchio stile piuttosto malandata. L’unico abitante è un anziano strampalato, il quale dice di essere un aviatore che, da giovane, durante un atterraggio d’emergenza con il suo aereo in pieno deserto africano, ha incontrato un ragazzino chiamato il Piccolo Principe. Così Prodigy, attraverso i disegni e le pagine strappate di un libro, viene a conoscenza della strana storia che vide protagonisti l’uomo e il bambino venuto da un altro pianeta, restandone affascinata. Contemporaneamente, il suo legame con l’aviatore si fa sempre più forte e quando la madre scopre che la figlia non studia per stare con lui, le vieta di vederlo. Ma Prodigy non rinuncia al suo amico che si trova in ospedale per un brutto incidente e va alla ricerca del Piccolo Principe per finire il racconto. E così comincerà una nuova avventura, completamente inventata da Osborne e i suoi sceneggiatori Irene Brignull e Bob Persichetti. Non era facile portare sul grande schermo il romanzo di Saint-Exupéry, un libro che tutti conoscono molto bene. Osborne, già regista di “Kung Fu Panda”, ha avuto la capacità di conservare la poeticità della storia, inserendola nelle parti di nuova invenzione.  L’animazione,  realistica e tridimensionale quando deve rappresentare il mondo reale, quello degli adulti,  resta fedele ai disegni originali del libro per entrare nell’universo del fantastico. La bambina, adultizzata da una mamma-tigre che alla fine cambierà idea, passa da una parte all’altra con estrema disinvoltura, dimostrando che i due mondi possono convivere, dando spazio al “fanciullino” che è in ognuno di noi. “Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di esse se ne ricordano)” sembra essere il manifesto di tutto il film. Ma che lascia agli adulti il compito di capire il messaggio esoterico che Saint-Exupery volle dare scrivendo:
“Ed ecco il mio segreto.
E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi”

Clara Martinelli

 

 

Cinema da non perdere: “Dio esiste e vive a Bruxelles” di Jaco Van Dormael

 

immagine-nuovo-testamento-e1448487623803«Dio esiste e vive a Bruxelles. Appartamento tre camere con cucina e lavanderia, senza una porta di entrata e di uscita. Si è parlato molto di suo figlio, ma poco di sua figlia… sua figlia sono io». Chi parla è Ea (la promettente Pili Groyne), una bambina di dieci anni, che ha un padre veramente fuori della norma,  anzi, lui è il Padre per eccellenza: il Padre Eterno. Ma Dio (interpretato da Benoit Poelvoorde) non è come comunemente lo immaginiamo misericordioso e benevolo. Tutt’altro: è odioso e antipatico e passa le giornate davanti al computer, abbrutito in vestaglia e pantofole, a rendere miserabile l’esistenza degli uomini.  E’ collerico e violento anche con la figlia e la moglie (Yolande Moreau), ridotta all’obbedienza più assoluta, nonostante sia anche lei una Dea. Dopo l’ennesimo litigio con il Padre, Ea scende tra gli uomini per scrivere un nuovo Nuovo Testamento, che dia la possibilità alle persone di cercare la felicità. Ma, prima di andarsene, usa il computer di Dio,  inviando a ciascun essere umano un sms con la data della propria morte, creando scompiglio e incertezza tra gli abitanti della terra. Grazie ad un passaggio che dall’oblò della lavatrice la porterà direttamente tra la gente, Ea vagherà per Bruxelles alla ricerca dei sei nuovi apostoli, da aggiungere ai dodici già esistenti, per arrivare al numero di una squadra di baseball, sport preferito da sua madre e da suo fratello Gesù, che la bimba chiama JC. Il Padre la inseguirà in una rocambolesca caduta sulla terra, lasciando campo libero alla moglie che “rifiorirà” letteralmente, dando vita ad una sorta di religione della Grande Madre, dove tutto il mondo vive in armonia. dio-esiste-e-vive-a-bruxelles-deneuve-van-dormael
Candidato all’Oscar per il Belgio come miglior film straniero, “Dio esiste e vive a Bruxelles” di Jaco Van Dormael è diventato l’esordio dell’anno tra le uscite d’essai della stagione, grazie all’entusiasmo che il pubblico italiano gli ha dimostrato con un fortissimo passaparola.  Jaco Van Dormel fa di questa pellicola  un inno al matriarcato (il regista nella stesura della sceneggiatura, scritta con Thomas Gunzig, ha analizzato i testi apocrifi e il ruolo delle donne che in essi è rilevante), con situazioni surreali che si tingono di rosa, come la ricca  e annoiata Martine (un’ironica Catherine Deneuve) che, trascurata dal marito, si invaghisce di un gorilla rinchiuso in uno zoo, che la ricambia con passione. O ancora un aspirante serial killer, stanco di un finto matrimonio, s’innamora di una ragazza molto bella, alla quale manca un braccio. Un bambino, massacrato dalle ossessioni della madre,  vuole diventare femminuccia e va a scuola con un vestito rosso. Un frequentatore di nightclub, fissato con il sesso ma ancora vergine, troverà finalmente la donna giusta. Un impiegato lascia il suo lavoro per inseguire gli sciami degli uccelli migratori, trovando la sua vera personalità. Tutti, conoscendo il giorno e l’ora della propria morte, si sentono in dovere di fare qualcosa per loro stessi, inseguendo i sogni e le passioni, assecondando la propria natura autentica. Ea li recluterà per essere i nuovi apostoli e ognuna delle loro esperienze sarà scritta nel suo Nuovo Testamento. “Dio esiste e vive a Bruxelles” unisce  il grottesco ad immagini d’immensa poesia, scandite dalla musica di sottofondo, utilizzata per restituire l’interiorità dei personaggi.

 

Clara Martinelli

Cinema da non perdere: “45 anni” di Andrew Haigh

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“45 anni”  è un film  scritto e diretto da Andrew Haigh. Gli attori protagonisti Charlotte Rampling  e Tom Courtnay hanno vinto l’Orso d’Argento per la migliore interpretazione femminile e maschile all’ ultimo Festival di Berlino. I coniugi Kate e Geoff Mercer conducono una vita tranquilla nella campagna inglese e si preparano a festeggiare 45 anni di matrimonio con una grande festa. A pochi giorni dall’evento però, qualcosa arriva a turbare le loro esistenze. Una lettera, destinata al signor Mercer, lo informa che il corpo della sua prima fidanzata, morta in un incidente di montagna in Svizzera oltre cinquant’anni fa, è stato ritrovato perfettamente conservato in un ghiacciaio. Inesorabilmente la notizia sconvolge Geoff e Kate e  i loro equilibri di coppia. L’uomo cerca di nascondere il proprio turbamento, ma Kate, che non sapeva nulla della precedente relazione del marito, comincia a scavare nel passato venendo così a conoscenza di un inquietante segreto. “45 anni” mostra come un matrimonio che non ha mai subito un arresto possa, ad un certo punto, incrinarsi per cose mai dette. C’è tanto da indagare sul passato di Geoff, ma Kate si accorge che c’è tanto da capire anche di se stessa e di come abbia potuto chiudere gli occhi davanti alla realtà. Il velo le si squarcia pian piano, mettendo una dietro l’altra le informazioni che ottiene da sola e che il marito sarà poi costretto a confermare. L’amore che, pensava granitico, rivela più di una falla e lei si rende conto di essere stata una seconda scelta sentimentale per quell’uomo sposato quarantacinque anni prima. Un’opera emozionante e coinvolgente, strutturata su una sceneggiatura che pare ricalcare perfettamente il tranquillo quotidiano, intimo e domestico, di una misurata coppia inglese. I personaggi agiscono in maniera fredda e controllata, quasi fino alla fine del film quando Kate si lascia andare ad un pianto disperato, liberatorio e consapevole. E’ lo stesso Haigh ad ammettere che l’idea del film, tratto dal racconto “In Another Country” di David Constantine, gli è venuta perché c’era qualcosa di struggente in una relazione che inizia a vacillare proprio quando si avvicina all’ultimo ostacolo prima del traguardo.

Clara Martinelli

 

 

Cinema da non perdere: “Dheepan” di Jacques Audiard

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Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, “Dheepan” di Jacques Audiard si troverà ancora per poco nelle sale italiane, ma è assolutamente da non perdere. Il protagonista, il Dheepan del titolo, è un ex combattente delle Tigri Tamil (Jesuthasan Anthonythasan, ex bambino soldato fuggito dallo Sri Lanka e diventato scrittore) che per fuggire dalla guerra civile dello Sri Lanka e chiedere asilo politico in Francia, forma una finta famiglia con una giovane donna, Yalini, e una bambina di nove anni, Illayaal. I tre si trasferiscono nella banlieu parigina, violenta e malfamata, e trovano rifugio in un agglomerato, dove Dheepan lavora come guardiano tuttofare. Yalini fa la badante ad un anziano, mentre la bambina frequenta una scuola e, superate le difficoltà iniziali, si inserisce molto bene. In questa normalità illusoria, quasi si convincono di essere una vera famiglia. Una routine rotta però dai traffici delle bande criminali del posto e le loro regole. Quando verranno coinvolti in una brutale esplosione di violenza, i fantasmi del passato torneranno a tormentare Dheepan e occorrerà prendere una decisione, se rimanere insieme o separarsi.
Jacques Audiard, regista de “Il profeta” e “Un sapore di ruggine e ossa”, con “Dheepan” rende un omaggio all’amore e alla possibilità delle persone che hanno subito grossi traumi di rifarsi una vita. I protagonisti del film all’inizio fanno addirittura fatica a parlare tra di loro e non per questione d’idioma, che è lo stesso, ma perché non si conoscono. Sono degli estranei l’uno per l’altro, i quali si ritrovano a vivere in un mondo nuovo, che si accorgono essere non tanto diverso da quello che hanno lasciato. Audiard mira a raggiungere lo spettatore, coinvolgendolo emotivamente e a partecipare attivamente alle vicende dei personaggi, attraversando con loro l’inferno della violenza e le rispettive trasformazioni: quella esteriore che ha a che fare con l’emigrazione e l’integrazione sociale, l’altra quella intima, domestica e interiore. Il regista affida ai gesti, agli sguardi, ai silenzi dei personaggi lo snodarsi della storia con asciuttezza e un certo sotto tono che rendono il film un esempio di linguaggio e di stile cinematografico.

Clara Martinelli

“Lea” di Marco Tullio Giordana, questa sera in onda su Raiuno alle 21,20

lea2_jpg_1003x0_crop_q85Da non perdere, questa sera,  “Lea” di Marco Tullio Giordana, in onda su Rai uno alle 21,20.  Il film, che ha aperto il Roma Fiction Fest da poco concluso, racconta della storia esemplare di Lea Garofalo, la calabrese che ha lottato strenuamente contro le regole della ‘ndrangheta.  Cresciuta in una famiglia criminale (lei e il fratello erano ancora bambini quando il padre viene ucciso sulle scale di casa) a Petilla Policastro, in provincia di Crotone, compie il grosso errore di innamorarsi di Carlo Cosco, un delinquente, con il quale ha una figlia, Denise. I due non si sposeranno mai, perché Lea, ragazza moderna, ritiene che non sia necessario. Si trasferisce con lui a Milano, dove Carlo gestisce un traffico di spaccio e usura, davanti agli occhi della compagna e della figlia. Lea però non è come lui e la sua famiglia d’origine, vuole una vita diversa per lei e la figlia. Non un’esistenza fatta di violenza, menzogna e paura, ma una normalità che le permetta di crescere bene Denise. E’ il 2002 quando decide di diventare collaboratrice di giustizia, lasciando Carlo Cosco e rivelandone i traffici. Viene sottoposta con sua figlia ad un programma di protezione che, passati alcuni, decade per motivi burocratici. Lea, rimasta senza soldi, senza casa e senza una tutela, è costretta a vivere con la madre a Petilla Policastro e a chiedere aiuto a Carlo per il mantenimento della figlia. Denise, ormai adolescente, vorrebbe andare all’università per studiare giurisprudenza e ha bisogno che il padre la sostenga economicamente. Salgono a Milano e  Lea, allontanata dalla figlia con un tranello, viene rapita e uccisa. Ma Carlo ha fatto male i suoi conti. Fa credere alla ragazza che la mamma l’ha abbandonata, ma Denise che ha un legame fortissimo con Lea, sa che non è vero e che lui l’ha ammazzata. La sua volontà di giustizia permetterà d’individuare processare tutti i responsabili dell’omicidio della madre, costituendosi parte civile contro suo padre. Con un linguaggio realistico, asciutto e diretto, Marco Tullio Giordana ha diretto una grande storia di denuncia e impegno, rendendo omaggio a una donna semplice diventata un modello civile di coraggio. Scritta insieme a Monica Zapelli, con la quale aveva già affrontato questo tema  ne “I cento passi”, basato sulla vicenda di Peppino Impastato, la narrazione non cade mai nel sentimentalismo e nella retorica. Costruito per la televisione con la stessa cura usata per il cinema, il regista ha dovuto narrare un periodo cronologico piuttosto lungo e ricco di eventi. In soli 95 minuti, il racconto di Lea, interpretata dalla brava e intensa Vanessa Scalera, e di Denise, che ha il volto di Linda Caridi, con la sua carica emotiva è capace di coinvolgere lo spettatore fino al midollo.

Clara Martinelli

Cinema: “Much Loved” di Nabil Ayouch, film scandalo vietato dalle autorità marocchine

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Già applaudito al Festival di Cannes e al Toronto International Film,  “Much Loved”, scritto e diretto dal regista franco-marocchino Nabil Ayouch, è assolutamente da non perdere. Il titolo, che tradotto significa “Troppo amate”, è ovviamente ironico perché narra le storie di quattro prostitute di Marrakesh che amate non lo sono affatto. Durante la notte, Randa, Noha, Soukaina e Hlima, insieme ad altre colleghe, offrono il loro corpo a chiunque ne faccia richiesta per mantenere se stesse e le proprie famiglie d’origine.  Preferiscono vendersi, per convenienza, soprattutto ai ricchi arabi che le trattano però come oggetti, forse anche peggio degli altri clienti, umiliandole. Le quattro amiche si fanno coraggio per superare insieme le difficoltà, un aiuto reciproco che rivela una grande forza d’animo e che fa emergere l’allegria e la spensieratezza in un mondo spietato. Un universo che Nabil Ayouch descrive senza mezzi termini, con un linguaggio crudo e immagini realistiche: feste orgiastiche, giri nei locali notturni, incontri “obbligati” con la polizia corrotta sono un vero pugno nello stomaco. In realtà è vero che queste donne vivono nel disprezzo generale (anche da parte delle famiglie stesse che aiutano a non vivere nella miseria), ma godono di una libertà che le altre nel loro paese non hanno.  “Per girare il film ho intervistato più di duecento donne marocchine che lavorano nel mercato del sesso e ho scoperto che sono donne indipendenti e combattive”, ha spiegato il regista che ha sfidato la censura per realizzare  “Much loved”. Ritenuto offensivo per i valori morali del paese, il film non uscirà nelle sale  del Marocco perché le autorità lo hanno censurato senza neanche vederlo. Il regista e le attrici sono costretti a vivere sotto scorta, perché hanno ricevuto minacce di morte. La comunità cinematografica internazionale ha lanciato un appello di solidarietà nei loro confronti.  In Italia, il film è distribuito da Cinema, la nuova etichetta di Valerio De Paolis dedicata al cinema d’autore, che ha già portato nelle sale italiane Taxi Teheran di Jafar Panahi.

 

Cinema da non perdere: “Taxi Teheran” di Jafar Panahi

cinema-taxi-teheran-08 Ideato e diretto dal cineasta iraniano Jafar Panahi “Taxi Teheran”, per chi non lo avesse ancora visto, è un film da non perdere. Girato e interpretato dal regista stesso con una telecamera piazzata sul cruscotto di un taxi, Panahi percorre le strade di Teheran, in compagnia di passeggeri che si confidano con lui. Un ladro, un venditore abusivo di dvd, una donna che deve accompagnare il marito appena investito in ospedale, un’avvocatessa che deve difendere i diritti di una donna arrestata, tutti si fanno testimoni di quello che succede nell’Iraq di oggi, pressato dal regime. All’apparenza gli incontri, i discorsi sembrano casuali,  ma non lo sono. L’intero film segue un copione studiato a tavolino, realizzato con coraggio dal cineasta che dal 2010 gli è stato imposto il divieto di non girare. “Taxi Teheran” ha vinto  l’Orso d’Oro  all’ultimo Festival di Berlino, ma il regista, costretto agli arresti domiciliari, per ritirare il premio ha dovuto mandare alcuni membri della sua famiglia. Il Ministero della Cultura e dell’Orientamento Islamica convalida i titoli di testa e di coda dei film che ritiene divulgabili. “Con mio grande rammarico, questo film non li ha”, riferisce Panahi.  Un regolamento molto severo, infatti, gestisce la distribuzione cinematografica e proibisce la diffusione di pellicole che, secondo la legge islamica,  offendono il principio del monoteismo, incoraggiano l’immoralità e le influenze culturali contrarie alle politiche del governo,  mostrano scene di violenza e di prostituzione. “Taxi Teheran” diventa, quindi, un grido di protesta di un’artista, che reclama il suo diritto a produrre opere d’arte e a poterle divulgare, senza censure che sembrano assurde a chi, per sua fortuna, non le vive.

Clara Martinelli

 

 

Cinema: “The salvation” di Kristian Levring è un tributo al classico western americano.

the-salvation-mads-mikkelsen-in-una-suggestiva-scena-del-film-western-372748_jpg_1400x0_crop_upscale_q85-kQr-U1030698018454AJE-700x394@LaStampa.it“The salvation”, scritto e diretto da Kristian Levring, è un tributo al classico western americano.  John Ford, Sergio Leone e Akira Kurosawa sono i cineasti ai quali il regista si è ispirato per cogliere in pieno lo spirito del genere che hanno contribuito a creare. Il film, attualmente nelle sale, parla di europei immigrati, fuggiti da guerra e povertà, con la speranza di potersi ricreare un’esistenza dignitosa in un nuovo paese. Sogno spesso infranto dall’ostilità del luogo. Prima c’erano gli indiani che già occupavano quei posti e che per questo vennero decimati, poi la difficoltà di adattarsi ad un clima arido, con terreni polverosi in fattorie isolate e la crudeltà degli altri europei, fuorilegge che potevano continuare impunemente i loro traffici e le loro sporche azioni in un paese senza legge e senza giustizia. Tutto questo è presente in “The salvation”, che ricalca la trama tipica della vendetta, della trasformazione e della rinascita di un uomo.  E’ il 1870. L’immigrato danese Jon (Mads Mikkelsen) riesce, dopo anni, a portare negli Stati Uniti sua moglie e il figlio di dieci anni. Ma, una volta arrivati, sulla diligenza che li sta portando a casa, incrociano due delinquenti appena usciti di prigione.  La felicità dell’uomo si trasforma ben presto in un incubo. I suoi familiari vengono uccisi e lui, per vendicarsi, ammazza i responsabili. Ma, purtroppo per Jon, uno dei banditi era il fratello dello spietato colonnello Delarue (Jeffrey Dean Morgan), un altro cattivo a tutto tondo, che terrorizza e padroneggia il villaggio di Black Creek. Tradito e isolato dalla comunità, Jon è costretto a trasformarsi da uomo pacifico a guerriero senza paura per salvare il villaggio e trovare pace. Kristian Levring è un regista eclettico, abituato a sperimentare, che spazia dal thriller, al film storico, alla rielaborazione dei drammi di Shakespeare e fino al western. Non a caso, nel 1995 ha fondato con Lars Von Trier, Thomas Vintberg e Soren Kragh Jacobsen il movimento Dogma 95, manifesto per la purezza del cinema, che ancora oggi continua ad ispirare registi di tutto il mondo.

Clara Martinelli

Cinema: “Pitza e datteri” tratta con leggerezza il tema dell’integrazione multiculturale

Pitza e datteri

Pitza e Datteri”, quarto film di Fariborz Kamkari, regista curdo iraniano dell’acclamato “I fiori di Kirkuk”,  tratta con leggerezza il problema dell’integrazione multiculturale nel nostro paese. La storia è ambientata a Venezia, storico incrocio tra Oriente e Occidente, dove la pacifica comunità musulmana viene sfrattata dalla sua moschea da un’avvenente parrucchiera. Il luogo sacro si trasforma così in un salone di bellezza e a nulla servono i mezzi usati per riappropriarsene da parte del presidente della comunità e dei suoi fedeli. Decidono così di chiedere un aiuto religioso più concreto, che sembra vanificarsi quando vedono arrivare in loro soccorso un giovane e insesperto Imam afgano. Tutti i loro goffi tentativi continuano a fallire , i poveretti sono costretti a improvvisare la preghiera negli angoli più impensabili della città (persino su chiatte in movimento), finché alla fine troveranno un nuovo luogo di culto.  Tra i personaggi spiccano Bepi, interpretato dal bravo Giuseppe Battiston, un veneziano, nobile caduto in disgrazia, convertitosi all’Islam, il giovanissimo Imam Saladino, ben impersonato da Mehdi Meskar, attore calabrese-magrebino-parigino, e la splendida parrucchiera Zara, che ha il volto di Maud Buquet, attrice, regista e producer franco-africana.  La struttura narrativa riprende la classica commedia all’italiana, ma a dirla tutta sembra più un film francese per la modernità e l’homour tipicamente d’oltralpe con cui affronta l’argomento.  Un altro tema che il film tratta molto bene è il ruolo delle donne nella società musulmana moderata, le quali, afferma lo stesso Kamkari,  sono “la  vera forza dei cambiamenti”. In “Pitza e Datteri”,  vediamo vere e proprie rivalse femminili, senza cadere però nell’estremismo femminista. Lo vediamo negli atteggiamenti di autoaffermazione e presa di coscienza da parte della figlia e della moglie di Karim, il presidente della comunità, interpretato dal bravo Hassan Shapi, ma è soprattutto il personaggio di Zara a rappresentare la vera rivoluzione sociale e culturale. La bella e voluttuosa parrucchiera, alla quale poi si uniscono in coro le altre donne, fa da contrappunto arguto e sfrontato al Saladino e ai maschi conservatori e confusionari. Lei è indipendente,  ha vissuto molti anni in Francia e alla piccola comunità sembra una straniera a tutti gli effetti. Incarna il peccato ed emana fascino puro e sfacciato, quello che fa cadere ai suoi piedi gli uomini. Attraverso Zara, però, il Saladino matura una diversa visione dell’esistenza (“Terra, donna, luna, acqua, poesia… tutte le cose più belle di Dio sono femmina”) e tornerà a casa con una nuova consapevolezza.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Youth – La giovinezza”, uno scambio generazionale tra vecchi e giovani

youth“Questo è il mio film più intimo”, ha detto Paolo Sorrentino a proposito di “Youth – La giovinezza”. E lo è, veramente.  L’ha scritto e  diretto  toccando corde di profondità notevoli. Dietro i volti di mostri sacri del cinema quali Michael Caine, Harvey Keitel, Rachel Weisz e Jane Fonda, Sorrentino canalizza le domande e le risposte che potrebbero sembrare banali ai più, ma che tanto banali non sono. In questo film si parla di genitori e figli, più di padri che di madri. Perchè i protagonisti sono  due vecchi amici alle soglie degli ottant’anni, Fred, un compositore in pensione (Michael Caine), e Mick, un regista cinematografico (Harvey Keitel) in procinto di girare il suo “film-testamento”. La coppia di artisti si ritrova, come era successo molte altre volte, in un elegante albergo svizzero, ex sanatorio,  ai piedi delle Alpi per una vacanza primaverile, prima di tornare a impegni e routine. Chiacchierano, dicendosi però soltanto “le cose belle”, passeggiano tra valli e verdi boschi, ricordando il passato filtrato dalla lente del presente. In realtà, il film è una resa dei conti dei protagonisti. Due uomini che nella vita professionale hanno avuto tutto, si trovano a dover fronteggiare i problemi e le accuse dei figli. Sono stati padri assenti (memorabile lo sfogo di Lena, impersonata da Rachel Weisz, figlia e collaboratrice di Fred, nella stanza dei massaggi), molto presi da se stessi, sfruttatori delle proprie mogli e compagne. I due amici, in un’atmosfera da albergo di Davos de “La montagna incantata” di Thomas Mann  e quadri viventi che ricordano quelli di Tamara de Lempicka, guardano con curiosità agli altri bizzarri ospiti. Fred soprattutto intesse un legame con il giovane attore hollywoodiano Jimmy Tree (Paul Dano), con il quale ha un curioso confronto generazionale, quasi da padre a figlio appunto. Jimmy è deluso dalla propria carriera perché i suoi fan lo ricordano soprattutto per il ruolo da uomo robot che gli ha dato la fama, pur avendo preso parte ad altre pellicole più interessanti. Un giorno però, mentre lui e Fred si trovano in un negozio di orologi a cucù (un altro simbolo del tempo che passa?), una bambina lo riconosce non per il suo solito personaggio, ma per un altro, un padre che dopo quattordici anni ritrova il figlio che aveva abbandonato, spaventato dall’impegno di essere genitore. Anche Mick,  per realizzare il suo film testamento si è circondato di giovani sceneggiatori, con i quali condivide idee ed esperienze personali. Li sente vicini, più del figlio vero con cui non ha un rapporto. “Youth” è uno scambio tra vecchi e giovani, un continuo preoccuparsi da parte dei primi di cosa lasceranno ai secondi. Trattandosi di due artisti esiste un doppio rimando: cosa lasceranno alla società un grande compositore e un bravo regista? E’ Jimmy Tree a dirlo, citando una frase chiesta a Novalis (non dimentichiamoci che Sorrentino è un regista colto) da qualcuno che lo interrogava su quale fosse il senso della sua arte e lui rispose: “Io sto sempre andando a casa, sempre alla casa di mio padre”.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Fury” di David Ayer, film di guerra e di “formazione”

Fury-Movie-Reviews-2014Uscito nelle sale italiane il 2 giugno, “Fury” , scritto e diretto da David Ayer, è il classico film di guerra. Ambientato nell’aprile del 1945, quando gli alleati erano impegnati a sferrare l’attacco decisivo per liberare l’Europa dal nazismo, il sergente dell’esercito americano Don Collier, soprannominato “Wardaddy” (Brad Pitt) è a capo di un’unità formata da cinque uomini a bordo di un carro armato Sherman, chiamato “Fury”. Stremati, i soldati sono chiamati a svolgere una pericolosa missione proprio nel cuore della Germania nazista. Il granitico Wardaddy, oltre a guidare i suoi soldati, ha anche il compito di “istruire” una recluta giovane ed inesperta, Norman Ellison (Logan Lerman), che gli viene affidata all’ultimo momento. Tra città devastate, esplosioni di ordigni, uccisioni di soldati e civili, il tremante dattilografo ventunenne diventerà un soldato coraggioso e lo dimostrerà affrontando valorosamente con i suoi compagni un intero battaglione nemico in ritirata. Sotto questo punto di vista, potremmo definire “Fury” un film di formazione: prendi un ragazzo che non ha mai sparato in vita sua, mettilo in un posto dove si deve combattere duramente con un mentore come Wardaddy e vedrai che acquisterà consapevolezza della sua forza interiore e delle sue capacità di guerriero. Per il resto è un film che vuole mostrare come la guerra è veramente, senza sconti. Nella spettacolarità e nel pathos presenti nelle azioni, trova posto tutto lo sgomento dei personaggi che è pari a quello degli spettatori, che assistono impotenti a bombardamenti ed uccisioni, come solo una storia di questo tipo può raccontare. Chi guarda prova lo stesso stupore della giovane recluta quando si accorge che a sparare dal fronte nemico ci sono dei bambini arruolati come soldati dall’esercito tedesco, ormai sprovvisto di uomini da far combattere. “Fury” strizza l’occhio alle vecchie pellicole del genere di stampo hollywoodiano, perché non è mai volgare, ma a differenza dei film che l’hanno preceduto non cade in sciocche ideologie ed è ricco di finezze narrative.

Clara Martinelli

 

 

Cinema da non perdere: “Forza maggiore” di Ruben Ostlund

Forza-Maggiore-di-Ruben-Ostlund-04Vincitore del premio della Giuria nella sezione “Un certain regard” al Festival di Cannes 2014 e candidato all’Oscar per la Svezia come miglior film straniero, “Forza maggiore”, attualmente nelle sale cinematografiche, ma ancora per poco,  scritto e diretto dal  svedese Ruben Östlund, è uno dei film più belli della stagione. Perché parla di coraggio e di chi non ne è provvisto, perché  alcune convinzioni arcaiche, ai tempi nostri, non sono più valide. Almeno non per tutti. La trama è la seguente: una famiglia composta da padre, madre e due figli, una femmina e un maschio, stanno trascorrendo una vacanza in una località sciistica ai piedi delle Alpi francesi. Sembrano felici, rasentano la perfezione, in realtà Tomas ed Ebba (questi i nomi dei protagonisti) sono una coppia in crisi che sta cercando di rimettere  ordine nella propria vita. Lui si presenta come un padre attento che divide i compiti di gestione familiare con la moglie ed un marito presente. Una famiglia perfetta con qualche oscuro problema. Durante un momento di pausa, mentre stanno pranzando sulla terrazza di un rifugio, una valanga si  stacca dalla montagna di fronte. Spaventato, Tomas afferra il suo cellulare e scappa via, la moglie, sconcertata, afferra i bambini per metterli in salvo.  Per fortuna, il pericolo slavina risulta essere un falso allarme, ma quello relativo alle dinamiche della coppia e alle funzioni che entrambi i partner svolgono all’interno della famiglia è in codice rosso. Tomas non ha svolto il suo compito di padre protettore, compito che svolge invece la moglie, probabilmente seguendo l’stinto animale che le femmine hanno di proteggere i cuccioli. Ebbe, spiazzata dal comportamento del marito, non giustifica il suo modo d’agire e glielo fa presente. Tomas, pentito e avvilito anche lui, le risponde che ha agito sotto l’impulso del momento, ma scavando in profondità, Tomas dovrà ammettere le sue fragilità. Östlund, con questo film, ha voluto  affrontare  i conflitti presenti in molte coppie contemporanee. Gli uomini, in preda a mille incertezze, hanno perso di vista il contatto con la loro vera natura e con quella circostante dell’ambiente selvaggio. Le donne, sempre alle prese con i problemi pratici e con i figli da portare in grembo, hanno mantenuto la parte selvatica che all’occorenza esce fuori. “Forza maggiore” va visto sia per il tema trattato, sia per la profondità con cui la sceneggiatura indaga nella psiche dei personaggi e per la forza con cui descrive immagini e azioni.

Clara Martinelli

 

 

Cinema da non perdere: “Leviathan”

Leviathan_(film_2014)Uno dei film più potenti e più riusciti in circolazione in questo momento è “Leviathan”, scritto e diretto dal russo Andrey Zvyagintsev. Palma d’oro al Festival del Cinema di Cannes dell’anno scorso,premiato con il Golden Globe come miglior film straniero e candidato all’Oscar per la Russia, il film, ambientato in un villaggio vicino al mare di Barents, ha come protagonista Kolia (Alexey Serebryakov), proprietario di un’officina dove ripara macchine. Vive nella vecchia casa dove è nato, ha un figlio adolescente, Roman (Sergey Pokhodaev), nato da un matrimonio precedente, e una giovane moglie, Lilya (Elena Lyadova). Kolia ama la sua terra, la sua casa. la sua famiglia con tutto se stesso e non rinuncerebbe a loro per niente al mondo. Ma il destino gli è avverso. Il sindaco corrotto del villaggio Shelevyat, appoggiato dal sacerdote locale, gli offre seicentomila rubli per comprare tutto con l’intenzione di costruire una chiesa sul suo terreno. Kolia ovviamente non è d’accordo, cerca di opporsi in ogni modo, anche facendosi aiutare da un suo vecchio amico avvocato da anni residente a Mosca.  Il sindaco allora diventa sempre più aggressivo e decide di usare metodi poco ortodossi per far cambiare idea a quell’uomo tanto ostinato.  In un crescendo di minacce e disavventure, Kolia sarà costretto a soccombere alle mire dello Stato leviatano. Il film, che fa riferimento all’opera del filosofo Thomas Hobbes “Leviathan” (1651), con la sua atmosfera dostoevskiana della vita, è la storia del conflitto universale tra individuo e autorità, degli umili soli e perdenti nei confronti di un potere istituzionalizzato e forte. Una sceneggiatura possente, i dialoghi serrati, gli attori straordinari e i paesaggi mozzafiato fanno di “Leviathan” un capolavoro. Da non perdere.

Clara Martinelli

“Il racconto dei racconti”, il valore alchemico del film di Garrone

IL-RACCONTO-DEI-RACCONTI-garrone-770x498Per andare a vedere “Il racconto dei racconti” , il film diretto e adattato da Matteo Garrone con Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, in concorso al festival del cinema di Cannes e attualmente nelle sale, bisogna prepararsi ad entrare in un mondo fantastico. Un universo che ci ricorda quello dell’infanzia, quando i nostri genitori ci raccontavano delle favole prima di andare a dormire. Orchi, fate, streghe, castelli, principesse, re e regine popolano lo schermo per tutta la durata del film, reso autentico dai costumi, dalle location e dalle scenografie utilizzate. Quello narrato è il mondo descritto dal napoletano Giambattista Basile agli inizi del Seicento, il quale ha raccolto in un volume cinquanta fiabe dell’antica tradizione orale popolare. Si tratta di “Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille”, nota anche con il titolo di “Pentamerone”, ed è la più antica del genere fiabesco, anzi diciamo che lo ha proprio creato. Dal capolavoro di Basile hanno attinto autori europei quali Charles Perrault, i fratelli Grimm e Hans Christian Andersen. Favole famosissime come “Cenerentola”, “Il gatto con gli stivali” e “La bella addormentata nel bosco” sono state tratte dal “Cunto de li cunti”, che pubblicato postumo tra il 1634 e il 1636 dalla sorella di Basile, cadde presto nel dimenticatoio. Garrone, che ha il merito di averlo riportato all’attenzione del grande pubblico (prima era appannaggio soltanto di pochi studiosi o di chi era interessato all’argomento) per realizzarlo ha dovuto fare sforzi enormi, sia dal punto di vista economico (ha dovuto chiedere i finanziamenti alle banche estere, perché quelle italiane non glieli hanno concessi), sia da quello narrativo e scenografico.  Non è stato facile per lui e gli sceneggiatori scegliere quali delle cinquanta storie raccontare. Alla fine hanno deciso per tre di esse (La regina, La pulce, Le due vecchie) dove sono protagoniste le donne, colte in tre fasi diverse della vita: una giovane principessa, una madre troppo attaccata a suo figlio, una vecchia povera ed ingenua. Il film  si apre con la storia della regina di Selvascura, interpretata da Salma Hayek, ossessionata dall’idea di voler avere un figlio. Una notte, un negromante suggerisce a lei e al marito di far uccidere un drago marino. Mangiando il cuore della bestia, cotto da una vergine, la regina sarebbe rimasta incinta. E così avviene. Ma anche la sguattera che ha preparato il pasto, aspirando i vapori della pentola, ha lo stesso effetto. Si ritova ad aspettare un bambino che, una volta nato, si scopre essere identico a quello della nobildonna. I due bambini crescono come gemelli molto legati tra loro, ma la regina, gelosa in modo viscerale del figlio, li farà allontanare. L’altra storia parla del lussurioso re di Roccaforte (Vincent Cassel) che, sempre alla ricerca di nuove prede, s’invaghisce di una voce di donna che sente dall’alto del suo castello. Pensando che si tratti di un belllissima ragazza, la va a cercare nella poverissima casa dove l’ha vista entrare. In realtà, non si tratta di una giovane, ma di una vecchia lavandaia che, pensando di approfittare dell’infatuazione del sovrano, escogita un trucco per trarlo in inganno. Una fata l’aiuterà nel suo intento. La terza protagonista del film è Viola (Bebe Cave), la figlia del re di Altomonte (Toby Jones). In età da marito, chiede al padre di farle conoscere un pretendente. Curiosa di conoscere il mondo, vuole sposarsi per lasciare il castello. Il sovrano, che vuole trattenere la figlia al suo fianco, propone ai probabili futuri sposi un’indovinello irrisolvibile. Ed infatti, nessuno riesce ad indovinare il quesito posto, tranne un orco. L’editto del re non ammette deroghe e così Viola, al colmo della disperazione, sarà costretta a partire con il mostro. Il libro di Basile è ambientato in Basilicata e in Campania, Garrone invece ha ambientato il film in location altamente evocative, come Castel del Monte e le gole di Alcantara, utilizzando scenografie dalla vegetazione lussuraggiante, rocce e acqua. I colori usati per i costumi consistono in tutte le variazioni del rosso, del verde e del bianco. Una bellissima e valida trasposizione che apre le porte dell’universo magico e alchemico, al quale Giambattista Basile era probabilmente appartenuto, anche soltanto come messaggero, e la cui opera è pregna. Effettuando una piccola indagine si scopre che l’autore apparteneva all’Accademia degli Oziosi, fondata nientemeno che dal napoletano Giambattista Della Porta, scienziato, filosofo, alchimista, commediografo, già noto per l’aver creato l’Accademia dei Segreti, fatta chiudere dall’Inquisizione perché sospettata di occuparsi di argomenti occulti. Inoltre, i racconti non erano destinati ai bambini, nonostante il titolo li menzionasse, ma era formulato per un pubblico adulto ed era pensato per essere rappresentato nelle corti di quel periodo. I temi dominanti sono la trasformazione anche fisica di tutti i protagonisti e il viaggio che li inserisce in una realtà dinamica e attiva, in continua evoluzione. Un percorso, un’esperienza di crescita o meglio un processo di liberazione spiritualera come trasmutazione alchemica. Tutti, prima del termine di ogni racconto cambiano sempre la propria condizione, il proprio status. Passano dalla povertà alla ricchezza, dalla solitudine al matrimonio, dalla bruttezza alla bellezza. Lo stesso lo ritroviamo nel film di Garrone che, come lui stesso ammette di “aver lasciato intatti i temi e i sentimenti fondamentali del libro”. Il regista ha sempre dimostrato un interesse profondo verso le possibilità di trasformazione dell’essere umano sia fisica che psicologica nei suoi lavori precedenti. Si ricordano “Primo amore”, dove la protagonista diventa anoressica per amore del suo uomo, e “Reality”, nel quale un pescivendolo viene risucchiato dal vortice dell’universo fantastico della sua follia. Garrone, mentre era alle prese con la sceneggiatura di questo film, leggeva le “Metamorfosi” di Ovidio. Coincidenze?

Clara Martinelli

La Giornata Mondiale del Libro

Carissimi,

oggi è la Giornata Mondiale del Libro. Quali sono le letture, i testi, i personaggi che hanno avuto un ruolo importante nella vostra vita?

Gabriele

(dal film “Storia di una ladra di libri”)

Nel nome del figlio

Tre film, attualmente nelle sale, parlano delle scelte che l’attesa o la nascita di un figlio costringe a fare sia individualmente che nella coppia. Il primo è “Ho ucciso Napoleone”, diretto e scritto da Giorgia Farina con Federica Pontremoli, ha come protagonista Anita (Micaela Ramazzotti), donna in carriera, licenziata perché rimasta incinta del suo capo (Adriano Giannini). Razionale, fredda, completamente dedita al suo lavoro, in un primo momento pensa di rinunciare al bambino. Poi, per calcolo, decide di tenerlo. Ma, andando avanti con la gravidanza, e, con l’aiuto di figure femminili che le faranno scoprire la solidarietà tra donne, Anita acquisirà una nuova consapevolezza, facendo venire fuori la parte più morbida e materna di se stessa, tessendo un nuovo modo di vivere. In questo caso, la nascita è servita alla madre a svelarle i lati più reconditi del suo essere e ad accettarli.

Il secondo film che prendiamo in considerazione è “Second Chance” di Susanne Bier. In questa storia i neonati presenti sono due, figli di coppie totalmente diverse tra loro. Una sembra serena come una famiglia borghese può essere. Marito poliziotto e padre amorevole, moglie benestante e accudente. Altra coppia, altro scenario. Lui manesco e spacciatore, lei prostituta. Entrambi tossicodipendenti. La casa dove vivono è piccola, sporca e fatiscente, il loro bimbo di pochi mesi sopravvive abbandonato a se stesso, mentre i suoi genitori si fanno di eroina. Il poliziotto, amico d’infanzia del padre, irrompe nella loro vita a causa della segnalazione da parte di un vicino, esasperato dalle grida. Nel sopralluogo, l’uomo trova il bambino coperto di feci e chiuso in un armadio. Pensa a suo figlio, amato e protetto, e chiede che il neonato venga sottratto ai genitori. Ma la legge non lo consente, perché il bimbo è sano, non denutrito. Tutto cambia quando, qualche giorno dopo, la brava moglie borghese trova il figlioletto morto nella culla e la follia prende il sopravvento in quella che, all’apparenza, sembrava una coppia equilibrata. Anche in questo caso, la nascita, anzi le nascite di due bambini cambieranno le carte in tavola ad un destino già delineato, facendogli prendere una piega diversa.

Il terzo film, infine, è “La scelta”, scritto e diretto da Michele Placido, liberamente ispirato al testo teatrale “L’innesto” di Luigi Pirandello. Laura, interpretata da Ambra Angiolini, e Giorgio, impersonato da Raoul Bova, non riescono ad avere figli. Anche qui, l’ambiente è quello borghese, lui proprietario di un ristorante, lei insegnante di musica. Una vita fatta di serate con parenti e amici, tutto filerebbe liscio se non fosse per il mancato annuncio di una gravidanza. Ma ecco che l’imprevedibile è in agguato. Una sera, tornando a casa, Laura subisce uno stupro e rimane incinta. Il bimbo tanto cercato è arrivato in modo non convenzionale. Cosa fare? Per Giorgio è difficile accettare un figlio non suo, concepito con una violenza. Per Laura, dopo un primo momento di smarrimento, sente che la vita che si sta formando dentro di lei le appartiene e decide che vuole tenerlo. Un’altra attesa, un’altra nascita che costringe ad un cambiamento, una metamorfosi, a superare i propri egoismi e ad accettare i propri limiti. E anche a prendere coscienza che si diventa altro quando una nuova vita irrompe nella nostra ordinata e predisposta esistenza.

Clara Martinelli

Cinema: “Quando dal cielo…”

“Quando dal cielo…” è il titolo di un film documentario, in uscita domani nelle sale italiane, diretto da Fabrizio Ferrario, che ha come protagonisti il trombettista Paolo Fresu, Daniele Di Bonaventura, bandoneista, e Manfred Eicher, lo storico fondatore dell’etichetta ECM. La location dell’incontro è l’Audutorium della Rsi a Lugano, dove i musicisti stanno registrando l’album “In Maggiore”. La sala è vuota, immersa in una penombra soffusa, i due musicisti  si trovano a mettere a frutto un  elaborato durato tre anni, con tutto l’impegno e la concentrazione che richiede un’operazione del genere. Lo spettatore assiste così allo sviluppo di un lavoro artistico e artigianale, dove la ricerca sul suono, l’esecuzione, la costruzione della struttura musicale sono alla sua completa e attenta visione. Un’occasione per osservare dal buco della serratura di un’ipotetica grande porta, il processo creativo e i gesti naturali di due grandi musicisti  e di una delle figure più importanti della musica jazz e contemporanea mondiale, Eicher appunto, che per la prima volta ha accettato di farsi filmare. A Roma, questa sera ci sarà un’anteprima al cinema Eden, in piazza Cola di Rienzo, alle 21, alla quale saranno presenti gli autori.

Anoressia, problemi di coppia e separazione: nessuno si salva da solo

  • Nessuno si salva da solo è un film del 2015, diretto da Sergio Castellitto. Il film è basato sull’omonimo romanzo di Margaret Mazzantini. Trama: Delia e Gaetano (Gae) sono stati sposati e hanno due figli, Cosmo e Nico. Da poco tempo vivono separati, lei ha tenuto la casa con i bambini, lui vive in un residence. Delia (Jasmine Trinca), che in passato ha sofferto di anoressia, è una biologa nutrizionista, Gaetano (Riccardo Scamarcio) è uno sceneggiatore per programmi televisivi. Si incontrano per una cena in un ristorante, durante la quale discuteranno di come far trascorrere l’estate ai bambini. Di litigi, eventi scatenanti, emotività altamente espressa ce n’è. C’è poi il rifiuto del cibo, la carie marcia, il vomito autoindotto, l’alimentazione compulsiva. Ma non è che in questo film “viene affrontato il tema dell’anoressia” (come piace dire a molti). Sarebbe come dire anche che l’altro “tema” è quello legato ai problemi di coppia o alla separazione (frutto di traumi, frutto di altre separazioni e via così percorrendo quei sentieri diacronici là). Ci sono malesseri che durano nel tempo e restano, nonostante il desiderio di cambiamento, la consapevolezza e i tentativi di risolvere i problemi. Ci sono i ricordi, le attese, i dubbi, la tenerezza e le idiosincrasie. Ma vivaddio non ci sono regole per il mantenimento della buona salute della coppia o della psiche dei figli. Non c’è nessuna teoria neonormativa e nessuna etichetta. E non si svolge nessun tema (men che meno sul tramonto della paternità o sulla donna post-patriarcale). Non si arriva da nessuna parte, al massimo ad una piroetta e ad un sorriso di sobbalzo. In questa pellicola però si compie un piccolo miracolo, che è il seguente: sfiorando dei frutti non si può ottenere una buona centrifuga, una roba che contenga la polpa nutriente, l’essenza. Bisogna, appunto, affondare le lame, lasciare che girino a fondo. Sfiorando la vita con la penna o con la macchina da presa, invece, a quanto pare, si può arrivare a coglierne l’essenza senza scavare, senza spingere, senza usare gli artigli, bensì l’immane invisibile forza dirompente della grazia artistica. Il simulacro è immaginario (illusione) mentre l’apparenza è simbolica (finzione). Quando la dimensione specifica dell’apparenza simbolica comincia a dissolversi, l’immaginario ed il reale divengono sempre più indistinguibili. E, fateci caso, gli attori sono così bravi da andare oltre: resta infatti anche un pò l’illusione che forse in questo momento Delia e Gaetano siano ancora là, da qualche parte, a fare anima o a fare l’amore.

    Massimo Lanzaro

Da “La grande bellezza” di Paolo Sorrentino e… un quesito da porvi

“Finisce sempre così. Con la morte. Prima, però, c’è stata la vita, nascosta sotto il bla bla bla bla bla. È tutto sedimentato sotto il chiacchiericcio e il rumore. Il silenzio e il sentimento. L’emozione e la paura. Gli sparuti incostanti sprazzi di bellezza. E poi lo squallore disgraziato e l’uomo miserabile. Tutto sepolto dalla coperta dell’imbarazzo dello stare al mondo. Bla. Bla. Bla. Bla. Altrove, c’è l’altrove. Io non mi occupo dell’altrove. Dunque, che questo romanzo abbia inizio. In fondo, è solo un trucco. Sì, è solo un trucco”.

“La più sorprendente scoperta che ho fatto subito dopo aver compiuto sessantacinque anni è che non posso più perdere tempo a fare cose che non mi va di fare”.

“Che cosa avete contro la nostalgia, eh? È l’unico svago che resta per chi è diffidente verso il futuro, l’unico”.

Carissimi,

avete anche voi delle frasi tratte dai film che vi hanno colpito? Quali sono?

Gabriele

 

Follie non convenzionali

Brevissima riflessione sull’essere “fuori strada”, in cui il cinema è un (buon) pretesto

Perché “Tir”, di Alberto Fasulo (il finto documentario su un camionista che guida il suo mezzo per le strade d’Europa) abbia ricevuto il massimo riconoscimento al Festival del cinema di Roma che si è appena concluso ha suscitato, non solo nel sottoscritto, ampie aperture a teorie dietrologie. Ad esempio sul Corriere della Sera,  Mereghetti parla complessivamente delle premiazioni così:  “follia collettiva (…) che ormai accompagna da troppo tempo una manifestazione che non ha ancora deciso di diventare davvero adulta”.

Delirio deriva dal verbo latino deliràre composto dalla particella “de”, indicante “allontanamento da”, “fuori da” e “lira”, solco: delirio è uscire dal seminato della ragione, essere in qualche modo fuori strada.

Si chiama appunto così (“Fuoristrada”) il documentario in concorso per la sezione Prospettive Doc Italia al Festival del Cinema di Roma, vincitore del premio Menzione Speciale, in cui Elisa Amoruso racconta con delicatezza, discrezione e ironia mai grossolana la storia di un amore inusuale in un paese forse un po’ troppo convenzionale.

Il protagonista è Pino, un meccanico che lavora nell’officina di Via Vetulonia nel quartiere di San Giovanni a Roma e che è anche un campione di rally. Un giorno decide di diventare donna e di chiamarsi Beatrice. Lungo il percorso sterrato (e “fuori strada”) della sua trasformazione incontra Marianna, una donna rumena che accetta la sua natura.

John Forbes Nash ha rivoluzionato l’economia con i suoi studi di matematica applicata alla “Teoria dei giochi”. I suoi deliri più ricorrenti riguardavano le visioni di messaggi criptati (provenienti anche da extraterrestri), il credere di essere l’imperatore dell’Antartide o il piede sinistro di Dio, l’essere a capo di un governo universale. Nonostante la malattia vince il premio Nobel per l’economia nel 1994 e, per così dire, al resto ci ha pensato Ron Howard.

A volte le persone “diverse”, quelle che vanno “fuori strada”, un po’ come  controcorrente, attraversando strade nuove e sconnesse. Non senza sofferenze talora enormi capita che ne escano trasformati. Talora invece si perdono purtroppo irrimediabilmente. Ma, come nel documentario della Amoruso, o come nel caso di Nash, potrebbero essere le persone più “vere” che abbiamo la ventura di “conoscere”.

E poi dietro la storia della follia, della (apparente) insensatezza e della relativa incomprensione non si cela in verità la storia della ragione (individuale o collettiva), nella sua irriducibile volontà di misurare, giudicare ed erigersi al di sopra di tutto?

Massimo Lanzaro
tratto da Il Quorum.it
http://www.ilquorum.it/follie-non-convenzionali/

Prisoners – Siamo tutti intrappolati?

 

E’ il nuovo film di Denis Villeneuve, regista canadese dello straordinario Incendies (La donna che canta, candidato all’Oscar come miglior film straniero nel 2011), che stavolta ha girato in inglese quello che sembra un thriller di rapimenti, con due attori del calibro di Hugh Jackman e Jake Gyllenhaal. Un cenno alla trama senza spoilers: in una (fin troppo) tranquilla cittadina dello stato della Pennsylvania, il giorno del ringraziamento viene turbato dalla inspiegabile scomparsa di due bambine, Anna Dover e Joy Birch, di sei e sette anni. I genitori, fra di loro amici, reagiscono nei modi più disparati (e disperati) mentreil detective Loki (Gyllenhaal, la sua interpretazione forse è una spanna su tutti) avvia le sue indagini fra intoppi burocratici e depistaggi.
Ma il vero discorso dove il film ci porta è sembrato a molti diverso (appunto dicevo: sembra un thriller). In realtà tutti i personaggi di Prisoners sono, appunto, prigionieri di qualcuno o qualcosa, o incarcerati dalla paura (rimossa), dalla rabbia (repressa), dal passato (non elaborato), da istanze di natura più o meno religiosa che finiscono inevitabilmente per seguire sinistri itinerari mistico-deliranti.
La eccellente caratterizzazione dei protagonisti, trincerati dietro armi, rifugi sotterranei e vecchi cancelli arruginiti, ciascuno con la sua personale idea di giusto e sbagliato, vendetta e giustizia, ma ciascuno a modo suo in un profondo stato di smarrimento e solitudine, forse incarna la parabola di una nazione.
Scrive Paola Casella su Mymovies.it:
“La riflessione più ampia riguarda gli Stati Uniti, raccontati come un paese che ha perso la fede e la capacità di proteggere i propri “figli”, pronto a ricorrere, e a giustificare metodi disumani che classificano il nemico come una non-persona, privandolo della sua essenziale umanità. Un luogo in cui la paranoia ha sostituito il buon senso e il caos domina sull’ordine, al di là delle apparenze e delle false sicurezze dell’American way of life”.
Chiaramente, mi sento di sottoscrivere e farne fonte di ulteriore riflessione, principalmente sulla natura delle  convinzioni di chi (nazione o religione o individuo) si sente nel giusto tanto da percepire quasi il dovere di imporlo agli altri.
Forse non c’entra, ma uscendo dalla sala mi è venuto anche in mente, così, che in parlamento di recente si è votato per la soppressione immediata della missione militare in Afghanistan, che all’Italia e’ costata 5 miliardi di euro.

Massimo Lanzaro

Da Il Quorum
http://www.ilquorum.it/prisoners/

 

IL MISTERO DI DANTE

Amici carissimi, condivido con voi una esperienza affascinante e densa di incanti. Sono stato coinvolto dal regista di Torino – una città non per Caso, ma per Fato –  Louis Nero alla realizzazione del film “IL MISTERO DI DANTE”, una discesa nelle oscurità luminescenti di cui sono trasfuse le divine “parole” di Dante: un abbandono gentile alla dimensione esoterica della Commedia. Il regista ha già annunciato – ancora, non a caso – l’uscita in tutte le sale italiane per il 14 Febbraio 2014, festa di San Valentino, data scelta dall’autore in omaggio al gruppo iniziatico fiorentino del quale il sommo poeta faceva parte: “I Fedeli D’Amore”.
Protagonista della pellicola è il premio oscar F. Murray Abraham, magnetico e ammaliante, nel ruolo, come un talismano.
Luois Nero ti conduce abilmente in questo viaggio sorprendente per mezzo delle mani sempre nuove di Virgilio, incarnato via via da personalità come S.E. Mons. Agostino Marchetto, come il Rabbino Capo Riccardo Di Segni, Shaykh’ Abd Al Wahid Pallavicini, Silvano Agosti, Valerio Massimo Manfredi, Christopher Vogler, Massimo Introvigne, Roberto Giacobbo, G.M. Luigi Pruneti, S.S. Emilio Attinà, Giancarlo Guerreri, Marcello Vicchio, Carlo Saccone, Aurora Di Stefano, Mamadou Dioumé, Imam Yahia Pallavicini e gli attori Diana Dell’Erba, Diego Casale, Elena Presti. Nel cast d’eccezione anche come i due premi oscar Taylor Hackford e Franco Zeffirelli.
Vi lascio il comunicato che mi è stato inviato dal regista:

Un viaggio dalla circonferenza verso il centro. Dall’esteriore all’interiore. Un misterioso linguaggio, antico come il mondo. Viaggiatori trasformati in pionieri esploratori di nuovi mondi. Una reminiscenza del meraviglioso mondo dantesco: da un’analisi esteriore alla scoperta della verità celata “sotto ‘l velame de li versi strani“. Un’indagine poliziesca negli innumerevoli cunicoli d’interpretazione dell’opera del più grande genio italiano del 1300: Dante Alighieri. Un viaggio, alla fine del quale, forse, lo spettatore avrà a disposizione gli strumenti per farsi una propria opinione su cosa stia dietro a questo misterioso autore. Guide virgiliane di questo pellegrinaggio saranno imminenti studiosi che cercheranno di accendere qualche luce nell’intricato groviglio di interpretazioni simboliche che si sono succedute nel tempo. L’obbiettivo di tutti, anche se in apparenza divergente, sarà quello di suggerire nuovi percorsi che porteranno a nuove strade più illuminate.
Un dubbio nasce spontaneo: esiste ancora, anche sotto diverso nome, quel gruppo iniziatico del 1300 che andava sotto il nome de “I Fedeli D’Amore”?
Siamo stati contattati da alcuni di loro. Ecco il racconto di questa ricerca.

Trailer in italiano

http://youtu.be/3LqR-H6_gQw

Trailer in lingua originale

http://youtu.be/Zs45HLyQRtc

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La felicità

«La felicità.. Esiste, le dico.
– Dove?
– Senta. Da ragazzo mi lamentavo sempre con mio padre perché non avevo giocattoli. Lui mi diceva: questo (si indica la testa) è il più grande giocattolo del creato, è qui il segreto della felicità….»

Charlie Chaplin, nel film Luci della ribalta

Ricordando Van Gogh

Il 27 luglio del 1890 il grande e tormentato Van Gogh si feriva nei campi di Auvers-sur-Oise. Il suo ultimo dipinto, tragico, denso di malevoli presagi, è il celeberrimo “Campo di grano con volo di corvi“…Ri-guardiamo queste immagini di Sogni” di Akira Kurosawa:

Il bambino con il pigiama a righe

Miseria e nobiltà

Divorzio all’italiana (parte finale)

Divorzio all’italiana

Sedotta e abbandonata (2)

Sedotta e abbandonata (1)

Scene da un… matrimonio all’italiana