“Sandokan”, un mito intramontabile ricordato al RomaFictionFest

Si chiude ufficialmente oggi, domenica 15 novembre, con la premiazione al Cinema Adriano, la nona edizione del RomaFictionFest, un brand dell’Associazione Produttori Televisivi, prodotta da Fondazione Cinema per Roma, sostenuta da Regione Lazio e Camera di Commercio di Roma, con il coordinamento artistico di Piera Detassis. Tra le tente sorprese del festival che quest’anno ha contato su molte presenze internazionali e un incremento del 20% di pubblico, vogliamo ricordare la retrospettiva con la riproposta degli episodi integrali, che gli organizzatori hanno dedicato allo sceneggiato televisivo “Sandokan”, riconosciuto ancora oggi come uno dei più famosi della storia della televisione italiana. Trasmesso dalla RAI  in 6 puntate, dal 6 gennaio all’8 febbraio del 1976, diretto da Sergio Sollima e interpretato da Kabir Bedy, Phlippe Leroy, Carole André, Andrea Giordana e Adolfo Celi. Tratto dai romanzi del ciclo indo-malese di Emilio Salgari, la sceneggiatura si ispira in buona parte ai libri Le Tigri di Mombracem e “I Pirati della Malesia”. La lavorazione dello sceneggiato fu molto complessa e  richiese circa quattro anni per poter essere realizzato, grazie soprattutto al grande sforzo lavorativo di Sollima, intenzionato a realizzare un prodotto realistico e imponente. “Sandokan” è stato il primo caso di “teleromanzo” italiano a essere realizzato con la cura e la grandiosità produttiva di un kolossal cinematografico e inaugurò l’inizio di forme di coproduzione con produttori italiani e stranieri, avvalendosi dell’opera di registi e intellettuali per rendere l’idea fiction come noi l’abbiamo oggi.

Quando Goffredo Lombardo e Elio Scardamaglia, rispettivamente produttore della Titanus e della Rai, dopo aver ricevuto il rifiuto da parte di molti altri registi, proposero a Sergio Sollima di dirigere Sandokan, egli ne fu entusiasta. Mise subito in chiaro però  che lo avrebbe diretto solo se gli avessero permesso di andare a girare sui luoghi veri, utilizzando attori asiatici, muovendosi tra India, Malesia e Thailandia. Il motivo della sua felicità nei confronti della proposta che gli era stata fatta era che Sollima conosceva molto bene Emilio Salgari. Sapeva che le opere dell’autore non erano semplici da trasporre in televisione e per semplificare decise di concentrarsi soprattutto su “Le Tigri di Mompracem” e  “I pirati della Malesia”, dando più spazio allo sviluppo coloniale inglese del periodo e alla storia d’amore tra Sandokan e Marianna. Anche alcuni personaggi secondari come Yanez e James Brooke acquistarono vigore e diventarono importanti ai fini della storia. Per la scrittura della sceneggiatura, Sollima si fece aiutare da Alberto Silvestri (coautore, anni dopo, del “Maurizio Costanzo Show”). Per la scelta del protagonista, Sollima organizzò un vasto e complesso piano di ricerche terminate quando ai provini a Mumbai, nel 1974, si presentò Kabir Bedi, un giovane indiano di religione Sikh, che si era presentato per interpretare Tremal-Naik. Ancora oggi, l’attore afferma che deve tutta la sua carriera al ruolo di Sandokan e a Sergio Sollima che ebbe il coraggio di affrontare una produzione così costosa per quei tempi. Lo ha ripetuto anche durante la reunion del cast in occasione della retrospettiva, realizzata in collaborazione di Samanta e Stefano Sollima (regista di “Romanzo criminale”, “Gomorra” e “Suburra”), figli di Sergio, scomparso la scorsa estate all’età di 94 anni. Dello sceneggiato si ricorda anche la bellissima canzone della sigla, scritta da Guido e Maurizio De Angelis (Oliver Onion), diventata ormai un cult. Mentre, tra le scene di maggiore intensità, la morte di Marianna, interpretata da Carole André, resta quella più commovente.

 

Clara Martinelli

Cinema: con “Mad Max: Fury Road” ritorna il mito del Guerriero solitario

mad max fury roadQuarto capitolo della fortunata serie interpretata da Mel Gibson, “Mad Max: Fury Road”, ancora per poco nelle sale, è un film diretto soprattutto agli amanti del genere catastrofico e post apocalittico. Scritto e diretto da George Miller, che inventò la trilogia, “Interceptor” (1979), “Interceptor – Il guerriero della strada” (1981) e “Mad Max – Oltre la sfera del tuono” (1985), è  il proseguimento rivisitato della saga ambientata in Austalia. Il protagonista principale è sempre Max Rockatansky, impersonato questa volta da Tom Hardy (Il cavaliere oscuro), un ex poliziotto solitario che cerca di sopravvivere a bordo della sua V8 Interceptor. Ha  perso la sua famiglia durante l’inizio della  serie di catastrofi su scala globale, che hanno causato il crollo della civiltà umana.  Inseguito e catturato dai Figli della Guerra, un’armata di guerrieri  comandati dal tirannico Immortan Joe, che domina nella Cittadella, la comunità che sorge all’estremità della desertica Fury Road, sottomettendo il popolo tramite il possesso delle riserve di acqua. Abile nel combattimento, nel guidare auto e ad usare le armi, aiuterà l’imperatrice Furiosa (Charlize Theron) a scappare da Immortan Joe. E mentre al principio, Max  cercava solo  di fuggire seguendo la propria strada,  l’incontro con lei lo porterà ad un risveglio di speranza e di trasformazione che lo invoglieranno a cercare qualcosa di più della sola sopravvivenza. Con “Mad Max: Fury Road”, c’è il ritorno del Guerriero della strada in fuga tra le lande desolate. Un mito che nacque appunto con il primo film della serie, quando Miller ideò la storia di un uomo solitario in un mondo i cui abitanti, dopo il crollo della società, erano terrorizzati da bande di psicopatici motorizzati. La trilogia ebbe un tale successo che ispirò anche altre pellicole del genere come “1997: fuga da New York” e “Terminator”. In realtà, Miller aveva individuato senza volerlo un archetipo della mitologia classica. Il personaggio di Max può ricordare un Ronin, il Samurai solitario oppure un pistolero da film western oppure un guerriero vichingo. C’è l’identificazione dello spettatore che nella sua lotta quotidiana vince tutte le sfide. Ad affiancarlo troviamo Furiosa, stereotipo di donna moderna forte e indipendente, che salva le altre dalla schiavitù degli uomini. Si confronta con Max in estrema parità e lo lascia libero di scegliere se restare con lei oppure no, una volta diventata assoluta regina della Cittadella, destinata ad essere la sede di un nuovo matriarcato. Inutile dire che il film è adrenalico dall’inizio alla fine, pensato volutamente come una via di mezzo tra un concerto rock ed un’opera lirica.  E’ lo stesso Miller ad ammettere che l’ha ideato per “trascinare via gli spettatori dalle loro poltrone e coinvolgerli in un viaggio intenso e turbolento”.

Clara Martinelli

Orfeo: un mito senza tempo

Orfeo_tavolarotondaORFEO.UN MITO SENZA TEMPO.
Mercoledi 13 maggio ore 15
Universita degli Studi Roma Tre
Aula 18 via Ostiense 234

Prenderà il via il progetto Teatrale sul Mito ORFEO MILLENNIUM realizzato dal Festival dell’Eccellenza al Femminile, Schegge di Mediterraneo, in collaborazione con l’Università degli Studi RomaTre e il Teatro Palladium. I progetto nasce da un programma di ricerca Teatrale sul Mito realizzata anche in campo sociologico e filosofico, che dal 2012 a oggi nell’ambito del Festival dell’Eccellenza al Femminile di Genova, ha visto la partecipazione dei piu importanti studiosi e grecisti europei, come: Eva Cantarella, Claudio Magris, Caterina Barone, Margherita Rubino, Angelo Tonelli, Gabriele La Porta, Nicla Vassallo, coinvolgendo oltre trenta artisti in altrettanti spettacoli. Tra questi: Elisabetta Pozzi, Galatea Ranzi, Amanda Sandrelli, Lunetta Savino, Mariangela D’Abbraccio, Paolo Graziosi, Edoardo Siravo, Umberto Galimberti, Gianni Vattimo.
All’interno di questo programma, ogni anno viene presentata una rassegna teatrale, oltre a una serie di incontri e Tavole Rotonde sul tema: IL MASCHILE E IL FEMMINILE NEL MITO, finalizzati a indagare gli archetipi degli eroi e delle eroine dell’antichità, declinati dal Teatro Classico all’immaginario della Drammaturgia contemporanea.
Dopo lo studio delle grandi figure femminili dell’antichità: Medea, Antigone, Clitennestra, Cassandra, l’indagine ci ha portato a cercare nel Mito una risposta agli interrogativi sui
temi collegati al sentimento dell’Amore, nell’ottica della società contemporanea, approdando così alla riscrittura di: “FEDRA, DIRITTO ALL’AMORE” di Eva Cantarella, e alla messa in scena del testo con l’interpretazione di Galatea Ranzi. Attraverso lo spirito e gli strumenti della ricerca del Teatro Contemporaneo, il Mito è qui il pretesto per interrogarsi sulle contraddizioni dell’Amore nell’epoca moderna.
In questo contesto nasce il progetto teatrale ORFEO MILLENIUM, che prende spunto dai testi di Maricla Boggio, con il proposito di reinterpretare l’Amore attraverso i molteplici significati dell’archetipo di Orfeo, declinandoli nella realtà storica e sociale dei giovani del Terzo Millennio.

Interpretazioni dinamiche, provocatorie di Orfeo, che hanno dato origine allo spettacolo “LO SGUARDO DI ORFEO” che debutterà al Teatro Palladium di Roma il 13 Giugno. Gli episodi-quadri che compongono lo spettacolo sono ambientati nella realtà e nei luoghi simbolo dell’Amore: la coppia, la famiglia, la religione, la ritualità collettiva. Lo spettacolo è stato realizzato con un lungo percorso di lavoro laboratoriale, avvalendosi della regia di 4 diversi registi: Consuelo Barilari, Duccio Camerini, David Gallarello, Marco Avogadro, declinando Orfeo e il tema dell’impossibilita di amare e ricongiungersi con Euridice, in 6 episodi. Passando dal tragico al comico, da Pier Paolo Pasolini a Ovidio, da Euripide a Don Gallo, sino al varietà, 8 giovani attori di grande talento scelti con provini nazionali, si cimentano nella sfida.
La Tavola Rotonda: ORFEO, UN MITO SENZA TEMPO, dà inizio e introduce questa parte del progetto sul Mito dedicata ai giovani e all’Amore, analizzando la molteplicità di significati che la figura di Orfeo offre a una lettura contemporanea.

“Il mito di Orfeo e Euridice, presente nell’iconografia fin dal V secolo a.C., risulta assente nella letteratura greca e latina fino a Virgilio e a Ovidio, due trattazioni poetiche che hanno avuto una straordinaria fortuna nella cultura occidentale. Virgilio e Ovidio raccontano il mito per scene giustapposte, con una tecnica che può essere definita ecfrastica, concentrandosi sulle scene più frequenti nelle arti figurative. Il Medioevo, che conosce il mito attraverso Virgilio e Ovidio, riporta il racconto dalla poesia alle immagini: molti artisti si servono della tecnica della narrazione continua o di quella per scene giustapposte. In questo modo il mito di Orfeo e Euridice compie un percorso che dalle immagini conduce a testi poetici strutturati per scene e da questi di nuovo alle immagini” (Dall’intervento alla Tavola Rotonda del Prof. Roberto Nicolai).
Il Prof. Paolo D’Angelo, Direttore del Dipartimento Studi Filosofici UniRomaTre, il Prof. Roberto Nicolai, grecista dell’ Università La Sapienza, la Prof.ssa Adele Cozzoli, grecista di UniRomaTre, porteranno l’attenzione sulla figura e la vicenda di Orfeo, il suo valore simbolico, il mistero Orfico, il significato di Arte e Poesia nell’ iniziazione all’Amore, nel passaggio tra vita e morte, attraverso Ovidio, Virgilio, e le fonti storico-letterarie che hanno portato il Mito sino a noi.

Gabriele la Porta, filosofo e scrittore, parlerà dell’Orfismo come iniziazione del pensiero antico e moderno, alla ricerca della comprensione del mistero della morte e dell’Amore, che in Orfeo si esprime nell’impossibilità di amare e possedere per sempre Euridice.
Consuelo Barilari, regista e ideatrice del progetto introdurrà e spiegherà i temi dello spettacolo e la teatralizzazione del Mito nei sei mondi e nelle sei epoche diverse, esplorato con differenti allestimenti e stili teatrali.
L’attrice Isabel Russinova, leggerà brani dalle più significative interpretazioni contemporanee di Orfeo, tra queste quelle di Claudio Magris, Rocco Familiari, Carmelo Bene.

“ORFEO. Tremila Anni di Mistero” a Genova per il FESTIVAL DELL’ECCELLENZA AL FEMMINILE

Amici carissimi,

 oggi, alle 17,20, sono  a Genova per “ORFEO. Tremila Anni di Mistero”, insieme al grecista Angelo Tonelli e con l’accompagnamento dell’arpa di Alessandro Arturo Cucurnia. Un percorso di mistero da Ipazia a Orfeo, per spingersi dentro al mito per comprendere le radici di una verità troppo spesso cancellata. L’evento è all’interno del Festival dell’Eccellenza al Femminile, un’iniziativa di ”Cultura di genere” in forma di Festival che da 9 anni viene realizzata a Genova nel mese di novembre. Il Festival conta 3 Medaglie del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano e il Patrocinio dell’UNESCO per i Beni Immateriali. Il Festival nel programma teatrale presenta una serie di eventi collaterali di promozione teatrale, ormai consolidati negli anni, con cui ha acquisito la capacità di rivolgersi a un pubblico vario e differenziato, con un’offerta di eventi sempre molto variegati.
Il Festival quest’anno ha la sua location centrale nel Palazzo Doria Spinola che è  la sede della Città Metropolitana, dove si svolgono quotidianamente incontri, tavole rotonde, dibattiti e dove sono esposti nella Mostra “Liguria. Patrimonio Immateriale” le risorse e i prodotti “Eccellenti” dei territori dei Comuni della Provincia di Genova, con un allestimento scenograficamente curato, utile a valorizzare e sottolineare il valore di Territori, Memorie e Prodotti dell’area coinvolta.
Fil rouge di quest’anno è la “Rappresentatività Femminile” del territorio provinciale con la partecipazione alle attività del Festival delle Donne Sindaco e non solo, per mettere in luce l’“eccellenza” dei loro territori.

Patrocini

UNESCO PER I BENI IMMATERIALI
PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO DEI MINISTRI
MINISTERO PER I BENI E LE ATTIVITÀ CULTURALI MINISTERO DEGLI INTERNI
MINISTERO DEGLI AFFARI ESTERI MIUR UNIVERSITÀ DEGLI STUDI DI GENOVA

Enti Promotori

REGIONE LIGURIA, PROVINCIA DI GENOVA, COMUNE DI GENOVA, CAMERA DI COMMERCIO, FIERA DI GENOVA

Sezioni

1. RASSEGNA TEATRALE LA CONCILIAZIONE: DAL MITO AL NUOVO MILLENNIO
2. PREMIO IPAZIA ECCELLENZA AL FEMMINILE: NAZIONALE ED INTERNAZIONALE (realizzato in collaborazione con il Ministero degli Esteri e l’Istituto di Cultura Italiana all’Estero, nella città di Cracovia- Polonia)
3. PREMIO IPAZIA NUOVA DRAMMATURGIA
4. LADY TRUCK. Corso di Formazione TAM: TERRITORI, ALIMENTAZIONE, MEMORIA: I BENI CULTURALI ANTROPOLOGICI E AMBIENTALI DEL TERZO MILLENNIO.
5. SVELAMENTI Progetto pluriennale di Arte Contemporanea
6. GENIUS LOCI Progetto contro la violenza sulle Donne che prevede incontri, dibattiti, e la Staffetta non stop il 25 novembre in Piazza De Ferrari, in occasione della Giornata Mondiale contro la violenza sulle donne.

La Grande Madre — Giordano Bruno, il mago irascibile, il filosofo dell’immaginazione

Un post del 2009 
Un tornare indietro, nel progredire ancora….

«Un’unica forza, l’Amore, unisce infiniti mondi e li rende vivi»

Giordano Bruno (1548-1600)

Non sono stato io a incontrare Giordano Bruno, ma fu lui a venirmi incontro. È successo per caso, quando ero ancora un ragazzo. Mi chiesero: «Che filosofo preferisce?» e io per darmi un contegno e per non citare sempre gli stessi, i notissimi, feci il suo nome. Non avevo letto neppure un rigo e nel programma liceale ancora non l’avevamo toccato. Al buio.

Da allora mi è rimasto dentro. È impossibile toccarlo senza che lui ti avvolga, definitivamente. Un po’ come i miti secondo Hillman, «Non toccarli se non vuoi che ti ritocchino». Grande verità. Basta farne l’esperienza per comprendere come tutto questo sia reale. Lo dissi anche un giorno, credo fosse il 1991, a Michele Ciliberto, notissimo studioso bruniano e autore di un fondamentale testo sulla sua filosofia. Dunque ero con il professore per preparare un’arringa di difesa del filosofo e letterato nolano. Qualche giorno prima uno studioso inglese aveva accusato Bruno di essere stato una spia della regina Elisabetta. Allora la città di Nola organizzò un dibattito pubblico ma me e quel “pensatore” anglosassone. Ciliberto faceva parte della giuria. Ebbi la meglio sul povero pseudo storico: lo misi subito all’angolo in quanto tutte le sue prove consistevano in alcune lettere che Bruno avrebbe segretamente mandato a Elisabetta I relative a movimenti e trame dei cattolici. Ebbene, non aveva compiuto la perizia calligrafica. Le lettere insomma non erano neppure di Bruno. Una cantonata imbarazzante. La stampa diede qualche attimo di celebrità al “ricercatore”, ma credo che ormai nessuno si ricordi di lui. È la classica fine di chi cerca notorietà infangando il nome dei grandi. Tornando a Ciliberto, fu in quell’occasione che mi chiese, in una splendida mattinata di sole davanti a un ristorante sopra la città di Nola, come mai amassi tanto Bruno. Gli risposi che l’avevo toccato per caso e che non mi aveva più abbandonato. «È successo così anche a me» mi rispose.

Giordano Bruno è il più grande mago rinascimentale. Anche Giorgio Galli ha affermato che i filosofi ermetici del 1500 sono stati gli unici alleati del pensiero Femminile; Bruno quindi, a sua volta, sarebbe un sostenitore di questa cultura alternativa, che si esprime soprattutto mediante la magia.
Siamo di fronte a un pensiero vastissimo la cui somma importanza è però essenzialmente ascrivibile all’ambito ermetico-esoterico, come ha evidenziato, appunto, Frances Yates, mentre in Italia questa componente è stata quasi del tutto trascurata.
La vita di Giordano Bruno é essa stessa “esemplare” in relazione al nostro discorso. È un racconto vero che serve a portare alla luce lo scrigno occultato del Femminile arcano. Per questo è utile ripercorrerla. È un viaggio straordinario da compiere tutti insieme. Una profonda malinconia e una grande gioia di vivere. Giordano Bruno vive tra questi due opposti stati d’animo. Cerca continuamente il dialogo, ma trova solo i volti arcigni del bigottismo. Calvinisti, protestanti, riformati, anglicani e cattolici sono tutti della stessa pasta fondamentalista, alla fine del Cinquecento.
Il Rinascimento purtroppo appare lontano. Ha messo le gemme con Pico della Mirandola, con Marsilio Ficino e il grande Lorenzo. Poi è germogliato sotto la forte influenza del Simposio di Platone e del suo inno all’amore e alla vita. Ed è infine ripiegato, dopo un breve periodo di assestamento, grazie agli odi di religione. E il manto nero che ricopre la mente dei bigotti a intristire Bruno, lui che è un mago e tale ha voluto essere per tutta la vita. Con ciò che ne consegue. Quindi la chiesa l’ha aborrito in quanto eretico e una componente del pensiero marxista l”ha sottovalutato perché da sempre diffida di chiunque si occupi di filosofia ermetica e di occultismo, giudicate tendenze di destra. Personalmente mi rifiuto di avallare questa visione, che ha portato una certa sinistra a bandire personaggi come Giordano Bruno e scrittori come Tolkien.

Bruno comunque è un mago. È utile ripeterlo perché tutta la sua vita è immersa in un’aura di mistero e di fascino. E in buona parte deve essere ancora interpretata. I continui viaggi, le lezioni, i dialoghi con i grandi del tempo sono forse più significativi degli scritti, almeno di quelli in chiave “essoterica”. Cerchiamo perciò di andare al di là della coltre gettata dagli ignoranti – veri o finti – e vediamo nella tela di questo scampolo di Rinascimento la storia di un uomo vivo, allegro, coltissimo, amante del vino, dell’amicizia, della creatività e, come ovvio coronamento, di Eros, il padre di tutti gli dèi. Senza dimenticare che ci troviamo di fronte a una persona coraggiosa fino all’inverosimile e capace di ogni sacrificio pur di mantenersi coerente.

Nel 1572 Bruno ha ventiquattro anni ed è ordinato sacerdote. Proviene da una famiglia della piccola nobiltà di Nola. Sua madre, Fraulissa Fravolino, è dotata di un ingegno vispo, curioso e duttile. A quindici anni ha preso l’abito domenicano e a diciannove ha già iniziato a criticare la curia vaticana. Dal 1572 al 1575 Bruno, il cui nome di battesimo è Filippo mentre Giordano è quello assunto da frate, passa i migliori anni della sua burrascosa vita. Studia la teologia e l’arte della memoria, di cui, da sempre, i domenicani, quelli del suo ordine, sono i principali esperti in Europa. Si tratta di un’antichissima disciplina che aiuta ad associare immagini e concetti. Della sua efficacia testimoniano Pico della Mirandola e lo stesso Bruno che da questi studi ricava il massimo profitto. Sembra accertato che ricordasse tutto in modo indelebile. Gli bastava consultare un libro per non dimenticarlo mai più. Quindi la sua cultura, con gli anni, diventò sterminata. Pensate ai vantaggi, anche per una persona qualunque, di poter rammentare dalla A alla Z tutto quanto si è letto durante la vita.

La felicità di Bruno ha corso breve. Nel 1576 viene raggiunto dalla prima accusa di eresia. Non è una voce o un rimprovero, ma una vera ingiunzione. A quell’epoca significava subire un interrogatorio iniziale della durata di uno o due giorni e poi, in caso di resistenza alle accuse, essere trasportato nella sala delle “domande” dove giungeva un signore vestito di nero accompagnato da un aiutante. Contemporaneamente facevano il loro ingresso frusta, tenaglie opportunamente infuocate, cavadenti, magli e altri strumenti per spaccare le ossa.
Bruno conosce la “procedura” e fugge immediatamente.
Iniziano così i suoi pellegrinaggi.

È solo, è giovane, ha indosso soltanto il saio che deve necessariamente abbandonare. E ormai spretato, condizione assai pericolosa perché chiunque può denunciarlo per ricevere una congrua ricompensa.
La sua prima tappa è Roma, dove una diceria lo vuole partecipe dell’assassinio di un prete. Un perfetto esempio di falso perpetuato nel tempo. Nessuno sa chi fosse quel prete, di cui non è stato tramandato il nome in alcun atto o documento. Non sono noti neppure la data dell’omicidio e il luogo dove sarebbe avvenuto. Non si conoscono nomi di testimoni, di accusatori e neanche dei giudici. Ciò nonostante su molti libri si continua a leggere di questa ignominia. Una vera diceria da untore sopravvissuta nei secoli.
Comunque sia, a maggior ragione, Bruno deve proseguire nella sua fuga. Ecco Genova, Nola, Savona, Torino, Ginevra, Parigi, Londra, Württemberg. Poi ancora Praga, Helmstad, Francoforte e infine Venezia, nel 1590.
Sono quattordici anni di peregrinazioni incessanti. Sempre povero e solo. Sempre spretato ed eretico, sempre studioso e insegnante di filosofia nelle università delle città dove si sofferma, che poi sono le migliori del mondo. Sempre accolto a corte. A Parigi, a Londra, a Praga.
Un sapiente itinerante che cerca ospitalità e rifugio. Scrive, pubblica finché l’Inquisizione lo ghermisce a Venezia per il tradimento dell’infido Mocenigo.
Questo è, in sintesi, tutto ciò che si sa di lui.
Eppure, qualcosa sfugge.

Rivediamo un momento questa cronaca “ufficiale” della sua vita. Bruno, dunque, è un perseguitato, eretico e squattrinato, che vaga per l’Europa. Fin qui nulla di strano, ce ne sono stati tanti altri e molti ancora ne verranno dopo di lui. Ma appunto costoro “vagano”, non hanno un itinerario né una meta. Cercano asilo e quando lo trovano non guardano tanto per il sottile. Trangugiano angherie in cambio di un tetto e di una mensa. Ben contenti di non essere riconosciuti – sono eretici, non dimentichiamolo – e del tutto lieti di non finire in una segreta o in mano al torturatore. Bruno invece ovunque vada viene accolto con tutti gli onori e gli si affidano le cattedre più prestigiose. A uno spretato si assegnano quindi le materie di maggior prestigio culturale e politico.
E un assurdo che contravviene a qualsiasi logica.
Non solo, a Parigi e a Londra frequenta assiduamente la ristrettissima cerchia dei reali.
Bruno riesce sempre, ovunque si trovi, a pubblicare le sue opere di filosofia e di magia. E questo, nonostante che la filosofia ermetica sia perseguitata da tutte le religioni e confessioni.
Dovremmo forse iniziare a chiederci da chi sia continuamente “accolto”.
Nel 1576, all’inizio delle peregrinazioni, è un perfetto sconosciuto. Perché dunque le autorità dei vari paesi, in cui si sofferma, avrebbero dovuto dargli incarichi importantissimi?
È evidente che si muove come su un circuito preordinato. Si reca dove sa di poter andare. Il mago, definiamolo così perché è l’unico modo davvero corretto per identificarlo, percorre rotte sicure. Deve esistere una confraternita, un gruppo, un’associazione, chiamiamola come vogliamo, che gli tesse una tela su cui possa muoversi senza timori. Che riconosce in lui il rappresentante di un sapere alternativo e giusto, gli apre perciò tutte le porte.
La coerenza del nolano, la forza con cui afferma le proprie idee, che poi sono quelle magico-ermetiche, unitamente a un’assoluta incapacità di ipocrisia, gli rendono ostili i bigotti e le autorità religiose. Ma questo avviene “dopo” l’accoglienza.
È un’ipotesi che potrebbe costringerci a rivedere tutta la storia culturale di questo periodo. Dobbiamo necessariamente ipotizzare che sia esistita una segreta associazione di menti aperte e antifondamentaliste, che gli consentiva i movimenti e che lo proteggeva in ogni situazione.
Prima abbiamo detto che Bruno, al momento della sua fuga iniziale, non era un personaggio noto, almeno non a tutti. Ma sicuramente doveva essere conosciuto ai membri di questo “gruppo” di cui finora la storia ufficiale non si è mai occupata. Perché costoro sapessero chi era, Giordano Bruno doveva essere in contatto con loro da molto tempo prima dei cosiddetti “vagabondaggi”. Era stato affiliato dalle persone che professavano la luce del bene e della conoscenza?
È certo che dovunque Bruno giunga lascia come un “segno”. Tanto è vero che in ogni città da lui toccata sorgono congreghe che possiamo paragonare a logge massoniche. Forse quella misteriosa associazione confidava nelle sue capacità di entusiasmare gli animi e organizzare la gente intorno a sé. Qualcosa di simile è accaduto, molto tempo dopo, anche a Casanova, e a Cagliostro.
Comunque i suoi spostamenti e l’ospitalità “innaturale” che riceve richiamano alla memoria i nove Cavalieri Templari e la quanto meno generosa accoglienza riservata loro da re Baldovino di Gerusalemme.
Dobbiamo ipotizzare, finalmente, l’esistenza di una sorta di cerchia di eletti da sempre “nascosta”, che tenta di scongiurare le persecuzioni dei fanatici religiosi, che propugna la libertà di espressione e di ricerca? Forse un gruppo, che oggi definiremmo “di scienziati”, all’esplorazione di campi del sapere a quell’epoca vietati e del tutto ignoti alle masse. Una congrega “coperta”, perché in quei secoli di oltranzismo non è davvero possibile dichiarare simili intenti alla luce del sole.
Affronta inoltre campi che le moltitudini devono ignorare, e questo è forse il più fitto di tutti i misteri. Perché al sapere-potere non possono accedere quelle persone che non si sono purificata l’anima, per usare un’immagine del Dolce stilnovo.
È una questione fondamentale, uno dei massimi arcani della nostra storia. Per questo è utile continuare il racconto di Giordano Bruno e cercare di vederne la “trama”.

Amore e Psiche

(Paolo Romano, Banchetto di Amore e Psiche, Palazzo Te, 1532-1535)

Il mito

Il mito può avere un effetto terapeutico se riusciamo, intendo, a pensare miticamente. Diciamo così: se abbiamo una grande inquietudine, quello che gli psicologi chiamano un problema, il primo passo per uscire dal problema è realizzare che al centro del problema in oggetto c’è un mito. Allora comprendiamo che in questione non siamo solo noi come individui, non siamo noi personalmente e integralmente causa di quell’inquietudine. La mia non è una pura e semplice malattia personale: c’è anche un paradigma infinitamente più grande. E’ una faccenda mitica a operare in me. Ecco uno dei vantaggi del pensare in termini di mito. Rende meno individuale la psiche”.

James Hillman

Trama del Mito

John William Waterhouse, “Le ninfe ritrovano la testa di Orfeo”, 1900

…considerare l’anima come un’intelligenza attiva, che conforma il destino di ciascuna persona e ne traccia la trama, è un’idea utile. I traduttori del greco antico rendono a volte con “trama” la parola mythos. Le trame che ingarbugliano la nostra anima e fanno uscire allo scoperto il nostro carattere sono i grandi miti.

James Hillman, “La forza del carattere”, Adelphi, 2000

E voi, in quale mito vi riconoscete? Quale sentite più vicino?

Sul mito

Il mito è una realtà complessa e non si presta a interpretazioni dogmatiche. I personaggi mitici, che Jung nei suoi scritti teorici chiama gli archetipi della nostra identità collettiva, effettuano continuamente delle transazioni che rappresentano le trasformazioni della coscienza. Le loro gesta sono espressione dei nostri conflitti(intra e interpersonali) e anche i rapporti di reciproca dipendenza e della nostra partecipazione al sacro. Nella sua precisione, il mito è paragonabile a una coreografia o a un brano musicale. Dobbiamo accostarci alle avventure degli Dei e delle Dee non come se leggessimo degli eventi storici, ma come se ascoltassimo della musica o come se meditassimo. Non una dottrina, ma un’armonia finirà per effondersi.  Nel momento in cui un mito antico riemerge e si carica di significati moderni, ricomincia a evolversi, perché nessun dogma cristallizza il significato degli archetipi del politeismo greco e nessuna chiesa può sostenere l’infallibilità o l’esclusività dell’interpretazione dei miti.

Ginette Paris

Mythos

Il mito non è solo forma narrativa, è anche spazio interiore.

Luigi Zoja

Il mito come terapia

Il mito può avere un effetto terapeutico se riusciamo, intendo, a pensare miticamente. Diciamo così: se abbiamo una grande inquietudine, quello che gli psicologi chiamano “un problema”, il primo passo per uscire dal problema in oggetto c’è un mito. Allora comprendiamo che in questione non siamo solo noi come individui, non siamo noi personalmente e integralmente causa di quell’inquietudine. La mia non è una pura e semplice malattia personale: c’è anche un paradigma infinitamente più grande. È una faccenda mitica a operare in me. Ecco uno dei vantaggi del pensare in termini di mito. Rende meno individuale la psiche.

James Hillman

Il mito opera nella mente dell’uomo…

Desidero dimostrare, non come gli uomini considerano il mito, ma come il mito opera nella mente dell’uomo senza che lui ne sia cosciente.

Claude Lévi Strauss

Anima Animae 6

Carissimi amici,

siamo giunti al nostro sesto appuntamento con Anima Animae, la mia nuova trasmissione in onda su Cinquestelle tv tutti i giorni alle ore 20:45 circa tranne il martedì. In questa puntata affronteremo il contenuto profondo di alcuni passi tratti da Coltivare l’anima” di Luigi Zoja, ed. Moretti & Vitali, un libro che, attraversando sia il mondo classico sia la società moderna, risulta irrinunciabile per chiunque voglia avvicinarsi in modo completo a Psiche.

Quale è la chiamata della tua vita?

“Le immagini mitologiche mettono in contatto la propria coscienza con l’inconscio. Ecco ciò che sono. Quando una persona non ha immagini mitologiche, o quando la coscienza le rifiuta, quale che sia la ragione, rinuncia ad essere in contatto con la parte più profonda di sé. In questo, ritengo, sta lo scopo del Mito nel quale ognuno vive. Si tratta di trovare il Mito nel quale viviamo, conoscerlo, in modo da dirigere la nostra esistenza con competenza.
Quale è la chiamata della tua vita lo sai?”

Joseph Campbell

Eos e Titone

Incoscio

In realtà giorno per giorno noi viviamo ben oltre i confini della nostra coscienza; la vita dell’inconscio procede con noi, senza che ne siamo consapevoli. Quanto più domina la ragione critica, tanto più la vita si impoverisce; quanto più dell’incoscio e del mito siamo capaci di portare alla coscienza, tanto più rendiamo completa la nostra vita

Carl Gustav Jung

Senza amore non c’è vita

Eh sì hai ragione cara Maria, discutiamone…

Senza amore non c’è vita!
Cari, carissimi,
HO PAURA DELL’AMORE Quando si configura come pura alterità , pura esistenza per l’altro, grazie al quale soltanto può esprimersi ,simile all’amore del mito di Eco e Narciso . Narciso è pura identità , pura esistenza di sè, aspetto che è alla base del narcisismo, atteggiamento psicologico odioso.
Discutiamone ….un abbraccio

inconscio e mito

Quanto più dell’inconscio e del mito siamo capaci di portare alla coscienza, tanto più rendiamo complessa la nostra vita.
La ragione, se sopravvalutata, ha questo in comune con l’assolutismo politico: sotto il suo dominio la vita individuale si impoverisce

Carl Gustav Jung

la parte nascosta ed il daimon

Inconscio e Magia – Psiche: “Gridi d’amore”

Amiche e amici amatissimi, eccovi oggi l’amore cantato dal grandissimo Guillaume Apollinaire (1880-1918), in questa sorprendente lirica in cui gli Dèi e il Mito ci sono donati con una intensa naturalezza… Presenterò questa lirica nella mia trasmissione Inconscio e Magia – Psiche in onda nella notte tra domenica 14 e lunedì 15 febbraio su Rai 2 verso le 2:20 circa.  Buona giornata. A presto!

Il canto d’amore

Ecco di che cosa è fatto il canto sinfonico dell’amore
C’è il canto dell’amore di un tempo
Il rumore dei baci sperduti degli amanti illustri
I gridi d’amore delle mortali violate dagli dèi
Le virilità degli eroi favolosi erette come pezzi contraerei
L’urlo prezioso di Giasone
Il canto mortale del cigno
E l’inno vittorioso che i primi raggi del sole hanno fatto
cantare a Memnone l’immobile
C’è il grido delle Sabine al momento del ratto
Ci sono anche i gridi d’amore dei felini nelle giungle
Il rumore sordo delle linfe montanti nelle piante tropicali
Il tuono delle artiglierie che compiono il terribile amore dei popoli
Le onde del mare dove nasce la vita e la bellezza

C’è là il canto di tutto l’amore del mondo

Ritorni dell’Infinito

Vi sottopongo, voi dal FRÉN (cuore) languido, questo mito propostoci da Daniela, una nuova viaggiatrice del nostro blog. A voi…

E’ bella questa lirica, fremente; e per contrasto mi richiama alla mente un mito, anch’esso indiano, che vi racconto qui.
Si racconta che la Luna fosse un malinconico principe di nome Soma, innamorato di una belissima stella rossa, che si chiamava Rohini: oggi noi la chiamiamo Sole. Il principe voleva sposare la sua Rohini, ma il padre lo costrinse a sposare anche le sue 27 sorelle; e così ogni notte Soma stringeva fra le braccia una stella diversa, ma desiderando ardentemente la sua Rohini. Quando finalmente giungeva la notte in cui poteva coronare il suo sogno, il principe era immensamente felice, e la Luna appariva, a chi la guardava dalla Terra, piena e splendente. Ma già da quella successiva il Principe perdeva un po’ del suo splendore, e così sempre di più finché, nella quattordicesima notte del ciclo lunare, il Principe sentiva talmente la mancanza di Rohini da non apparire più per niente nel cielo, proprio come la Luna nera. Poi, pian piano, sentendo avvicinarsi la notte felice, Soma ricominciava a splendere e la Luna a riempirsi, finché non tornava piena.
Questo è il mito di Soma e di Rohini: e siccome il mito racconta “le cose che non furono mai, ma sono sempre”, si ripete ancora e ancora, nel nostro cielo…

Nell’Interiorità di Anima — “Inconscio”

In realtà, giorno per giorno noi viviamo ben oltre i confini della nostra coscienza; la vita dell’inconscio procede con noi, senza che ne siamo consapevoli. Quanto più domina la ragione critica, tanto più la vita si impoverisce; ma quanto più dell’inconscio e del mito siamo capaci di portare alla coscienza, tanto più rendiamo completa la nostra vita.

Carl Gustav Jung, Ricordi Sogni Riflessioni, citato in Gabriele La Porta, Dizionario dell’Inconscio e della Magia, Sperling & Kupfer, 2008.

Per Ginevra, per Lancillotto e per Artù, per Mordred e per un altro santo, Galgano – Parte I

Cari amici,

sto per proporvi, suddiviso in quattro parti, un altro dei miei racconti: un altro viaggio intriso di magia, amore, mistero, scoperta o ri-scoperta. Dedicato a quanti sanno guardare al di là del proprio naso e continuare a stupirsi grazie alla fantasia e alla qualità di osservare senza pregiudizi.

Buona (ri-)lettura a tutti voi!

 

Quando i monaci vollero evangelizzare le popolazioni celtiche, vennero in contatto con i loro usi militari e quindi con il mondo cavalleresco. Fu facile per gli uomini di Chiesa adattare i miti dei Celti alla religione cristiana e così nacquero i «cicli cantati», il più importante dei quali fu quello di re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Proprio in queste saghe è possibile trovare sotto la vernice cattolica, grandi significati iniziatici e magici.

Re Artù ha un illustre predecessore, addirittura un santo realmente esistito, san Galgano, alla cui storia si ispirarono le ballate di molti trovatori.

Galgano nasce a Monte Siepi nel 1150 e già in età precocissima mostra una grande attitudine all’uso delle armi. A sette anni, infatti, ruba la spada a un uomo d’arme assopito in un campo e con un solo colpo taglia in due un faggio.

Stupito dalla forza e dall’ardire del fanciullo, l’uomo lo prende con sé e l’addestra a diventare un perfetto cavaliere.

Gli anni passano. Galgano ne ha ormai sedici e ha imparato a difendere gli inermi, le donne, i vecchi, i bambini; considerare il proprio cavallo come un compagno, attaccare e sconfiggere le forze del male ovunque si annidino, combattere le prepotenze, avversare le ingiustizie, venerare la spada come la propria anima. In definitiva, tendere sempre e comunque al bene.

Il giovane è da sette giorni a digiuno. Assorto in preghiera, nel buio della sua cella sta aspettando l’alba. Allo spuntar del sole, infatti, sarà nominato cavaliere.

Nel silenzio assoluto, sente schiudersi la porta della piccola stanza. Aguzza gli occhi, ma non vede nessuno. Ode solo una voce, quella del cavaliere che l’ha raccolto ed educato: «Ricordati di compiere solo il bene, di non fare mai abuso della tua forza, di scacciare i demoni del male. Lo rammenterai sempre?».

«Sì mio signore,» promette solennemente l’adolescente. Poi cerca di vedere nell’oscurità l’uomo, ma non vede nulla. Avverte però un fremito d’ali, come se un’aquila gigantesca fosse entrata nella stanza.

«Adesso che hai promesso,» continua la voce, «sei degno di possedere la spada accecante di luce, la purissima. Eccola, è tua!»

Galgano sente una lama sguainarsi e subito rimane accecato. Una luce potentissima emana dall’arma che il suo benefattore gli porge. Emozionato, il giovane tende le mani e vede qualcosa d’incredibile, di così sublime da non poter credere ai propri occhi.

Cade in ginocchio con la spada nelle mani e prega sommessamente, mentre calde lacrime gli solcano il viso.

Ha visto due ali splendide, immacolate, dietro la schiena dell’uomo che l’ha adottato. Adesso Galgano sa chi è davvero.

«Adesso hai capito,» gli dice la creatura alata. «Io sono Michele, il nemico del male, il persecutore dei demoni, il portatore della luce nelle tenebre. lo sciolgo la notte oscura in aurora lucente, io abbatto le bestie immonde del male e tu farai lo stesso in mio nome.»

Una luce vivissima acceca ancora Galgano, poi torna il silenzio assoluto, finché il ragazzo cade addormentato in un sonno profondo. E sogna.

Sogna di camminare per un sentiero ripido, in alta montagna, tra picchi scoscesi e innevati. L’arcangelo Michele lo guida sino a un ponte sospeso tra due rive altissime, sopra a un fiume maestoso e terribile. Le sue acque sono tumultuose, potenti, incalzanti e muovono le pale di un immenso mulino, ciascuna di esse porta impressa una scritta rossa: lussuria, ingordigia, desiderio di potenza, voluttà, narcisismo. Insomma, le pale simboleggiano le vanità.

L’arcangelo con un solo balzo passa al di là del ponte e Galgano rimane solo ad affrontare la traversata, mentre nell’abisso ruggiscono acque furiose. Il loro rimbombo sembra quasi un richiamo: «Vieni, cadi giù, lasciati andare. Ti porteremo al mulino, lì avrai tutto ciò che vorrai!».

Galgano chiude le orecchie a quelle parole adescatrici e si incammina sugli incerti legni del ponte. Ha fatto pochi passi, quando un enorme rapace si getta in picchiata su di lui, tentando di ferirlo e di gettarlo nell’abisso. Per un istante il cuore del cavaliere sembra smarrirsi, ma, osservando la figura sicura dell’arcangelo Michele, subito si riprende, sguaina la spada e con un solo colpo recide la testa dell’uccello.

Eliminato il primo ostacolo, il giovane procede spedito fino a metà della passerella. Improvvisamente due orride mani spuntano dal vuoto, di sotto, si afferrano alle corde ed emerge una creatura d’incubo, un mostro sibilante che vomita fuoco nero. Il cuore batte in petto al guerriero, ma non ha timore. Brandendo la spada, si avventa contro l’essere, lo colpisce ripetutamente e a ogni fendente l’arma diviene sempre più lucente, sino a diventare fiammeggiante.

La creatura degli inferi si abbatte colpita a morte, ma con un ultimo guizzo afferra i piedi del ragazzo e lo trascina con sé, nel vuoto. Mostro e giovane cadono, eppure Galgano è sempre sul ponte.

Cosa è accaduto? Ciò che è precipitato è il corpo del ragazzo, mentre la sua anima, il suo vero io, è rimasta sul ponte.

Così Galgano procede e si ricongiunge a Michele. Insieme riprendono il cammino e raggiungono la cima di un monte, dove sorge una splendida cappella con dodici guglie, dodici rosoni, dodici campane, dodici porte.

L’arcangelo e il guerriero vi entrano in silenzio. Una luce intensa e vibrante li illumina, mentre dodici voci si rivolgono al cavaliere: «Entra, Galgano. Sei degno di difendere la nostra cattedra».

Il giovane guarda davanti a sé e vede i dodici apostoli: calde lacrime gli solcano il viso, mentre una musica celestiale gli invade la mente e l’anima.

A questo punto Galgano si sveglia e si accorge che ha sognato tutto e che il suo protettore non è san Michele, ma solo l’onesta persona che l’ha allevato: eppure non dimenticherà mai quella notte e tutta la sua vita sarà dedicata agli insegnamenti ricevuti durante quelle ore di sonno.

In effetti i motivi iniziatici del «viaggio» effettuato nel sogno sono tanti e tutti hanno riferimenti magici.

L’uccello rapace rappresenta il sottile inganno della mente, e Galgano ha compreso la necessità di non affidarsi ciecamente solo alla ragione. Il secondo mostro sta a significare la forza delle passioni, che possono trascinare in basso il corpo, ma solo quello: la parte spirituale procede sino all’incontro con gli apostoli.

Dopo, Galgano passerà quasi dieci anni della sua vita a combattere gli infedeli e i prepotenti, sottoponendosi a centinaia d’imprese sempre per il trionfo del bene.

Un giorno si trova a inseguire un musulmano per i monti della Toscana. Il guerriero cristiano ha già ucciso tutti i suoi compagni, una banda di predoni sbarcati nei pressi di Punta Ala per razziare. Galgano insegue il fuggitivo per kilometri e kilometri, finché il musulmano, allo stremo delle forze, si abbatte esausto in cima a un colle. Subito Galgano gli è sopra, alza la spada per finirlo, ma un istante prima di calare il fendente i suoi occhi incrociano quelli del nemico. Vi scorge tristezza, dolore, abbandono, stanchezza. Un sentimento nuovo lo prende. Con mestizia abbassa la spada, compie pochi passi, si avvicina a una grande roccia, di nuovo alza il braccio e tira un terribile colpo alla pietra, affondando la lama per metà nella viva roccia.

La spada è ancora lì, e chiunque può vedere la spada nel­la roccia recandosi a San Galgano, all’interno della strada statale che da Montalcino conduce al mare.

Da quel momento il cavaliere depone le armi e diventa eremita, capace di dialogare con gli uccelli.

Porto XXIII

Lo hanno definito «mago di Hollywood» e di certo non hanno torto. Ma forse su quel «mago» dovremmo riflettere un po‘, anche se il suo cognome ci ricorda la tragica fortezza in cui scrisse Silvio Pellico.

Nativo di Cincinnati, Ohio, classe 1947, Steven Spielberg è un mago moderno e barbuto che usa l’obiettivo per i suoi incantesimi e, parlando ai più piccoli, svela ai grandi verità altrimenti insopportabili.

Il mito non lo preoccupa, il sogno lo avvince suggerendogli un linguaggio praticabile sullo schermo e la storia che ha scelto di narrare nei suoi film è sempre la stessa: quella di una creatura inseguita in fuga nel tempo. Una creatura che non vuole crescere perché teme di perdere il bambino che ha in sé. Un po’ come Il piccolo principe regalatoci da un altro «mago» di questo secolo, Antoine de Saint-Exupéry.

Porto XVII

Esistono tre stanze «segrete» nel cinquecentesco palazzo dei Corgna a Castiglione del Lago, sul Trasimeno. Sembra che a ispirarne gli affreschi sia stata la bizzarra personalità di Cesare Caporali, membro dell’Accademia degli Insensati di Perugia con il nome di Stemperato.

Caporali, ricordato da Miguel de Cervantes nel poema Viaje del Parnaso pubblicato nel 1614, aveva servito il cardinale Giulio Acquaviva a Roma. Nello stesso periodo e nelle medesime stanze lavorava il genio del Don Quijote che, a sua volta, aveva combattuto al fianco di Ascanio Corgna nella battaglia di Lepanto, nel 1571.

Questo collegamento fra spiriti eccentrici spiegherebbe le singolari stanze «segrete» di Castiglione, abitate da uno straordinario susseguirsi di rebus iconografici.

Vi è rappresentato un Mundus inversus che accosta mito, fiaba, storia e metafore nella raffigurazione di tre temi principali: gli «incauti trasgressori», i «grandi puniti» e il «mondo alla rovescia» nella prima sala nella quale si fronteggiano Tizio, Prometeo, Ganimede, Narciso e Callisto; le Muse nella seconda stanza e le Metamorfosi nella terza.

Adibite probabilmente a salotto letterario tra i più esclusivi, le sale costituivano forse una sorta di rifugio dell’anima, quello che oggi diremmo un luogo di decompressione dalle nevrosi.

E all’anima esse restituivano giustizia e serenità rappresentando un mondo nel quale i topi seviziano i gatti e altre vittime del mondo animate trionfano contro i loro abituali carnefici.

Gli elementi di questo universo irriverente concorrono a testimoniare l’intima intesa tra pittore, poeta e committente e a esaltare il mito di Apollo nei suoi molti travestimenti: Apollo Targello, o il calore che matura i frutti, Apollo Sminteo, o il distruttore dei topi, Apollo Parnopio, o il mangiatore di cavallette, Apollo-tartaruga, o serpente che seduce la ninfa Driope.

Ma altre chiavi soccorrono il visitatore della prima stanza, la più inquietante: la parete della fatica in cui Tizio si contrappone a Prometeo (al centro della parete dirimpettaia), e la vanità di Narciso che controbilancia l’affanno di Ganimede, secondo le leggi intime di un seducente quadrilatero. Sulla volta splende la celeste violazione di Callisto, immortalato nella Costellazione dell’Orsa, detta dai romani septem triones, cioè «sette buoi».

Porto XII

Il mito di Dioniso e il suo culto è uno dei più profondi e in assoluto insondabili che l’uomo abbia mai creato. Il dio, originario della Tracia e poi portato in Grecia, è contemporaneamente un giovane bellissimo, un fanciullo radioso e il Minotauro che tutti sbrana.

Un misto, dunque, di assoluto bene e assoluto male. Il «più» e il «meno» coesistono. Quando Jung parla di «ombra» che ogni uomo deve riconoscere in sé, non fa altro che riproporre a livello umano quanto era stato affermato a livello divino nel culto di Dioniso.

II significato è comunque lo stesso: il dio è Luce e Tenebra e cosi anche, su scala minore, l’uomo che è il suo derivato. Noi siamo, insomma, anche la nostra ombra. Non riconoscerlo, significa castrare una parte di noi stessi ed essere per sempre uomini a metà. Ne consegue che bisogna diffidare di tutti coloro i quali pretendono di portare esclusivamente alla luce assoluta o alle tenebre totali. Vogliono condurre al dimezzato, alla disarmonia, all”incompiutezza, cioè alla metà della forza, perché è molto più facile dominare persone realizzate a metà.

Porto X

Nell’Ottocento si credeva che l’uomo avesse appena qualche secolo. I nostri antenati risalivano a mille anni or sono, forse meno. Poi, la paleontologia e l’archeologia affiancate dagli studi sul carbonio 14 hanno in parte rimesso le cose a posto. Ma ogni nuova scoperta continua a collocare più indietro la nascita del primo uomo.

Nel settembre del 1969, un congresso mondiale di astrologi e paleontologi svoltosi sotto l’egida dell’UNESCO a Parigi, ha definitivamente spostato a due milioni di anni fa l’avvento del primo uomo capace di costruire utensili e di concepire il culto dei morti. Gli scavi nel Ciad del 1989 hanno dimostrato l’esistenza di una specie umana risalente a sei milioni di anni fa. Louis Pawels e Jacques Bergier, studiosi dell’evoluzione del pensiero umano, fanno allora un’ipotesi: «La ricerca potrebbe essere infinita e po­trebbe farci pensare al fatto che, al livello della nostra scala, esiste un primo uomo quanto esiste un’estremità dell’Universo. Non si tratta di proporre l’idea che la nascita dell’uomo potrebbe essere sincrona alla formazione della vita sulla terra avvenuta più di tre miliardi di anni or sono. Ma forse in dieci milioni di anni la specie umana ha potuto emergere, poi scomparire nei cataclismi, poi ricomparire così come la vita ritorna sulle isole rese sterili dalle eruzioni vulcaniche».

Se questa ipotesi fosse vera, improvvisamente si comprenderebbe da dove giungono all’uomo contemporaneo ricordi, frammenti, schegge e simboli che non sembrano appartenergli perché estranei alla civiltà che si è sviluppata in questi ultimi seimila anni.

Sono appunto anamnesi, frammenti di altre e misteriose culture sparite nella notte dei tempi. Ed ecco spiegato anche il mito di Atlantide che ricorre, sotto le forme più diverse, in ogni latitudine o popolo.

La Grande Madre — Dove si va a vedere la città incantata, Heidelberg, dove si scopre un segreto di una grande studiosa e dove si arriva a Shakespeare e compaiono i Rosacroce

Heidelberg appare sul fiume Neckar nel Baden-Württemberg, il celebre Palatinato. “Appare”, sì, perché è come un’epifania, al di là del corso d’acqua con il centro storico che inizia dal ponte vecchio e termina nei boschi, nei giardini alla fine dell’abitato. Sulla destra, per chi guarda da fuori del paese, c’è il castello con il palazzo di Federico e tutt’intorno la natura che entra ancora oggi nelle case e nei palazzi come un unico tessuto vivente. Heidelberg è un corpo unico, anzi, è materia vivente. Da qui la sua malia che terrorizzò Heinrich Böll, visitato da incubi cattolici. In un suo racconto tutti rimproverano al giovane protagonista: «Vai troppo spesso a Heidelberg». Glielo dicono la fidanzata, i genitori e i professori, ovvero tutte le forze che simbolicamente “costringono” la vita di un giovane borghese in un ambito di “correttezza”, cioè di prigionia dorata. In verità le persone retrive provano una spontanea repulsione per questo luogo. Non fa per loro. È come uno di quei miti, di cui parla Hillman, circondati da un’aura energetica invisibile che allontana le anime brute. La città di Federico ed Elisabetta è stata concepita e voluta come il paradiso in Terra, come luogo ideale, un po’ come Pienza di papa Enea Silvio Piccolomini, solo molto più in grande. E un microcosmo che rappresenta l’infinita armonia dell’universo. Il castello, eretto sul luogo dove viveva Jetta, la maga più celebre di Germania, è la testa pensante. Il paese è il corpo armonioso e i giardini sono le terminazioni nervose, le vene, le arterie e i sentimenti. Questi sono meglio noti come l’Hortus Palatinus, e furono commissionati dallo stesso Federico V all’architetto e alchimista francese Salomon de Caus, che ha realizzato un miracolo di proporzioni e di dolcezza distribuito su cinque terrazze collegate da numerose scale e fontane. Una sensazione di benessere pervade chiunque li attraversi. E pensare che quello che è rimasto è nulla rispetto al progetto originale. Immaginiamoci il suo splendore all’epoca di Federico ed Elisabetta. I due sposi giunsero nella città nel 1613 e trasformarono il borgo fortificato in uno scrigno tardo rinascimentale. Via bastioni, merlature, garitte e trincee inutili. Al loro posto costruzioni che ripetevano in Terra il periodare eterno delle stelle. Così nacque il Friedrichsbau, la dimora di Federico che si affaccia nello stesso cortile dove c’è l’Ottheinrichsbau, forse il palazzo rinascimentale più completo, in senso ermetico, dell’intera germanità. Un intreccio di mitologia e concezioni filosofico-ermetiche che proietta il visitatore in una dimensione di riflessione tutta interiore. L’esterno porta all’interno. Conduce nei giardini dell’anima e in questo stato psicologico può accadere di tutto. Successe così anche a me.
Provenivo dall’Hortus, dove ciò che avevo osservato era coniugato con quanto avevo letto sul primitivo splendore del giardino, mirabilmente descritto da Frances Yates nel suo L’Illuminismo dei Rosacroce. Tra le siepi vedevo con l’immaginazione le statue che cantavano e le fontane che cambiavano colore secondo il progredire delle costellazioni zodiacali. Così mi figuravo la vita della città ideale dove arte, filosofia ed ermetismo si intrecciavano come in una sublime partitura musicale. Imbevuto di sogni avevo imboccato il sottopassaggio che si incuneava tra le torri “delle polveri” e “del farmacista” ed ero sbucato davanti ai resti del palazzo di Federico, deturpato da un incendio appiccato dagli sgherri degli eserciti cattolici dopo che ebbero conquistato la città nel 1620. Ma forse le rovine erano ancora più suggestive. Il non visto mi suscitava fantasie rutilanti e improvvisamente mi venne in mente una frase che avevo letto in un altro testo della Yates, Gli ultimi drammi di Shakespeare. La studiosa, parlando della morte di Enrico, il fratello di Elisabetta, aveva scritto testualmente: «Il 17 novembre 1612, appena un mese dopo l’arrivo [a Londra] dell’elettore palatino, il principe Enrico moriva a diciannove anni. L’elettore aveva circa la stessa età, la principessa Elisabetta era minore di poco. Il gruppo dei giovani, la speranza del futuro, aveva ricevuto un colpo schiacciante. Il loro più forte campione era stato allontanato, del tutto inaspettatamente e all’improvviso, dal palcoscenico di questo mondo, sul quale non aveva ancora recitato la sua parte». Apparentemente nulla di strano in queste parole. Eppure in me provocarono una folgorazione.
Ecco perché.
«…era stato allontanato, del tutto inaspettatamente e all’improvviso, dal palcoscenico di questo mondo, sul quale non aveva ancora recitato la sua parte». La Yates, studiosa di rigore, attentissima a ogni parola, adoperava una terminologia teatrale: “palcoscenico”… “recitato la sua parte”. Perché improvvisamente e volontariamente usava queste parole “fuori luogo”? Mi sovvenne anche una affermazione di James Hillman relativa proprio alle parole riportate nei Fuochi blu. Lo psicanalista scrive: «Abbiamo bisogno di una nuova angelogia delle parole… Abbiamo bisogno di ricordare l’aspetto angelico della parola, di riconoscere le parole come portatrici autonome di un’anima tra una persona e l’altra. Abbiamo bisogno di ricordare che le parole non sono solo qualcosa che noi inventiamo o impariamo a scuola… le parole, come gli angeli, sono potenze che esercitano su di noi un potere invisibile… perché le parole sono persone». Le parole-persone della Yates rimandavano al teatro. Questo era il messaggio nascosto della Yates, questi erano e sono gli angeli che la studiosa di filosofia ermetica ha occultamente mandato attraverso il suo libro. Mai prima di quel momento, in tutti i suoi scritti, si era servita di termini teatrali; se l’aveva fatto in questo preciso contesto, continuavo a rimuginare freneticamente, doveva avere un senso e volevo scoprirlo. Bisognava capire il perché di questo messaggio inviato nella “bottiglia” del libro. E mi vennero in mente alcune connessioni. Elisabetta e Federico, prima e dopo la morte del principe Enrico, furono in contatto con Shakespeare, uomo di teatro e inoltre i Rosacroce nei loro “manifesti”, la Fama e la Confessio, definiscono se stessi “teatranti”.
Una folgorazione dentro la folgorazione. Erano in tre a usare termini teatrali: Shakespeare, e fin qui nulla di strano, quindi i Rosacroce, e poi, in maniera alquanto sconcertante, la Yates nella descrizione di Enrico morente e del dolore di Federico ed Elisabetta.
La Yates non era certo tipo da usare le parole a caso e impunemente. Quindi voleva che qualcuno – e chissà in quanti l’hanno fatto al mondo e non dicono nulla – collegasse appunto Federico, sua moglie Elisabetta con Shakespeare è tutti loro con i Rosacroce. Il punto era capire il perché di questa arcana trama che la ricercatrice inglese aveva gettato nel suo libro. Esattamente come un ricamo invisibile tracciato “con sapienza” sulla stoffa del suo telaio Femminile.
Ho esaminato con molta attenzione la questione, e adesso propongo di seguire il filo che ho individuato nella tela della Yates per capire, o solo per tentare di capire, l’enigma gettato da lei come una sibilla “mascelle feroci”, che appunto non dice, come afferma Giorgio Colli, ma accenna appena. Occorre ripartire da quegli anni lontani, dal 1613. Dallo sfondo umbratile dove compaiono i personaggi che erano presenti alle nozze dell’elettore del Palatinato con la figlia del re di Inghilterra e che furono loro vicini nei sette anni, dal 1613 al 1620, in cui trasformarono Heidelberg nella città degli incantesimi e della speranza.
La vollero paese-crogiuolo dove ermetismo, filosofia, scienza, natura, riti e simboli indicassero ossessivamente, per tutto il tempo che ne ebbero il potere, lo stesso concetto e utopia: questo è il regno dell’accoglienza, dell’accettazione, dell’immaginario, della tolleranza. Questo è il regno del Femminile.
Ma nel frattempo sarebbe lecito domandarsi: se Federico ed Elisabetta sono stati così espliciti, ed erano tempi difficili, perché non lo è stata altrettanto la Yates?
I due giovani sposi avevano il potere. Mentre le donne, da sempre, sono costrette a nascondersi per affermare il loro mondo. Devono abbindolare e tessere in segreto. Altrimenti arrivano “i padri” supponenti che deridono e, deridendo, distruggono. La Yates si è “protetta”, ma non ha rinunciato ad “accennare”. Dobbiamo imparare a leggerne la trama.

Nell’Interiorità di Anima — “Estetica”

Estetica (1)

Il “mito” riporta la percezione al suo fondamento nell’aisthesis, una parola greca che evoca una rappresentazione greca del mondo, in cui la sensazione delle cose e l’intuizione dell’immagine sono un unico atto di apprendimento. Le cose si concedono con generosità all’apprendimento estetico perché il mondo è pieno di anima grazie alla presenza di Afrodite, la Dea della fantasia sensuale. “L’anima è sempre Afrodite”, dice Plotino nella sesta enneade. La certezza mitica è un’affermazione del mondo: dice sì ai sensi, e in questo modo coglie il senso del mondo.

James Hillman, Oltre l’umanesimo, Moretti e Vitali, pag. 59

  

Estetica (2)

La percezione estetica è accompagnata da piacere. Questo piacere proviene dalla percezione della pura forma di un oggetto […]. Un oggetto rappresentato nella sua pura forma è “bello”. Questa rappresentazione è opera (o piuttosto gioco) dell’immaginazione.

Herbert Marcuse, Eros e civiltà, Einaudi, 1968, pagg. 197-198

Nell’Interiorità di Anima — “Hestia”

Hestia è, nella mitologia greca, la personificazione divina del “focolare”, in special modo del fuoco domestico (come centro cosmico) e del fuoco sacro degli altari preposti ai sacrifici. Figlia di Crono e di Rea, sorella di Zeus, è la dea della purezza e della verginità, della santità e della stabilità della famiglia. Nel mondo latino sarà venerata col nome di Vesta.

Hestia Tamia

Per essere Hestia bisogna imparare a dire di no, dare a ciascuno la sua giusta misura e non di più, imparare a individuare coloro che non ne hanno mai abbastanza e controllare la loro voracità, perché la persona che non ha il coraggio di rifiutare non potrà impedire che vengano dilapidati i beni. Questo si applica alla vita domestica, ma ancor di più alla vita organizzativa, perché l’identificazione con l’organizzazione è generalmente meno forte dell’identificazione con la famiglia e il pericolo dello spreco è maggiore. Che si tratti di una segretaria che controlla i conti in uscita e l’inventario del materiale, di un impiegato che prende a cuore la conservazione degli attrezzi e dei veicoli o di un caporeparto che sorveglia da vicino gli interessi della “sua” compagnia, hanno tutti in comune il fatto di dover esercitare la vigilanza sul posto, al centro, nel cuore dell’organizzazione. Devono possedere uno spirito poco litigioso ma giusto e mantenere una certa severità, pur non guastando il clima di calore e di simpatia che permette di identificarsi con la propria impresa invece di contrapporvisi. La figura di Hestia spesso è incompatibile con quella del padrone, perché in genere questa funzione è dominata dalla figura di Zeus. Spesso è preferibile che una persona meno identificata con le politiche organizzative abbia l’incarico di farle rispettare. Sfortunatamente, le qualità specifiche alla Hestia non sono abbastanza riconosciute coscientemente né “ufficialmente”, sicché le persone che le sviluppano non sono ricompensate e remunerate di conseguenza. È l’organizzazione che ci perde.

Ginette Paris, La grazia pagana, Moretti e Vitalli, 2002, pagg. 124-125

La Grande Madre — Dove si ricorda di una passeggiata alle falde del Vesuvio e dove compare una zingara

Ho sempre avuto un buon rapporto con le donne. Sarà perché sono cresciuto in mezzo a loro. Infatti nella casa di Boscoreale, alle pendici del Vesuvio, vivevo con mia nonna Carla, che ho sempre chiamato mamma perché avevo preso il suo latte, come ho già raccontato, e con le zie Sandra e Felicetta. Un po’ in tutto il napoletano le donne sono le padrone della casa; da noi questo era vero in modo particolare. Gli uomini c’erano, eccome, ma nel vivere quotidiano finivano per essere figure sbiadite. Eppure mio nonno Alfonsino era sindaco del paese, comunista accanito, e vero rivoluzionario. Portò infatti l’acqua ai vasci, alle grotte abitate ancora negli anni cinquanta da centinaia di persone, togliendola però ai benestanti della zona e soprattutto al barone Oliva. Insomma quasi una rivoluzione. Anche il figlio, mio zio Angelo, aveva un caratterino niente male; alto, grosso, un gigante muscoloso. Comunque non contavano né lui, né il padre. C’erano e non c’erano, almeno per me che dormivo spesso tra la mia “mamma” e Sandra con sogni popolati di sesso familiare radioso. Come i loro immensi seni che vedevo e sentivo quasi cuscini del paradiso. Questo servì a togliermi per sempre ogni problema con l’altro sesso, in contrasto con qualche facile teoria psicanalitica che sicuramente avrebbe visto in quella supposta “promiscuità” chissà quale insidia per il bambino che allora ero.
Dunque armonia e serenità da parte mia in ogni contatto con le donne. E non sarà stato certamente un caso che a nominarmi direttore di RAIDUE sia stata proprio una donna, la signora Moratti, ma questa è una storia che qui non interessa davvero.
Dicevo dunque dei buoni rapporti da me sempre intrattenuti con le signore di tutte le età. Così non ebbi alcun sussulto particolare quando a sei anni incontrai nel centro del bosco, che dal paese portava al Vesuvio, la signora Maria, una zingara. Andò così.
Camminavo da solo in pieno sole primaverile, appena dopo pranzo. Avevo superato da tempo la bella villa pompeiana che compare in tutti i libri di storia dell’arte, ma che a me e ai miei amici serviva per i giochi di guerra, e andavo per il solito sentiero che portava alla bocca del vulcano, quando un merlo si mise a zampettare sul mio cammino. Anche in seguito, sulle Dolomiti, mi è successa la stessa cosa. Solo che ero grande e non mi misi a seguirlo. “Questa volta non ho il coraggio” pensai in montagna. Ma allora, invece, gli andai dietro, fuori dal sentiero. Lui a passettini veloci, io quasi di corsa. Non c’era alcun motivo per quell’inseguimento, ma ero spinto da un impulso. Non era neppure curiosità, ma qualcosa dentro mi suggeriva di proseguire. Guardavo fisso l’uccello e non so bene per quanto andai, comunque per un bel pezzo. La vegetazione si faceva più fitta e appoggiai male un piede su di una radice. Caddi. Mi rialzai subito. Ma il merlo era sparito. Lo cercai con lo sguardo, anche dietro di me, da dove ero venuto. Già, ma da dove ero arrivato? Non c’era sentiero e mi resi conto di aver perso la strada. Tentai di tornare sui miei passi, ma dopo un’ora ancora non avevo trovato nessun punto di riferimento. Non ero inquieto, non avevo paura: mi dispiaceva soltanto per mia nonna. Le avevo detto che non sarei stato fuori a lungo e non volevo che si preoccupasse. Passò altro tempo, ancora non ero riuscito a rintracciare il sentiero, e cominciavo a stare in pensiero. Non per me, ma per “mamma”, appunto.
L’ansia mi colse quando mi accorsi che il sole cominciava a sfiorare le cime degli alberi. Stava davvero facendosi tardi. Avevo una stretta allo stomaco e quasi quasi mi veniva da piangere. Poi la vidi.
Era ferma in mezzo a una piccola radura tra gli alberi. Una vecchia enorme. Così mi apparve. Una liberazione. Corsi verso di lei e mi buttai tra le sue gonnellone, abbracciandole le gambe.
Mi sollevò e allora le cinsi il collo. Era gigantesca.
«Chi sii?» mi disse. Le spiegai del merlo e che mi ero smarrito. Allora allungò le braccia per vedermi meglio. Mi teneva sospeso davanti al suo faccione rugoso. Poi chiuse gli occhi e mi avvicinò al suo seno. Quasi cullandomi. Senza dire una sola parola mi accompagnò al sentiero. Da lì sapevo come tornare dai miei.
«Mo’ vavattenne» mi sussurrò «ma non ai rìcere a nisciune che m’hai ‘ncuntratata, va bbuono?»
«Sì.»
Andai via, ma dopo pochi metri risentii la sua voce.
«Tu hai da sta’ sempre cu nuie, nun te scurda’.»
Mi voltai, la salutai e tornai a casa senza ovviamente capire il significato di quel «Tu devi stare sempre con noi, non dimenticarlo». Soltanto dopo molti anni ne compresi, forse, il senso. Ma ne parleremo in seguito, per ora è meglio rimanere a Boscoreale.
Mia nonna per poco non mi mangiò vivo. E per la prima volta mi spedì a letto senza cena.
Ero nel lettone a occhi aperti. Stavo ripensando a quella donna, di cui non avevo fatto parola, vestita con gonne ampie sovrapposte, con un fazzolettone in testa e grandi orecchini, senza dubbio una zingara, quando sentii la porta che si apriva. Feci finta di dormire. Era zia Sandra con pane e salame. Gioia e baci. Poi zitti zitti, per non farci sentire, ci mettemmo tutti e due sotto le coperte.
«Ma perché la mamma si è tanto arrabbiata? Altre volte sono stato via per un bel pezzo.»
«Oggi è diverso» mi disse. «Dietro la casa dei romani, in un accampamento di zingari, la moglie del loro capo ha ucciso il marito e poi è scappata nel bosco. Per questo la mamma si è arrabbiata. Ha avuto paura che tu l’avessi incontrata.»
Non fiatai. Ricostruii tutto nei giorni successivi, interrogando i miei amici e mio nonno. Un poco alla volta venni a sapere di Maria, la gitana napoletana, che aveva sgozzato il marito. Ma lo aveva fatto dopo che l’uomo aveva sferrato un terribile calcio al loro figlio più piccolo, rompendogli una gamba. Era l’ennesima di mille e mille brutalità. Soltanto che questa volta la donna si era ribellata e aveva sferrato il colpo mortale. Poi era fuggita nei boschi, proprio dove l’avevo incontrata io. Perché non mi aveva fatto niente? Perché mi aveva lasciato andare? Come aveva potuto fidarsi della parola di un bambino? E che cosa significava quella frase che quasi mi aveva gettato dietro come un suggerimento e un vincolo allo stesso tempo? Non sono mai riuscito a trovare una risposta convincente, almeno a livello razionale. Ma credo di aver capito qualcosa soltanto molti anni dopo. Ma anche di questo parlerò in seguito. In ogni caso Maria era una ribelle. La prima che incontrai nella mia vita. La cercarono con accanimento per giorni e giorni, poliziotti e carabinieri, ma che io sappia non la presero mai. Comunque da sempre gli uomini hanno dato una caccia feroce alle donne che a un certo punto della loro esistenza si sono rifiutate di portare il giogo.
Basti pensare al cosiddetto mito delle baccanti e delle amazzoni. Giorgio Galli nel suo Cromwell e Afrodite afferma che in un’età compresa tra il 1000 e il 700 avanti Cristo ci fu una spaventosa rivolta di donne in Grecia, nei pressi di Atene. È storia, non leggenda. Ci fu una lotta sanguinosa e soltanto dopo strenui combattimenti le ribelli furono sterminate. Il ricordo di quell’evento fu così terrifico che gli uomini ci costruirono sopra un mito. Appunto quello della rivolta delle amazzoni che invasero l’Ellade e che per poco non occuparono Atene. Fu l’intervento provvidenziale di Ercole, Teseo e Giasone, vale a dire degli eroi più significativi del pantheon leggendario, a scongiurare la capitolazione delle città.
Pensate, tutti gli eroi coalizzati contro le donne. Dovevano davvero rappresentare un pericolo assoluto per gli uomini che hanno creato questo racconto mitologico in seguito all’evento che Galli considera storico e quindi accaduto. Il problema è capire il perché di tanta paura. Anche se nella risposta troveremo una porta segreta che condurrà a un vero mistero. Non il primo, non l’ultimo, di questo viaggio verso l’ignoto femminile.
Devo soltanto aggiungere una piccola cosa. Nel 1969 andai a realizzare un servizio per la rubrica Scuola aperta. Riguardava un nuovo esperimento didattico che vedeva per la prima volta l’integrazione tra bambini napoletani della piccola borghesia con loro coetanei rom, vale a dire zingari.
Dopo tre giorni di riprese mi ero fatto apprezzare dalla comunità nomade e uno di loro mi disse di andare al campo perché c’era una signora che voleva vedermi. Andai e dentro una confortevole roulotte mi trovai davanti una donna vecchissima. Mi fece avvicinare e, senza una parola, mi diede un seme di melograno trafitto da una spilla da balia.
Mi spiegarono che nel linguaggio rom è un dono simbolico per chi sa mantenere un segreto.

Ginette Paris, “La rinascita di Afrodite”

Ginette Paris interpreta il mito della Dea dell’amore indicando la via che riconduce verso il mondo di una “femminilità interiore”, vincolata, nelle sue meravigliose espressioni, da secoli di cieco patriarcato. La rinascita di Afrodite è allora per noi la riscoperta di una sessualità affrancata dall’ombra del peccato e del male, vissuta come dono naturale di bellezza e piacere, come un’esperienza mistica e un’apertura diretta al numinoso. Come sostiene l’autrice:

La “rivoluzione sessuale” ha inteso sottrarre la sessualità al dominio della religione, per liberarla del senso di colpevolezza e di peccato… La sessualità così laicizzata diventa avventura erotica ed esperienza di piacere fine a se stesso… ma che ne è stato della sessualità come forma di iniziazione a stati di coscienza che fanno parte del regno del sacro? Il mito di Afrodite ci appare come un’alternativa…
[…] …fare l’amore eleva l’uomo e lo riavvicina alla divinità, piuttosto che abbassarlo al rango del bruto o della bestia. È così che si rende evidente l’immensa opera di civiltà di una Dea che insegna agli uomini non solo l’arte di amarsi ma tutte le raffinatezze che l’accompagnano.

L’opera di Ginette Paris ci riconnette ad un sapere più ampio e profondo, con il quale l’uomo moderno sembra apparentemente non dialogare più: quello del mito. La dimensione mitica ci insegna come in noi esiste un pantheon, attivo in ogni momento della vita, di divinità (o immagini) con cui dialogare, senza escluderne nessuna, se non si vogliono ottenere conflittualità interne inconciliabili.
L’esclusione culturale e psicologica del femminile operata in molte culture di ogni epoca, ed anche contemporanee, preclude all’essere umano in toto, e non solo quindi alle donne, di esprimere ed esprimersi “naturalmente”. Tutto questo ha portato danni apparentemente irreversibili, mali psicologici che sfociano spesso in brutalità disumane. Ciò significa non onorare Afrodite.
Afrodite ci insegna anche che non è la bellezza intesa come forme aggraziate e perfette armonie a portarci all’estasi estetica. Afrodite non accorda solo alle donne considerate “belle” le sue grazie:

La bellezza che ci offre Afrodite oltrepassa il piacere della vista o la perfezione delle forme del compagno. Si tratta piuttosto della bellezza che scaturisce dall’incontro sessuale profondo e che ha in sé il potere di trasmutare l’esperienza fisica del piacere in un’esperienza estatica. Dall’amore sessuale alla bellezza, dalla bellezza all’estasi, questa è la sequenza dell’esperienza afroditica. Il piacere conserva tutta la sua importanza, perché è la via d’accesso, un mezzo, un sentiero che conduce alla spiritualità afroditica, in cui l’epifania della bellezza informa l’intera coscienza. Il compagno è rivelatore di una bellezza abbagliante, e quell’attimo di eternità ha in sé una serena perfezione perché ci è stata donata la visione aurea di Afrodite! Un’esperienza di questo genere è più che “umana”, è religiosa, perché il bello è sempre trascendente!

La rinascita di Afrodite

 

 

 

Ginette Paris, La rinascita di Afrodite, Moretti & Vitali, Bergamo 1997.

Breve scheda sull’autrice.

Ginette Paris, canadese di origine francese, è nata nel 1946. Vive in California, dove insegna Psicologia e Mitologia al “Pacifica Graduate Institute” di Santa Barbara. Ha pubblicato inoltre per la Moretti & VitaliVita interioreLa grazia pagana, Hermes e Dioniso.

 

 

 

La trama nascosta del mito – Odio

La trama nascosta dell’odio è incredibile per noi contemporanei. Perché noi abbiamo esaltato tutto quello che invece per gli antichi greci era molto sospetto. Non esecrando, ma sospetto.

Ad esempio, Cratos, che è la potenza, Bia, la forza, Nike, che è la vittoria, e Zelos rappresentano per noi elementi importantissimi, fondamentali e determinanti; potenza, forza, zelo, essere sempre vincente, sono tutti fattori esaltati della cultura degli ultimi secoli, in particolare da quando l’occidente ha cominciato ad essere predominante nel mondo. Nel mondo greco sono tutti figli di Stigeo, figli molto importanti perché poi aiutano gli dei a sconfiggere i Titani, ma Stigeo vuol dire “Odio”. Quindi erano tutti figli di Odio. Da una parte hanno perciò una valenza positiva, tuttavia gli antichi greci non si nascondevano che è impossibile vincere senza odiare, ed è impossibile essere potenti senza odiare, ed è impossibile esercitare costantemente la propria forza senza odiare, ed è impossibile essere zelanti senza odiare – zelanti, ovviamente, fino al maniacale – tutto questo non è realizzabile senza odiare. Quindi, quando noi parliamo di vittoria, dobbiamo ricordare che dietro c’è sempre un odio potente. Quando parliamo di un potere forte dobbiamo essere consapevoli che dietro c’è un odio molto potente. E sappiamo, altresì, che senza quell’odio potente le persone non riuscirebbero ad affermarsi, non ci sarebbe potenza e voglia di vincere. E tutti finirebbero per stare in una sorta di tedio. È ambivalente, insomma: attraverso il mito di Stigeo sappiamo che è importante essere forti, zelanti, e vincenti, ma dobbiamo essere attenti, e saper “guidare” il mito in noi senza esserne travolti.

Libri consigliati:

Luigi Zoja, Storia dell’arroganza. Psicologia e limiti dello sviluppo, Moretti & Vitali, 2003.

Alla Loggia dei Lanzi – Perseo

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A piazza della Signoria, a Firenze, rimango sempre stupito dinanzi alla terribile bellezza del Perseo di Benvenuto Cellini. Anche al primo sguardo si comprende che l’eroe è dotato di un corpo atletico, muscoloso; ed è anche evidente che ha un atteggiamento maschile e contemporaneamente una movenza del tutto femminile. È l’incontro di due ambiti, a dimostrazione che non esiste il maschio che sia solo maschio.
L’eroe e il guerriero, per essere davvero tale, ovvero sia rispettoso della sua forza, nella sua forza, e verso l’altrui forza, deve, innanzitutto, avere rispetto degli altri, perché altrimenti saremmo destinati a combatterci sempre.
Affinché tutto questo possa accadere si deve avere un elemento di femminile. E qui è evidente, ed è potentissimo. È un guerriero che esprime eros, e che esprime anche una profonda umanità.
Non c’è nessun atto di trionfo mentre solleva la testa, ma tutt’altro; se andiamo a guardare il volto inclinato verso il basso, verso chi osserva la statua, è un volto pieno di pietas.

Visita anche l’Il mio album sulla barra laterale sinistra del blog.

 

Nell’Interiorità di Anima – “Eros”

Dopo Afrodite ci attende Eros,

il più bello degli dei immortali, colui che spezza le membra e che, nel petto di tutti gli dei e di tutti gli uomini, domina il cuore e il saggio volere.

Esiodo, Teogonia.

Eros (1)

L’eros è una forza rivoluzionaria anche se limitata a due persone.

Francesco Alberoni, Innamoramento e amore, Garzanti, 1990, pag. 14.

Eros (2)

L’Amore è la radice di tutto.

Ostad Elahi, Pensieri di luce, Monadadori, 2000, pensiero n. 44.

Eros (3)

… In qualsiasi modo abbia origine l’Eros, la capacità di amare è una qualità essenziale dell’essere umano. Per questo le maggiori grandi religioni si occupano dell’Eros e dell’Amore universale, e li sollecitano, li esigono, li spiegano, li descrivono.

Adolf Guggenbühl-Craig, Deserti dell’anima, Moretti & Vitali, 2001, pag. 188.

Eros (4)

Freud riconosce che la libido pienamente gratificata porta, attraverso l’istinto di morte, all’autodistruzione. L’eros allora – lo spirito vitale – entra in azione per impedire alla libido di cadere vittima delle sue stesse contraddizioni.

Rollo May, L’amore la volontà, Garzanti, 1990, pag. 79.

Eros (5)

Eros è, fra gli dei, il più amico degli uomini, perché è soccorritore degli uomini e medico di quei mali che, se fossero risanati, ne verrebbero alla stirpe umana la più grande felicità.

Platone, Simposio, 189 c-d, in Breviario di Platone, Rusconi, Milano, 1995, pag. 219.

Eros (6)

Eros non è forse, innanzitutto, amore di alcune cose e, inoltre, di quelle cose di cui si sente macanza?

Platone, Simposio, 200 e, 201 a, in Breviario di Platone, Rusconi, Milano, 1995, pag. 221.

 

Breve sunto della lezione ad Arezzo – 01/11/2008

Rispondo alla richiesta di rendere disponibile dei riassunti, brevi introduzioni delle mie lezioni universitarie.

La lezione verteva essenzialmente sul concetto di Enigma di C.G. Jung:

…gli eventi inesprimibili provocati dalla regressione nell’epoca preinfantile, non vogliono sostitutivi; vogliono assumere forma individuale nella vita e nell’epoca del singolo. Quelle immagini sono nate dalla vita, dalle sofferenze e dalla gioia dei nostri predecessori e vogliono tornare in vita sia come esperienze vissute che come fatti. Il loro contrasto con la coscienza però impedisce loro di reinserirsi nel nostro mondo. Bisogna trovare il modo di gettare un ponte tra realtà conscia e realtà inconscia.

Alla luce di questo si è progressivamente entrati nella sapienza di Eraclito, antesignano della psicologia del profondo – basti citare uno dei suoi più celebri e profondi pensieri: “Mi capita di incontrare me stesso” –  e nel mito di Kore e Demetra.

Esiste un collegamento tra questo mito e il cosiddetto Enigma di Jung. Il punto centrale è la necessità della trasformazione del morire in vita, di entrare in Ades e di uscire.

Per un maggiore approfondimento sul tema di Kore consiglio di Mari Ela Panzeca, Kore sprofonda negli Inferi, Moretti & Vitali.

Per Eraclito si veda la straordinaria opera in tre volumi di Giorgio Colli, La sapienza greca.

Nell’interiorità di Anima

Una pagina completamente dedicata al paesaggio, molto spesso ignorato, della nostra Psiche, lungo i percorsi del mito, della poesia, dell’immaginazione creativa, della filosofia, dell’ermetismo, dell’alchimia e dell’arte.

Vi propongo di compiere insieme una discesa nella parte più sotterranea della nostra psicologia.


Anima (1)

L’Anima, suscitatrice di illusioni, sa anche darci ciò che speriamo, ciò che immaginiamo.

Basilio Reale, Le macchie di Leonardo, Moretti&Vitali, 1998, p. 55.

Anima (2)

… perché noi possiamo avvicinarci a ciò che accade nell’anima soltanto attraverso storie, narrazioni, immagini.

Adolf Guggenbühl-Craig, Il vecchio stolto, Moretti&Vitali, 1997, pag. 62.

Anima (3)

Dall’opera di Jung ho imparato che ciò che accade nell’anima può essere compreso soltanto per mezzo dei simboli, i quali però non esauriscono mai tutta l’anima, ma le stanno vicini e a essa alludono.

Adolf Guggenbühl-Craig, Il vecchio stolto, Moretti&Vitali, 1997, pag. 64.

Anima (4)

Anche l’incontro con la propria, con l’Anima e con l’Animus, con il maschile e con il femminile può assumere una forma sessuale… Il congiungimento di tutti gli opposti, la “unio mystica”, il “mysterium coniunctionis”, non trovano espressione più efficace che nel linguaggio erotico.

Adolf Guggenbühl-Craig, Matrimonio, vivi o morti, Moretti&Vitali, 2000, pag. 124.

Anima (5)

Tu fammi un dono e non negarmi (la possibilità) di curare la mia anima, perché mi renderai un favore più grande guarendomi dall’ignoranza dell’anima che dà malattia al corpo.

Platone, Ippia Minore, 372 e – 373 a.

Anima (6)

Come l’Anima per mezzo dell’integrazione apporta Eros alla coscienza, così l’Animus apporta Logos; e come l’Anima presta alla coscienza maschile relazione e connessione, così l’Animus presta alla coscienza femminile riflessività, ponderatezza e conoscenza… l’archetipo affascina la coscienza, la cultura, come per ipnosi… per illustrare a quale ordine di grandezza appartengono le proiezioni dell’Animus e dell’Anima e quali sforzi morali e intellettuali occorrono per dissolverle. Ma i contenuti dell’Animus e dell’Anima sono ben lungi dall’essere tutti proiettati. Molti di essi appaiono spontaneamente nei sogni e in numero ancora maggiore possono essere resi coscienti mediante la cosiddetta immaginazione collettiva…

Carl Gustav Jung, Aion, Bollati Boringhieri, I ed. 1982 – II ed. 1997, pagg. 16, 19.

Anima (7)

Pensiero, opinione e apparenza, è ormai chiaro che tutte queste cose ci ascono dall’anima, sia vere, sia false.

Platone, Sofista, 263 d, in Breviario di Platone, a cura di Claudio Marcellino, Rusconi, 1995, pag. 141.

Anima (8)

… il male appare piuttosto come alterazione, distorsione, deformazione, erronea interpretazione e indebita applicazione di fatti in sé naturali. Queste alterazioni  caricature appaiono ormai come effetti specifici di Animus e Anima, e questi come autori e causatori de male. Ma non ci si può fermare a questa contatazione, poiché risulta che tutti gli archetipi sviluppano di per sé effetti favorevoli e sfavorevoli, chiari e oscuri, bravi e cattivi.

Carl Gustav Jung, Aion, Bollati Boringhieri, I ed. 1982 – II ed. 1997, pagg. 251-252.

Anima (9)

L’Anima si dimostra un fattore indipendente dagli eventi nei quali siamo immersi. Non posso identificarla con nessuna cosa, ma non posso neppure afferrarla da sola, isolata dalle altre cose, forse perché è simile ad un riflesso in uno specchio fluido, o alla luna che trasmette soltanto luce non sua… Ma è proprio l’intervento di questa peculiare e paradossale variabile che dà all’individuo il senso di avere o di essere un’anima.

James Hillman, citato da Francesco Donfrancesco, Nello specchio di Psiche, Moretti&Vitali, 1996, pag. 65.

Anima (10)

L’Anima, la mediatrice tra coscienza e inconscio, personifica i nostri contenuti psichici inconsci, li rende visibili in un altro essere umano, e così permette alla nostra coscienza di recepirli.

Patrizia Lorenzi, Nel segno della lontananza, in Anima, Moretti&Vitali, 2000, pag. 54.

Anima (11)

Ogni impulso, ogni desiderio e il principio vitale di ogni cosa vivente appartengono all’anima… Nell’anima degli uomini vi sono dei falsi piaceri che imitano quelli veri fino al ridicolo; e così pure dei dolori.

Platone, Filebo, 35 d, 40 e, in Breviario di Platone, a cura di Claudio Marcellino, Rusconi, 1995, pagg. 141-142.

Anima (12)

Nell’anima di chi è lontano dal Bene le opinioni sono in lotta con i desideri, la generosità con i piaceri, la ragione con i dolori e l’insieme di queste cose si combattono tra loro. Dunque diremo per il Bene se chiameremo la cattiveria (che è presente) nell’anima dissidio (e quindi) malattia.

Platone, Il Sofista, 228 b.

Anima (13)

Si può definire l’Anima anche (come) immago o archetipo o sedimentazione di tutte le esperienze che l’uomo fa della donna. Per questo l’immagine dell’Anima viene di consuetudine proiettata sulla donna.

Carl Gustav Jung, commento al Segreto del Fiore d’oro, in Studi sull’alchimia, Introduzione di Luigi Aurigemma, Bollati Boringhieri, I ed. 1988; II ed. 1997, pag. 49.

Anima (14)

L’Anima dà forma al corpo, pur essendo di per sé incorporea e dunque non localizzabile in un organo, cellula o gene, così come la forma del calzino non è localizzabile nella lana. A causa della sua incorporeità, “la bellezza dell’anima è più difficile da vedere della bellezza del corpo”.

Aristotele, citato da James Hillman, La forza del carattere, Adelphi, 2000, pag. 44.

Anima (15)

…considerare l’anima come un’intelligenza attiva, che conforma il destino di ciascuna persona e ne traccia la trama, è un’idea utile. I traduttori del greco antico rendono a volte con “trama” la parola mythos. Le trame che ingarbugliano la nostra anima e fanno uscire allo scoperto il nostro carattere sono i grandi miti.

James Hillman, La forza del carattere, Adelphi, 2000, pag. 45.

Anima (16)

L’anima, purificata, diventa una forma, una ragione, si fa tutta incorporea, intellettuale ed appartiene interamente al divino, ov’è la fonte della bellezza e donde ci vengono tutte le cose dello stesso genere.

Plotino, Breviario di Plotino, a cura di Claudio Marcellino, Rusconi, 1995, pag. 29.

Anima (17)

La chiave che dà accesso al perfezionamento dell’anima è l’assioma delle vite successive.

Ostad Elhai, Pensieri di luce, traduzione di Mario Luzi, Mondadori, pensiero n. 91.

Anima (18)

CICADA: Dunque il corpo non è luogo de l’Anima?

TANSILLO: … Il corpo dunque è ne l’Anima, l’Anima nella mente, la mente o è Dio, o è in Dio, come disse Plotino.

Giordano Bruno, De gli eroici furori, Parigi 1585, in Dialoghi filosofici italiani, a cura di Michele Ciliberto, Mondatori, 2000, pag. 813.

Anima (19)

[25] Ma queste loro azioni – disse Ermete… – non sfuggivano al Signore di tutto e dio, anzi egli cercava una pena e una catena penosa da sopportare per loro. Ed ecco, al Signore e padrone di tutto parve bene fabbricare l’organismo dell’uomo, perché la stirpe dell’anima venisse punita per sempre, imprigionata dentro di esso.

Ermete Trismegisto, La pupilla del mondo, a cura di Chiara Poltronieri, Letteratura Universale Marsilio, 1994, pag. 49.

Anima (20)

La ricerca spirituale nel corso dei tempi, secondo le due vie indicate rispettivamente da Parmenide e da Platone. La prima si affida alla Ragione, la seconda all’Eros. in apparenza contraddittorie, convergono invece in una prospettiva escatologica di spiritualizzazione cosmica e di ricongiunzione del molteplice nell’Uno originario.

Giorgio Straniero, Dalla terra all’anima, Marsilio, Venezia 2000, pag. 168.

Anima (21)

L’anima è certamente più complessa e inaccessibile del corpo: rappresenta, per così dire, quella metà del mondo che perviene all’esistenza solo quando ne diveniamo coscienti. Per questa ragione la psiche costituisce un problema non solo personale ma universale e la psichiatria ha a che fare con un intero mondo.

Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, a cura di Anela Jaffé, Rizzoli, Bur-Saggi, 1998, pag. 171.

Anima (22)

… le ambiguità dell’anima – messaggera dell’inconscio – possono letteralmente annientare un uomo. Alla resa dei conti il fattore decisivo è sempre la coscienza, che è capace di intendere le manifestazioni dell’inconscio e di prendere posizione di fronte ad esse. Ma l’anima ha anche un aspetto positivo. È lei che comunica le immagini dell’inconscio alla coscienza, e in ciò sta il suo pregio. Per decenni mi sono sempre rivolto all'”anima” quando ho sentito che il mio comportamento emotivo era turbato e inquieto. Allora voleva dire che c’era qualcosa nell’inconscio e quindi chiedevo all'”anima”: “Che c’è di nuovo adesso? Che cosa vedi? Vorrei saperlo!”. Dopo qualche resistenza, regolarmente produceva un’immagine, e non appena questa compariva, il senso di inquietudine o di oppressione svaniva. Tutta l’energia delle mie emozioni si tramutava in curiosità e interesse per l’immagine, quindi ne parlavo con l'”anima”, poiché dovevo cercare di intendere l’immagine come meglio potevo, proprio come i sogni.

Carl Gustav Jung, Ricordi, sogni, riflessioni, a cura di Anela Jaffé, Rizzoli, Bur-Saggi, 1998, pagg. 230-231.

Anima (23)

I confini dell’Anima, nel tuo andare, non potrai scoprirli, neppure se percorrerai tutte le strade: così profonda è l’espressione che le appartiene.

Eraclito, in Giorgio Colli, La sapienza greca, vol. III, 14 [A 55], Adelphi, 1980, pag. 63.

Anima (24)

Le anime annusano giù verso l’Ade.

Eraclito, in Giorgio Colli, La sapienza greca, vol. III, 14 [A 47],  Adelphi, 1980, pag. 57.

“Dizionario dell’Inconscio e della Magia”

laportadizionarioUn viaggio che attraversa i sentieri dell’interiorità. Apre i varchi dell’Anima verso la sua componente obliata che deve “resurgere”, rinascere in un percorso unitario, sinora mai affrontato. È la via estatica della Sophia che avvicina e congiunge la conoscenza di Hermes, detta anche Magia, con la psicologia del profondo di Jung, lungo i meandri dell’antica sapienza e del mito, dell’arte alchemica, della Magia Naturalis umanistica e rinascimentale e dell’Immaginazione Creativa. Il pensiero magico, così come la conoscenza della nostra componente oscura, quella dell’Inconscio, non si realizza nell’approccio razionale, logico, ma attraverso una partecipazione mistica, una folgorazione inaspettata, un sapere che schiudendosi ci apre al mistero di noi stessi. Perché il sapere è sempre unitario. E il fine della saggezza psicologica e magica è, pertanto, una tensione dell’uomo all’interezza, una composizione armonica del sé profondo con il sé esteriore e di entrambi con il cosmo, fino al ricongiungimento con il divino. L’Anima diviene, quindi, il collegamento tra il piano umano e quello ultraterreno, individuale e collettivo, tra il nostro lato cosciente e quello inconscio, non per mezzo di tecniche disumanizzanti e castratrici ma di un profondo stato di compassione per l’altro. E ancora lungo i percorsi labirintici dell’Inconscio e dei Sogni, dei Simboli e degli Archetipi. È in questo spazio apparentemente ignoto che l’uomo mago diviene l’uomo interiore.

 

Simona Condorelli, Egidio Senatore