Yemen: l’avvocato che aiuta le spose-bambine a ritrovare la libertà

Shada Nasser è una professionista yemenita che in qualità di avvocato si oppone alla pratica, molto diffusa, di far sposare bambine di 8-10 anni a uomini molto più anziani, soprattutto nelle aree più povere dello Yemen. A differenza delle sue connazionali, Shada Nasser ha avuto la fortuna di nascere in una famiglia borghese e di avere un padre giornalista, difensore dei diritti umani. Ha studiato all’estero ed è diventata una delle prime donne avvocato del paese, specializzandosi nella difesa dei diritti di donne e bambini.

Shada si batte da sempre affinché i genitori non facciano sposare le figlie in tenera età, ma solo nel 2008 ha avuto la possibilità di fare qualcosa di concreto per fermare questa pratica, perfettamente legale. Come tutte le mattine, Shada Nasser si era recata in tribunale per discutere una causa, quando le hanno detto che che una bambina era arrivata senza essere accompagnata dal padre o da fratelli, chiedendo di poter parlare con un avvocato.

La piccola, che si chiamava Nojoud (con lei nella foto sotto) e che all’epoca aveva solo 10 anni, si mise a piangere e disse a Shada che era disperata: il padre l’aveva costretta, a suon di botte, a sposare con un 30enne che la picchiava e la violentava regolarmente. Nojoud voleva il divorzio a tutti i costi e, piuttosto di tornare a casa, si sarebbe tolta la vita. “Quando parlavo con lei, era come se parlassi a mia figlia”, ha raccontato Shada,“l’ho abbracciata e le ho detto: non avere paura, ti aiuterò e riuscirai ad ottenere il divorzio”.

Shada2 150x150 Yemen: lavvocato che aiuta le spose bambine a ritrovare la libertàSembrava una “causa persa” in partenza, poiché legislazione yemenita vieta ad una bambina di chiedere la separazione dal marito prima dei 15 anni, ma, grazie ai suoi contatti internazionali, Shada ha fatto in modo che il processo di Nojoud fosse seguito da giornalisti stranieri e che il mondo conoscesse il problema delle spose-bambine diffuso in tutti i paesi mediorientali. Il processo si è concluso con l’annullamento del matrimonio, anche se il giudice ha imposto a Nojoud di “risarcire i danni” al marito, quantificati in 200 dollari e raccolti grazie a donazioni.

Da allora, altre spose-bambine hanno cominciato a rivolgersi con fiducia a Shada Nasser. Tra le altre, anche Sally che aveva la stessa età di Nojoud e che ogni sera veniva drogata e violentata dal marito. “Preferisco morire che tornare da lui”, aveva detto Sally piangendo, perché quando ha chiesto aiuto al padre, quest’ultimo non poteva restituire al genero la dote di 1.000 dollari e riscattare la figlia e, quindi, l’ha picchiata a sangue e drogata a sua volta per farla restare col marito.

Io non lo chiamo matrimonio. Lo chiamo stupro“, ha dichiarato Shada Nasser. “Nello Yemen, la legge sul matrimonio stabilisce che una ragazza non dovrebbe “dormire” con il marito fino a 15 anni. Ma questa legge non viene applicata. E molti giudici hanno forti pregiudizi sulle donne”.

Le spose-bambine che le chiedono aiuto sono in costante aumento, ma la strada è ancora lunga: si tratta di una piaga difficile da estirpare, poiché sono proprio i genitori che vivono nelle aree più povere a combinare i matrimoni delle figlie con uomini molto più anziani, in cambio di denaro che serve a sostenere il resto della famiglia.

Shada Nasser si batte per innalzare ad almeno 18 anni l’età legale per contrarre matrimonio e si impegna affinché, a livello nazionale, l’opinione pubblica non chiuda gli occhi e il dibattito non si fermi. “Il primo caso, il caso di Nojoud, ha cambiato molte cose e migliorato la vita a centinaia di ragazze che vivono nelle campagne. Questi matrimoni precoci derubano le bambine del loro diritto ad avere un’infanzia normale e un’istruzione. Credo profondamente nella professione di avvocato”, ha concluso, “Credo che serva a questo: ad aiutare gli altri”.

Laura Pavesi

http://www.buonenotizie.it/in-evidenza/2014/01/08/yemen-lavvocato-che-aiuta-le-spose-bambine-ritrovare-la-liberta/

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18 Risposte

  1. Mi chiedo quante di queste donne-bambine siano state costrette a rientrare nella loro prigione perchè la povertà ha fatto terra bruciata intorno a loro, privandole di una nuova vera opportunità di crescere libere dall’Ombra di uomini “per cui ogni rapporto diventa un luogo in cui combattere e in cui è assolutamente necessario prevalere” per sentirsi “uomini”. Faccio mia la riflessione di una mia compaesana che, sul giornalino della parrocchia, a proposito di “Un tradizionale commercio di infelicità” mondiale, dice: […] Sono uomini che costringono ancora una volta a porci di fronte a un’altra domanda: siamo sicuri che tutte le conquiste recenti, alla base dell’immagine di una donna più padrona della propria vita e non più disponibile a sopportare qualunque cosa pur di essere in coppia, siano state integrate nella nostra cultura e nella concezione maschile del femminile? (di Fabiola Mengoli)

  2. Giustamente l’articolo pone in risalto una battaglia legale, condotta da una donna avvocato, per far valere i diritti fondamentali (alla libertà) delle donne in una società patriarcale, attraverso l’annullamento del matrimonio.
    A noi occidentali potrebbe non risultare eccezionale, ma ritengo che tale risultato abbia portata epocale in quella società.

    Nella fattispecie, tra l’altro, viene evidenziata l’ingiusta coartazione delle persone nella scelta del futuro coniuge.
    In proposito, desidero ricordare che a questa tutela fa da riflesso quella della buona fede dei coniugi nel contrarre matrimonio. Infatti, il nostro diritto civile ammette l’annullamento per cause gravi quali ad esempio l’impotenza sia coeundi che generandi dell’altro coniuge, se ignorate al momento del fatidico “si.

    Ebbene, a proposito delle vicende di casa nostra, ritengo quantomeno singolare che il diritto canonico (della Chiesa) a differenza del nostro diritto, prevede tra le cause di nullità del matrimonio la “riserva mentale” invocabile da chi dimostri (anche con testimoni) che al momento del matrimonio non aveva intenzione di sposarsi, pur avendolo fatto all’insaputa dell’altro coniuge.
    Eppure per il nostro codice il matrimonio e’ un istituto giuridico, mentre per la Chiesa esso è un sacramento; eppure, sembra che in questo caso l’etica laica sia più garantista e superi quella religiosa.

    (Le cause innanzi al tribunale ecclesiastico sono molto costose)

  3. FORGIANDO L’ARMATURA

    Mi rifiuto di sottomettermi alla paura
    che mi toglie la gioia della libertà,
    che non mi lascia rischiare niente,
    che mi fa diventare piccolo e meschino,
    che mi afferra,
    che non mi lascia essere diretto e franco,
    che mi perseguita e occupa negativamente la mia immaginazione,
    che sempre dipinge cupe visioni.

    Non voglio alzare barriere per paura della paura.
    Io voglio vivere e non voglio rinchiudermi.
    Non voglio essere amichevole per paura di essere sincero.
    Voglio che i miei passi siano fermi perché sono sicuro
    e non per coprire la paura.

    E quando sto zitto,
    voglio farlo per amore
    e non per timore
    delle conseguenze delle mie parole.
    Non voglio credere a qualcosa
    solo per paura di non credere.

    Non voglio filosofare per paura
    che qualcosa possa colpirmi da vicino.
    Non voglio piegarmi
    solo per paura di non essere amabile,
    non voglio imporre qualcosa agli altri
    per paura che gli altri possano imporre qualcosa a me;
    per paura di sbagliare non voglio diventare inattivo.

    Non voglio fuggire indietro verso il “vecchio”
    per paura di non sentirmi sicuro nel “nuovo”.
    Non voglio farmi importante
    perché ho paura di essere altrimenti ignorato.

    Per convinzione e amore
    voglio fare ciò che faccio
    e smettere di fare ciò che smetto di fare.

    Dalla paura voglio strappare
    il dominio e darlo all’amore.
    E voglio credere nel regno
    che esiste in me.

    Rudolf Steiner

  4. La mia ignoranza a proposito di diritto canonico e civile è tanta da essere stata tentata di uscire fuori dal tema del post per informarmi meglio. Scoprire che come me sono tante le persone che cadono in errore per ignoranza non mi consola, quanto il sapere che, rientrando nel post, troverò certamente buoni propositi non soltanto da parte di donne che cercano soluzioni per aiutare altre donne, ovunque esse vivano, ma anche da parte di uomini che spontaneamente farebbero di tutto per estendere gli stessi diritti delle alte caste al quarto stato, se mai quelle sapessero che esiste questo, e se questo non sapesse di godere in terra degli stessi diritti di autodeterminazione di quelle. Io sono ottimista!

    Da una fonte “neutrale”, Wikipedia: http://it.wikipedia.org/wiki/Dichiarazione_di_nullit%C3%A0_del_sacramento_del_matrimonio

    L’impotenza (can. 1084 c.i.c.)

    L’impedimento di impotenza, disciplinato dal can. 1084 del codice di diritto canonico (c.i.c.) attiene all’incapacità, sia per l’uomo che per la donna, di porre in essere l’atto sessuale per cause di diversa natura organica, ad es. per l’uomo incapacità di erezione del membro o per la donna il vaginismo, ovvero di natura funzionale, quando l’impotenza deriva da cause psichiche. Per rendere nullo il matrimonio la norma stabilisce che l’impotenza copulativa deve essere antecedente al matrimonio nonché perpetua, sia da parte dell’uomo sia da parte della donna, sia nei confronti di qualsiasi soggetto (assoluta), sia nei confronti solo del proprio partner (relativa). Si dice perpetua l’impotenza che non è guaribile se non con mezzi illeciti o straordinari che ad. es. possano mettere a repentaglio anche la vita dello stesso paziente. Occorre distinguere infatti la perpetuità canonica dalla perpetuità medica.

    Se l’impedimento di impotenza è dubbio, sia per dubbio di diritto sia per dubbio di fatto, il matrimonio non deve essere impedito né, stante il dubbio, dichiarato nullo.

    La sterilità né proibisce né dirime il matrimonio, a meno che la parte sterile abbia nascosto dolosamente la sua condizione al coniuge il quale se avesse saputo della sterilità non avrebbe acconsentito a contrarre matrimonio.
    ——————————————

    […] Maggiori somiglianze ci sono tra la dichiarazione di nullità del diritto canonico e l’annullamento del matrimonio del diritto civile: i motivi e le cause di queste due procedure sono però diversi.

  5. Una bambina, mille bambine, chissà quante bambine strappate all’infanzia e violentate nella loro ingenua età.
    Un atroce supplizio.
    Mi domando il perché di tanta disumana violenza, perché l’uomo è capace di tanta insensibilità, eppure ogni madre gli insegna ad amare, perché il male s’installa nella loro anima? Uomini che sanno di fare il male, eppure non provano nessun rimorso, sono solo guidati dalla loro malvagità… A volte perdo la speranza per un mondo migliore, quando vedo tanta violenza su tutto sui bambini; esseri fragili senza difesa che l’adulto dovrebbe proteggere, invece, ne abusa…

  6. Quando il mondo femminile viene separato da quello maschile sin dall’infanzia, accade che il bambino abbia soltanto quella figura maschiledi come riferimento.

  7. Grazie Valeria, penso di aver capito il tuo intervento, dunque chiarisco:

    ho evidenziato che tra le casue di nullità del matrimonio il diritto canonico prevede, in particolare, la riserva mentale che, invece, non rientra tra le cause di nullità del matrimonio previste dal diritto civile italiano, tra cui figura, ad esempio, l’impotenza, ecc. (dunque, non ho escluso che l’impotenza sia prevista anche dal diritto canonico).

    Contro la riserva mentale (argomento centrale del mio precedente post)l’altro coniuge non ha molta difesa (non a caso molte persone ricorrono a queste sentenze rotali per “liberarsi” dell’altro coniuge e potersi risposare in chiesa).
    Da ciò emerge che il diritto civile italiano è molto più garantista del diritto alla tutela della buona fede delle persone che contraggono matrimonio, rispetto al diritto canonico (per il quale, il matrimonio è anche un sacramento – teoricamente, la Chiesa dovrebbe esercitare una tutela identica se non maggiore).

    Due etiche (la laica e la cattolica) a confronto ….. ammesso che il concetto di etica sia portatore di un valore relativo e non assoluto.

  8. Credo che l’etica sia sempre quella del Noi, declinata nelle varie comunità ecclesiali che costituiscono la vera natura della Chiesa. L’etica del Noi non ha un valore relativo e nemmeno assoluto, se pensiamo che richiede sempre un passo indietro ad entrambi i coniugi per favorire, sempre tra i due, l’interesse dell’attore più debole. Se questa è la condizione elementare che basta a contrarre un matrimonio, non vedo perchè si debba considerare nulla, per esempio, l’unione che non produce figli propri, ma ha tanto amore da condividere con il resto della comunità, all’interno della quale è testimone e che testimonia il fatto che esiste.
    Alla luce di questa etica del Noi, risulta meno controverso anche il caso in cui qualcuno pensa di sposare il Tizio, invece si ritrova sposato a Caio. Non credo che la riserva mentale in questo caso sia una garanzia per il coniuge che vuole svincolarsi da Caio, chiamando dei testimoni che non farebbero che avvalorare la sua stupidità, più che il danno subito, e la malafede.
    Infatti le sentenze rotali, che sono l’ultimo grado di giudizio, costose tanto quanto sono lente ad arrivare le sentenze civili, prima o poi arrivano anch’esse, quando ci si vuole “liberare” di qualcuno.

    Grazie per aver rettificato, Ettore e spero di essere stata chiara anche io.

  9. Si, … l’etica c’è la costruiamo noi con i patti sociali, e la legge, ovviamente, fa fatica a seguirla…
    Fermo restando che in ogni momento abbiamo un’area intima da scoprire e che non necessità di etica, ponendosi al di la’ di questa: è la nostra coscienza, che troppo spesso tendiamo ad addomesticare convincendoci che certe cose si devono fare … che così gira il mondo …. che tutti lo fanno …. ecc.

  10. Forse parli di relativismo etico, che non ha niente a che vedere con una mentalità relativista che predispone all’alterità e alla tolleranza, nel rispetto di chi è portatore di un’altra cultura e religione.
    Io concordo con Galimberti, che tiro per la giacca, quando afferma che:

    “Occorre promuovere l’intelligenza etica, che non fa riferimento esclusivamente ai “princìpi ” della propria coscienza o peggio ancora all’ambito limitato dei propri interessi, ma si fa carico delle esigenze della società, rinunciando, per esempio, all'”obiezione di coscienza”, perché non è una buona coscienza quella che per l’osservanza delle proprie convinzioni, non assume nessuna responsabilità collettiva. Una simile coscienza, che non si fa carico della sorte di tutti, è troppo angusta per essere eretta a principio della decisione.”

  11. Si.
    Personalmente, penso che ogni uomo sia portatore, dentro di sé, della “verità”, e cioè del complesso dei valori assoluti che identificano la sua natura.
    Ritengo anche, che tutti gli uomini abbiano la capacità di auto conoscersi indagando dentro se stessi, su se stessi, e che tale indagine possa essere effettuata a vari livelli di profondità cui corrispondono differenti livelli di comprensione di se stessi.
    Di conseguenza, ad un maggior approfondimento di tale indagine e di comprensione, corrisponde un maggior avvicinamento alla “verità”.
    Inoltre, penso che la progressiva acquisizione di tali comprensioni possa liberarci sempre più dal senso di separazione che noi, come individui, percepiamo rispetto alle altre persone (intendo dire che la progressiva comprensione di noi stessi in qualche modo ci fa sentire meno distanti dagli altri perché ci accomuna ad essi rendendoceli più vicini fino ad entrarvi in empatia – chi, dopo aver compreso un proprio errore non si sente più vicino a colui che vede comportarsi nello stesso modo?).
    Ciò ci consente di passare lentamente da una coscienza egoica ed individualista ad una coscienza olistica ed universale.

    All’acquisizione della predetta conoscenza (coscienza) risponde, poi, un adeguamento dei nostri comportamenti sia verso noi stessi sia verso gli altri.

    Desidero, dunque, sottolineare l’importanza che, a mio avviso, assume la percezione dualistica che noi abbiamo di noi stessi: intendo riferirmi al senso di contrapposizione e di separazione che, normalmente, noi abbiamo verso le altre persone (coscienza egoica), che non consiste necessariamente in un’avversione o in un atteggiamento aggressivo verso gli altri ma, più semplicemente, in una costante identificazione nell’ ”io sono” rispetto agli altri.
    Con ciò non voglio assolutamente affermare che lo scopo della comprensione di noi stessi sia di rinunciare a noi come individualità, perchè si può restare individui pur in completa coesione con gli altri individui tanto da percepire se e gli altri senza barriere.

    A tal fine, mi domando come si possa fare questo lavoro di approfondimento se non allertando quanto più possibile la propria attenzione su se stessi? .. attivando la propria “coscienza” interna? Qui non intendo dire che una persona debba autolimitarsi nel pensare e nell’agire, anzi esattamente il contrario: ampio spazio a naturalezza, mente e sentimenti! Solo, aggiungo, osservandoli il più possibile mentre essi si manifestano in noi, per poi “comprenderne” (nel senso sopra indicato) il meccanismo di attivazione e di funzionamento.

    In tal senso, a mio avviso, si può ritenere esistente un’etica come affermazione di valori all’interno di un gruppo sociale, diversa dall’etica appartenente ad un altro gruppo sociale che riconosce valori differenti secondo il differente grado di maturità raggiunto dalla maggioranza degli individui che lo costituiscono.
    Dunque, penso che il relativismo etico sia la conseguenza della nostra coscienza egoica (il dualismo che noi quotidianamente viviamo rispetto agli altri).

    Per contro, può esservi completa affinità etica tra singoli individui che, pur appartenenti a gruppi sociali portatori di valori etici differenti, abbiano sviluppato il medesimo approfondimento su se stessi approdando alle medesime comprensioni.

  12. Penso che ognuno abbia la possibilità di capire chi è, e di percepirsi staccato dalle cose, soltanto vivendo insieme agli altri. Esempio, capisco di essere spietato o fin troppo docile, simpatico o antipatico, bello o brutto, non perchè me lo dico da solo, ma perchè le mie azioni e il mio aspetto parlano per me..
    Penso altresì che sia possibile che due individui, appartenenti a gruppi sociali portatori di valori etici differenti, che non siano stati limitati nel pensare, nell’agire e abbiano avuto tutto il tempo necessario e desiderato per studiarsi reciprocamente, mai per offendersi, possano imparare a rispettarsi e, superando insieme i rispettivi livelli di maturità che potevano rappresentare una barriera tra loro, diventare addirittura amici.
    Dirò di più: ciò accade raramente, ma quando accade non si può più tornare indietro! E ne sono felice.

  13. errori vari..

    “…tanto da percepire sé e gli altri senza barriere”.

    “A tal fine, mi domando come si possa fare questo lavoro di approfondimento se non allertando quanto più possibile la propria attenzione su se stessi! .. attivando la propria “coscienza” interna!”

  14. Per contro, a proposito dell’incapacità di accettare l’Altro, della diffidenza, l’odio per il diverso “che diventa necessario, specie se opportunamente suscitato e manipolato, per conferire identità a un gruppo e per scaricare su qualcun altro l’insoddisfazione per i disagi dei membri di quel gruppo”; copio-incollo un’interessante intervista su Tele-video al semiologo, filosofo e scrittore italiano Umberto Eco.
    Si ringrazia il sito: http://www.televideo.rai.it/televideo/pub/articolo.jsp?id=8255

    ————————————————————————————-

    Domanda: – Le manie, i pregiudizi, i luoghi comuni sugli ebrei, che coraggiosamente lei ha descritto nel “Cimitero di Praga”, (attribuendo a Simonino Simonini tutte le caratteristiche che un antisemita usa per connotare gli ebrei) ci sono familiari e hanno pervaso la mentalità corrente. Simonino Simonini è ancora tra noi?

    Risposta: – E’ ancora tra noi perché il razzismo, come incapacità di accettare l’Altro, non muore mai, anche se nel corso della storia assume forme diverse. Il leghismo selvaggio è certo una nuova forma di razzismo. Quanto all’antisemitismo oggi è virulento nei paesi arabi ma in quelli occidentali è fenomeno abbastanza marginale, limitato o alle frange neonaziste o a degenerazioni di una solidarietà terzomondista.

    D: – Cosa ha alimentato il mito dell’ebreo deicida, reietto, che si nutre del sangue dei bimbi cristiani, avido oltre misura, che giustifica la discriminazione che subisce da secoli?

    R: – Bisogna distinguere un antisemitismo che chiameremo religioso, che va dalle origini alla rivoluzione francese, all’antisemitismo che chiamerei borghese, tipico del XIX secolo, e che poi sfocia nelle tecniche di sterminio hitleriane. L’antisemitismo religioso e popolare, che si basa da un lato sull’idea del popolo deicida e dall’altro sulla presenza dell’ebreo del ghetto, che parla un’altra lingua, è spinto a praticare solo attività commerciali o addirittura l’usura, ed è un diverso malvisto specie dagli umili. Ma dopo la rivoluzione francese, quando gli ebrei in vari paesi acquistano diritti di cittadino normale o quasi normale, nasce un antisemitismo che direi economico, in cui l’ebreo viene identificato con il capitalista. Sorge pertanto anche un antisemitismo socialista, e ed è appena uscito su questo fenomeno il libro di Battini, Il socialismo degli imbecilli. Oppure non si riesce a sopportare che l’assimilazione sia così completa da portare molti ebrei a diventare ufficiali dell’esercito; e di lì il caso Dreyfus. E’ con questo antisemitismo “borghese” che nasce il mito del complotto ebraico per la conquista del mondo, popolarizzato poi dai falsi Protocolli dei savi anziani di Sion.. L’ebreo fatto segno all’antisemitismo popolare e religioso poteva magari essere accusato di uccidere i bambini ma non lo si vedeva come pericolo mondiale.

    D: – Quando lo stereotipo può essere attraente?

    R: – Come si è visto, gli stereotipi sono stati due, ma sempre basati sulla diffidenza per il diverso. L’odio per il diverso non è “attraente”: è spesso necessario, specie se opportunamente suscitato e manipolato, per conferire identità a un gruppo e per scaricare su qualcun altro l’insoddisfazione per i disagi dei membri di quel gruppo. Ha a che fare con l’invenzione del nemico da parte di ogni dittatura, per dirottare altrove la violenza del corpo sociale.

    D: – L’ossessione rivolta agli ebrei in quanto “diversi”, è ancora attuale. Magari rivolta ad altre minoranze,(immigrati, islamici….). Gli stereotipi antisemiti sono simili a tutti gli altri stereotipi razzisti?

    R: – E’ evidenza storica che lo stereotipo antisemita ha avuto e ha vita più lunga degli altri. Perché gli altri gruppi di diversi cambiano col tempo, o scompaiono, mentre le minoranze ebraiche sono sempre rimaste presenti, con una forte identità; inoltre gli altri oggetti di odio razziale sono sempre stati di solito dei reietti culturalmente inferiori (zingari, immigrati analfabeti, schiavi dalla pelle nera), mentre l’ebreo nasce da una cultura del Libro, rappresenta una diversità colta e quindi capace di suscitare invidia o avversione presso le masse diseredate. Tipico il caso degli ebrei russi, che sapevano leggere e scrivere rispetto a una popolazione di mugiki analfabeti. Di lì il pogrom. Infine c’è un carattere specifico dell’antisemitismo, oltre alla sua resistenza nel corso dei secoli: che è la sola forma di razzismo che è sfociata in un genocidio “scientifico”, tecnologicamente organizzato, e così massiccio come l’Olocausto.

    D: – Quali sono le nuove forme di antisemitismo e i meccanismi dell’antisemitismo moderno?

    R: – Qui la storia si fa complessa perché oggi spesso l’antisemitismo assume le forme dell’antisionismo, e talora si confonde con la critica alla politica israeliana. Sono tre cose diverse (tanto diverse che si può essere persino ebreo e non essere d’accordo con la politica del governo israeliano o non condividere l’idea sionista) ma per moltissimi l’avversione a Israele si trasforma in avversione per l’ebreo tout court, ed ecco che abbiamo un ritorno dell’antisemitismo, anche se mascherato e anche se, ripeto, limitato ad alcune frange politicamente molto connotate ma estraneo, mi pare, alla maggioranza della popolazione. Però, a scoprire tanti siti antisemiti su Internet, non si può evitare un brivido.
    (C. T.)

  15. Concordo pienamente.

  16. Certo, …in fondo ogni forma di razzismo e’ manifestazione di debolezza e paura. Il diverso e’ l’occasione per creare un’appartenenza al gruppo, da parte di persone deboli.
    Aggiungo che spesso la debolezza proviene dalla paura e la paura dall’ignoranza.
    Quanta ignoranza abbiamo dentro, chi più chi meno? .. e quante forme di ghettizzazione verso gli altri esistono?… quante volte io, che ora giudico gli altri, sono stato razzista senza accorgermene? ..verso il compagno di scuola che andava male, … verso il collega di lavoro che rende di meno perché non arriva alla soluzione del problema … ecc.
    Quanto potremmo essere diversi, e quanta paura in meno di noi stessi avremmo se potessimo percepire in profondità la nostra identità.
    Forse un buon inizio sarebbe ammettere i nostri errori che spesso comodamente osserviamo negli altri, perché è cambiando noi stessi che cambiamo gli altri.

  17. Certo, se ci rendessimo conto… di aver fatto del mobbing: potremmo cominciare a cambiare il mondo, allora, chiedendo a quella persona quali danni morali, fisici e psichici, sono stati causati dalla nostra ignoranza. Forse soltanto in questo modo si potrà far ripartire il tempo, permettendo a belle parole di volare libere, di riedificare quello che è stato distrutto: perchè non restino con noi a consolarci soltanto di quanta consapevolezza siamo capaci di acquisire con l’autocoscienza.
    E pensare che oggi è così veloce il mezzo con cui ci offendiamo e contemporaneamente facciamo “mea culpa”, che sembra quasi impossibile ricordarci anche di aver sperimentato una contrizione della coscienza interna. E chissà perchè deve sempre interferire una convenzione sociale, o regola, che ci faccia rendere conto che basterebbe amarci di più per essere liberi di fare ciò che vogliamo veramente, liberi di essere quello che siamo senza doverci cambiare.

  18. ooops… un’altra “cucurbita” nel mio post del 14 gennaio h. 19:25 :
    correggo,
    “Si, … l’etica ce la costruiamo noi con i patti sociali, e la legge, ovviamente, fa fatica a seguirla…”

    … fortuna che ogni tanto anche mia moglie legge le mie… “egloghe”

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