Guida Perversa. Il cinema che legge tra le righe della realtà

A sei anni dall’uscita di ‘The Pervert’s Guide to Cinema’, torna (uscito all’inizio del mese, ma in questi giorni si trova ancora in qualche sparuta sala) una nuova “guida” del filosofo e psicoanalista sloveno Slavoj Žižek, realizzata nuovamente in collaborazione con la regista Sophie Fennes (sorella di Ralph e Joseph): ‘Guida perversa all’Ideologia’.

Roba di nicchia, di quella che passa inosservata, tuttavia a mio modesto avviso un must per chi ama il cinema e forse non solo. Žižek è stato o è un collaboratore regolare di numerosi giornali e riviste, fra cui New Left Review, London Review of Books, Critical Inquiry e The Guardian. Lo conosce già, dunque, chi lo ha letto in lingua originale, o in italiano sulla rivista ”Internazionale”. In questo nuovo film, attraverso i classici del cinema e i brand più pop del nuovo millennio lo scrittore sloveno  prova a spiegarci “che cos’è l’ideologia”.

Perché “guida perversa”? In realtà l’aggettivo “pervert” si lega per zeugma anche al sostantivo cinema. Il cinema è perverso! Nonostante sia comunemente associata a connotazioni sessuali, la perversione è anche un termine tecnico che la psicanalisi lacaniana usa per indicare la certezza che un soggetto ha di sapere ciò che l’Altro vuole. Il perverso è definito da una mancanza di interrogazione. E parafrasando Žižek, il cinema è un’arte perversa perché non ci offre quello che desideriamo, ma, al contrario, ci dice precisamente come desiderare, ci addestra a farlo mentre ne siamo più o meno consapevoli.

Questo concetto lo spiegano benissimo due delle pellicole prese corposamente in esame in questa “guida”: ‘Essi vivono’ (1988) di John Carpenter e ‘Operazione diabolica’ (1966) di John Frankenheimer.

Consideriamo la prima, ad esempio. ‘Essi vivono’ è un film di fantascienza degli anni Ottanta che include bizzarri alieni, un improbabile lottatore e un sacco di occhiali da sole. Mentre a prima vista, la pellicola può sembrare insomma un calderone pieno di sciocchezze, contiene in realtà un forte messaggio riguardo all’utilizzo dei mass media. Le lenti “radiografiche” indossate da John Nada sono la modalità operativa necessaria per disoccultare la menzogna ideologica; per metterla a fuoco occorre inforcare gli occhiali e non toglierli come recita il luogo comune.

Nei suoi 134 minuti poi ‘The Pervert’s Guide to Ideology’ estrae dal cilindro sequenze da: ‘Tutti insieme appassionatamente’, ‘Arancia meccanica’, ‘M*A*S*H’, ‘Full Metal Jacket’, ‘Il trionfo della volontà’, ‘Lo squalo’, ‘The Fall of Berlin’, ‘Gli amori di una bionda’, ‘Titanic’, ‘Brazil’, ‘Sentieri selvaggi’, ‘Taxi Driver’, ‘Zabriskie Point’. Žižek usa le varie situazioni narrative per illustrare punti teorici o per riflettere sull’ideologia contemporanea.

Immagino sia lecito attendersi che qualcuno storca il naso per la logorrea dogmatica e l’esibizionismo di questo istrionico narratore, che la Fiennes asseconda in tutto e per tutto. Ad altri poi non piacciono le opere che sembra  “dimostrino un teorema”, un po’ alla Michael Moore. Personalmente mi limito ad augurare che prima o poi questi due film diventino una trilogia.

Massimo Lanzaro

Dalla raccolta “Al dio dei ritorni”

Quando tornerai
con la tua lira
a tessere arabeschi
muterai le carni
di tutti i destini
non informe intreccio
di sviliti mondi
non rullo di tamburi
ma ciò che sgorga
dal silenzio
specchio
di ogni verità
quando verrai
o dio dei ritorni
mi coprirò di rugiada
e forse morirò
per ogni possibile resurrezione

Maria Allo

La Mitologia Indù e il suo Messaggio

Le edizioni Mediterranee ripropongono un’opera di Jean Herbert (1896-1980) studioso che, a partire dagli anni trenta del secolo scorso, si è interessato e ha divulgato in Occidente lo studio del Buddhismo e delle religioni orientali. In Occidente, da Schopenauer in poi, si è conosciuto anche troppo questo fenomeno di interesse di massa per queste religioni, spesso banalizzandole, come ad esempio nel messaggio del tantra vedantico; leggere un libro di questo genere, che possiamo quasi definire classico, è come attingere ad una fonte di seria e sicura preparazione culturale.

Già il titolo, La Mitologia Indù e il suo Messaggio (pag. 131, euro 12.50), ci indica l’approccio dell’autore: descrivere e prospettarci i complessi miti dell’India, dis-velando e dipanando il messaggio che recano. Il volume raccoglie una serie di conferenze tenute da Herbert a Ginevra nel 1949, pubblicato per la prima volta nel ‘53. L’intenzione è indicare, dietro la grande messe di erudizione raccolta da grandi studiosi di Orientalismo, tra cui sir James Woodroffe, la via dell’Induismo, inteso non come evasione, fuga dal qui e ora, ma come metodo per accostarsi e risolvere i problemi fondamentali delle nostre vite.

La vita moderna dell’era della tecnica ci dà insoddisfazione e delusione per ciò che possediamo, da qui il bisogno di una ricerca di qualcosa che ignoriamo ma che desideriamo, lo spasimo a dissetarci alla sorgente stessa della spiritualità. Inizialmente, l’Induismo viene studiato più come una pratica speculativo-filosofica, non come una vera e propria mistica, al tempo quasi un tabù per noi occidentali presi dallo storicismo e dall’idealismo post-hegeliano. Certo, possiamo negare la mistica, ma i mistici esistono, tanto più che in India non c’è alcuna opposizione tra religione-mistica e scienza-filosofia; ogni aspetto di esse è ugualmente rigoroso nella sua applicazione, quanto la scienza ingegneristica o medica. In India la mitologia è viva, ed offre elementi di realtà pratica oltre che strettamente religioso-spirituale.

La mitologia induista costituisce da millenni la base morale e spirituale di una vasta moltitudine di uomini, che attinge da essa in maniera sempre uguale, esulando da ogni considerazione di tipo evoluzionistico che studiosi occidentali potrebbero avanzare. Perché evoluzione, così come noi la intendiamo, non c’è, né si può cercare nel significato autentico dei Veda, in cui si disvela un altro tipo di evoluzione, del tempo ciclico, l’avvicendarsi delle età con le varie fasi del mondo (Yuga), che si ripetono eternamente.

Herbert prende, ad esempio, il mito solare di Sharanyu, la sposa del sole, e ce lo narra nelle sue molteplici declinazioni, con aggiunte e variazioni che offrono un quadro poetico della realtà cosmica. Il Sole, inteso come illuminazione divina del mondo e dell’anima umana, sposa Sharanyu, personificazione della creazione e della manifestazione delle forme, ma essa, incapace di sopportare l’eccessivo ardore dell’astro diurno, si fa sostituire da Chhaya, l’ombra, anche se alla fine si riunisce al suo sposo che ha accettato di attenuare il suo fulgore. Questo mito, come altri, ha un valore educativo e di esempio quanto possono averlo le storie di Plutarco o Porfirio, e non è detto che non abbiano alcun valore di storicità.

Ognuno deve cercare per sé, trovare il suo Dio. Gli dei vedantici sono manifestazioni definite dell’Indefinibile: da Brahman (l’assoluto), attraverso la creazione, discende il mondo e il mito di Sharanyu lo descrive, allo stesso modo di altri racconti.

Un mito affascinante è quello che narra come il mondo sia poggiato su quattro elefanti che simboleggiano la forza fisica apparente, a loro volta poggianti su quattro tartarughe, la forza fisica segreta, simboleggiata dal fatto che si ritirano nel loro guscio; ancora più nel profondo, le tartarughe poggiano su Brahman, l’Ineffabile.

Quanto si può meditare su questo mito, e quanto ci spiega, ben più di ogni teoria cosmologica, in quanto parla alla nostra intuizione. Ci dice come si è passati dall’Indifferenziato alle molteplici forme del mondo, in un movimento che va dall’indeterminato ad una crescente formalizzazione. Ogni mito poi, come petali di un fiore di loto, si aggiunge ad altri, in modo da comporre, pur nella loro apparente contradditorietà, una spiegazione complementare della creazione. Quale teoria del Big Bang o simile ci può dare conto del mistero dell’origine, quanto e più di questi meravigliosi miti?

Il movimento incessante del rapporto tra gli elementi della Trimurti, cioè le tre divinità inscindibili tra loro, ci riporta, oltre alla Trinità cattolica, al pensiero filosofico della dialettica hegeliana, con tesi-antitesi-sintesi. In effetti si può dire che il pensiero sia stato già tutto pensato nell’Induismo. Anche le recenti scoperte fisiche, con la intima identità tra materia ed energia, descritta nella teoria relativistica, sono nient’altro che la scoperta di ciò che già era noto alla speculazione indiana, millenni fa, con mondo-uomini-dei senza personalità distinte, in quel gioco delle forme che è proprio della religione induista.

Per un occidentale, con una mente formata dal pensiero razionale di stampo cartesiano, è estremamente difficile penetrare nella natura delle divinità Indù. C’è un’identità profonda tra esse, come se ognuna fosse una manifestazione dello stesso principio, con un nome diverso; ma il devoto non cerca spiegazioni, è solo consapevole che sia così, che ciascun dio è sempre il Dio unico Ishwara, ma che per necessità di culto, e di pratica religiosa, deve ricorrere alle diverse caratterizzazioni, necessarie per ciascun frangente. È come se la divinità fosse inattingibile nella sua totalità, e l’uomo le si possa accostare solo a piccoli sorsi, per non inebriarsi troppo di una relazione così impari.

Dove si situa l’uomo tra tutti questi dei? È anch’egli partecipe alla divinità, poiché non c’è gerarchia, anche se il vero sapiente non anela ad essere Indra, il dio mitico solare. Non ci sono classificazioni, ossessione dell’occidente. La creazione è ancora in atto, con l’uomo che collabora con il Creatore per realizzarla: prima è apparso il piano materiale, in cui si è poi inserita la vita; poi dalla vita si è manifestato il mentale; infine è preconizzato l’avvento di un ultimo piano, il sovra-mentale. Per noi uomini del XXI sec., non si può fare a meno di volgere il pensiero alla Rete, che oggi tutti ci avvolge.

In effetti, dal 1953, anno di pubblicazione di questa opera, ne è passata di acqua sotto i ponti. La nostra attuale società di consumo è ben più adatta alla spiritualità orientale di quanto lo fosse la società più antica degli anni di Herbert, quasi per una legge di contrappasso. Merito dello studioso è comunque di essere stato un pioniere, ed un maestro, in questo campo. L’insegnamento è sottile: tutto, dei, uomini e mondi sono incessantemente in movimento, impegnati nell’eterna danza di Lila, in qualcosa che per la mentalità occidentale, immersa nel suo schema descrittivo, classificatorio e razionalistico, è inconcepibile. Ma la crisi dell’occidente è così avanzata che, se appunto non uscirà da questo schema, rischierà di essere travolto. E l’Oriente è lì, con il suo messaggio, che ci offre delle opportunità; sta a noi cambiare la nostra visione del mondo per accoglierle e, forse, salvarci.

Mario Sammarone

Guardare la vita

Tutto quello che desidero adesso è di guardare la vita. Potete venire a guardarla con me, se vi fa piacere.

Oscar Wilde

Ballade (III)

Un giardino afoso stava la notte.
Noi ci tacemmo l’orribile che ci afferrava.
Da questo furono svegliati i nostri cuori
e giacquero sotto il peso del silenzio.

Non una stella fiorì in quella notte
e non c’era nessuno che pregasse per noi.
Solo un demonio ha riso nel buio.
Siate tutti maledetti! E l’atto fu.

Georg Trakl

Comprensione

Non affannarti a cercare di farti comprendere da chiunque, solo chi ha un’anima uguale alla tua, ti comprenderà.

Mari Na

Semplicità

L’umiltà e la semplicità sono le due vere sorgenti della bellezza.

Johann Winckelmann

Educazione

Si educa con ciò che si dice,
più ancora con ciò che si fa
e ancor di più con ciò
che si è…

S. Ignazio di Antiochia

Arriva il bastimento

Arriva il bastimento. Lievi scendono i passeggeri.
Dopo molti traffici
attendono impazienti alla banchina
i parenti e gli amici – adesso calano
gli operai rivestiti come a festa.
Giovanissimo è questo che ci viene
incontro sorridente dall’America.
Bacia il padre la, madre la sorella.
Ma un fanciullo (non conta forse ancora?)
non riceve quel bacio che si aspetta
tenendo avidamente per la stoffa
del vestito il suo giovane amico.
Che si accorge di questo. E tanta lieve
gioia e ironia, se proprio cede, mette
nell’inchinarsi a quei mille bacetti.

Sandro Penna

Noi siamo i vinti

Noi siamo i vinti.
Noi che non sappiamo amare e viviamo di sogni
e il tempo dell’illusione svanisce
lasciandoci tentennanti del nostro dolore.
Noi che affidiamo ogni nostra decisione
al bizzarro rotolare di una moneta
incapaci di ergerci.
Noi siamo i vinti
che ci crogioliamo nella nostra malinconia
e ci inebriamo di dolcezze struggenti,
nel pensiero del passato e del futuro.
Sì noi che ancora non abbiamo capito
che Dio è dalla nostra parte
e non nutriamo speranza.

Pier Vittorio Tondelli

“IL MISTERO DI DANTE” a Trastevere

Carissimi,
a partire da Venerdi 21 Febbraio per una settimana esce a Roma “Il Mistero di Dante” al cinema FilmStudio a Trastevere.
Una nuova opportunità per il pubblico romano di poter godere del fascino che emana della pellicola del regista Luois Nero.
Non perdete questa occasione!

www.altrofilm.it

Monuments Men: Clooney ci ricorda il valore dell’arte come elemento di memoria storica

La pellicola è la trasposizione cinematografica del libro omonimo, basato, come si suol dire, su una storia vera (The Monuments Men: Allied Heroes, Nazi Thieves, and the Greatest Treasure Hunt in History) scritto da Robert M. Edsel nel 2009.

“Mi trovavo a Firenze” – raccontò Edsel – “Un giorno stavo attraversando Ponte Vecchio, l’unico ponte che i nazisti avessero risparmiato durante la loro fuga nel 1944, quando ho ripensato a quello che è stato il peggiore conflitto della storia e mi sono domandato come fossero riusciti a sopravvivere tanti tesori artistici e chi li avesse salvati. Ho voluto trovare una risposta a queste domande.”

La risposta è (pressapoco): mentre le forze alleate stavano sferrando il loro attacco alla Germania lo storico dell’arte Frank Stokes (Clooney nel film) ottiene l’autorizzazione da Roosevelt in persona di mettere insieme un gruppo di esperti che cerchi di recuperare le opere d’arte trafugate dai nazisti per salvarle e restituile ai legittimi proprietari. Si trova quindi alla guida un gruppo di sette non più giovani e poco in forma  direttori di museo, curatori, artisti, architetti e storici dell’arte, insomma un singolare manipolo di eroi improbabili, arrugginiti e volenterosi.

I Monuments Men erano di fatto impegnati in una corsa contro il tempo. Mentre gli Alleati convergevano su Berlino, Hitler era poco propenso ad accettare una resa incondizionata: se non avesse potuto avere la Germania, nessun altro l’avrebbe avuta. “Con quello che fu chiamato ‘Ordine Nerone’”, ha spiegato Clooney, “Hitler ordinò la distruzione di tutto: ponti, ferrovie, apparecchi di comunicazione – e anche le opere d’arte. Tutto”.

Cosa convince: il cast è un plotone di star, per lo più in forma: George Clooney, Matt Damon, John Goodman, Jean Dujardin, Hugh Bonneville e Bill Murray (sulla sua scelta e sulla esilarante coppia che forma con Bob Balaban ci sono però pareri discordanti). Ad aiutarli inoltre una raffinatissima Cate Blanchett nei panni della “collaborazionista” Rose Valland. Tutti al servizio di una riflessione sul valore dell’arte e della vita umana.

Cosa non convince: la trionfante retorica patriottica e militarista, alcune sbavature nella sceneggiatura e una dose eccessiva di spensieratezza stridente, data la drammaticità del periodo storico narrato. Aggiungiamo le caratterizzazioni vaghe dei personaggi e la sensazione che di arte si sarebbe potuto parlare in maniera più approfondita, avendo creato “l’occasione”.

Conclusione: non si tratta di Schindler’s List, ma è un ritratto della seconda guerra mondiale da una prospettiva abbastanza inedita ed un gradevole omaggio ai protagonisti silenziosi di una pagina sconosciuta della storia contemporanea.

Massimo Lanzaro

E’ una brezza leggera

E’ una brezza leggera
che l’aria un momento ebbe
e che passa senza avere
quasi avuto bisogno di essere.

Chi amo non esiste.
Vivo indeciso e triste.
Chi volli essere già mi dimentica.
Chi sono non mi conosce.

E in mezzo a questo l’aroma
portato dalla brezza, mi affiora
un momento alla coscienza
come una confidenza.

Fernando Pessoa

Congruenze dissonanti

Carissimi, ho il piacere di segnalarvi una Mostra molto interessante.
Se siete a Roma, non potete mancare

Un abbraccio
Gabriele

Angelo Colazingari e Silvia Rinaldi sono i protagonisti del secondo confronto ideato da Coronari 111 Art Gallery 2 ARTISTI A CONFRONTO.
Le opere in esposizione dall’8 al 21 febbraio.

http://www.coronari111.com/#!congruenze-dissonanti/cxo5

 

Cose ovvie

Il mondo è pieno di cose ovvie che nessuno si prende mai la cura di osservare.

Sherlock Holmes

Levate l’ancora!

Tra vent’anni non sarete delusi delle cose che avete fatto ma da quelle che non avete fatto. Allora levate l’ancora, abbandonate i porti sicuri, catturate il vento nelle vostre vele. Esplorate. Sognate. Scoprite.

Mark Twain

Rimani davanti ai miei occhi

Rimani davanti ai miei occhi, e lascia
che il tuo sguardo infiammi i miei canti.
Resta fra le tue stelle, e alla loro luce
lascia ch’io accenda la mia adorazione.
La terra rimane in attesa
sul ciglio della strada del mondo;
Rimani in piedi sul verde mantello
ch’essa ha steso sul tuo cammino;
e fa ch’io senta nei fiori di campo
il prolungamento del mio saluto.
Resta nella mia sera solitaria
dove il mio cuore veglia da solo;
e colma la coppa della sua solitudine,
che sente in me l’infinità del tuo amore.

 

Tagore

 

Follia

Anche la follia merita i suoi applausi.

Alda Merini

Solitudine

Mi avevano lasciato solo
nella campagna, sotto
la pioggia fina, solo.
Mi guardavano muti
meravigliati
i nudi pioppi: soffrivano
della mia pena: pena
di non saper chiaramente…
E la terra bagnata
e i neri altissimi monti
tacevano vinti.
Sembrava che un dio cattivo
avesse con un sol gesto
tutto pietrificato.
E la pioggia lavava quelle pietre.

Sandro Penna

Subpersonalità

Le diverse autoimmagini che noi abbiamo di noi stessi costituiscono altrettante nostre personalità. In psicologia si parla di subpersonalità. Ognuna a seconda degli ambienti in cui ci troviamo… Con tutte le persone e le situazioni con cui si viene a contatto. Situazioni diverse, personalità diverse, autoimmagini diverse.”

Giulio Cesare Giacobbe

Dalla raccolta “Asfaltorosa”

Riverberazioni

Ti voglio intero
misurato d’occasioni mancate
naufrago di pigrizie come me
che cerco l’oro nel letto di rose
e il torcicollo delle rose al bocciolo
al soffitto che stilla stucchi di sole
e una spina al piede compresa
fra il mio riverbero frutto di una notte
riflessa all’infinito sul tuo corpo
di specchi infranti affilati di spade
che ci affondano insieme sempre-

Francesca Canobbio

L’ARTE DI ESSERE

Amici carissimi,
martedì 11 febbraio, alle ore 19:00, prenderò parte alla presentazione della rivista “L’ARTE DI ESSERE” e della sua collana editoriale; l’evento avverrà presso la libreria Harmonia Mundi a Roma. Vi aspetto con gioia!

L'Arte di Essere

La depressione: un tentativo di trovare spiragli di luce nel male oscuro (Parte II) La depressione: un tentativo di trovare spiragli di luce nel male oscuro (Parte II) Il ruolo dello stress nella depressione atipica

Con il termine “depressione atipica” si intende un particolare sottotipo di disturbo dell’umore, caratterizzato essenzialmente da depressione con umore reattivo (in pratica l’umore “migliora se capita qualcosa di buono, peggiora se capita qualcosa di negativo”; questo non succede nelle altre forme di depressione dove l’umore è “stabilmente giù” e non reagisce agli stimoli e agli eventi stressanti esterni). Altri sintomi sono: iperfagia, ipersonnia ed estrema astenia (sorta di profonda stanchezza cronica); spesso la sintomatologia depressiva si accompagna ad ansia rilevante. C’è di solito peggioramento serale, il contrario di ciò che accade nella depressione maggiore endogena, in cui le persone riferiscono quasi sempre di sentirsi “peggio al mattino”.

Poiché in questo tipo di sindrome come detto la persona “risente degli eventi esterni”, ritengo utile descrivere il  modello per spiegare l’origine del malessere psichico che viene chiamato in gergo “la teoria vulnerabilità-stress-appraisal-coping”. Questo modello rappresenta una via di uscita nel dibattito serrato fra teorie psicosociali (che ignorano o sottostimano l’importanza dei fattori biologici) e teorie biologiche (che ignorano o sottostimano l’importanza dei fattori psicologici o sociali).

La vulnerabilità va intesa come una predisposizione congenita, in parte ereditaria e in parte acquisita, probabilmente associata ad anomalie del metabolismo di alcuni neurotrasmettitori; tale predisposizione interagisce con fattori psicologici.

Questo determina una specifica soglia di vulnerabilità di base per ciascuno di noi, che se superata in seguito ad eventi stressanti, dà origine all’episodio di malessere o ad una conclamata sindrome psichiatrica.

Lo stress contribuisce in modo rilevante allo sviluppo di condizioni patologiche, fisiche e psicosociali, negli esseri umani. “Str” è un prefisso che suggerisce esercizio di pressione: il greco “strangalizein” e il suo derivato inglese e sinonimo “to strangle” (strangolare), analogamente al latino “stringere” (stringere), hanno le loro origini in un passato molto lontano.

Sono identificabili due tipologie di stress: lo stress quotidiano e quello legato ad eventi improvvisi.

Lo stress quotidiano è quello collegato agli abituali eventi di vita familiare, sociale e lavorativa. Lo stress legato ad eventi acuti ed improvvisi è stato associato all’insorgere di vari disturbi psichiatrici, quali appunto la depressione, la schizofrenia, la mania, e i disturbi post-traumatici.

Quindi l’interazione tra stressors che disturbano l’omeostasi e le risposte adottive (coping) attivate dell’organismo (inteso in senso psico-fisico) può avere di massima tre esiti possibili. Primo, la partita può essere “vinta”; secondo, la risposta adattiva può essere inappropriata (ad esempio inadeguata, eccessiva e/o prolungata) e l’organismo “soccombe manifestando sintomi di malessere”; terzo, l’organismo trae da questa esperienza una nuova, migliore capacità omeopatica.

Il coping, inteso come l’insieme di strategie mentali e comportamentali (come decidiamo di giocare la partita) che sono messe in atto per fronteggiare una certa situazione, è stato tradizionalmente considerato come una caratteristica piuttosto stabile di personalità. In seguito le modalità di coping sono state analizzate come reazioni flessibili e mutevoli a eventi di vita quotidiana stressanti.

Gli orientamenti più recenti considerano il coping come un processo che nasce da interazioni che superano o sfidano le risorse di un soggetto e che è formato da molteplici componenti, quali la valutazione cognitiva (appraisal) degli eventi, le reazioni di disagio, le risorse personali e sociali, etc.

Il modello della bilancia ad esempio distingue tra interno (individuo) ed esterno (contesto) e tra richieste e risorse, e individua i seguenti fattori:
– le “richieste esterne”: in generale, le domande del contesto, la pressione ambientale;
– le “risorse interne”: le risorse dell’individuo, le capacità e abilità personali;
– le “richieste interne”: i bisogni e le aspettative della persona;
– le “risorse esterne”: i supporti esterni di varia natura.

L’appraisal invece è la personale attribuzione di significato agli eventi e la percezione della propria capacità di far fronte alle conseguenze (Quello che è terribile e traumatico per una persona può non esserlo affatto per un’altra; le risorse che riteniamo di avere non corrispondono sempre a quelle disponibili in realtà etc.).

Dati i fattori descritti si comprende come gli obiettivi di un trattamento efficace, anche nel caso di una depressione (specialmente atipica) dovrebbero essere: innalzare la soglia di vulnerabilità, diminuire lo stress, migliorare le capacità di coping ed analizzare le attribuzioni (sovente erronee) di significato.

E’ intuitivo che nel caso di patologie gravi tutte queste componenti raramente possono essere affrontate unicamente con un trattamento psicofarmacologico, ma bisogna avvalersi di un approccio terapeutico integrato.

Massimo Lanzaro

James Hillman – Il cammino del “fare anima” e dell’ecologia profonda

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È convenzione accettata che alcuni argomenti siano tabù nelle conversazioni tra persone civili: sesso, soldi e morte sono temi da non menzionare se si vuole mantenere una certa eleganza. Attualmente il gossip intrusivo e l’involgarimento dei rapporti umani hanno sdoganato i primi due; per il terzo rimane un’ostica avversione che sconfina con la scaramanzia superstiziosa.

Nel libro di Selene Calloni Williams, James Hillman. Il cammino del “fare anima” e dell’ecologia profonda (ed. Mediterranee, 2013), l’autrice ribalta totalmente l’approccio verso il grande tema vita-morte. Il metodo auspicato è quello elaborato dal grande psicologo americano James Hillman, cioè quello del “fare anima”. Con questo si intende un’analisi continua, quasi a cielo aperto, mentre si esperisce il mondo: tutto “fa anima”, cioè senso, consapevolezza, pienezza, vigore, verità.

Il metodo della Calloni Williams è un misto tra terapia analitica e metodo sciamanico; e proprio di sciamanesimo birmanico ed asiatico in generale l’autrice è una studiosa da più di trent’anni. “Fare anima” è terapeutico, ma non come la terapia ufficiale che parte dall’Io e che tutto riporta all’Io, il grande realista, ma al contrario è riportare la realtà, tutta la realtà, allo stato di pura immagine, di apparizione animica tolta dal tempo e liberata dal gioco del contingente. E nemmeno “fare anima” vuol dire religione, poiché la divinità non ci trascende, non ci sovrasta, né è separata da noi, segno questo del più duro materialismo perché distacca gli uomini da ogni trascendenza, relegandoli nel mero meccanismo materico. “Fare anima” è ricordarsi della morte, la grande nemica di chi guarda solo alla superficie delle cose, è stare a contatto con il Tutto o, per dirla con Shri Bagwan Rajnesh, arrendersi al Tutto.

“Fare anima” è adatto per chiunque, al di là di ogni differenza culturale o di classe, per chi è integrato in questa società e anche per gli outsiders, che coltivano la propria interiorità liberi da ogni vincolo o istituzione sociale. “Fare anima” è arte, poesia, creazione – poiesis in greco vuol dire creare – e ci fa sentire l’anima del mondo in armonia con la nostra.

Una grande sciagura dei nostri tempi è la rimozione di Ade: secondo il potente libro di Hillman, Il sogno e il mondo infero, da cui la Calloni Williams attinge per portarne avanti le tesi, Ade ha perso il posto che gli spetta, così che la morte non ha più presenza nel mondo, esiliata dal dominio della tecnica e scacciata per fare posto al nuovo ritmo produzione-consumo, che non guarda agli scarti, alla sofferenza, alla morte che si lascia dietro, nella violenza dello sperpero come Bataille ci insegna.

Eros e Thanatos sono fratelli, lo abbiamo dimenticato, anche quando rileggiamo Leopardi nei suoi lucidi versi. Come nel simbolo yin e yiang c’è la compenetrazione degli opposti, che non sono separati da una linea retta, ma che invadono il territorio dell’altro, così è per la vita e la morte, intrecciate in ogni interstizio – del resto da ogni cosa nasce il suo contrario, dalla vita nasce la morte e dalla morte nasce la vita, si legge nel Fedone platonico. Perciò, in questa rilettura di Hillman, bisogna ricelebrare il rito, rito che abbiamo rifiutato agli dei che si presentano a noi sotto forma di malattia, disagio, sofferenza. La coscienza deve abbandonare le presunte e rassicuranti certezze dell’oggettività e sprofondare fino agli Inferi per riafferrare la propria anima.

Selene Calloni Williams scrive il suo libro in forma di lettera ad un’ipotetica ragazza del futuro, chiamata Eva come la donna edenica. Dopo le sue passeggiate nel parco di Edimburgo, appunta le sue riflessioni e le indirizza a colei che sarà una sua discendente. Essendoci un’osmosi trans generazionale tra le anime, le due donne riescono a comunicare tra loro: il lascito di Selene ad Eva nel futuro è importante, con consigli e spunti che valgono in ogni epoca. Ecco quindi l’invito a coltivare la memoria degli avi, ascoltare il proprio daimon, il genius dei latini o l’angelo custode dei cristiani. Per farlo però è indispensabile essere liberi, ovvero deprogrammarsi da ogni falso impegno e ruolo preso nella vita reale, da un Io prevaricante che vuole solo dominare la vita e la natura.

Dobbiamo invece essere attenti, fermi, modellati anche dai sogni degli altri e perfino da quegli degli avi, da cui l’importanza del loro culto, anche perché secondo Plotino noi riusciamo a scegliere i nostri genitori e la scena della nostra esistenza. Dobbiamo sviluppare la vista notturna che sa illuminare le tenebre e ci dà la consapevolezza del nostro corpo, saper usare la misteriosa coppia di occhi che possediamo rivolta dentro di noi, per accedere ai sogni e a quell’”interno paese straniero” di Jung, fino a riuscire a decifrare il memento mori iscritto nelle nostre ossa.

Dimenticare i sogni è un escamotage della nostra anima per evitare che l’Io si appropri di essi, usandoli ai propri fini utilitaristici, è una protezione della nostra profonda essenza, però noi dobbiamo cercare ugualmente di comprenderli, sempre alla luce del “fare anima”, ricordandoci di essere noi stessi immagini e non storie, padroni dell’eternità e non prigionieri del tempo. L’immaginale, figura chiave della psicologia hillmaniana si ricollega agli insegnamenti sciamanici, al fine di cambiare la natura del nostro Io per rendere esso stesso immaginale.

I miti ci mostrano la via: Persefone è il bisogno dell’anima di abitare il mondo sotterraneo per un periodo di tempo. Come nel mito di Demetra e Demofonte, dobbiamo cospargerci di ambrosia per sviluppare un Io immaginale che possa comprendere la morte. Imparare a morire è lo scopo della nostra vita, come del resto anche lo stoicismo predicava con Seneca. Dobbiamo saper apprezzare tutto ciò che è difficile, aspro, ostile, poiché non solo è metafora di morte e rinascita, ma ci conduce alla nostra vera essenza. Questi sono i lasciti che l’autrice dona alla”ragazza del futuro”, invitandola a non sperare e a non temere nulla.

Nella seconda parte del libro la Calloni, trasformandosi in una “ cantastorie” , come nella tradizione dei canti e dei racconti al femminile, ci narra alcune leggende, e da ognuna trae ulteriori insegnamenti sulla forza dell’amore, della morte in vita e della grandezza dell’anima che, sola in mezzo a sofferenze e  distruzioni della vita reale, è immortale poiché vive in un tempo circolare di morte-rinascita che non ha mai fine.

In conclusione di libro è riportato un discorso inedito di Hillman tenuto in occasione di una conferenza, dove auspica, lui uomo letteralmente senza terra perché nato in una città che sorge sull’oceano, la trasformazione della terra in psiche poiché ritiene, polemizzando contro Cartesio, che essa non sia materia inanimata, e perciò non sfruttabile. Per questo il pensiero di Hillman è ecologico ed estetico, e da qui deriva il nostro dovere di riprenderci cura della terra come della nostra anima. E forse è proprio questo ciò di cui abbiamo bisogno in questo nostro tragico presente. 

Mario Sammarone

 

 

Un cuore in inverno

Una pellicola che racconta “perfettamente” la rinuncia ai propri sentimenti

Se nel racconto esiste la perfezione, l’armonica proporzione delle sue componenti, questo è un film perfetto.

Claude Sautet vinse con “Un cuore in inverno” il Leone d’argento al Festival di Venezia 1992. Ispirato alla novella “La principessina Mary” (in Un eroe del nostro tempo, 1840) di Michail J. Lermontov questo è un film delicato ed elegante, una riflessione sull’amore, o meglio un apologo sul suo mistero, i cui raffinati dialoghi sono una sorgente di frasi da incorniciare.

(da qui possibili spoilers)

Il tema del film sembra facilmente identificabile. Stéphane (Daniel Auteuil), un liutaio, non è (apparentemente) in grado di vivere ed esprimere i suoi sentimenti ed emozioni. Eppure tutto sembra, nel suo comportamento precedente, alludere ad una sua attrazione profonda per Camille (Emmanuelle Béart: divina). Quando la donna suonava sembrava che gli occhi di Stéphane vibrassero della stessa armonia che proveniva dal suono della musicista. Sembrava che solo il legame tra lei e l’amico Maxime potesse essere l’ostacolo ad un incontro ormai annunciato con Stéphane. Contro ogni logica (apparentemente) l’uomo rimane imperturbabile, non solo di fronte alla passione amorosa, ma anche alla violenza.

Qualcuno ha scritto che Stéphane è simbolo chiaro di un’organizzazione di personalità che isola o al limite elimina gli affetti perché teme il possibile dolore ad essi associato.

In psicoterapia è un tema che ricorre frequentemente e che non sorprende né come fenomeno né come dinamica profonda: molte persone possono sviluppare una capacità razionale e operativa dotata di grande pregio e pur tuttavia essere molto spaventati quando si sviluppa una qualsiasi relazione emotiva profonda nel rapporto personale; gli affetti vengono allora isolati e rinchiusi in un mondo pressoché impenetrabile, così che una persona può vivere senza però vivere veramente la propria vita con la densità dei propri affetti.

A proposito di Stéphane il regista sembra tuttavia dare una traccia di dubbio, così psicoanaliticamente significativa, da far sorgere l’interrogativo se tale traccia sia stata fornita intenzionalmente, o sia stata indicata inconsciamente, senza avvertirne del tutto l’importanza.

Mi riferisco ad una sequenza narrativa: quando Stéphane rifiuta sorprendentemente l’amore di Camille, la scena termina e cambia. Ci si ritrova con Stéphane che si dirige verso la casa del maestro e della donna che lo accudisce. Qui assiste non visto ad una scena altamente sgradevole. La donna cerca di convincere il vecchio ad accettare le cure per i suoi malanni, ma egli, come un bambino ossessionato dalle cure materne, la scaccia in maniera offensiva (anche lei risulta alquanto soffocante). Stéphane assiste alla scena come un bambino che guarda dal buco della serratura ciò che avviene nella stanza dei genitori. Ed è una scena dove il “padre” lotta per non essere infantilizzato da una “madre” che lo tratta come un bambino. Se poniamo questa scena come lo sfondo della problematica che Stéphane vive nel rapporto con le donne, possiamo trarre qualche lume significativo (semplificando: “se il maestro è finito così, quale destino diverso potrà avere il suo modesto seppur zelante allievo?”). L’immagine della scena primaria, che vive nell’inconscio individuale, quando assume aspetti così profondamente spiacevoli, può causare l’evitamento delle possibilità di sviluppo affettivo nel rapporto con l’altro sesso, quando tale rapporto è troppo associato ad essa, dicono gli autori di orientamento psicodinamico. Camille si propone a Stéphane come un farmaco curativo dei suoi affetti bloccati, lo vuol curare col suo amore, ma egli teme di ridursi come un bambino castrato dalle cure materne. Forse.

In realtà la freddezza affettiva non riguarda (solo?) Stéphane, ma anche (e forse maggiormente) gli altri personaggi significativi: Maxime (patinato e immerso nel suo business), Régine l’agente assistente di Camille (fredda e cinica per lo più), e paradossalmente anche Camille stessa. Di chi è innamorata? Del suo violino e della musica senz’altro. Il violino può anche non funzionare secondo i suoi desideri. Ma allora lo ripara e lo riprende. Quando invece Stéphane tenta una riparazione (“mi sono accorto di aver dentro di me qualcosa di distruttivo”) la sua risposta è: “ormai mi sono svuotata”.  Si accende di passione, ma non tollera che la risposta dell’altro richieda tempi diversi da quelli che da lei sono stati previsti e decisi. Colpisce come in tutto il film manchino spazi per la crescita e l’elaborazione degli affetti che appaiono e scompaiono in modo rapido senza che le voci interiori si esprimano e diano un senso ai comportamenti dei diversi personaggi, ma così viene magistralmente lasciato allo spettatore il compito di intuirli e pensarli in maniera più umana e significativa.

Da questo punto di vista Stéphane appare dal mio punto di vista umanamente più convincente, perché al termine di un tormento interiore così dignitoso da non essere mai rivelato, dopo mesi di sofferenza e introspezione, riconosce la radice della sua difficoltà quando afferma che c’è qualcosa di distruttivo in lui, nel suo modo di rapportarsi alla donna: distrugge per non sentirsi distruttivo e per non dover fare i conti con i molteplici volti dell’attrazione amorosa. Ed è anche l’unico che ha il coraggio di fare quello che il suo maestro voleva: aprire la finestra della sua stanza verso la libertà, il silenzio e la luce.

Massimo Lanzaro

“I diamanti di Kesserling”

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Quando si parla di Storia, si può argomentare, teorizzare, fantasticare, persino romanzare, aggiungere fatti immaginari a un substrato di fatti oggettivi. Si può anche, però, fare la Storia Immaginaria, valutando come sarebbero andate le cose se fossero cambiati alcuni presupposti: si tratta della cosiddetta Ucronia, la Storia Virtuale, non un tabù o una semplice esercitazione del pensiero, ma una vera e propria disciplina, che talvolta diviene strumento per capire ed interpretare il nostro presente. Il bel libro di Enzo Natta, “I diamanti di Kesserling” (ed. Tabula Fati, 2013) parte da questo spunto per costruire una storia su un pezzo di Storia: siamo in Liguria, terra dello scrittore, e precisamente nel Ponente, tra il mare della costa dei fiori e la catena montuosa delle Alpi Marittime. L’antefatto è un episodio del 1944, in piena Resistenza, quando si cercò di corrompere il feldmaresciallo Kesserling per la resa dei tedeschi in Italia. La contropartita, un immenso tesoro di diamanti portato dagli inglesi, e poi sparito, ad opera di un partigiano, Nemo; questi porta il tesoro con se per avvantaggiare la sua parte politica (Trotzkisca), ma viene intercettato ed ucciso, non prima però di avere trasmesso ad un sacerdote, come il messaggio lasciato nella bottiglia, l’informazione del nascondiglio dei diamanti. Passa il tempo e a distanza di sessanta anni, una miriade di personaggi loschi è alla ricerca del tesoro di Kesserling. Protagonisti sono due liguri autentici, il commissario Roberto Pollini e il cronista Giovanni Rosaspina, che entrano in gioco dopo la morte sospetta di un vecchio partigiano, a cui faranno seguito altri omicidi. Coinvolti saranno ogni sorta di avventurieri, dai piduisti ai mafiosi, dai servizi segreti al Mossad, ognuno viole raggiungere il tesoro dei diamanti per accaparrarselo, ma falliscono uno alla volta. Ciò che affascina del romanzo sono gli intrecci non solo del presente raccontato, ma anche del presente con il passato, e del passato con il passato. Artifizio della Ucronia. Il presente, il passato, quello che si svolse o che avrebbe potuto svolgersi; e così la Storia può prendere in qualsiasi momento vie innumerevoli, per farci rendere conto che quella effettivamente accaduta forse non è stata la migliore possibile, che il risultato non è stato nessun Sole dell’Avvenire – se ha prodotto, cronaca di tutti i giorni, una situazione così destabilizzata e corrotta. I due protagonisti, Roberto e Giovanni, sono troppo liguri, e quindi troppo disincantati e anche un po’ “chesternoniani”, per attardarsi su speculazioni sul bene e sul male. Portano avanti le indagini sempre un po’ sottotono,  con mille colpi di scena, con mafiosi ridicoli che sembrano abbellirsi e darsi un tono per sembrare più raffinati, senza riuscirci, e figuri senza scrupoli, cinici e avidi. Sullo sfondo la Liguria, dove “i suoi abitanti tra gli ulivi” stanno davvero come in una cattedrale, e i cimiteri “aperti ai venti e all’onde” compaiono come teatro di ricerca dei diamanti, poiché si suppone di trovarli in una ignota e non ben localizzata tomba di Nemo. Le citazioni di film sono numerose e corrono parallele alla storia, dandole un’impronta “cinematografica” – si vede  la grande conoscenza di cinema da parte dell’autore. Encomiabile è la difesa del fumo contro il “pensiero unico” del proibizionismo, condotta dal protagonista Giovanni e probabilmente propria anche dell’autore. Un libro insomma che si legge d’ un fiato, con mille spunti di riflessione portati avanti da una scrittura semplice e briosa. Con un finale a sorpresa che prelude però a nuove prossime imprese. Noi le aspettiamo.

Mario Sammarone

“I diamanti di Kesserling”, un romanzo di Enzo Natta (ed. Tabula Fati)

Dalla raccolta “Asfaltorosa”

Sotto i fuochi

Io non temo
dove riflette il raggio
per ogni colore un’iride
per ogni luce un nuovo
di nuovo inclinato cuneo di sole
per quanto del giorno soltanto
[e calcolano le parabole fino al rosso incendio
per quanto sarà ormai tutto vano
fino al nuovo giorno –
ti spende allo zenith
ma ruba occhi
per ciechi -]
Fatti di buio, senza ombra
quando
se l’immagine è un lapillo nel nero
tarlo di candele a lutto
non ridarà la scossa
alla sepoltura
ingrembo alla madre
terra del funerale
sotto i fuochi.

Francesca Canobbio