Riflessioni sulla psicologia del film “Maleficent”, con Angelina Jolie. Perchè il successo Disney non convince del tutto

“Maleficent” è un film del 2014 diretto da Robert Stromberg, al debutto da regista.

La protagonista Angelina Jolie, qui anche produttrice esecutiva della pellicola, veste i panni della celebre Malefica, la malvagia strega del mondo Disney.

Il film è il remake del classico Disney “La bella addormentata nel bosco” del 1959, pur discostandosene non poco nella trama. Attraverso I secoli (con le successive rielaborazioni) le fiabe trasmettono significati nascosti e palesi, comunicandoli in modo tale da raggiungere la mente “ineducata” del bambino e quella “sofisticata” dell’adulto.

Vari autori, da Marie Louise Von Franz a Bruno Bettelheim, hanno mostrato come le fiabe popolari parlino il “linguaggio inconscio” di problemi comuni a tutti gli uomini, con i conflitti, le crisi e le trasformazioni tipiche dello sviluppo dell’individuo e della collettività, al di là dell’intento narrativo contingente.

Questa è la mia prima perplessità: questo film parla davvero un linguaggio autenticamente inconscio?

Della fiaba ci sono un po’ tutti i personaggi, ma sono pallide presenze spesso puramente accessorie o per nulla indagate, completamente piegate alla volontà revisionista della sceneggiatura. Alcuni personaggi sembrano messi lì solo per far approdare (fin troppo) celermente lo sviluppo dove gli autori hanno in mente.

Seconda perplessità: la fiaba insegna, senza insegnare, che la liberazione di ciò che dorme, inconscio o bloccato, può richiedere molto lavoro: solo dopo cent’anni riesce ad arrivare il principe azzurro (nella fiaba originale), il principio vitale, la vita che ci ama. Egli deve faticosamente avanzare all’interno di una selva intricata e bisogna attendere molto per vedere il tanto atteso emergere (come in una psicoterapia del resto).

Nel film il principe azzurro non fatica affatto, la sua apparizione è quantomeno forzata, quasi sbrigativa… manca complessivamente l’elemento della necessaria attesa.

Terza perplessità sul messaggio nucleare del film: i figli “sono” di chi li ama davvero, non tanto di chi li partorisce (e infatti non vediamo quasi mai la vera mamma, la regina, avvicinarsi alla figlia). Angelina, che ha adottato tre figli, lo sa bene.

Nell’epoca della famiglia allargata (i cui problemi sono tutt’altro che risolti) è un’idea sicuramente trendy, buonista e rassicurante. Qualcuno ha inoltre notato che ancora una volta l’archetipo maschile è marginalizzato e inflazionato dalla cieca bramosia di potere (sottovalutando un po’ la figura di Fosco a mio avviso).

Dopo Hunger Games, Frozen e Divergent sembra comunque che in questo senso la riscossa femminile al cinema prosegua. Cerchiamo qualche pregio (ma ce ne sono di sicuro tanti): il film tenta di esplorare le zone grigie e più umane che esistono nella polarità tra bene e male. Non ci sono solo eroi o solo cattivi, l’ambivalenza è ben rappresentata ed il problema morale si integra in più di un personaggio.

Inoltre non è una natura propriamente disneyana quella che ci racconta Maleficent, in cui invece il rapporto uomo-natura si avvicina piuttosto alle idee di Tolkien.

Le musiche e il comparto artistico sono buoni e gli effetti speciali, notevoli, riescono a ricreare un ambiente e delle creature che si combinano egregiamente con gli attori.

Considerazione conclusiva: Jung affermava che studiare le fiabe è un buon modo per studiare l’anatomia comparata dell’inconscio collettivo, ovvero di quelli che si pensa siano gli strati più profondi e arcaici della psiche. In tal senso alcuni sostengono anche che il materiale delle fiabe sia compensatorio alle idee e ai valori del conscio collettivo nel momento storico in cui la fiaba è stata prodotta. Può pertanto offrire un nuovo punto di vista su problemi che magari la cultura dominante non sa come affrontare.

Come ho già accennato, la mia perplessità è che invece le trasposizioni cinematografiche rischiano da un po’ di tempo a questa parte di fornire sempre di più unicamente la prospettiva personale di sagaci sceneggiatori (e, volendo essere molto cospirazionisti, forse anche il punto di vista di chi li finanzia).

Massimo Lanzaro

Tra ipocondria, supercondria e rupofobia. A marzo in Italia il nuovo film di Dany Boon, il regista di “Giù al Nord”

 

Dany Boon, nome d’arte di Daniel Hamidou (Armentières, 26 giugno 1966), è un comico, attore, regista, sceneggiatore e produttore cinematografico francese, di padre cabilo e di madre francese. Dopo il clamoroso successo di “Giù al Nord” e quello più contenuto di “Niente da dichiarare?”, Boon scrive, dirige e interpreta una nuova commedia che conferma il suo senso del contemporaneo e il suo fiuto per il commerciale. Distribuita da Eagle Pictures dal 13 marzo esce infatti Supercondriaque, titolo tradotto in italiano come “Supercondriaco”, un funzionale apax per quanto ne sappia il sottoscritto.

La storia: all’alba dei 40 anni, Romain Faubert non è “ancora” sposato e non ha figli. Fotografo per un dizionario medico online, Romain è vittima di timori patologici che segnano la sua vita ormai da tempo. Il suo unico vero amico è il dottor Dimitri Zvenka, suo medico curante.

“Questo film è diventato un modo per esorcizzare le mie manie, riuscendo a far ridere gli altri attraverso me stesso. – ha dichiarato Boon – Il mio film da regista senz’altro più riuscito”. Nel cast anche Alice Pol, Jean-Yves Berteloot e Judith El Zein.

Lo consiglierei? Tutto sommato forse si. Perchè è sufficientemente divertente, diciamo oltre la media di quello che si trova in giro di questi tempi. Ed è una idea originale ben sceneggiata. Tecnicamente inesatto, forse pure inelegante ma poco importa. Se invece interessasse l’aspetto scientifico e il merito delle “inesattezze”, di seguito ecco qualche definizione e alcune considerazioni.

Abbiamo detto che la supercondria non esiste. L’ipercondria invece è lo stato mentale di colui che, pur presentando dei sintomi di una qualsiasi malattia, ritiene comunque di essere in buona salute.

In medicina, e più informalmente nel linguaggio comune, il termine ipocondria (o patofobia) si riferisce ad un disturbo psichico caratterizzato da una preoccupazione eccessiva e infondata di una persona riguardo alla propria salute, con la convinzione che qualsiasi presunto sintomo avvertito dalla persona o una qualsiasi visita medica di routine possa essere segno o rivelare una qualche patologia. Chi soffre di ipocondria viene detto nel linguaggio comune “malato immaginario”.

La rupofobia (dal greco ῥύπος, rùpos, «sudiciume») è il timore pervasivo, eccessivo e per lo più ingiustificato dello sporco e della conseguente possibilità di contaminazione. Il soggetto che ne è vittima compie ripetutamente l’atto della pulizia su se stesso (ad esempio il lavaggio continuo delle mani) o sull’ambiente che lo circonda (ad esempio la casa).

Viene annoverato nei disturbi di ansia che rivela, secondo l’interpretazione della psicologia analitica, che non riusciamo a gestire la dimensione ombra (Jung), cioè le parti nascoste di noi; nel rito della pulizia si cercherebbe, pertanto, ipersempificando, di sbarazzarcene. Secondo altri il problema originario sarebbe legato a tematiche sessuali irrisolte, ma non mi dilungherò sull’argomento in questa sede.

Qualche esperto ritiene che il paradigma della pulizia imposto dai mezzi di comunicazione, dalla letteratura, dalle arti e così via, possa influire sulla diffusione di questa fobia. Altresì è possibile che il fenomeno sia interpretabile come un’esasperazione del fatto che si possa, banalmente, aver paura di rimanere sporchi. E’ meno infrequente di quel che si pensi: si narra ad esempio che Winston Churchill soffrisse di rupofobia.

A questo punto consentitemi anche una ulteriore digressione a riguardo.  Mezzo secolo fa veniva pubblicato Miti d’oggi, il saggio con cui Roland Barthes analizzava la società di massa degli anni Cinquanta. Sotto la sua lente, gli oggetti della vita quotidiana e dei media diventavano la chiave di lettura per capire il proprio tempo e la società.

Per Barthes, il mito non sta nelle cose in sé, ma nel modo in cui esse vengono comunicate. Il principio della cultura di massa “sta nella capacità di trasformare il culturale in naturale”. Ciò che è stato artificialmente costruito diventa, attraverso la comunicazione di massa, qualcosa che ci appartiene indissolubilmente. Riaprendo le pagine che esaminano la differenza narrativa fra liquidi saponificanti e polveri detersive verrà fuori che laddove i primi vengono pubblicizzati come prodotti eroici che uccidono brutalmente lo sporco, le seconde assumono il ruolo dell’infido agente di polizia che scopre la sporcizia nei meandri più segreti dei tessuti.

Questo apre una riflessione stimolante sull’intreccio contemporaneo tra comunicazione di massa, sociologia, antropologia e psicopatologia. Ma è di una commedia che stavamo parlando qui, vero?

Massimo Lanzaro

Lovelace. Tra fama, pornografia, violenze domestiche, sesso e sfruttamento

Lovelace è un film biografico diretto da Robert Epstein e Jeffrey Friedman. La pellicola tratta la storia vera di Linda Susan Boreman, dall’incontro col primo marito Chuck Traynor fino alla sua crociata contro l’industria del porno. La pellicola viene presentata il 22 gennaio 2013 al Sundance Film Festival ed in febbraio al Festival internazionale del cinema di Berlino. E’ stata distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 9 agosto 2013 e in Italia sarà nelle sale il 27 marzo 2014, a cura di Barter Multimedia.

I fatti vengono riproposti a distanza di 40 anni. Nel 1972, prima dell’avvento di Internet e dell’esplosione dell’industria del porno, “Gola Profonda” fu un fenomeno: si trattava del primo film pornografico pensato per il cinema, con una vera e propria trama, dello humour ed una sconosciuta ed improbabile protagonista. Costato complessivamente 25.000 dollari, la pellicola ne incassò, nelle varie trasmissioni mondiali, 100 milioni (600 con l’uscita in home video): il guadagno è (in proporzione al costo del film) vicino a quello di opere come “Titanic”, “E.T.” e “Biancaneve e i sette nani”.

In Italia il film arrivò nel 1975 con il titolo “Gola profonda”, successivamente cambiato in “La vera gola profonda”, per via di un’omonimia (“Gola profonda” uscito nel 1974). Il grande successo di questo e di altri film pornografici determinarono verosimilmente qualche anno dopo la comparsa delle prime sale “a luci rosse”.

Questa la storia (spoilers):

Nel tentativo di fuggire dalla morsa di una famiglia severa e religiosa (Sharon Stone interpreta Dorothy Boreman), Linda scoprì la libertà quando si innamorò e sposò il carismatico amante e protettore Chuck Traynor (Peter Sarsgaard). Sotto lo pseudonimo di Lovelace divenne una celebrità a livello internazionale, non tanto come pin up di Playboy (“non aveva i fianchi giusti”), ma in quanto “accattivante ragazza della porta accanto con lentiggini ed una capacità notevole nella pratica della fellatio” (sic). Completamente immersa nella sua nuova identità, Linda assurge ad entusiasta portavoce della libertà sessuale e dell’edonismo senza freni. Sei anni più tardi presentò al mondo un’altra versione dei fatti, in cui emergeva come sopravvissuta ad una storia molto buia. Si sottopose alla macchina della verità per certificare l’attendibilità del suo racconto ad un editore, e raccontò la sua storia nell’autobiografia “Ordeal”, dove scrisse di essere stata costretta a girare film a luci rosse dal marito, “che la picchiava, la faceva prostituire e che non aveva esitato a puntarle addosso una pistola”.

A portare sul grande schermo questa storia sono il duo di registi Rob Epstein e Jeffrey Friedman che hanno da sempre mostrato grande capacità nel riprendere personaggi complessi e/o controversi: dall’opera Premio Oscar “Common Threads: Stories from the Quilt”, passando per “Lo schermo velato”, l’adattamento della pioneristica ricerca di Vito Russo sull’evoluzione degli stereotipi sugli omosessuali nei film di Hollywood, fino all’analisi delle vite degli omosessuali in Germania prima e dopo il Terzo Reich in “Paragraph 175”.

Il loro approccio ponderato e rispettoso è stato applicato anche nella loro prima prova in un film non documentario, il biopic su Allen Ginsberg “Urlo”, con James Franco, Jeff Daniels, Jon Hamm e Mary-Louise Parker. Ora il duo racconta con discreta sensibilità (e qualche passaggio a vuoto) la storia di Linda (Amanda Seyfried, bravissima), in cui il respiro sulla presunta libertà ed emancipazione raggiunta dalla donna negli anni Settanta viene soffocato da una violenza graduale che si fa ragnatela e a cui è difficile sottrarsi.

Massimo Lanzaro

Allacciate le cinture, di Ferzan Ozpetek. Psico-recensione di un film commovente sul mutare dei sentimenti nel tempo

Dal 6 marzo in 350 copie con la 01 della Rai e la produzione del duo Tilde Corsi e Gianni Romoli, quelli dei primi cinque film di Ozpetek, esce il melò corale costruito intorno al personaggio di Kasia Smutniak.

La Smutniak interpreta una ragazza di buona famiglia che vive con una madre un po’ mesta, Carla Signoris, e una zia eccentrica, Elena Sofia Ricci. E’ fidanzata con Francesco Scianna mentre la sua amica del cuore ha un flirt con Francesco Arca, un meccanico rozzo dal torace possente. Nell’arco dei successivi anni ci vengono raccontati i cambiamenti della fisicità, delle emozioni e degli equilibri esistenziali che si intersecano con le inevitabili turbolenze di percorso (da cui il titolo).

Poiché tutti hanno già detto quasi tutto di questo film, a partire dall’ubiquitario aneddoto raccontato da Ozpetek, di aver pensato a questo film vedendo una coppia di amici e scoprendo l’intensità del loro amore, proverò a dire qualcosa che forse non troverete altrove.

Elisabeth Kübler-Ross (Zurigo, 8 luglio 1926 – Scottsdale, 24 agosto 2004) è stata una psichiatra svizzera che ha lavorato con malati di neoplasie, ha scritto “La morte e il morire”  pubblicato nel lontano 1969. Chiave del suo lavoro è la ricerca del modo corretto di affrontare la sofferenza psichica, oltre che quella fisica.

Il suo modello a cinque fasi rappresenta uno strumento che permette di capire le dinamiche mentali più frequenti della persona a cui è stata diagnosticata una malattia grave, ma gli psicoterapeuti hanno constatato che esso è valido anche ogni volta che ci sia da elaborare un lutto solo affettivo o ideologico. Ed è anche e forse soprattutto di questo parla Ozpetek, di amore e sofferenza nell’arco di micro e macro fasi della vita.

Quelle descritte dalla Kübler-Ross possono anche alternarsi, presentarsi più volte nel corso del tempo, con diversa intensità, e senza un preciso ordine, dato che le emozioni non seguono regole particolari, ma anzi come si manifestano, così svaniscono, magari miste e sovrapposte:

1. Fase della negazione o del rifiuto: “Ma è sicuro, dottore, che le analisi siano fatte bene?”, “Non è possibile, si sbaglia!”, “Non ci posso credere”.

2. Fase della rabbia: dopo la negazione iniziano solitamente a  manifestarsi emozioni forti quali rabbia e paura, che esplodono in tutte le direzioni, investendo i familiari, il personale ospedaliero. Una tipica domanda è “perché proprio a me?”.

3. Fase della contrattazione o del patteggiamento: in questa fase la persona inizia a verificare cosa è in grado di fare ed in quali progetti può investire la speranza, iniziando una specie di negoziato, che a seconda dei valori personali, può essere instaurato sia con le persone che costituiscono la sfera relazione del paziente, sia con le figure religiose. “se prendo le medicine, crede che potrò…”, “se guarisco, poi farò…”. In questa fase, la persona riprende il controllo della propria vita, e cerca di riparare il riparabile.

4. Fase della depressione: rappresenta un momento nel quale il paziente inizia a prendere consapevolezza delle perdite che sta subendo o che sta per subire e di solito si manifesta quando la malattia progredisce ed il livello di sofferenza aumenta.

5. Fase dell’accettazione: quando il paziente ha avuto modo di elaborare quanto sta succedendo intorno a sé, arriva ad un’accettazione della propria condizione ed a una consapevolezza di quanto sta per accadere.

Orbene non è che Ozpetek ha “inventato” e descritto una fase ulteriore, quella della sublimazione ironica post-accettazione, fatta di forza, garbo e delicatezza, ma nei suoi dialoghi ci va molto, molto vicino.

Credo che anche in questo risieda la forza del film: riesce a sdoganare con eleganza e tatto classici argomenti ostici, mescolando sapientemente lacrime e risate. Un pò si vede che gli attori si erano concentrati principalmente sulla parte drammatica, al punto che quella iniziale un po’ ne risente.

Dimenticavo: chi riesce a non farsi emozionare dalla voce di Rino Gaetano che inonda prepotentemente i titoli di coda, mi dica come si fa.

 

Massimo Lanzaro

Guida Perversa. Il cinema che legge tra le righe della realtà

A sei anni dall’uscita di ‘The Pervert’s Guide to Cinema’, torna (uscito all’inizio del mese, ma in questi giorni si trova ancora in qualche sparuta sala) una nuova “guida” del filosofo e psicoanalista sloveno Slavoj Žižek, realizzata nuovamente in collaborazione con la regista Sophie Fennes (sorella di Ralph e Joseph): ‘Guida perversa all’Ideologia’.

Roba di nicchia, di quella che passa inosservata, tuttavia a mio modesto avviso un must per chi ama il cinema e forse non solo. Žižek è stato o è un collaboratore regolare di numerosi giornali e riviste, fra cui New Left Review, London Review of Books, Critical Inquiry e The Guardian. Lo conosce già, dunque, chi lo ha letto in lingua originale, o in italiano sulla rivista ”Internazionale”. In questo nuovo film, attraverso i classici del cinema e i brand più pop del nuovo millennio lo scrittore sloveno  prova a spiegarci “che cos’è l’ideologia”.

Perché “guida perversa”? In realtà l’aggettivo “pervert” si lega per zeugma anche al sostantivo cinema. Il cinema è perverso! Nonostante sia comunemente associata a connotazioni sessuali, la perversione è anche un termine tecnico che la psicanalisi lacaniana usa per indicare la certezza che un soggetto ha di sapere ciò che l’Altro vuole. Il perverso è definito da una mancanza di interrogazione. E parafrasando Žižek, il cinema è un’arte perversa perché non ci offre quello che desideriamo, ma, al contrario, ci dice precisamente come desiderare, ci addestra a farlo mentre ne siamo più o meno consapevoli.

Questo concetto lo spiegano benissimo due delle pellicole prese corposamente in esame in questa “guida”: ‘Essi vivono’ (1988) di John Carpenter e ‘Operazione diabolica’ (1966) di John Frankenheimer.

Consideriamo la prima, ad esempio. ‘Essi vivono’ è un film di fantascienza degli anni Ottanta che include bizzarri alieni, un improbabile lottatore e un sacco di occhiali da sole. Mentre a prima vista, la pellicola può sembrare insomma un calderone pieno di sciocchezze, contiene in realtà un forte messaggio riguardo all’utilizzo dei mass media. Le lenti “radiografiche” indossate da John Nada sono la modalità operativa necessaria per disoccultare la menzogna ideologica; per metterla a fuoco occorre inforcare gli occhiali e non toglierli come recita il luogo comune.

Nei suoi 134 minuti poi ‘The Pervert’s Guide to Ideology’ estrae dal cilindro sequenze da: ‘Tutti insieme appassionatamente’, ‘Arancia meccanica’, ‘M*A*S*H’, ‘Full Metal Jacket’, ‘Il trionfo della volontà’, ‘Lo squalo’, ‘The Fall of Berlin’, ‘Gli amori di una bionda’, ‘Titanic’, ‘Brazil’, ‘Sentieri selvaggi’, ‘Taxi Driver’, ‘Zabriskie Point’. Žižek usa le varie situazioni narrative per illustrare punti teorici o per riflettere sull’ideologia contemporanea.

Immagino sia lecito attendersi che qualcuno storca il naso per la logorrea dogmatica e l’esibizionismo di questo istrionico narratore, che la Fiennes asseconda in tutto e per tutto. Ad altri poi non piacciono le opere che sembra  “dimostrino un teorema”, un po’ alla Michael Moore. Personalmente mi limito ad augurare che prima o poi questi due film diventino una trilogia.

Massimo Lanzaro

Monuments Men: Clooney ci ricorda il valore dell’arte come elemento di memoria storica

La pellicola è la trasposizione cinematografica del libro omonimo, basato, come si suol dire, su una storia vera (The Monuments Men: Allied Heroes, Nazi Thieves, and the Greatest Treasure Hunt in History) scritto da Robert M. Edsel nel 2009.

“Mi trovavo a Firenze” – raccontò Edsel – “Un giorno stavo attraversando Ponte Vecchio, l’unico ponte che i nazisti avessero risparmiato durante la loro fuga nel 1944, quando ho ripensato a quello che è stato il peggiore conflitto della storia e mi sono domandato come fossero riusciti a sopravvivere tanti tesori artistici e chi li avesse salvati. Ho voluto trovare una risposta a queste domande.”

La risposta è (pressapoco): mentre le forze alleate stavano sferrando il loro attacco alla Germania lo storico dell’arte Frank Stokes (Clooney nel film) ottiene l’autorizzazione da Roosevelt in persona di mettere insieme un gruppo di esperti che cerchi di recuperare le opere d’arte trafugate dai nazisti per salvarle e restituile ai legittimi proprietari. Si trova quindi alla guida un gruppo di sette non più giovani e poco in forma  direttori di museo, curatori, artisti, architetti e storici dell’arte, insomma un singolare manipolo di eroi improbabili, arrugginiti e volenterosi.

I Monuments Men erano di fatto impegnati in una corsa contro il tempo. Mentre gli Alleati convergevano su Berlino, Hitler era poco propenso ad accettare una resa incondizionata: se non avesse potuto avere la Germania, nessun altro l’avrebbe avuta. “Con quello che fu chiamato ‘Ordine Nerone’”, ha spiegato Clooney, “Hitler ordinò la distruzione di tutto: ponti, ferrovie, apparecchi di comunicazione – e anche le opere d’arte. Tutto”.

Cosa convince: il cast è un plotone di star, per lo più in forma: George Clooney, Matt Damon, John Goodman, Jean Dujardin, Hugh Bonneville e Bill Murray (sulla sua scelta e sulla esilarante coppia che forma con Bob Balaban ci sono però pareri discordanti). Ad aiutarli inoltre una raffinatissima Cate Blanchett nei panni della “collaborazionista” Rose Valland. Tutti al servizio di una riflessione sul valore dell’arte e della vita umana.

Cosa non convince: la trionfante retorica patriottica e militarista, alcune sbavature nella sceneggiatura e una dose eccessiva di spensieratezza stridente, data la drammaticità del periodo storico narrato. Aggiungiamo le caratterizzazioni vaghe dei personaggi e la sensazione che di arte si sarebbe potuto parlare in maniera più approfondita, avendo creato “l’occasione”.

Conclusione: non si tratta di Schindler’s List, ma è un ritratto della seconda guerra mondiale da una prospettiva abbastanza inedita ed un gradevole omaggio ai protagonisti silenziosi di una pagina sconosciuta della storia contemporanea.

Massimo Lanzaro

La depressione: un tentativo di trovare spiragli di luce nel male oscuro (Parte II) La depressione: un tentativo di trovare spiragli di luce nel male oscuro (Parte II) Il ruolo dello stress nella depressione atipica

Con il termine “depressione atipica” si intende un particolare sottotipo di disturbo dell’umore, caratterizzato essenzialmente da depressione con umore reattivo (in pratica l’umore “migliora se capita qualcosa di buono, peggiora se capita qualcosa di negativo”; questo non succede nelle altre forme di depressione dove l’umore è “stabilmente giù” e non reagisce agli stimoli e agli eventi stressanti esterni). Altri sintomi sono: iperfagia, ipersonnia ed estrema astenia (sorta di profonda stanchezza cronica); spesso la sintomatologia depressiva si accompagna ad ansia rilevante. C’è di solito peggioramento serale, il contrario di ciò che accade nella depressione maggiore endogena, in cui le persone riferiscono quasi sempre di sentirsi “peggio al mattino”.

Poiché in questo tipo di sindrome come detto la persona “risente degli eventi esterni”, ritengo utile descrivere il  modello per spiegare l’origine del malessere psichico che viene chiamato in gergo “la teoria vulnerabilità-stress-appraisal-coping”. Questo modello rappresenta una via di uscita nel dibattito serrato fra teorie psicosociali (che ignorano o sottostimano l’importanza dei fattori biologici) e teorie biologiche (che ignorano o sottostimano l’importanza dei fattori psicologici o sociali).

La vulnerabilità va intesa come una predisposizione congenita, in parte ereditaria e in parte acquisita, probabilmente associata ad anomalie del metabolismo di alcuni neurotrasmettitori; tale predisposizione interagisce con fattori psicologici.

Questo determina una specifica soglia di vulnerabilità di base per ciascuno di noi, che se superata in seguito ad eventi stressanti, dà origine all’episodio di malessere o ad una conclamata sindrome psichiatrica.

Lo stress contribuisce in modo rilevante allo sviluppo di condizioni patologiche, fisiche e psicosociali, negli esseri umani. “Str” è un prefisso che suggerisce esercizio di pressione: il greco “strangalizein” e il suo derivato inglese e sinonimo “to strangle” (strangolare), analogamente al latino “stringere” (stringere), hanno le loro origini in un passato molto lontano.

Sono identificabili due tipologie di stress: lo stress quotidiano e quello legato ad eventi improvvisi.

Lo stress quotidiano è quello collegato agli abituali eventi di vita familiare, sociale e lavorativa. Lo stress legato ad eventi acuti ed improvvisi è stato associato all’insorgere di vari disturbi psichiatrici, quali appunto la depressione, la schizofrenia, la mania, e i disturbi post-traumatici.

Quindi l’interazione tra stressors che disturbano l’omeostasi e le risposte adottive (coping) attivate dell’organismo (inteso in senso psico-fisico) può avere di massima tre esiti possibili. Primo, la partita può essere “vinta”; secondo, la risposta adattiva può essere inappropriata (ad esempio inadeguata, eccessiva e/o prolungata) e l’organismo “soccombe manifestando sintomi di malessere”; terzo, l’organismo trae da questa esperienza una nuova, migliore capacità omeopatica.

Il coping, inteso come l’insieme di strategie mentali e comportamentali (come decidiamo di giocare la partita) che sono messe in atto per fronteggiare una certa situazione, è stato tradizionalmente considerato come una caratteristica piuttosto stabile di personalità. In seguito le modalità di coping sono state analizzate come reazioni flessibili e mutevoli a eventi di vita quotidiana stressanti.

Gli orientamenti più recenti considerano il coping come un processo che nasce da interazioni che superano o sfidano le risorse di un soggetto e che è formato da molteplici componenti, quali la valutazione cognitiva (appraisal) degli eventi, le reazioni di disagio, le risorse personali e sociali, etc.

Il modello della bilancia ad esempio distingue tra interno (individuo) ed esterno (contesto) e tra richieste e risorse, e individua i seguenti fattori:
– le “richieste esterne”: in generale, le domande del contesto, la pressione ambientale;
– le “risorse interne”: le risorse dell’individuo, le capacità e abilità personali;
– le “richieste interne”: i bisogni e le aspettative della persona;
– le “risorse esterne”: i supporti esterni di varia natura.

L’appraisal invece è la personale attribuzione di significato agli eventi e la percezione della propria capacità di far fronte alle conseguenze (Quello che è terribile e traumatico per una persona può non esserlo affatto per un’altra; le risorse che riteniamo di avere non corrispondono sempre a quelle disponibili in realtà etc.).

Dati i fattori descritti si comprende come gli obiettivi di un trattamento efficace, anche nel caso di una depressione (specialmente atipica) dovrebbero essere: innalzare la soglia di vulnerabilità, diminuire lo stress, migliorare le capacità di coping ed analizzare le attribuzioni (sovente erronee) di significato.

E’ intuitivo che nel caso di patologie gravi tutte queste componenti raramente possono essere affrontate unicamente con un trattamento psicofarmacologico, ma bisogna avvalersi di un approccio terapeutico integrato.

Massimo Lanzaro