Il fascino di ciò che è difficile

Il fascino di ciò che è difficile
M’ha disseccato la linfa nelle vene, ha strappato
Dal mio cuore ogni gioia spontanea
E ogni piacere naturale. Qualcosa affligge il nostro
Puledro, il quale deve, come se non avesse sangue
Divino, né da una nuvola all’altra balzasse sull’Olimpo,
Tremare tutto teso alle frustate, e scuotersi e sudare
Come se trascinasse un carico di pietre. La mia maledizione
Sulle commedie che permettono cinquanta
Interpretazioni diverse, e sulla guerra quotidiana
Con tutti i furfanti e gli sciocchi, e sul mestiere teatrale,
Che è un maneggio d’uomini. Giuro che prima ancora
che l’alba si presenti
Riuscirò a trovare la stalla, e a aprire il catenaccio.

William Butler Yeats

La pena d’amore

Lo strepitare di un passero alle gronde
La luna che risplende e il cielo latteo,
E l’armonia solenne delle foglie avevano
Cancellato l’immagine e il grido dell’uomo.

Una fanciulla sorse con le rosse labbra
Dolorose e sembrò la grandezza
Di tutto il mondo in lacrime,
Dannata come Ulisse, le navi infaticabili, fiera
Come Priamo assassinato insieme alla sua gente;

Sorse, e all’istante le gronde clamorose, e la luna
Che arrampicava sopra un cielo vuoto, e tutto
Quel lamento di foglie non poterono
Che ricomporre l’immagine e il grido dell’uomo.

William Butler Yeats

I cigni selvatici a Coole

 

Gli alberi sono nella loro bellezza autunnale,
i sentieri del bosco sono asciutti,
nel crepuscolo di ottobre l’acqua
riflette un cielo immobile;
sull’acqua fra le pietre
ci sono cinquantanove cigni.

È questo il diciannovesimo autunno
da quando la prima volta li contai;
li vidi, prima che finissi il conto,
tutti all’improvviso alzarsi
e disperdersi volteggiando in grandi cerchi spezzati
sulle ali rumorose.

Ammirai quelle splendenti creature
e ora il mio cuore è triste.
Tutto è cambiato da quando io,
ascoltando al crepuscolo
la prima volta, su questa riva,
lo scampagnio delle loro ali sopra il mio capo,
camminavo con passo più leggero.

Instancabili, amata e amante,
remano nelle fredde
correnti amiche o scalano l’aria;
i loro cuori non sono invecchiati;
passione o conquista ancora li accompagna
nel loro errante vagare.

Ma ora si lasciano andare sull’acqua immobile,
misteriosi, stupendi.
Fra quali giunchi costruiranno il nido,
su quale sponda di lago o stagno
incanteranno occhi umani quando al risveglio
un giorno scoprirò che son volati via?

 
William Butler Yeats

 

Un poeta alla donna amata

 

Ti porto con mani religiose
i libri dei miei sogni innumerevoli,
o bianca donna che la passione ha consumato
come la spiaggia bigia consuma la marea,
e con cuore più vecchio del corno
colmato dal pallido fuoco del tempo:
o bianca donna dei sogni innumerevoli,
ti porto le mie rime di passione.
 
William Butler Yeats

 

«Che cos’hai da darmi?»

Cari viaggiatori, oggi vi propongo un componimento di Rabindranath Tagore, tratto da una della sue più famose opere, Gitanjali (“offerta di canti”). Composta originariamente in lingua bengali,  questa raccolta di poesie e canzoni fu tradotta in inglese dallo stesso Tagore, e pubblicata nel 1912 con l’introduzione dell’immenso, e da me amatissimo, poeta irlandese William Butler Yeats. Proprio questo piccolo capolavoro valse all’autore il premio Nobel nel 1913.

Ci sposteremo, con queste parole, in un’India intrisa della Sophia più luminescente… facciamole risuonare nelle pareti del nostro cuore:

Ero andato ad elemosinare
di porta in porta
sulla strada del villaggio
quando il tuo carro dorato
apparve in lontananza
come un magnifico sogno
e mi chiesi chi fosse
quel re di tutti re!

La mia speranza si esaltò
ed ebbi la sensazione
che i miei giorni sventurati
fossero giunti alla fine.
Rimasi in attesa
di un’elemosina non richiesta
e di una ricchezza sparsa qua e là
nella polvere.

Il carro si fermò dove stavo io.
Mi desti un’occhiata
e scendesti con un sorriso.
Sentivo che finalmente
Era arrivata la fortuna della mia vita.

Poi all’improvviso
mi tendesti la mano destra
con queste parole:
«Che cos’hai da darmi?»

Ah, che gesto regale
tendere la mano a un mendicante
per mendicare!
Ero confuso, indeciso
poi lentamente tolsi dalla bisaccia
un piccolissimo chicco di grano
e te lo porsi.

Ma quale fu la mia sorpresa
quando, alla fine della giornata,
vuotai per terra il sacco
e nel povero mucchio delle mie cose
trovai un piccolissimo chicco d’oro.

Piansi amaramente
pentendomi
per non aver avuto il coraggio
di darti tutto.

R. Tagore, “Gitanjali“, 50, Acquerelli, GIUNTI Demetra, 2006, pag. 67-68

Sopra: una libreria a Calcutta, città natale di Tagore (foto di Carl Parkes)

C’è sempre qualcosa…

Se guardi nel buio a lungo, c’è sempre qualcosa.

William Butler Yeats

La maschera

“Tògli quella maschera d’oro ardente
Con gli occhi di smeraldo”.
“Oh no, mio caro, tu vuoi permetterti
Di scoprire se i cuori sian selvaggi o saggi,
Benché non freddi”.

“Volevo solo scoprire quel che c’è da scoprire,
Amore o inganno”.
“Fu la maschera ad attrarre tua mente
E poi a farti battere il cuore,
Non quel che c’è dietro”.

“Ma io debbo indagare per sapere
Se tu mi sia nemica”.
Oh no, mio caro, lascia andar tutto questo;
Che importa, purché ci sia fuoco
In te, in me?”

William Butler Yeats