Accidia

E chi mai l’avrebbe detto che tra i vizi capitali avremmo trovato la noia che i medievali chiamavano “accidia” e che Pascal descrive come: “La risultante degli umori in presenza di deprecabili azioni morali tipiche di chi, avendo abusato del piacere, si trova nell’impossibilità di desiderare?”. A leggerla bene questa definizione sembra riprodurre la condizione che caratterizza molti giovani del nostro tempo, afflitti da assenza di interessi, monotonia delle impressioni, sensazioni di immobilità, vuoto interiore, rallentamento del corso del tempo e quindi accidia, riconducibile alla presenza di energie non impiegate e perciò affogate in un divertimento che risuona senza eco, perché, nel vuoto intriso di nulla che lo attraversa, non c’è nemmeno quel tanto che possa rendere avvertibile una risonanza.

Umberto Galimberti

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Avarizia

L’avarizia è il più stupido dei vizi capitali perché gode di una possibilità, o se si preferisce di un potere, che non si realizza mai. Il denaro accumulato dall’avaro, infatti, ha in sé il potere di acquistare tutte le cose, ma questo potere non deve essere esercitato, perché altrimenti non si ha più il denaro e quindi il potere a esso connesso. Questa contraddizione così evidente è dovuta al fatto che l’avaro capovolge il rapporto mezzo-fine, e invece di considerare il denaro un “mezzo” per il raggiungimento di quei “fini” che sono l’acquisizione dei beni e la soddisfazione dei bisogni, considera il denaro un fine,  per il possesso del quale si deve sacrificare l’acquisizione dei beni e la soddisfazione  dei desideri.

Umberto Galimberti