Il vergine, il vivace e il bell’oggi

Il vergine, il vivace e il bell’oggi d’un colpo
d’ala ebbra quest’obliato, duro
lago ci squarcerà, sotto il gelo affollato
dal diafano ghiacciaio dei non fuggiti voli!
Un cigno d’altri tempi si ricorda di sé
che si libra magnifico ma senza speranza
per non avere cantato l’aerea stanza ove vivere.
quando splende la noia dello sterile inverno
Scuoterà tutto il suo collo quella bianca agonia
dallo spazio all’uccello che lo rinnega inflitta,
non l’orrore del suolo che imprigiona le piume.
Fantasma che a questo luogo dona il suo puro lume
s’immobilizza al gelido sogno di disprezzo
di cui si veste in mezzo all’esilio inutile il Cigno.
 
Stephane Mallarmé
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Se un varco senti liberar brezze

Se un varco senti
Di vita nel petto
Liberar brezze,
Vènti, tempeste,
L’anima a stormi
Sappi menarvi,
Di verno in verno,
Com’è dettato,
L’anima a stormi,
All’Infinito,
Come un uccello
A una spola legato,
Che ovunque voglia
Non possa restar.

Luigi Roscigno

Orizzonte

Mare anteriore a noi, le tue paure
avevano corallo e spiagge e alberate.
Sbendate la notte e la caligine,
le tormente ppassate e il mistero,
si apriva in fiore la Lontananza, e il Sud siderale
splendeva sulle navi dell’iniziazione.

Linea severa della riva remota:
quando la nave si approssima, s’alza la costa
in alberi ove la lontananza nulla aveva;
più vicino, s’apre la terra in suoni e colori:
e, allo sbarco, ci sono uccelli, fiori,
ove era solo, di lontano, l’astratta linea.

Il sogno è vedere le forme invisibili
della distanza imprecisa, e, con sensibili
movimenti della speranza e della volontà,
cercare sulla linea fredda dell’orizzonte
l’albero, la spiaggia, il fiore, l’uccello, la fonte:
i baci meritati della Verità.

Fernando Pessoa

Il falso e il vero verde

 Tu non m’aspetti più col cuor vile
dell’orologio. Non mi importa se apri
o fissi lo squallore: restano ore
irte, brulle, con battito di foglie
improvvise sui vetri della tua
Finestra, alta su due strade di nuvole.
Mi resta la lentezza di un sorriso,
il cielo buio d’una veste, il velluto
colore ruggine avvolto ai capelli
e sciolto sulle spalle e quel tuo volto
affondato in un’acqua appena mossa.

Colpi di foglie ruvide di giallo,
uccelli di fuliggine. Altre foglie
ora screpolano i rami e già scattano
aggrovigliate: il falso e vero verde
dell’aprile, quel ghigno scatenato
del certo fiorire. E tu non fiorisci
non metti giorni né sogni che salgano
dal nostro al di là, non hai più i tuoi occhi
infantili, non hai più mani tenere
per cercare il mio viso che mi sfugge?
resta il pudore di scrivere versi
di diario o di gettare un urlo ai vuoti
o nel cuore incredibile che lotta
ancora con il suo tempo scosceso.

Salvatore Quasimodo

Sulla scrittura (2)

Considero lo scrivere un po’ come il dare da mangiare alle mie galline. Devono ricevere quotidianamente grano e acqua, così come il mio lavoro deve ricevere una certa quantità di attenzione quotidiana. Anche se non  scrivo una sola parola, la mia mente è in servizio. Un pezzo di me sta in ogni caso nutrendo la gallina “immaginale”. Senza quest’attenzione sento l’anima rattrappirsi come un uccello morente. Lo scrivere in qualche modo mi tiene vivo anche se mi pesa e mi mette di cattivo umore nelle giornate storte e mi distoglie dal dare amore ad altre parti del mio mondo.

James Hillman

Per Ginevra, per Lancillotto e per Artù, per Mordred e per un altro santo, Galgano – Parte I

Cari amici,

sto per proporvi, suddiviso in quattro parti, un altro dei miei racconti: un altro viaggio intriso di magia, amore, mistero, scoperta o ri-scoperta. Dedicato a quanti sanno guardare al di là del proprio naso e continuare a stupirsi grazie alla fantasia e alla qualità di osservare senza pregiudizi.

Buona (ri-)lettura a tutti voi!

 

Quando i monaci vollero evangelizzare le popolazioni celtiche, vennero in contatto con i loro usi militari e quindi con il mondo cavalleresco. Fu facile per gli uomini di Chiesa adattare i miti dei Celti alla religione cristiana e così nacquero i «cicli cantati», il più importante dei quali fu quello di re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Proprio in queste saghe è possibile trovare sotto la vernice cattolica, grandi significati iniziatici e magici.

Re Artù ha un illustre predecessore, addirittura un santo realmente esistito, san Galgano, alla cui storia si ispirarono le ballate di molti trovatori.

Galgano nasce a Monte Siepi nel 1150 e già in età precocissima mostra una grande attitudine all’uso delle armi. A sette anni, infatti, ruba la spada a un uomo d’arme assopito in un campo e con un solo colpo taglia in due un faggio.

Stupito dalla forza e dall’ardire del fanciullo, l’uomo lo prende con sé e l’addestra a diventare un perfetto cavaliere.

Gli anni passano. Galgano ne ha ormai sedici e ha imparato a difendere gli inermi, le donne, i vecchi, i bambini; considerare il proprio cavallo come un compagno, attaccare e sconfiggere le forze del male ovunque si annidino, combattere le prepotenze, avversare le ingiustizie, venerare la spada come la propria anima. In definitiva, tendere sempre e comunque al bene.

Il giovane è da sette giorni a digiuno. Assorto in preghiera, nel buio della sua cella sta aspettando l’alba. Allo spuntar del sole, infatti, sarà nominato cavaliere.

Nel silenzio assoluto, sente schiudersi la porta della piccola stanza. Aguzza gli occhi, ma non vede nessuno. Ode solo una voce, quella del cavaliere che l’ha raccolto ed educato: «Ricordati di compiere solo il bene, di non fare mai abuso della tua forza, di scacciare i demoni del male. Lo rammenterai sempre?».

«Sì mio signore,» promette solennemente l’adolescente. Poi cerca di vedere nell’oscurità l’uomo, ma non vede nulla. Avverte però un fremito d’ali, come se un’aquila gigantesca fosse entrata nella stanza.

«Adesso che hai promesso,» continua la voce, «sei degno di possedere la spada accecante di luce, la purissima. Eccola, è tua!»

Galgano sente una lama sguainarsi e subito rimane accecato. Una luce potentissima emana dall’arma che il suo benefattore gli porge. Emozionato, il giovane tende le mani e vede qualcosa d’incredibile, di così sublime da non poter credere ai propri occhi.

Cade in ginocchio con la spada nelle mani e prega sommessamente, mentre calde lacrime gli solcano il viso.

Ha visto due ali splendide, immacolate, dietro la schiena dell’uomo che l’ha adottato. Adesso Galgano sa chi è davvero.

«Adesso hai capito,» gli dice la creatura alata. «Io sono Michele, il nemico del male, il persecutore dei demoni, il portatore della luce nelle tenebre. lo sciolgo la notte oscura in aurora lucente, io abbatto le bestie immonde del male e tu farai lo stesso in mio nome.»

Una luce vivissima acceca ancora Galgano, poi torna il silenzio assoluto, finché il ragazzo cade addormentato in un sonno profondo. E sogna.

Sogna di camminare per un sentiero ripido, in alta montagna, tra picchi scoscesi e innevati. L’arcangelo Michele lo guida sino a un ponte sospeso tra due rive altissime, sopra a un fiume maestoso e terribile. Le sue acque sono tumultuose, potenti, incalzanti e muovono le pale di un immenso mulino, ciascuna di esse porta impressa una scritta rossa: lussuria, ingordigia, desiderio di potenza, voluttà, narcisismo. Insomma, le pale simboleggiano le vanità.

L’arcangelo con un solo balzo passa al di là del ponte e Galgano rimane solo ad affrontare la traversata, mentre nell’abisso ruggiscono acque furiose. Il loro rimbombo sembra quasi un richiamo: «Vieni, cadi giù, lasciati andare. Ti porteremo al mulino, lì avrai tutto ciò che vorrai!».

Galgano chiude le orecchie a quelle parole adescatrici e si incammina sugli incerti legni del ponte. Ha fatto pochi passi, quando un enorme rapace si getta in picchiata su di lui, tentando di ferirlo e di gettarlo nell’abisso. Per un istante il cuore del cavaliere sembra smarrirsi, ma, osservando la figura sicura dell’arcangelo Michele, subito si riprende, sguaina la spada e con un solo colpo recide la testa dell’uccello.

Eliminato il primo ostacolo, il giovane procede spedito fino a metà della passerella. Improvvisamente due orride mani spuntano dal vuoto, di sotto, si afferrano alle corde ed emerge una creatura d’incubo, un mostro sibilante che vomita fuoco nero. Il cuore batte in petto al guerriero, ma non ha timore. Brandendo la spada, si avventa contro l’essere, lo colpisce ripetutamente e a ogni fendente l’arma diviene sempre più lucente, sino a diventare fiammeggiante.

La creatura degli inferi si abbatte colpita a morte, ma con un ultimo guizzo afferra i piedi del ragazzo e lo trascina con sé, nel vuoto. Mostro e giovane cadono, eppure Galgano è sempre sul ponte.

Cosa è accaduto? Ciò che è precipitato è il corpo del ragazzo, mentre la sua anima, il suo vero io, è rimasta sul ponte.

Così Galgano procede e si ricongiunge a Michele. Insieme riprendono il cammino e raggiungono la cima di un monte, dove sorge una splendida cappella con dodici guglie, dodici rosoni, dodici campane, dodici porte.

L’arcangelo e il guerriero vi entrano in silenzio. Una luce intensa e vibrante li illumina, mentre dodici voci si rivolgono al cavaliere: «Entra, Galgano. Sei degno di difendere la nostra cattedra».

Il giovane guarda davanti a sé e vede i dodici apostoli: calde lacrime gli solcano il viso, mentre una musica celestiale gli invade la mente e l’anima.

A questo punto Galgano si sveglia e si accorge che ha sognato tutto e che il suo protettore non è san Michele, ma solo l’onesta persona che l’ha allevato: eppure non dimenticherà mai quella notte e tutta la sua vita sarà dedicata agli insegnamenti ricevuti durante quelle ore di sonno.

In effetti i motivi iniziatici del «viaggio» effettuato nel sogno sono tanti e tutti hanno riferimenti magici.

L’uccello rapace rappresenta il sottile inganno della mente, e Galgano ha compreso la necessità di non affidarsi ciecamente solo alla ragione. Il secondo mostro sta a significare la forza delle passioni, che possono trascinare in basso il corpo, ma solo quello: la parte spirituale procede sino all’incontro con gli apostoli.

Dopo, Galgano passerà quasi dieci anni della sua vita a combattere gli infedeli e i prepotenti, sottoponendosi a centinaia d’imprese sempre per il trionfo del bene.

Un giorno si trova a inseguire un musulmano per i monti della Toscana. Il guerriero cristiano ha già ucciso tutti i suoi compagni, una banda di predoni sbarcati nei pressi di Punta Ala per razziare. Galgano insegue il fuggitivo per kilometri e kilometri, finché il musulmano, allo stremo delle forze, si abbatte esausto in cima a un colle. Subito Galgano gli è sopra, alza la spada per finirlo, ma un istante prima di calare il fendente i suoi occhi incrociano quelli del nemico. Vi scorge tristezza, dolore, abbandono, stanchezza. Un sentimento nuovo lo prende. Con mestizia abbassa la spada, compie pochi passi, si avvicina a una grande roccia, di nuovo alza il braccio e tira un terribile colpo alla pietra, affondando la lama per metà nella viva roccia.

La spada è ancora lì, e chiunque può vedere la spada nel­la roccia recandosi a San Galgano, all’interno della strada statale che da Montalcino conduce al mare.

Da quel momento il cavaliere depone le armi e diventa eremita, capace di dialogare con gli uccelli.

Concerto all’alba

Questa mattina, all’Alba, dormivo leggero. Nel sonno-veglia- ho sentito un uccello cantare e poi, a seguire, altri.

Quindi improvvisamente ho percepito. Il primo volatile si è lasciato andare in una melodia radiosa e appena smetteva ecco che tutti gli altri gli facevano il controcanto. E poi ancora lui con le sue note di miele e quindi subito dopo li Coro. Ecco, era una rappresentazione. un’Opera con voce solista e coro.

Un Inno e un ringraziamento al Sole che stava tornando. I Fedeli in entusiasmo lo lodavano, per loro e per NOI. UNA MERAVIGLIA.

Una Composizione. Un regalo per tutti noi. Basta ascoltare. L’irruzione del Divino era presente nei cuoricini di quelle bambine e bambini piumati. Loro, come milioni di altre creature, da sempre parlano d’Amore.

I Fedeli d’Amore. Per questo – ora mi sovviene – gli antichi dicevano che la lingua degli uccelli è la lingua degli Dei.

(Che bello poter comunicare con voi, Anime)