Eternità

“Non si deve aggiungere l’essere al non essere, il tempo all’eternità, ciò che è temporaneo a ciò che è eterno, né si deve estendere l’inesteso, ma si deve prenderlo nel suo insieme, e, se lo si prenderà così, si prenderà non un istante indivisibile nel tempo, ma la vita eterna; non la vita composta di parecchi periodi di tempo, ma quella che tutti insieme li contiene”.

Plotino

Waking Life

Non è vero, non è vero,
che veniamo sulla terra per vivere!
Veniamo solo per dormire.
Veniamo solo per sognare.

Il nostro corpo è un fiore.
L’erba diventa verde in primavera,
così i nostri cuori si aprono
e sbocciano come fiori.

Alcuni aprono la corolla,
poi appassiscono.

Tochihuitzin Coyolchiuhqui (XIV-XV sec.)

Cari amici, su indicazione di Giuseppe, vi propongo un estratto del film di animazione diretto da Richard Linklater “Waking Life”. Sentite, sentite bene le parole dei protagonisti dei fotogrammi… Morte, sogno, falsi risvegli, coincidenze significative… un dedalo in cui si sarebbe perso e ri-trovato lo stesso Pedro Calderón de La Barca. Vi sono mai capitate situazioni del genere? Raccontatemi, se volete, le vostre.

Vicini all’Anima

Se noi siamo vicini all’Anima e pertanto meno identificati con l’Io, le vicende dell’Anima diventano la nostra storia e possiamo avvertire che ai nostri livelli profondi siamo parte di una più ampia corrente di vita, che trascende la nostra  coscienza egoica e va oltre la morte, poiché l’Anima è in qualche modo in unione con questo essere più ampio. Allora non piangerò troppo per l’Io: è come una candela che ha fatto il suo tempo, la luce oscilla per un po’ e po si spegne.

Albert Kreinheder

L'”Io” che fluttua

L'”Io” che fluttua lungo l’onda del tempo

Guardo a distanza .

Con la polvere e l’acqua,

Col frutto e il fiore,

Col Tutto egli irrompe avanti.

Si trova in superficie,

Lanciato dalle onde e danzando al ritmo

Della gioia e della sofferenza.

La più piccola perdita lo fa soffrire,

La più piccola ferita lo offende –

Lo vedo da lontano.

Questo “Io” non è il mio Io reale,

Io sono ancora dentro di me,

Non fluttuo sulla corrente della morte.

Sono libero, senza desiderio,

Sono pace, sono illuminato,

Lo vedo da lontano.

Rabindranath Tagore

Fattore critico

Quando scrivete,

non criticate le parole che affiorano.

Lasciatele emergere e

dimenticate il fattore critico:

farò fortuna? sto sprecando il mio tempo?

James Hillman

Il tempo (2)

Se siamo sempre di corsa e affannati non è a causa del tempo, è perché forziamo noi stessi a rispettare un programma, una promessa, un appuntamento. Non dipende dal tempo. Dipende dal nostro tentativo di controllare la vita pianificandola. E viceversa, quando ci sembra che tutto proceda troppo lentamente, di nuovo non è perché il tempo sia lento, ma è perché siamo annoiati, scollati dalla vita, perché nutriamo aspettative che non si realizzano. Sono molto restio a dare un’importanza preponderante al tempo, mi ispira diffidenza. In senso pregnante il Tempo è Chronos, o Crono, non è Kairos – una qualità o diverse qualità pertinenti a ciascun fenomeno in quanto tale… ma qui stiamo diventando troppo filosofici.

James Hillman

Il tempo

Il tempo non è  né successione né sequenza – una cosa dopo l’altra, tempo narrativo, come in un racconto. Ho ucciso il drago dopodiché ho salvato la fanciulla dopodiché sono diventato re dopodiché sono diventato il drago e così via… Sequenza. Una cosa segue l’altra e sembra essere causa dell’altra. Questo genere di tempo ci porta a ragionare come meccanici dautomobili. Un elemento si rompe ed ecco che si rompe l’elemento successivo. Hume ha cercato di levarci quest’idea dalla testa.

James Hillman

Sentimento del tempo

E per la luce giusta,
Cadendo solo un’ombra viola
Sopra il giogo meno alto,
La lontananza aperta alla misura,
Ogni mio palpito, come usa il cuore,
Ma ora l’ascolto,
T’affretta, tempo, a pormi sulle labbra
Le tue labbra ultime.

Giuseppe Ungaretti

Il tempo…

Non é vero che abbiamo poco tempo: la verità é che ne perdiamo molto.

Seneca

Devo paragonarti a un giorno d’estate?

Devo paragonarti a un giorno d’estate?
Tu sei più amabile e moderato:
venti impetuosi scuotono gli incantevoli boccioli di maggio
e il corso dell’estate ha durata troppo breve;
talvolta l’occhio del cielo splende troppo intensamente,
e spesso il suo volto aureo viene oscurato;
e ogni bellezza dalla bellezza talora declina,
sciupata dal caso o dal mutevole corso della natura.
Ma la tua eterna estate non dovrà appassire,
né perdere la bellezza che ti appartiene;
né la morte dovrà vantarsi del tuo vagare nella sua ombra,
poiché crescerai, col passare del tempo, in versi eterni.
Finché ci saranno un respiro e occhi per vedere,
questi versi vivranno e ti manterranno in vita.

William Shakespeare

Quando seguo l’ora

Quando seguo l’ora che batte il passar del tempo
e vedo il luminoso giorno spento nella tetra notte,
quando scorgo la viola ormai priva di vita
e riccioli neri striati di bianco,
quando vedo privi di foglie gli alberi maestosi
che un dì protessero il gregge dal caldo
e l’erbe d’estate imprigionate in covoni
portate su carri irte di bianchi ed ispidi rovi,
allor, pensando alla tua bellezza, dubbio m’assale
che anche tu te ne andrai tra i resti del tempo,
perché grazie e bellezze si staccan dalla vita
e muoiono al rifiorir di altre primavere:
e nulla potrà salvarsi dalla lama del Tempo
se non un figlio che lo sfidi quand’ei ti falcerà.

William Shakespeare

Anima: senza spazio né luogo

Io sono semplicemente convinto che qualche parte del Sè o dell’Anima dell’uomo non sia soggetta alle leggi dello spazio e del tempo.

Carl Gustav Jung

A te

Mai ci siamo abbracciati, perché
eravamo per noi stessi un labirinto:
io non sapevo che fare accanto a te,
tu pure accanto a me eri smarrita
e non potevi andare avanti o indietro,
piangevi sommessa e io
ero più scontento di prima.
Da allora son passati dieci anni.
Resistendo a ogni cosa che passa
– al sogno, al tempo, all’ira – mi trovo
ancora dove mi sono perso allora.

Kikuo Takano

Il tempo

Il tempo è l’immagine mobile dell’eternità.

Platone

Ogni cosa muta

Il tempo tutto toglie e tutto dà; ogni cosa si muta, nulla s’annichila.

Giordano Bruno

Enti divini

Chi, perciò, consistendo nel luogo e nel tempo, libererà le ragioni delle idee dal luogo e dal tempo, si conformerà agli enti divini.

Giordano Bruno

La memoria

La memoria è facoltà dell’amore, restituisce all’eterno ciò che il tempo divora e l’odio distrugge; non impedisce la perdita, non ostacola la morte, non è nel suo potere, come non è nel potere dell’amore.
La memoria è un modo della compassione

Francesco Donfrancesco

L’amore e le sue forme

Ispirazione di Dio

Tutto sfuma nel tempo, e tutto passa:
i gusti, i segni, i simboli
e la paura che ci induce a fare.
Tutto si fa nel tempo,e con il tempo
tutto si disfa. Unico rimane
il colloquio dell’anima con Dio.
Non ha spessore e quasi non ha senso,
non ha legami e quasi non s’avverte,
ma per me e’ l’Universo, se per simbolo
e per parole, e segno, e simulacro
ha l’amore per Dio.

Gabriel Mendel

L’amante Perfetto    

 Ho bisogno d’un amante che,
ogni qual volta si levi,
produca finimondi di fuoco
da ogni parte del mondo!
Voglio un cuore come inferno
che soffochi il fuoco dell’inferno
sconvolga duecento mari
e non rifugga dall’onde!
Un Amante che avvolga i cieli
come lini attorno alla mano
e appenda,come lampadario,
il Cero dell’Eternità,entri in
lotta come un leone,
valente come Leviathan,
non lasci nulla che se stesso,
e con se stesso anche combatta,
e, strappati con la sua luce i
settecento veli del cuore,
dal suo trono eccelso scenda
il grido di richiamo sul mondo;
e, quando,dal settimo mare si volgerà
ai monti Qàf misteriosi da
quell’oceano lontano spanda
perle in seno alla polvere!    
 

Gialal-ad-din-Rumi

sono la notte in mezzo alle stelle

Sono la notte in mezzo alle stelle
lasciami sognare e sarò presente
Cambierà il mio rapporto con il tempo
cambierà il mio essere al mondo
che scorra seguendo il mio temperamento
che sono pensieri e sogni
in mutamento

Sogni d’oro a tutti Voi, cari amici

Gabriele

Inconscio e Magia – Psiche: “Tempo senza fine”

Carissimi, eccovi il tempo nel tempo senza fine di Mario Luzi (1914– 2005). In quale viaggio vi spingono i vostri venti interiori?
Presenterò questa lirica nella mia trasmissione Inconscio e Magia – Psiche, in onda domenica 7 marzo su Rai 2 verso le 6:15 circa. E come sempre aspetto le vostre emozioni. Buon finesettimana!

Amanti

Che mi riserva rivederti, amore,
quale viaggio t’hanno dato i venti?
L’oscuro avvolge questi giorni chiari,
circola forse in questa luce densa
qui dove a macchie dondolanti o ferme
filtra oro ed il vino matura.
Spicco dal cielo questo frutto splendido,
chiudo gli occhi su quel che porta seco,
o lo stare sulle spine
o il dirsi addio a cuore gonfio,
questo tempo nel tempo senza fine.

On the Road

Ed ecco il secondo Post di oggi, sabato. Lo reagala Matteo a tutti noi. Inviandoci un Kerouac splendente:

“Ciao Gabriele, ciao compagni di zattera, per resistere bisogna essere un pò pazzi..e per fortuna molti di noi …. vorrei condividere questo frammento di Kerouac del lontano 1959

“la gente che mi interessa,
perchè per me l’unica gente possibile sono i pazzi,
quelli che sono pazzi di vita, pazzi per parlare, pazzi per essere salvati,
vogliosi di ogni cosa allo stesso tempo,
quelli che mai un luogo comune,
ma bruciano , bruciano, bruciano come favolosi fuochi artificiali color giallo,
che esplodono come ragni attraverso le stelle e nel mezzo si vede la luce azzurra dello scoppio centrale e tutti fanno OOOOOOOOh”

Jack Kerouac, On the Road

Conforto dell’amicizia

Ed ecco il secondo post di oggi, l’amicizia in comune di Marco che ha scritto anche lui il 7 giugno:

“…mi ricollego ad un bellissimo post di enza in cui immagina la stanza di Gabriele (grazie enza, che bella la tua immaginazione che comtempla ache il particolare…). Gabriele anch’io la immaginavo così…la tua risposta mi ha commosso profondamente, ho ritrovato aspetti della mia di stanza (è vero con meno libri in giro, ma le forme e i colori in certi punti si avvicinavano come a ricordare luoghi e malinconie senza tempo). A proposito di libri…sul mio comodino fra i libri e le carte varie, oggi ho aperto un libro a me caro, che in passato mi ha fatto rivivere le vicende interiori di un Santo, ma anche di un “Maestro” e per me uomo straordinario. Ho aperto il libro e mi sono soffermato su un passo, che vorrei condividere con voi, perchè parte del passo secondo me descrive lo spirito di questo luogo di magia:

CONFORTO DELL’AMICIZIA

Il tempo non perde tempo: il suo corso non è senza traccia sui nostri sensi, ma nell’animo il suo operato è mirabile. I giorni succedevano ai giorni e nel loro succedersi insinuavano in me altre speranze, altri ricordi, risanandomi a poco a poco con il richiamo ai gusti di prima; e quell’antico dolore perdeva della sua forza; vi sottentravano però, se non proprio altri dolori, cause di altro dolore. Come mai infatti quel dolore era penetrato tanto addentro e tanto facilmente in me, se non perché io avevo riversato l’anima mia sulla sabbia, amando un essere mortale quasi non fosse mortale?

Sopra tutto mi rianimavano e mi distraevano le attenzioni di altri amici con i quali amavo ciò che amavo invece di Te, cioè la macchinosa finzione, l’interminabile sequela di menzogne corrompenti con peccaminosi ambagi la mente e con prurito le orecchie. Ed anche se qualcuno dei miei amici moriva, non moriva in me quella finzione. Ma v’era altro che anche più mi teneva legato ad essi: il conversare, il ridere insieme; lo scambio di reciproche cortesie, la lettura fatta in comune di libri; scherzare tra noi e insieme onorarci; dissentire talvolta, ma senza animosità, come uno di noi fa con se stesso, e anche con queste discussioni, rarissime del resto, rendere più saporosi i numerosissimi consensi; insegnarci o imparare a vicenda questo o quello, desiderare gli assenti con impazienza, accogliere con gioia chi torna: tali e simili manifestazioni sgorganti da cuori che amano e che sono amati, nel viso, nei discorsi, negli occhi, in mille altri segni tutti graditissimi, erano come esca che infiamma le anime e, di molte, forma una sola.

(S.Agostino – Le confessioni)

Chiedo comunque scusa a tutti voi per la mia animosità troppo controllata, che spesso manifesta l’indifferenza, la provocazione cieca e si rivolge inevitabilmente contro me stesso..

Ciao, bacetti a tutti”

A proposito di mutamenti

Il tempo fugge

e non s’arrestan l’ore

Fallo presente all’Amante tuo

chi non fa quando può

tardi si pente

(Poliziano)

(Quindi, Vogliamoci nel Bene)

E’ tempo…

Questo è il tempo dei visionari e degli amanti.

Dei bambini smarriti e dei cani senza collare,

questo è il tempo dei lacerati e dei sofferenti.

Questo è il tempo delle lacrime fluttuanti.

E’ il tempo

delle intese segrete.

Dei sussurri e dei bisbigli

nel buio.

E’ il tempo dei baci volanti.

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte V)

 

II conte ne ha visti tanti di volti come quello. Inizialmente tracotanti e progressivamente impauriti, fino al terrore. Con il moltiplicarsi delle stoccate l’angoscia si impadronisce del morituro. Perché si tratta proprio di questo. Della presa di coscienza della morte. E sì che il conte non vorrebbe. Ma gli eventi lo spingono sempre nella stessa direzione. Per proteggere il suo segreto è costretto a uccidere. Anche ora quel Veniero comincia a terrorizzarsi. La sua spada è più lenta. II braccio meno fermo. Lo avrebbe potuto ucci­dere da molto. E ha sempre fatto così. Per abbreviare le pene dei suoi rivali, normalmente affonda deciso e la vita è subito spenta. Dalla lama. Qualcosa però lo trattiene. Non è per proseguire l’agonia dell’avversario. II conte non ha queste meschinità nell’animo. Diversi pensieri imprigionano la sua mente. Gli anni sono passati setacciando i sentimenti mini­mi, le meschinità, le tracotanze e hanno lasciato una visione ampia, riposata e tragica. Un destino apparentemente ineluttabile lo imprigiona. Ora come sempre. Da quando ha compiuto quegli studi di alchimia con un maestro imperscrutabile.

Accadde allora. In una Praga senza tempo si fermò ogni cosa. Si ricorda ancora la faccia stupita del grande mago. Per meravigliarsi lui! Il conte aveva trovato la soluzione a una formula impossibile. Un segreto che doveva evidentemente rimanere tale. Averlo svelato gli procurò immediatamente una forza straordinaria e con essa una camicia di Nesso da cui tuttora gli è impossibile liberarsi. Pensare che al momento gli sembrò una benedizione. II sapiente praghese capì invece subito tutto.

«Hai studiato tanti anni,» disse, «e ora che sei giunto alla maturità hai fatto questa scoperta che arresterà tutto. Che la divina armonia ti assista!»

Nello studio il silenzio era totale. La verità è che il conte non capì subito le conseguenze del disvelamento del «grande mistero». In seguito però soffrì come una bestia. Città, amici, amori, affetti, case, carriere. Quante volte ha avuto tutto ciò per essere poi costretto ad abbandonarle? Cinque, dieci? Troppe.

II Veniero crede per un attimo, dato che il conte è assorto nella spirale dei ricordi, di potercela fare e decide di affondare, di osare il tutto per tutto.

Raccoglie ogni stilla di energia, tutti gli empiti dei muscoli e dei tendini.

Gira un attimo a destra come se stesse per perdere l’equilibrio e invita il conte ad affondare. È un trucco. Come l’altro tirerà la stoccata, lui si riprenderà e colpirà diritto sotto il cuore. Inevitabilmente l’altro obbedirà all’istinto e tenterà di chinarsi in avanti di poco, quel tanto che gli farà penetrare il ferro al centro del cuore. Un colpo fatale. Il corpo del Veniero è pronto.

In quell’istante il cielo si apre. La nebbia è spazzata via e Donata dal mare vede lo spasmo del giovane. Intuisce che sta per accadere qualcosa di spaventoso. II torace del suo uomo le appare totalmente scoperto, indifeso, vulnerabile. Intuisce l’irreparabile. La sua bocca vorrebbe gridare, avvertire il pericolo, ma la lingua si rifiuta di obbedire. II suo fisico sta per cedere. E cosi le barriere psicologiche che l’avevano protetta si abbattono e torna alla coscienza quel particolare rimosso della sera precedente, quella dell’offesa.

Quando il Veniero lo ha insultato, il conte ha detto tra le labbra una parola. Ecco, i ricordi si affacciano. Visivamente la scena si ripropone. Come al rallentatore. Dilatata nel tempo. La bocca del suo bene sta pronunciando un nome. Ma quale? Sì, sono poche sillabe.

«Pepo»: ha sussurrato questo nomignolo.

Il cuore sembra fermarsi nel petto ansante di Donata. Un ghiaccio tormentoso l’avviluppa. Quel «Pepo» è il nomignolo del Veniero da piccino. Lei giocava con lui, per questo lo sa. Ma come lo conosceva il conte?

Non è questo interrogativo a martoriarla. È un altro ricordo a straziarla. Rivede una scena di molti anni prima. Ritrova se stessa bimbetta che rincorre per il suo palazzo romano il «Pepo», appena giunto da Venezia. Lo insegue per androni e stanze, perché le ha rapito una bambola alla quale sta strappando i capelli. Lei piange, si dispera, lo supplica di restituirle il suo tesoro. Lui niente, la deride, si ferma e, come sta per essere raggiunto, scatta in avanti. Crudele già allora. L’inseguimento si protrae e a nulla valgono le sue suppliche di bimba. Finché il ragazzino va a sbattere contro le gambe di un uomo che è appena sopraggiunto.

«Non farla soffrire,» dice il nuovo venuto.

Dio, quella voce. Una sofferenza indicibile entra nella testa di Donata. Ora sa tutto. In piedi sulla gondola è diventata come una statua di dolore. Rivede tutto. Eccola in quel corridoio. Si sente protetta. Qualcuno è intervenuto finalmente in sua difesa contro quel suo perfido compagno di giochi. Alza la testa riconoscente verso quel signore pietoso. Così la bimba vede il volto bellissimo che da allora ha sempre rimosso. Ora lo riconosce. È lui, il conte. Identico a come è adesso. E sono passati più di vent’anni.

La Stati si porta le mani al petto davanti all’isola di Torcello. Sa tutto. Quello che il Veniero ha detto è vero. II suo uomo non invecchia. È eterno. II suo nobiluomo è il conte di Saint-Germain, ed è immortale.

Sempre in quel preciso momento l’uomo che non può invecchiare e che odia se stesso da quando ha scoperto il segreto di Faust vede avanzare la lama del Veniero e decide di non voler più fuggire. Non sopporta di vincere anche questo confronto, né di tornare dalla sua amata e di vederla, anno dopo anno, invecchiare inesorabilmente mentre lui rimane immutato. Giorno dopo giorno fino all’immancabile funerale. Ha visto morire mogli, figli. Ora basta. Implora con tutta la violenza, in completa sincerità di essere sciolto da quella gabbia in cui la sua vanità e la sua arroganza l’hanno rinchiuso da secoli.

Una preghiera sottile, abbandonata, gentile, vera, assoluta sale nello spazio, valica i tempi e raggiunge l’armonia sottesa a tutte le cose. È una supplica sublime che non ha bisogno di parole, per questo è accettata.

La lama del Veniero raggiunge il petto di Saint-Germain. Si apre un varco terribile. Offende la carne e lascia in eredità la morte. La preghiera ha raggiunto le orecchie giuste.

II conte si porta la mani al petto, il sangue sgorga copioso. Indietreggia verso l’attracco delle barche. Si volta a cercare ancora una volta il viso della sua Donata. Lo trova. È sempre bellissimo. È l’ultima cosa che vede prima di cadere in acqua.

Ora sì che la voce può uscire dalla bocca della Stati. È un urlo. Un lamento gridato con tutte le energie. È uno spasmo vocale che attira l’attenzione e la pietà di tutti. Dei padrini, del gondoliere, dello stesso Veniero. Ogni essere si ferma per osservare quello strazio.

Donata vede il suo uomo sprofondare. Lo cerca con lo sguardo sotto i flutti. Un’intelligenza segreta le ha fatto intuire tutto. È la fine. Non resiste più. Un’occulta misericordia la fa svenire e l’accompagna fuori dell’imbarcazione. Nel mare. E la fa sparire.

A nulla valgono le ricerche sia dell’uno che dell’altra. Si dragano le acque per tutto il giorno e la notte. Poi anche durante quelli successivi. Inutilmente.

Gli amanti non saranno più trovati. Qui finisce la leggenda del conte di Saint-Germain che per amore ha sacrificato l’immortalità e della sua compagna Donata Stati, detta «colei che dona».

Questa è la storia che sull’Hermes abbiamo sentito raccontare. Ma soltanto ai naviganti del vascello senza tempo è possibile ascoltare una confidenza di un pescatore di un isolotto perso nel mare. Lontanissimo da Torcello. Narra per la prima volta di vicende senza senso. Di un uomo ferito e di una donna bellissima raccolti dalle acque dove miracolosamente galleggiavano e di come siano rimasti con lui per anni, occupandosi di cose umili, ma in letizia. Felici come nessuna coppia.

E dice ancora di come siano morti nello stesso giorno e del loro riposo in pace nello stesso letto.

Appunto una storia semplice e priva d’interesse. Per tut­ti. Tranne che per i viaggiatori del veliero che solca i mari dei secoli.

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte IV)

 

Una gondola porta i due amanti verso l’isola di Torcello. Sono entrambi dei vincitori. Hanno rimosso le loro paure per amore. L’avvenire è per loro apparentemente terribile.

Ma ugualmente si lasciano trasportare. II conte ha arginato i ricordi di lutti e la piccola Stati ha accettato di vedere la morte del suo uomo. La soccorre la speranza che il suo seme germogli in lei. Si attacca con tutte le forze a questa luce interna. Sola.

Una nebbia fitta avvolge i due amanti. Muto il gondoliere procede verso un appuntamento comunque definitivo. È il sangue che deciderà.

Pensieri veloci solcano le menti nell’attesa. Con la testa di Donata rannicchiata quasi sotto l’ascella il conte lancia il suo sguardo contro il manto bianco che si alza dall’acqua, Figure si delineano dal sudario di vapore. Ancora lutti atroci. Persone che diventano vecchie con il trascorrere degli anni, come fatale. Ma tutte con lo stesso interrogativo negli oc­chi. E lui immancabilmente senza parole. A sperare nell’impossibile.

«Fossi io per una volta ad andare per il viaggio terminale»: quante volte ha supplicato l’Eterno inutilmente?

La ragazza ha un lieve sussulto. Forse sta trattenendo le lacrime. Certo, è ancora giovane. Ma il nobile sa che non sopporterebbe più un altro abbandono definitivo. II dolore lo farebbe impazzire. Ma è totalmente impotente. Le forze che l’hanno messo in questo stato sono divenute sorde. Han­no decretato l’attuale sua condizione e non vogliono più sentire nulla. Per sempre. Tanto vale rassegnarsi.

Crudele e impassibile l’ovatta d’acqua osserva immota l’imbarcazione che conduce i dolenti all’isola di Torcello. Hanno superato le proprie paure, ma non il dolore. II suo morso ora attanaglia il ventre di entrambi e non lascia la presa.

Finalmente appare la sagoma della basilica. Vicinissima è sbucata dal nulla.

«Fatemi scendere e poi porterete leggermente più al lar­go la signora,» ordina il cavaliere al servo.

Quindi si alza in piedi e con la massima tenerezza si libera dall’abbraccio: «Sta’ tranquilla, torno».

E dalle viscere si leva un guizzo di sentimento e tremore. Un nodo di emozione gli attanaglia il cuore e lo assedia, infondendogli una malinconia senza fine. Fissa i suoi occhi nelle pupille di lei e le trova annegate nello struggimento. Si ferma un attimo. Un presentimento oscuro: ecco cosa si è impadronito della sua mente partendo dalle tenebre più riposte delle angosce, signore dei tremori. Non deve cedere. Cosa sarà mai un duello? Ne ha affrontati mille e questo non cambierà nulla, anche perché il suo avversario non può vincere. Qualsiasi colpo tiri, qualunque sia la sua bravura, non potrà mai e poi mai prevalere. Per lui Torcello sarà la fine. Ma non c’è sapore di vendetta o di rivincita nel conte e meno che mai soddisfazione per l’umiliazione che andrà a infliggere a quell’arrogante. Ne ha viste troppe. Ricchi, guerrieri, sacerdoti, prostitute, infami, bugiardi, prodighi, generosi. Ondate di uomini che hanno sperato, pregato, riso, angariato, torturato, figliato. Maree di corpi giovani, forti, decrepiti, deboli, sfatti. Un magma dove è impossibile distinguere il bene dall’errore. Un flusso continuo e privo di luce. Tutti annichiliti dal bisogno e dalla volontà di un poco di luce. Negata. Così il tempo stritola senza distinzione. Una morte in più e dunque nulla. Anche se ne avrebbe fatto volentieri a meno. Ha dovuto reagire e proporre il duello unicamente perché non poteva permettersi che qualcuno scoprisse il suo tremendo segreto. Perché di questo si tratta. Un terribile mistero è sepolto nel cuore del nobile. E non deve essere svelato. Mai, per nessuna ragione. La pena sarebbe troppo spaventosa. Anche peggiore di tutti gli spasimi che ha dovuto affrontare finora. II guanto di sfida l’ha lanciato per coprire il suo pozzo nero.

Donata lo vede appena con gli occhi velati. La saluta. Si volta. Scende a terra. Due uomini lo stanno aspettando, i suoi padrini. Non c’è voce in lei. Tutto si è fermato. L’angoscia ha lasciato il posto al vuoto, all’abisso. La gondola si sposta, compie pochi metri e si ferma. L’isola davanti è di nuovo inghiottita. La giovane non vede nulla. Sente soltanto i passi che si allontanano. Poi si fermano. Rapidi saluti. Sono gli altri.

Ecco la voce arrogante del Veniero: «Benvenuto, conte, all’ultimo appuntamento,» grida con un empito da infame.

Un odio senza sapore e colore la riempie. Un secondo.

Quindi svanisce. Non ha tempo per quel tracotante violento. È tutta tesa ad ascoltare.

II suo uomo non ha proferito una sola sillaba.

«Dove sei, amore? Dove ti celi in quella chiara oscurità? Stai attento. Ti prego, sappiti preservare. Non posso vivere senza di te, lo sai. Mi è impossibile.»

«A voi, signori!» una voce sconosciuta ha dato il via al terremoto che le scardina il cuore. Un gelido rumore si spande dall’isola. È un sordido digrigno di denti. È il cozzo dei ferri. Stanno duellando. Chi le ha messo un serpente nel corsetto? La sta mordendo sul seno, peggio, le sta scavando tra le costole. La strazia più del boia con le sue tenaglie roventi. I secondi non passano mai e il rumore delle spade prosegue incessante. Che non si fermi più, perché il suo arresto vorrebbe dire che la morte è entrata a Torcello. Ma può proseguire un duello all’infinito? Sì, se Dio vuole.

«Ma che sto pensando? Sto impazzendo.»

Con le mani rattrappite sul petto, in piedi sulla gondola, i capelli sciolti, gli occhi persi, Donata attende. E persino il battelliere avverte un sentimento di pietà, lui che odia i nobili. Ma quella ragazza è troppo tenera. Eppure nulla può aiutarla. E il perfido impatto delle lame prosegue. Almeno non ci fosse la nebbia! La giovane cerca di forare gli spettri che le si parano davanti. Porge l’ennesima supplica. Alme­no per poter guardare il suo uomo e illudersi di proteggerlo con le pupille. Così un’ombra si delinea, poi un’altra e quindi vaghe figure si stagliano, ridisegnandosi attraverso la gabbia fumosa dell’alba: quattro immobili e due in movimento. Sono loro. La nebbia si sta illanguidendo. Come la sicumera del Veniero.

Ha tirato almeno dieci colpi mortali, sempre convinto di aver raggiunto il segno. Il sorriso già delineato sulle labbra ha dovuto raggrinzirsi per lasciare il posto allo stupore. Ma come fa questo maledetto a schivare tutto? Con veemenza ha insistito. Nulla da fare. Una voce comincia a serpeggiargli dentro. Finora il conte non ha sferrato attacchi, ha solo evitato di essere colpito. Cosa accadrà quando si farà sotto? Non è ancora paura, ma qualcosa di simile.

A proposito d’Amore…

Leggo da molte parti che l’Amore è tale solo se è libero e indipendente.

L’Amore, invece, è soltanto dipendenza.

Lo scrive Platone nel Simposio (trad. Giorgio Colli) quando fa dire ad Aristofane che prima gli esseri umani  erano una Unità; Dei invidiosi li divisero e da allora una parte cerca l’altra, necessariamente, attraverso tutti gli spazi e i tempi.

E’ evidente che una metà dipende dall’altra e viceversa.

E poi su questa scena d’amore arriva Shakespeare che afferma che è molto meglio avere le pene d’amore che rinnegarle.  Chi le rifiuta diventa dedito al Potere.

E ricordiamoci che i Poeti intingono la loro penna nelle lacrime degli occhi delle donne (sempre il Bardo in Pene d’Amore…)

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte III)

 

La luna adesso è ancora più vicina, sembra abbracciare i due amanti che quasi si compenetrano in uno slancio di puro reciproco abbandono. Ugualmente il tempo lascia cadere i suoi attimi gli uni dentro gli altri per formare il lento giro delle ore, fino alla luce lontana che annuncia il nuovo giorno.

«Dio, non mi hai ascoltata!» pensa Donata tremante. Ades­so i singhiozzi scuotono il suo bel seno rigoglioso a suscitare commozione nel nobiluomo. Ma per ben altri motivi. Ancora terribili addii si muovono spaventosi nei ricordi. Incancellabili come soltanto le cerimonie funebri possono esserlo. Una, due, cinque, venti. Quanti cortei di morte ha visto? Innumerevoli. Cambiano le città, le persone, i vestiti. Rimangono solo quelle processioni ammantate di dolore. Perciò si era imposto di non amare più. E aveva mantenuto la parola per molto tempo. Fino a lei. A quell’esserino tutto abbandono e sensualità che l’ha imprigionato in una storia senza fine. O meglio, dal finale obbligato, purtroppo.

La Stati alza il volto per imprimersi nella mente gli occhi celesti di lui come gemme incastonate nella collana dei pensieri. Da ora, per sempre.

Poi si scuote: «Occorre andare,» sussurra, «non puoi far tardi rispetto a quel… quel…».

Non trova le parole, ma altre lacrime.

«Non ti preoccupare,» le sussurra il conte. «C’è qualcun altro che deve rammaricarsi e non lo sa, purtroppo per lui.»

Ancora una volta una scossa nella testa di Donata. Quel momento perduto riaffiora. Un decimo di attimo. Poi più nulla. La protezione inconscia ha funzionato ancora.

II chiarore si fa strada nella notte sconfiggendo negli angoli più riposti il manto del buio. II nobile si è vestito. Con cura. Poi finalmente ha preso la spada. Se l’è cinta con mossa rapida di chi è abituato alle armi. Quindi si volta nella stanza. Sta per salutare la sua diletta, ma la trova vestita: «Ti prego, non mi lasciare. Ne morirei».

Sente che è vero. Quel soffice grumo di passioni potreb­be davvero spezzarsi. E sarebbe così inutile. Così assurdo. Ma non può spiegarle quanto e come sia sciocco stare in pensiero. Quindi non può fare a meno di acconsentire. Contrariamente a tutte le regole, la conduce al duello.

«È inteso,» le spiega, «che non potrai muoverti dalla gondola. Osserverai dal mare. Anche perché il mio incontro, chiamiamolo così avverrà davanti alla basilica, di fronte all’imbarcadero. E ti supplico: non stare in pensiero.»

La osserva, ascolta dalla sua pelle, dalle sue fibre, dalle pupille travagliate, quanto lo ami. È felice, perché adora quella sincerità animale. Vera più di mille parole. Nel contempo una tenebra cupa torna a gettare panico nel suo sentimento più riposto.

«Non ti abbandonare,» sussurra una parte di lui, «all’amore che avvampa. Non ricordi? Quanto vuoi soffrire an­cora? Lasciala, lasciala, lasciala.»

Si ritrae con un passo indietro. La osserva in tutta la figura. Tenue, malgrado il corpo bello e forte. Sottile nel sentimento di totalità che gli porta. Così un fortissimo rifiuto si fa strada nel suo io più lontano. Un «no» imperioso che abbatte tutte le difese. Accetta quella tenerezza. La ricambia. Ne è invaso. Non vuole rinunciare.

Donata sente un calore avvampante che emana dal corpo di lui. Gli occhi celesti sembrano fiaccole del tempo. C’è un vortice in quelle pupille. Forse qualcosa di pericoloso si annida negli abissi oculari. Ma non importa. Non capisce bene. Anche intuendo una minaccia, si lascia trasportare. Si allaccia a lui. Vuole averlo un’ultima volta. Forse una lama tra poco gli strapperà la vita, ma ora le spire dei palpiti sono più forti e quella stessa vita reclama, scalpita, urla il suo diritto all’amore.

«Vorrei stare insieme.» Così gli dice con gli occhi chiusi. Che si arresti dunque il tempo.

Così è. II conte prende quel groviglio di attese e speranze vicino alla finestra. Vestito. Come nei giochi d’amore che mille e mille volte hanno fatto.

«Mi piace che sei serio,» gli ha sussurrato in centinaia di rapporti. «Mi eccita che sei vestito con la giacca mentre mi prendi di spalle.»

Anche ora avviene quel dolce struggimento. Poi è il momento di terminare l’incanto. Ma questa volta il nobile non si tira indietro. Per la prima volta in due anni accetta di fluire in lei. Donata avverte la vita scorrerle nel profondo del cor­po. Intuisce che quell’uomo è suo. Totalmente. Sì, il leggendario nobiluomo, vincitore su legioni di cuori, è in suo possesso. Finalmente. Una gioia senza pari la inonda. Poi un lampo crudele le schianta la mente. Un guerriero bestiale le è balzato nell’immaginazione. È il marchese Veniero con il suo fioretto. Lo vede con gli occhi della mente e lancia un grido. Ora ha tutto. Tra breve, nulla.

Si sente mancare. Trova ugualmente nel suo essere energie impensabili. Si distacca. Osserva l’uomo che è tutta la sua vita e mormora flebilmente come una piuma: «Andiamo».

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte II)

Il nobile distoglie lo sguardo dal canale. È attirato da un grumo inespresso di pensieri che si agitano vicino a lui. È una corrente silenziosa e raggiante. È avvezzo a intuire. Ora è assalito da quella tenerezza liquida, avvolgente, dolce, totale. È Donata la sorgente.

Subito, però, un’ondata di riflessioni gli annega la mente. Sono frammenti, schegge di vita: tutti testamenti e lasciti. Figure femminili fortemente amate, poi distacchi.

Morti e commiati sulla terra che ricopre corpi e affetti. La memoria gli produce dolore più di una lama ardente. Come si fa ad avere paura del dolore fisico quando si è tante volte solcato il mare del tormento psichico? Se il periplo dei destini incrociati sottrae le persone amate, non c’è nulla da fare. Solo disperazione. Il conte sa degli squarci causati dalla perdita. E ora di nuovo.

Quando ha conosciuto Donata non voleva più avere una relazione. Almeno duratura e vera. Ha alzato ogni difesa. Ma lei ha abbattuto tutte le mura ed è arrivata direttamente nel centro del tempio del sentimento. L’ha vinto. E lui si è lasciato scorrere verso quella creatura che riesce più di ogni altra a fare regalo di sé.

Morbida come un sogno che si realizza. Ed è lei, con le lacrime, a preoccuparsi inutilmente. Perché il problema, il dramma, non è quello che lei crede. Non il duello.

Come se avesse intuito i pensieri del conte, Donata esce al buio e si avvicina.

«Ma come fai a non avere paura? Sei incosciente? Il tuo rivale è conosciuto in tutte le terre venete e anche altrove. È  quasi imbattibile. È un mostro. È… è…» Non trovando le parole si tuffa nelle braccia di lui. Per uno sconforto momentaneo. Più la sua stretta la rassicura, più pensa che potrebbe essere l’ultima e allora piange. Ininterrottamente. Singhiozza come una bambina per sfogarsi, liberarsi, per cre­dere in un evento che possa salvarla offrendole un’impossibile via d’uscita. Perché non c’è soluzione. Quel giovane disgraziato ha troppo offeso il suo amante, l’ha quasi obbligato alla sfida.

Che diceva poi in quella maledetta festa dai Contarini? La scena avvenuta soltanto poche ore prima è confusa nella sua mente.

«Dunque voi siete il conte di Saint-Germain?» così ha esordito.

Alla risposta affermativa si è lanciato in una specie di delirio: «Dovete ricorrere a cure di streghe o di medici ebrei che correggono la pelle, perché io vi ho conosciuto quando avevo appena sei anni ed eravate identico a ora. Quindi delle abili e ruffiane mani vi hanno rifatto come l’ultima delle bagasce. Altrimenti dovreste essere incartapecorito!».

Sì, ha detto proprio cosi, con un’aria di scherno e di disprezzo assoluto. E il conte, lì per lì, non ha neppure reagito. L’ha guardato con la sua solita aria lontana e intensa al contempo.

Ma il giovane ha proseguito con sempre maggiore durezza: «Allora, vecchietto, che dite? Secondo i miei calcoli avete quasi settant’anni e invece ne mostrate a malapena quaranta. Quindi, o siete in collegamento con il diavolo o i cerusici vi ricostruiscono la vostra pelle avvizzita. Appunto, peggio dell’ultimo leccaspade delle Fondamenta Vecchie». E giù a ridere con quella bocca sguaiata.

Gli amici del conte erano impietriti. Un silenzio totale era sceso sulla sala fino a poco prima rigurgitante di musica, risa e dialoghi di sensuali promesse e attese.

Lui, il suo uomo, sempre fermo. Con uno sguardo indicibile. Pochi secondi lunghi come l’eterno. Poi, il guanto in pieno volto dell’aggressore. È vero, in quell’istante si è sentita persino contenta per la punizione inflitta a quel ribaldo. Ma subito dopo è stata invasa dalla paura. Troppo forte quel braccio per lasciare spazio alla speranza.

Eppure, a ripensarci, c’è qualcosa che in quel momento l’ha colpita, ma l’ha rimosso nell’ansia degli avvenimenti: gli amici subito accorsi, le parole di spregio nei confronti del provocatore, le grida delle dame e l’immediata composizione dei due gruppi di «padrini». Ma, ugualmente, c’è stato uno squarcio di quella scenata che l’ha folgorata. Ma come?

Sente un’emozione che le nasce dal profondo. È fondamentale che rammenti, ma c’è un velo. Un manto che ricopre. La mente sta facendo da schermo.

Donata si scuote, non ha voglia di riflettere troppo. Il timore torna a invaderla. Tralascia quindi il tentativo di ricostruzione di quanto è accaduto. E fa male, perché se riuscisse a ricordare troverebbe grande giovamento. Anzi, consolazione. Ma la sua memoria si rifiuta di restituirle un volto e una parola che potrebbero scioglierle l’ansia. E non è un caso che il blocco rimanga. Perché sapere, prendere coscienza in pieno di quei pochi secondi oscuri, potrebbe creare un turbamento totale. Per questo il suo corpo si difende edificando una parte invisibile.

da Verona

E se l’amore fosse una fusione?

Una compenetrazione così intensa da perdere ogni connotato personale e nello stesso tempo, ritrovarli in una esaltazione priva di confini.

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

È con piacere  che vi propongo, a puntate, un mio racconto  a cui tengo davvero particolarmente. È tratto dal mio testo Storia della magia. Grandi castelli, grandi maghi, grandi roghi, edito dalla Bompiani.

 

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte I)

 

 

«Ancora quattro ore, l’alba a maggio arriva presto.»

La ragazza ha il suo viso tondo oscurato da un pensiero cupo. Sembra impossibile che un tormento si possa aggirare in lei, che pare ridere in tutto il suo essere.

Quante volte lui le ha detto: «Come sei solare»? Tante.

E il timbro della sua voce virile che le risuona dentro. Una nostalgia insopprimibile l’avviluppa. Le si incunea nel seno allegro, tenero e voluttuoso. «Un giardino delle delizie.» Ancora le parole di lui. Un altro ricordo. Incredibile.

È afferrata da uno struggente senso di mancanza e il suo uomo è lì con lei. Ma mancano ancora quattro ore. E il rivale è tanto più giovane, forte ed esperto di fioretto. Lo dicono tutti. Ha ucciso ventitré uomini in duelli all’ultimo sangue. Se almeno l’alba non arrivasse mai. Poter fermare il sole. Non lo ha forse fatto già una dea? Almeno così crede di ricordare.

Ecco, se si mettesse a pregare forse otterrebbe il miracolo. Congiunge le mani e si allontana dalla finestra dove il suo cavaliere è appoggiato per guardare distrattamente un cupo Canal Grande. Scuro come mai in primavera. Torbido come la morte.

I pensieri tenebrosi continuano a impazzare nella gentile testolina della giovane. Si rifugia nella penombra e supplica silente tutti i santi, Madonna e Trinità.

Tre ore e mezzo e tutto sarà concluso. Non può rassegnarsi a vederlo morire. Le pare di scorgere la spada di quell’orribile marchese Veniero, certamente indegno figlio di una casata illustre, spezzare il torace del suo amato. Ecco il ferro farsi largo tra le costole, striare la carne, aspirare crudele al battito del cuore, raggiungerlo in un soffio e scardinare il tessuto della vita.

Rapirlo cosi a lei? Troppo ingiusto. Quanto ha atteso? Tutta la sua brevissima esistenza. Non molti anni, d’accordo, ma ugualmente per lei è tutto il tempo che ha avuto. Come l’inizio del mondo per Dio stesso.

«Sì, mio Signore,» supplica adesso in un bisbiglio, «non consentire questo omicidio. Perché si tratta proprio di un delitto. Che speranze pub avere il mio diletto? Certo, è un uomo vigoroso, ma ha anche quarantacinque anni.»

Per la verità non sa perfettamente la sua età. Crede che più o meno tanto debba aver vissuto. È grande, ma anche tanto affascinante. Non è solo lei a dirlo. Tutte le sue amiche.

Anche Monique, la sua sorellina, è incantata. «Mi rassicura,» dice sempre. «Non mi sento più sola, E poi sento che mi vuole bene.»

È vero, ha una capacità di tenerezza sconfinata. Incredi­bile a dirsi per un uomo che ha tanto vissuto e ha conosciuto immensi Paesi. Non c’è luogo che non abbia visitato e discorre di contrade lontane come neppure un navigatore sa fare. Per non parlare dei libri. Ha una biblioteca nella testa. Ma quanto deve aver letto? Come ha fatto a conoscere tante cose?

«Quante vite ti ci sono volute?» Così lei gli dice sempre quando parlano di filosofia o di storia. È attenta, ascolta per imparare. È andata a scuola, non è una semplice nobile ignorante. Suo padre nel Palazzo Stati di Roma, dove ha vissu­to per quindici anni, le ha dato più di un precettore. È istruita. Ma di fronte al suo uomo si sente meno che una servetta. E ascolta. Anche ora le sovviene la sua voce. Ecco, ancora un ricordo. Eppure lui e lì, in controluce, al chiarore della luna. Ma è come se non ci fosse già più. Quanto mancherà? Tre ore e non più.

«Dio, Dio, compi il miracolo. È la tua piccola Donata Stati che te lo chiede. È vero, sono una peccatrice. Ho fatto tante volte l’amore. Ma sempre con chi ho amato. Mai per speculazione, come fanno le dame qui a Venezia o anche a Roma. Dicono poi che questo sia il secolo della libertà dei sensi, per reagire al Seicento bigotto e crudele. Così si chiacchiera ovunque. Quindi io che potevo fare? Mi sono adeguata. Certo, con gusto. Sì, mi piace tanto stare con un uomo. Ma, lo ripeto, sempre per amore. Poi, da quando ho incontrato il conte, non sono stata che con lui. Lui. Ho capito davvero cosa sia l’abbandono, la dolcezza, le carezze con sentimento che moltiplicano la gioia di essere nella totalità di un altro. Ho dimenticato tutto di me. A cosa mi possono servire i ricordi di tempi vissuti senza di lui? Sono polvere, scorrono tra i grani della memoria e non lasciano traccia, perché lui, il mio amore, ha diviso il mio tempo dando un senso alla vita. No, mio Signore, non privarmi della vita. E se proprio hai necessità di un sacrificio, eccomi. Ma salvalo.» Così Donata prega.