Per il teatro segnaliamo: “Tutte Femmine Tranne me”

Dopo il successo dell’anno scorso torna in scena “Tutte Femmine Tranne me”  al Piccolo Re di Roma . Nato come un laboratorio teatrale della Passion Studio Lab capitolina di Monteverde, si è trasformato nella compagnia L’allegra combriccola. Sono meno di dieci (ma sono aperti alla campagna acquisti) e sono diretti da Alessandro Bardani Andreasi, regista, sceneggiatore ed attore romano, classe 1978. Bardani ha cominciato al cinema con “Ti stramo”, ha avuto tanta visibilità in tv con la prima serie di “Romanzo criminale”, ha fatto ridere tanto a teatro con “B Side – Precari di Successo” e “Gli S-coppiati”, ed ha girato il mondo con “Ce l’hai un minuto?”, cortometraggio con Giorgio Colangeli e Francesco Montanari, riconosciuto come il corto italiano più premiato del 2013, comprato da Rai Cinema. Mercoledì 25 e venerdì 27 giugno 2014 al Piccolo Re di Roma (via Trebula 5) Bardani porta in scena, riveduto e corretto, “Tutte Femmine tranne me… 2014”, di cui cura l’adattamento e la regia. In scena: Stefania Besi (mamma Clarissa); Alessio Dantimi (Andrea); Ambra Insaudo (Nicoletta); Danila Muzzi (BB); Ornella Petrucci (Zia Flo); e Tiziana Romanelli (Cri). Al centro della narrazione donne precarie nell’amore e nel lavoro, viste attraverso lo sguardo di un ragazzino: un uomo che si sta formando diventa così l’arbitro di un universo femminile in balia delle onda delle vita a tutte le età. “Sono felicissimo di tornare in scena con questo spettacolo – dichiara Alessandro Bardani Andreasi -. Lo scorso anno ci siamo divertiti insieme al pubblico e l’impatto emotivo che ha avuto ‘Tutte femmine tranne me’ è stato davvero notevole. Questa stagione torniamo in scena con un cast più ampio e uno stile registico più complesso, ma che non intacca minimante la freschezza e l’immediatezza della rappresentazione”.

La mente del Don Giovanni e il teatro dell’assurdo (gli amici folli, hanno sempre il benvenuto…)

 

Locandina Don giovanni

 “La mente di Don Giovanni”

Come suggerisce il titolo stesso, il protagonista di questa commedia, messa in scena  da L’Allegra Compagnia Degli Assurdi, non è Don Giovanni, bensì la sua mente; che nella fattispecie è incarnata dal suo astutissimo servo, Stringichiappa: un vero ingegnere della truffa e della burla, in grado di ordire diaboliche trame ed architettare complessi inganni con estrema facilità.
Don Giovanni si serve di lui e delle sue trovate geniali per riuscire a soddisfare le proprie smanie di donnaiolo e seduttore instancabile.

L’introduzione di questa singolare “promozione del servo” contribuisce a rendere gli intrecci molto più avvincenti, complessi e vivaci rispetto a quelli messi in scena nelle molteplici “reincarnazioni” del libertino spagnolo, susseguitesi nel corso dei secoli (pur nel rispetto di tutti gli altri elementi fondamentali del filone in cui si inserisce: il famoso elenco delle donne conquistate da Don Giovanni, la sua “condanna” a perpetrare in eterno il ciclo “seduzione-abbandono” e la sua punizione per mano del celebre convitato di pietra).
Come nei più illustri precedenti (Tirso de Molina, Molière, Da Ponte/Mozart), anche qui i personaggi – ad eccezione di Stringichiappa – sono tipologici ed estremamente schematici, privi di una minima individualità o complessità psicologica (troppo creduloni o condizionabili per essere reali); ciò conferisce alla commedia un’atmosfera di voluta “leggerezza” e divertente superficialità.

 

Note di regia… ovviamente assurde

Se fosse un animale, questo Don Giovanni che animale sarebbe?

Proboscidato?

L’epoca di ambientazione è in linea con quella delle più illustri opere?

Non so a quali “più illustri opere” fa riferimento… Questa domanda è palesemente provocatoria. Dal punto di vista dell’illustrismo apparteniamo decisamente al futuro, dal punto di vista del lustrismo al presente, se ci riferiamo a un ambito più prettamente storicistico, poiché viviamo in epoca post-storica, possiamo fare riferimento soltanto al passato. A me personalmente piace l’epoca di Tutmosis Terzo, ma se lei preferisce i Babilonesi o i Protoincaici possimo scrivere così.

Se invece de “La mente” del Don Giovanni, ne fosse il lamento? Ammesso che abbia motivo di lamentarsi…

In effetti, la mente di Don Giovanni non è Don Giovanni, per cui a lamentarsi non è lui, ma al limite la mente altra da lui. Don Giovanni infatti non ha motivo ma neanche modo di lamentarsi. Essendo puro ente desiderante e destinato per questo all’eterna insoddisfazione, pena la scomparsa come tale entità-identità, Don Giovanni potrebbe forse in un movimento introiettivo di autocoscienza lamentarsi di questa insoddisfazione, ma per questa coscienza dovrebbe avere una mente che non può avere (de facto usa quella del servo che infatti rompe sempre l’anima coi lamenti)

Se è per questo c’è anche la menta di Don Giovanni, ma non piaceva il verde per cui meglio la mente. E poi la menta è decisamente in calo di ascolti. Al limite il chinotto

Don Giovanni per scelta o per scelta d’altri?

Non lo so in quel momento ero in bagno

Quali personaggi ruotano intorno a questa figura? Ne abbiamo mai sentito parlare?

Se vuole insinuare un parallelismo tra Don Giovanni e il Motore Immobile faccia pure, comunque è tutto sulle pagine gialle

Scelte del cast, sviluppi in corso d’opera, il manichino ed il lavoro svolto con lui insieme a Claudia, la nonna e la nipote … questi del punto 7 più che domande sono spunti per eventuali elementi/argomenti da sviluppare nelle note di regia

Ritenta sarai più fortunato

Chi siamo noi e chi sono i personaggi coinvolti nella messa in scena?

Non sono autorizzato a rivelare l’identità dei personaggi coinvolti in questo vero e proprio atto criminale contro il teatro. E poi le grandi domande chi siamo dove andiamo che cosa ci facciamo qui presuppongono l’abuso di sostanze illecite.

Le domande senza risposta

– Perchè? – Ma ne è sicuro?- E’ consapevole che sta buttando nel cesso la sua reputazione?- Di che colore sono i capelli biondi di Don Giovanni?- Se la mente di Don Giovanni è Stringichiappa, le chiappe che stringe Don Giovanni di chi sono?- Se fosse foco?- Se fosse poco?- Se fosse oco?- Un ultimo desiderio?

L’abbiamo vista spesso in teatro (e non solo) nelle vesti d’attore. Ora assistiamo per la prima volta a una sua regia. In che ruolo si riconosce meglio? Ha già fatto altre regie in passato? E com’è stato assumere il ruolo di regista? Cosa pensa del rapporto regista- attore?

In effetti mi sembra di ricordare la sua faccia, lei era in teatro gli stessi giorni nel ruolo di Attore, ma anche a volte di Spettatore… Sì il personaggo dell’Attore mi piace molto, però a fare sempre lo stesso personaggio ci si annoia. Comunque mi hanno incastrato in questa cosa mentre ero ubriaco, una vera truffa, mi dicevano “dai, l’hai fatto tante volte.. e poi in questo spettacolo è pieno di donne” lì per lì dicevo “boh? ma quando mai?” e io dopo per eccesso di delicatezza ho fatto finto di nulla. Sul rapporto tra R. e A. non mi pronuncio, mi faccio gli affari miei. Comunque sono per la libertà. Ah per inciso le donne ho scoperto che erano dipinte. Facciamo un salto indietro: ci potrebbe dire come è partito questo progetto? La scelta dei ruoli? Lo sviluppo delle prove?

Senta lei non può dire “facciamo un salto indietro” e poi salto da solo, mi sono quasi spaccato la schiena! Che scherzi del cavolo.. come le dicevo mi hanno messo immezzo, il cast era già deciso, come il testo e il resto. A me avevano detto che era un musical su Ionesco con le musiche degli Electric Light Orchestra… Invece è la solita cosa assurda di Lodovico Bellè.

Questo Don Giovanni cosa ha di diverso? Cosa dovrebbe spingere la gente a vederlo?

Non saprei che ha di diverso, sicuramente non è verde. Riguardo la seconda domanda, penso che un buon bastone sia un argomento più che convincente.

Rapporto autore- regista? Testo- Regia? Cosa pensa in merito?

Non amo il gossip, comunque non mi piacciono le ammucchiate.

Un gruppo di persone provenienti da percorsi di vita diversi, formazioni artistiche differenti, uniti e accomunati dal filone assurdialogico a cui abbiamo potuto assistere in tutti i luoghi anche i più disparati e non convenzionali teatri… Ma cos’è che in voi fa la differenza? Siete davvero così assurdi o è solo apparenza?

Direi che la cosa veramente assurda è che ancora riusciamo a lavorare gratis senza sputarci in faccia.

Abbiamo notato la new entry nei panni di Luca… E qualche volto in meno che ci aspettavamo di vedere…. C’è un ricambio continuo nella vostra compagnia?

Ah l’ha notato? Io per capire che un attore era un manichino ci ho messo un mese… pensavo che non rispondeva perché era stronzo.

Qual’è il messaggio di questo spettacolo? Voglio dire.. Perché raccontare questa storia?

No si sbaglia non era un “messaggio”, era un “massaggio”, era una idea pubblicitaria da paura abbinare un buono per il centro estetico cinese al biglietto dello spettacolo. Poi il centro estetico l’hanno chiuso con la solita scusa dello sfruttamento. Per me è razzismo. Non lo so perché Lodovico Bellè dopo aver scritto questa commedia ha sentito il bisogno di divulgarla anziché darla alle fiamme… Forse perché ogni autentica mente criminale sente il narcisistico irresistibile bisogno di far conoscere le proprie gesta, con la recondita speranza di farsi scoprire.

La scelta del manichino, delle canzoni, delle coreografie..Erano elementi presenti già nella scrittura del testo?

Guardi, sarò sincero, ero totalmente a corto di idee, e ho riciclato il materiale di un altro spettacolo. Infatti non c’entrano una sega.

Cosa pensa del sistema che regola i grandi teatri, le compagnie stabili e delle condizioni in cui si muovono le piccole compagnie?

Credo che il Turkmenistan sia ancora un bel posto per le produzioni artistiche indipendenti.

$In voi tutto è molto artigianale non avendo alle spalle grandi produzioni. Il risultato artistico ne è valorizzato? Valorizzato ‘sto cefalo! Datemi tre milioni di euro e poi vedi! Riguardo le produzioni alle spalle, più sono grosse più fanno male…

Perché fa teatro? Ha una missione o ambizione in questo ambito?

Che ne so, soldi, donne… macché è tutto un equivoco, io facevo il piastrellista a Civitavecchia, mi avevano detto “vieni a lavorare in teatro” e mi credevo che si trattasse di smontare dei pannelli di cartongesso. Invece guarda dove siamo andati a finire.

Progetti futuri?

Aprire uno smorzo in Turkmenistan.

ARRIVEDORCI

Olive dorci

L’Allegra Compagnia Degli Assurdi porterà in scena “La mente di Don Giovanni” di Lodovico Bellè, il 24 maggio (ore 21,00) e il 25 maggio (ore 18,00 e ore 21,00) al Teatro Abarico, in via dei Sabelli 116, Roma.

L’Allegra Compagnia Degli Assurdi è un gruppo teatrale romano, nato ufficialmente con la rappresentazione degli Assurdialoghi di Lodovico Bellè al teatro Manhattan di Roma, il 13 gennaio 2012… e da allora non si è più fermato!!

 

“Avrei voluto un amico come lui”, un omaggio a Rino Gaetano

rino ok

Carissimi, vi segnalo questo spettacolo che si terrà il 30 ottobre al Teatro delle muse di Roma. “Avrei voluto un amico come lui”, un omaggio al grande Rino Gaetano

La  pièce teatrale è un atto dovuto nei riguardi del cantautore romano di origini calabresi perché nessuno come il cantautore scomparso nel 1981, cantò le malvagità di questo paese. Morto o ammazzato?

Oggi, sabato 21 settembre dalle 10,00 alle 13,00 presso il botteghino del teatro delle muse di via forlì a Roma gli autori David Gramiccioli, Paolo Franceschetti e il regista Bruno Bucciarelli, vi aspettano per la prevendita

Il costo del biglietto, 12,50, è un prezzo volutamente popolare con il quale la produzione intende esclusivamente coprire le spese.

La lettera di Natale

Natale in casa Cupiello. Scena dei Re Magi

Natale in casa Cupiello. Il presepe

Il Teatro della mia infanzia

Dove si assiste alla grande festa per la nomina di Enrico a principe di Galles…

È la sera del 4 giugno del 1610. Mezzo milione di persone sono raccolte festanti intorno al palazzo reale. Hanno il naso all’insù. Aspettano i fuochi di artificio. I migliori esperti del regno sono stati chiamati in gran segreto per preparare luminarie senza precedenti. Mai nella storia inglese una folla così imponente si è radunata per l’annuncio di uno sposalizio. E un vociare continuo, un rincorrersi di grida e di aspettative. L’attesa è quasi spasmodica. Le prime persone sono convenute nella piazza la sera del giorno prima. Ottimi affari hanno fatto i venditori di cibi, di dolciumi e gli spacciatori di pozioni di tutti i tipi. Penny e sterline rigonfiano in particolar modo le tasche dei mercanti di unguenti per la ricrescita dei capelli. Sono infatti cinque anni che le terre degli inglesi sono povere di ortaggi per i ripetuti rovesci atmosferici nel momento della raccolta della frutta. La pellagra divampa, come lo scorbuto, che causa una terribile irritazione del cuoio capelluto dovuta alla carenza vitaminica. Forse sarà anche per questo che il principe Enrico è tanto ammirato dalle donne: ha una chioma fluente che arricchisce il suo fascino.
Ma non è soltanto il sesso femminile ad ammirare il figlio di re Giacomo. Tutti lo ammirano. È forte, è deciso ed è soprattutto generoso. Dall’età di dodici anni si occupa dei problemi della sua gente e le sue passeggiate tra il popolo sono una vera e propria leggenda. Per questo ci sono cinquecentomila persone ad aspettare che sia proclamato principe del Galles. Non c’è un solo suddito inglese che non speri in lui. Tutti lo ritengono capace di rinverdire i fasti della grande Elisabetta I. Di più, potrà far prosperare tutto il paese e anche i popoli alleati. Sarà lo scudo contro la prepotenza degli Asburgo. Come un san Giorgio difenderà inoltre il suo paese dalla guerra di religione che sta diventando sempre più probabile, e questa è sicuramente la più vivida delle speranze che gonfia i cuori degli inglesi. Cuori che esultano non appena nel cielo avvampano le luminarie che assumono le sembianze proprio di un san Giorgio a cavallo. Il beato guerriero rimane nel cielo per attimi che sembrano interminabili, poi altri filamenti luminosi compongono la sagoma di un possente signore che ha delle stelle al posto delle mani, un philaster, un amante degli astri. Mentre i fuochi divampano in cielo una musica soave si diffonde, inducendo gli animi alla commozione. Quando la notte torna sovrana sulla piazza, un possente grido di giubilo irrompe per la città, sale per ogni dove, riempie ogni strada e palazzo, sfonda simbolicamente le porte della reggia e inonda le orecchie di Enrico spingendolo ad affacciarsi.
Non appena la folla lo vede ammutolisce per alcuni secondi, quindi ancora un potentissimo «hurrà!» che sembra provenire dai sentimenti profondi, dall’anima più che dalle bocche. Non basta. Si alza ancora un grido corale: «Lunga vita al principe di Galles!». Inneggiano a lui come se fosse già re. Non era mai accaduto prima e non si ripeterà nei secoli a venire. E la testimonianza visibile dell’immensa fiducia riposta in questo giovane che deve compiere il miracolo di allontanare la falce del conflitto di religione dall’Inghilterra e dall’Europa.

Come si è detto è il giugno del 1610, e due anni e quattro mesi dopo le attese di un intero popolo si rafforzano maggiormente quando sbarca a Grevesend Federico V, elettore del Palatinato. Alto, con lo sguardo penetrante, è gentile e affabile con gli umili. Sembra nei modi il sosia di Enrico. Ed è il promesso sposo di Elisabetta.
Un’unione benedetta da tutte le menti aperte del regno inglese e da quelle corti europee che desiderano fermare i conflitti di religione. E come se non bastasse, Federico ed Elisabetta si sono amati al primo sguardo. Eros, il padre di tutti gli dèi, ha colpito a fondo. L’uno sembra il completamento dell’altra. Si compenetrano e si comprendono perfettamente. Inoltre Enrico va d’accordo sul piano politico, ideale e filosofico con il futuro cognato. Hanno letto gli stessi libri, hanno le stesse speranze e nutrono una passione viscerale per l’occultismo, per la cabala e per le scienze esoteriche, come ha dimostrato sempre la Yates nel suo Cabala e occultismo nell’età elisabettiana.
È tutto così perfetto da sembrare una favola. Una situazione da arcadia tra fratello, sorella e innamorato. Non si tratta affatto di un vagheggiamento poetico, ma di una concreta combinazione che avviene nella libera Inghilterra, dove per una volta i sogni sembrano avverarsi.
Per trenta giorni si fanno i preparativi delle nozze. Dovrà essere una festa senza eguali. E proprio durante i preparativi i due promessi assistono ad alcune rappresentazioni teatrali. Sono stati Enrico, Federico ed Elisabetta à volere che fossero messe in scena due opere di un commediografo molto amato da Elisabetta I, ma adesso caduto in disgrazia sono il regno di Giacomo. Si tratta di William Shakespeare.
Le due opere sono Il racconto d’inverno e La tempesta.

Fermiamoci: è ora di leggere “attraverso” gli avvenimenti.
Iniziamo dalle due composizioni shakespeariane. Insieme con Cimbelino sono le opere a carattere magico del drammaturgo. Queste in particolare sono state create per riproporre incessantemente il tema della morte e della resurrezione. Ovvero morte a sé per tornare a sé. Una parte di noi stessi deve morire per far resuscitare una componente obliata, ma importante, che deve appunto risorgere, rinascere. È il rituale simbolico, sopravvissuto nei secoli, di Iside e Osiride. E Iside è la divinità femminile per eccellenza. Dunque i principi assistono a due commedie “magiche”, fortemente influenzate dal pensiero del maggior mago rinascimentale, Giordano Bruno. Con loro sono presenti tutti gli esponenti del cenacolo ermerico-magico di Elisabetta I e anche Francesco Bacone, il fondatore del metodo scientifico moderno.
Attenzione, i personaggi ci sono tutti. E c’è un filo unico a legare sottilmente la trama occulta: il teatro.
A uno sguardo attento lo troviamo ovunque.
Dunque i tre principi vanno a teatro e a teatro si rappresentano due commedie magiche. Tra gli altri è presente Francesco Bacone. Filosofo importantissimo.
Infatti in una sua opera, Nova Atlantis, veste i sapienti-filosofi con abiti bianchi e con un turbante bianco sormontato da un rubino. Si direbbero abiti di scena. Ma il movimento rosacrociano, che si farà riconoscere pochissimi anni dopo, afferma che gli adepti di questo gruppo devono vestire con abiti bianchi e portare un turbante sormontato da un rubino. Esattamente come i sapienti di Bacone. Questi dice che i sapienti sono in realtà i Rosacroce, basta saperli vedere. E qui è il difficile, perché i Rosacroce sono definiti e si autodefiniscono invisibili. Non scopribili appunto per nessuno tranne per chi riesce a individuarli attraverso le segrete trame, o meglio le “oscure trame” per parafrasare il titolo di un libro di Pietro Cimatti che tante cose, a questo riguardo, aveva ben individuato. Noi stiamo facendo questo, li stiamo “individuando”. Perché tutta questa vicenda verte su di un asse trasversale: il movimento dei Rosacroce e il particolare linguaggio della Yates vuole, a mio modesto giudizio, mettere sulle tracce di questo movimento.

Ritorniamo a Bacone che fa vestire i suoi sapienti come attori di teatro.
I Rosacroce, nei loro manifesti la Fama e la Confessio dicono a loro volta di vestirsi come i sapienti di Bacone, ovvero come attori di teatro.
Tutti i grandi misteri e relativi riti prevedono che l’iniziato diventi un attore, interpreti il dio che è in lui, sia questi Dioniso, il dio delle donne, o Iside stessa.
L’officiante della magia è da sempre un sacro attore.
Il teatro, in senso sacrale, unisce i maghi rinascimentali: Giordano Bruno, con la regina Elisabetta, con Federico V, con la sua promessa sposa Elisabetta, con Shakespeare, con Francesco Bacone e quindi finalmente con i Rosacroce.
È importante questo passaggio: Bacone filosofo stimatissimo e fondatore della Accademia reale delle scienze, quando descrive i sapienti abbigliati come i Rosacroce, compie un’operazione rischiosa. La magia è sempre al bando in Europa. Quindi per esporsi deve innanzitutto credere fermamente in quello che fa, come in una missione, e deve avere inoltre un motivo più che valido. Adesso ci è utilissimo leggere quello che oggi afferma Elémire Zolla a proposito dell’ornamento, ovvero degli abiti: «L’ornamento era nella concezione arcaica non un’aggiunta frivola, ma un intervento magico… L’ornato investe di certi poteri chi lo indossa…». L’abito in questione, che dà poteri magici, è comune sia ai sapienti descritti da Bacone sia ai Rosacroce. Citare a questo punto gli uni vuol dire anche “evocare” gli altri. Sapienti=Rosacroce. Perciò la sapienza è dei Rosacroce. Ma Bacone è anche amico intimo di Shakespeare e si dice che abbia persino aiutato il drammaturgo nella scrittura o sia stato un suo ispiratore. Altri affermano persino che siano la stessa persona, cosa a cui non credo minimamente, ma di sicuro sono affini e amici “fraterni”. Quindi c’è un legame, traslato, anche tra i Rosacroce e Shakespeare. Il nesso è appunto Bacone che, per chiamare in causa in modo così esplicito il movimento, doveva aver ricevuto l’incarico di farlo o, più probabile, doveva aver concordato la strategia generale di propaganda della loro fede, a cui evidentemente aderiva nel profondo del proprio Io. In ogni caso Bacone è il legame tra la compagnia teatrale di Shakespeare e i Rosacroce, gli “invisibili”.
Costoro invece, in base a quanto abbiamo trovato, diventano adesso visibili ai nostri occhi, sia mediante il filosofo e sia grazie alla stessa Yates. Abbiamo infatti capito che erano tutti coinvolti. Da Federico V a Elisabetta I a Elisabetta figlia di Giacomo a Enrico il principe sfortunato, vedremo tra poco il perché di questa sfortuna. Ma in particolar modo sono legati con i Rosacroce, che vestono come i sapienti e i sapienti vestono come loro, e che si definiscono anche “attori”, come quelli appunto che rappresentano La tempesta e Il racconto d’inverno. Ma quelli lo fanno “per mestiere”. Attenzione, è questo il punto. I filosofi-saggi di Bacone vestono “per mestiere” come i Rosacroce. E questi sempre “per mestiere” si dichiarano invisibili, ovvero assumono mille abiti e mille maschere per rendersi irriconoscibili nella vita civile. E chi veste mille abiti? Sempre gli attori che assumono appunto, per mestiere, mille facce. Come i Rosacroce. E come l’uroburo, il serpente che si morde la coda. C’è un aggancio preciso tra la compagnia teatrale di Shakespeare e i Rosacroce. E questo che la Yates voleva dire tra le righe, tra i fili del suo discorso: fili=tela=telaio=cerimonia magica.
Tutti i protagonisti di questa immensa “scena” seicentesca praticano e diffondono la magia. E la Yates con le sue parole-angeli, invia a sua volta un messaggio a carattere magico.
La storia continua anche oggi. Anche oggi ci sono le trame magiche, le trame invisibili. Che invece adesso abbiamo per un momento reso manifeste sulla grande tela che dal Rinascimento, passando avanti e indietro attraverso i secoli, è giunta fino a noi.

La storia ci dice che Enrico, il principe del Galles, si ammala di un morbo misterioso e che muore di febbri, da cui la frase della Yates che ci ha consentito di far luce su tutto il disegno “ornato” (a proposito vedi l’articolo La Grande Madre – Dove si va a vedere la città incantata, Heidelberg, dove si scopre un segreto di una grande studiosa e dove si arriva a Shakespeare e compaiono i Rosacroce). Sempre la storia testimonia che Federico V e Elisabetta si sposano ugualmente e si stabiliscono nel Palatinato dove per sette anni concretizzano il regno del Femminile in terra. E sempre la storia ufficiale ci dice che al loro seguito ci sono stampatori che anche prima di lavorare con loro avevano già pubblicato opere di carattere magico, come quelle di Giordano Bruno, e che intensificano nel Palatinato questa loro attività, finalmente allo scoperto. Non a caso si pubblicano anche Le nozze chimiche di Christian Rosenkreutz, ovvero le nozze dei Rosacroce. Ancora quei fili misteriosi che potremmo continuare a riannodare all’infinito e come faremo in seguito. Ma ora è importante sottolineare una cosa. A quel tempo dunque c’erano degli editori che pubblicavano, più o meno segretamente (invisibilmente?) testi magici. E cosa accade ai giorni nostri? Non è importante rispondere subito, domandiamoci invece perché Elémire Zolla si dichiari neognostico. E perché intellettuali e case editrici che ancora oggi si occupano di divulgare opere “magiche” incorrano tanto spesso in ostracismo diffuso proprio come capitava allora, fatta eccezione per il regno settennale di Federico ed Elisabetta.
Niente di nuovo sotto il sole, direbbe Giordano Bruno.
Iside continua imperterrita il suo cammino verso il trionfo del Femminile.

La Grande Madre — Dove si va a vedere la città incantata, Heidelberg, dove si scopre un segreto di una grande studiosa e dove si arriva a Shakespeare e compaiono i Rosacroce

Heidelberg appare sul fiume Neckar nel Baden-Württemberg, il celebre Palatinato. “Appare”, sì, perché è come un’epifania, al di là del corso d’acqua con il centro storico che inizia dal ponte vecchio e termina nei boschi, nei giardini alla fine dell’abitato. Sulla destra, per chi guarda da fuori del paese, c’è il castello con il palazzo di Federico e tutt’intorno la natura che entra ancora oggi nelle case e nei palazzi come un unico tessuto vivente. Heidelberg è un corpo unico, anzi, è materia vivente. Da qui la sua malia che terrorizzò Heinrich Böll, visitato da incubi cattolici. In un suo racconto tutti rimproverano al giovane protagonista: «Vai troppo spesso a Heidelberg». Glielo dicono la fidanzata, i genitori e i professori, ovvero tutte le forze che simbolicamente “costringono” la vita di un giovane borghese in un ambito di “correttezza”, cioè di prigionia dorata. In verità le persone retrive provano una spontanea repulsione per questo luogo. Non fa per loro. È come uno di quei miti, di cui parla Hillman, circondati da un’aura energetica invisibile che allontana le anime brute. La città di Federico ed Elisabetta è stata concepita e voluta come il paradiso in Terra, come luogo ideale, un po’ come Pienza di papa Enea Silvio Piccolomini, solo molto più in grande. E un microcosmo che rappresenta l’infinita armonia dell’universo. Il castello, eretto sul luogo dove viveva Jetta, la maga più celebre di Germania, è la testa pensante. Il paese è il corpo armonioso e i giardini sono le terminazioni nervose, le vene, le arterie e i sentimenti. Questi sono meglio noti come l’Hortus Palatinus, e furono commissionati dallo stesso Federico V all’architetto e alchimista francese Salomon de Caus, che ha realizzato un miracolo di proporzioni e di dolcezza distribuito su cinque terrazze collegate da numerose scale e fontane. Una sensazione di benessere pervade chiunque li attraversi. E pensare che quello che è rimasto è nulla rispetto al progetto originale. Immaginiamoci il suo splendore all’epoca di Federico ed Elisabetta. I due sposi giunsero nella città nel 1613 e trasformarono il borgo fortificato in uno scrigno tardo rinascimentale. Via bastioni, merlature, garitte e trincee inutili. Al loro posto costruzioni che ripetevano in Terra il periodare eterno delle stelle. Così nacque il Friedrichsbau, la dimora di Federico che si affaccia nello stesso cortile dove c’è l’Ottheinrichsbau, forse il palazzo rinascimentale più completo, in senso ermetico, dell’intera germanità. Un intreccio di mitologia e concezioni filosofico-ermetiche che proietta il visitatore in una dimensione di riflessione tutta interiore. L’esterno porta all’interno. Conduce nei giardini dell’anima e in questo stato psicologico può accadere di tutto. Successe così anche a me.
Provenivo dall’Hortus, dove ciò che avevo osservato era coniugato con quanto avevo letto sul primitivo splendore del giardino, mirabilmente descritto da Frances Yates nel suo L’Illuminismo dei Rosacroce. Tra le siepi vedevo con l’immaginazione le statue che cantavano e le fontane che cambiavano colore secondo il progredire delle costellazioni zodiacali. Così mi figuravo la vita della città ideale dove arte, filosofia ed ermetismo si intrecciavano come in una sublime partitura musicale. Imbevuto di sogni avevo imboccato il sottopassaggio che si incuneava tra le torri “delle polveri” e “del farmacista” ed ero sbucato davanti ai resti del palazzo di Federico, deturpato da un incendio appiccato dagli sgherri degli eserciti cattolici dopo che ebbero conquistato la città nel 1620. Ma forse le rovine erano ancora più suggestive. Il non visto mi suscitava fantasie rutilanti e improvvisamente mi venne in mente una frase che avevo letto in un altro testo della Yates, Gli ultimi drammi di Shakespeare. La studiosa, parlando della morte di Enrico, il fratello di Elisabetta, aveva scritto testualmente: «Il 17 novembre 1612, appena un mese dopo l’arrivo [a Londra] dell’elettore palatino, il principe Enrico moriva a diciannove anni. L’elettore aveva circa la stessa età, la principessa Elisabetta era minore di poco. Il gruppo dei giovani, la speranza del futuro, aveva ricevuto un colpo schiacciante. Il loro più forte campione era stato allontanato, del tutto inaspettatamente e all’improvviso, dal palcoscenico di questo mondo, sul quale non aveva ancora recitato la sua parte». Apparentemente nulla di strano in queste parole. Eppure in me provocarono una folgorazione.
Ecco perché.
«…era stato allontanato, del tutto inaspettatamente e all’improvviso, dal palcoscenico di questo mondo, sul quale non aveva ancora recitato la sua parte». La Yates, studiosa di rigore, attentissima a ogni parola, adoperava una terminologia teatrale: “palcoscenico”… “recitato la sua parte”. Perché improvvisamente e volontariamente usava queste parole “fuori luogo”? Mi sovvenne anche una affermazione di James Hillman relativa proprio alle parole riportate nei Fuochi blu. Lo psicanalista scrive: «Abbiamo bisogno di una nuova angelogia delle parole… Abbiamo bisogno di ricordare l’aspetto angelico della parola, di riconoscere le parole come portatrici autonome di un’anima tra una persona e l’altra. Abbiamo bisogno di ricordare che le parole non sono solo qualcosa che noi inventiamo o impariamo a scuola… le parole, come gli angeli, sono potenze che esercitano su di noi un potere invisibile… perché le parole sono persone». Le parole-persone della Yates rimandavano al teatro. Questo era il messaggio nascosto della Yates, questi erano e sono gli angeli che la studiosa di filosofia ermetica ha occultamente mandato attraverso il suo libro. Mai prima di quel momento, in tutti i suoi scritti, si era servita di termini teatrali; se l’aveva fatto in questo preciso contesto, continuavo a rimuginare freneticamente, doveva avere un senso e volevo scoprirlo. Bisognava capire il perché di questo messaggio inviato nella “bottiglia” del libro. E mi vennero in mente alcune connessioni. Elisabetta e Federico, prima e dopo la morte del principe Enrico, furono in contatto con Shakespeare, uomo di teatro e inoltre i Rosacroce nei loro “manifesti”, la Fama e la Confessio, definiscono se stessi “teatranti”.
Una folgorazione dentro la folgorazione. Erano in tre a usare termini teatrali: Shakespeare, e fin qui nulla di strano, quindi i Rosacroce, e poi, in maniera alquanto sconcertante, la Yates nella descrizione di Enrico morente e del dolore di Federico ed Elisabetta.
La Yates non era certo tipo da usare le parole a caso e impunemente. Quindi voleva che qualcuno – e chissà in quanti l’hanno fatto al mondo e non dicono nulla – collegasse appunto Federico, sua moglie Elisabetta con Shakespeare è tutti loro con i Rosacroce. Il punto era capire il perché di questa arcana trama che la ricercatrice inglese aveva gettato nel suo libro. Esattamente come un ricamo invisibile tracciato “con sapienza” sulla stoffa del suo telaio Femminile.
Ho esaminato con molta attenzione la questione, e adesso propongo di seguire il filo che ho individuato nella tela della Yates per capire, o solo per tentare di capire, l’enigma gettato da lei come una sibilla “mascelle feroci”, che appunto non dice, come afferma Giorgio Colli, ma accenna appena. Occorre ripartire da quegli anni lontani, dal 1613. Dallo sfondo umbratile dove compaiono i personaggi che erano presenti alle nozze dell’elettore del Palatinato con la figlia del re di Inghilterra e che furono loro vicini nei sette anni, dal 1613 al 1620, in cui trasformarono Heidelberg nella città degli incantesimi e della speranza.
La vollero paese-crogiuolo dove ermetismo, filosofia, scienza, natura, riti e simboli indicassero ossessivamente, per tutto il tempo che ne ebbero il potere, lo stesso concetto e utopia: questo è il regno dell’accoglienza, dell’accettazione, dell’immaginario, della tolleranza. Questo è il regno del Femminile.
Ma nel frattempo sarebbe lecito domandarsi: se Federico ed Elisabetta sono stati così espliciti, ed erano tempi difficili, perché non lo è stata altrettanto la Yates?
I due giovani sposi avevano il potere. Mentre le donne, da sempre, sono costrette a nascondersi per affermare il loro mondo. Devono abbindolare e tessere in segreto. Altrimenti arrivano “i padri” supponenti che deridono e, deridendo, distruggono. La Yates si è “protetta”, ma non ha rinunciato ad “accennare”. Dobbiamo imparare a leggerne la trama.