L’immaginazione ermetica V

Dopo il 1473 Ficino si sente così sicuro delle sue ricerche e dell’appoggio di Lorenzo de’ Medici da iniziare un’ardua e pericolosa dimostrazione speculativa: l’unità tra filosofia e ragione.

Il lettore, che non si interessa specificatamente di filosofia, dovrà adesso compiere una piccola fatica per esaminare il pensiero di Ficino (e poi di Pico), ma sarà ricompensato nel constatare la forza e il coraggio delle loro concezioni.

La novità teorica è il concetto di centralità di tutti i gradi dell’essere, che racchiude in sé l’universo, dove, conseguentemente, non vi sono “parti” privilegiate da un punto di vista “qualitativo”, bensì tutto concorre a un disegno unitario. In tale sistema è vitale l’azione dell’uomo, perché con la sua azione concreta deve ricondurre il mondo della materia alla divinità. La storia dell’uomo è insomma la storia stessa dell’universo e della sua redenzione mediante la razionalità umana, che tutto investiga e conosce. L’uomo è dunque un mediatore tra mondo e Dio, una copula mundi in perenne tensione per diventare Dio, processo di adeguamento al divino che si attua allorché l’umanità esplica il dono della ragione. Quando l’uomo pensa, specula, riflette, proprio in quell’istante si avvia sulla strada che lo conduce a adeguarsi alla divinità.

Il contatto tra l’uomo e Dio si è sempre manifestato nei secoli mediante la luce intellettuale che il Perfetto ha instillato, come goccia irradiante, nei profeti, nei pensatori, nei poeti. Dio è perciò vivente nell’uomo, e nello stesso modo è presente nella natura, che nella propria essenza ha la qualità dell’essere infinito. La differenza, che Ficino evidenzia in questi concetti, è totale rispetto al pensiero degli scolastici contro cui polemizza.

L’uomo e la natura sono visti come partecipi del divino in senso qualitativo, elementi di un mosaico universale, in cui occupano un posto indispensabile.

Questo è il punto, l’umanità e il mondo sono necessari all’armonia dell’essere, quindi non eliminabili secondo il capriccio di Dio.

Tali pensieri fanno parte di due opere di Marsilio, la Religione cristiana e la Theologia platonica. In quest’ultima il filosofo si spinge anche oltre, fino ad affermare l’unità filosofico-religiosa della tradizione che, partendo dai profeti biblici ed evangelici, dai poeti dell’antichità, dai saggi mistici del Medioevo, dai cantori ispirati del tempo presente, dimostra come la verità sia una sola, e quanto le differenze tra ebrei, cristiani, islamici, platonici, aristotelici, siano fittizie. Artifici creati da uomini spregevoli per dividere e separare l’umanità. Ma c’è sempre stata una corrente di pensiero che ha riportato la verità, che ha testimoniato l’unità della sapienza. È la tradizione platonica, neoplatonica, ermetica.

Gli argomenti della Theologia platonica sono tutti riconducibili al Corpus hermeticum, cui abbiamo accennato precedentemente. Insomma Ficino, partito da Platone, è arrivato a far proprie tutte le tesi magiche del Corpus. Anche questo testo afferma che la filosofia di Platone ha unificato tutte le culture, creando un sapere unitario, che può appunto definirsi magia.

«I testi ermetici» sostiene Garin «costituiranno per Ficino un punto di riferimento costante, una testimonianza privilegiata della prisca theologia, un documento mirabile che manifesta gli arcana mysteria, ben degno di essere collocato da Lattanzio fra le Sibille e i Profeti. Orbene è proprio in questa prospettiva che egli trovava la conferma e il fondamento metafisico e teologico della astrologia e della magia.»

L’intervento che abbiamo riportato anticipa anche un’altra questione. Oltre alla magia, trova ospitalità in Ficino, e in altri umanisti, la cosiddetta astrologia esoterica. Ovvero una disciplina che non vuole predire il futuro degli individui, dei popoli, o delle nazioni, ma studiare il carattere della persona che ne faccia richiesta, le sue costanti, le prerogative specifiche, le potenzialità. E superfluo dire che l’astrologia esoterica era presente nel Corpus hermeticum, sempre più studiato dagli umanisti della Accademia platonica fiorentina. Ormai la magia occupa le menti di questi filosofi. Tanto è vero che Ficino, nel terzo libro del De vita (opera successiva alla Theologia), compie un’esaltazione totale dell’Asclepius (uno dei testi ermetici presenti nel Corpus), opera attribuita a Ermete Trismegisto. Un sapiente immaginario, ritenuto invece dagli umanisti realmente vissuto, e persino collocato in un preciso tempo storico, quello di Mosè. Invece Ermete Trismegisto (ovvero tre volte grande) è solo un simbolo, adoperato in Alessandria per designare la figura del maestro immaginario dagli studiosi di magia del II secolo dopo Cristo che si definiscono “ermetici” perché custodiscono il segreto dei riti più significativi della scientia.

Tornando al De vita coelitus comparanda (terzo volume del De vita), Ficino afferma che l’opera di Ermete Trismegisto, ovvero il Corpus, è consona al cristianesimo e a tutte le verità rivelate. Come lui, Marsilio crede che ogni momento della vita dipenda dagli astri, o meglio, dal Sole, che si irraggia attraverso di essi. Ma non è una posizione deterministica, perché il Sole non decide del destino degli uomini. Influenza esclusivamente il corpo, la materia, mentre l’anima è guidata dalla intelligenza universale delle stelle. Le costellazioni e le configurazioni planetarie sono i simboli concreti che esprimono il pensiero di Dio; attraverso di esse si manifestano le leggi della intelligenza eterna.

Tutta l’astrologia è la traduzione, in linguaggio celeste, della realtà. Occorre saper leggere ogni espressione: dai colori delle pietre sino alle configurazioni astrali. Sono tutti parte del discorso dell’universo, punti diversi dell’Uno. Ficino compie precise analogie fra il corpo umano e il cosmo: erbe e alberi come peli e capelli, pietre e metalli come denti e ossa, tutto è reso vivo dalla vita che, come lui afferma: «Sboccia anche ancora più sopra la terra nei corpi più sottili e più vicini all’anima. Per il suo intimo vigore l’acqua, l’aria e il fuoco hanno in sé i loro viventi e si muovono. Questa vita riscalda e muove l’aria e il fuoco più della terra e dell’acqua. Infine vivifica al massimo i corpi celesti quasi capo, cuore e occhi del mondo. E finalmente, per mezzo delle stelle come suoi occhi, diffonde ovunque nel mondo i suoi raggi non solo visibili ma veggenti» (Eugenio Garin, Lo zodiaco della vita, Laterza, 1982, pag. 83).

Tra i gradi dell’universo esiste così un perenne scambio di radiazioni e forme, ma esso è ambivalente. E possibile riverberare le forze del cielo nel cielo. Bisogna imitare le figure celesti in adatti e specifici talismani per captare e concentrare gli influssi delle intelligenze (attraverso le stelle). In tale messa a profitto di simili forze consiste appunto l’opera del mago.

Anche le parole e i canti servono allo scopo: sono utilizzabili come le figure astrali (costellazioni) immaginate dagli egizi e dai caldei (le immagini mentali, capaci di assumere in sé e quindi di convogliare sulla mente che le ha pensate gli influssi dei corpi celesti, saranno poi gli strumenti dell’opera di immaginazione di Giordano Bruno), oltre a quelle create da Albumasar e da altri esponenti della tradizione magica platonica.

Le potenze del cielo sono catturate dal simulacro che le imita, riproducendole in maniera adatta, e agiscono mediante lo spirito. Per questo, sostiene Ficino, si scolpisce un Mercurio di marmo, nell’ora di Mercurio, quando sorge Mercurio, nelle sembianze di un uomo che scaglia frecce, per agire contro la febbre. Questa è l’operazione magica del tipo naturalis; essa si inserisce nell’universo per rendere la vita sulla terra più armoniosa, correggendo qualsiasi alterazione di ritmo, prendendo a modello il cielo.

Non è comunque sufficiente riprodurre l’universo nel suo proprio archetipo e osservarlo; occorre interiorizzare questa immagine dall’uomo riprodotta, contemplare nel nostro interno questo archetipo e assimilarlo. La meditazione sarà favorita se all’interno delle stanze della casa in cui si vive saranno riprodotte in immagini le componenti dell’archè. L’arte e la magia si incontrano per permettere all’uomo-microcosmo di adeguarsi al macrocosmo, grazie alla tecnica della contemplazione delle immagini. Botticelli, Tiziano, Giorgione e altri si pongono così come fabbricatori di immagini “universali”, archetipiche, infinite perché riproducenti la speranza di simboli antichissimi, per l’armonizzazione dell’umano.

 

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L’anima in viaggio con Tolkien, Collodi e Miyazaki

Dr. Massimo Lanzaro (Psichiatra, Psicoterapeuta)

Attraverso i secoli (con le successive rielaborazioni) le fiabe trasmettono significati nascosti e palesi, comunicandoli in modo tale da raggiungere la mente “ineducata” del bambino e quella “sofisticata” dell’adulto. In effetti vari autori, da Marie Louise Von Franz a Bruno Bettelheim, hanno mostrato come le fiabe popolari parlino il “linguaggio inconscio” di problem comuni a tutti gli uomini, con I conflitti, le crisi e le trasformazioni tipiche dello sviluppo dell’individuo e della collettività, al di là dell’intento narrativo contingente.Di solito le favole mostrano le tappe del processo di maturazione della personalità: I modelli di comportamento fondamentali della psyche e le situazioni tipiche della vita si presentano nelle fiabe “allo stato puro”, non contaminate dalla storia personale e dai contenuti dell’inconscio personale. In tal senso una fiaba è come un sogno, senza le varianti peculiari e le complicazioni che emergono dall’inconscio personale nell’attività onirica.Il fatto che tali narrazioni si tramandinocontribuisce a corroborare l’idea di una universalità di significato dei motivi archetipici. I vari personaggi infatti non devono essere intesi come ego, come persone, bensì simboli di strutture archetipiche (l’eroe che è in ognuno di noi, il vecchio saggio etc.): le fiabe non sono racconti delle esperienze personali, bensì prodotti delle comunità e della loro psiche collettiva e profonda.Le immagini di una fiaba, come quelle di un sogno, contengono spesso molti messaggi, che non si esauriscono in un’unica chiave di lettura e che a volte lo stesso autore potrebbe coscientemente aver ignorato. Jung affermava che studiare le fiabe è un buon modo per studiare l’anatomia comparata dell’inconscio collettivo, ovvero di quelli che si pensa siano gli strati più profondi e arcaici della psiche. In tal senso alcuni sostengono anche che il materiale delle fiabe sia compensatorio alle idee e ai valori del conscio collettivo nel momento storico in cui la fiaba è stata prodotta. Può pertanto offrire un nuovo punto di vista su problemi che magari la cultura dominante non sa come affrontare.C’è un filo rosso che lega II mio vicino Totoro (Tonari no Totoro, 1988) e Lacittà incantata (Sen To Chihiro No Kamikakushi, 2002), tanto che si potrebbe considerare i due film complementari. Ma ci sono elementi, “costanti naturali” che troviamo in narrazioni tanto datate (Pinocchio ad esempio) quanto recenti (Il Signore degli Anelli).Le storie si aprono infatti con un trasferimento (il tema del viaggio, della crescita, del percosrso verso l’individuazione). Tutte queste narrazioni sono la storia di un “viaggio” in senso letterale e metaforico.Nel Signore degli anelli la meta del viaggio è la distruzione dell’anello con le sue valenze simboliche. Ne II mio vicino Totoro, Mei e Sutsuki lasciano la città per la campagna. In La città incantata, assistiamo ad un analogo spostamento: dallo spazio urbano a quello rurale. Dal kosmos razionale della Cultura al kaos irrazionale della Natura. Le tangenze continuano: in entrambi i casi, il portale tra il mondo “reale” e quello “fantastico” è rappresentato da un tunnel. In entrambi i film, la dimensione soprannaturale è onirica (inconscia), quasi fosse frutto dell’immaginazione della piccola protagonista (Chihiro qui, che non a caso, si chiede più volte «Sto forsesognando?»). Totoro e La città incantata raccontano la medesima storia: in momenti di grande stress psicologico (la malattia della madre nel primo, la sparizione dei genitori nel secondo, due metafore del crescere), le piccole protagoniste se la cavano da sole, acquistando, nel contempo, una nuova capacità di guardare e comprendere il mondo. Il tema della percezione è centrale. Il doppio ruolo di bambina e donna, consente a Chihiro, Mei e Sutsuki di cogliere ciò che gli adulti – che hanno ormai smarrito la purezza e l’innocenza – non sono più in grado di vedere. La percezione infantile ha dunque un’efficacia epistemologica che trascende quella degli adulti. Il fantastico coesiste con la ratio, ma solo i più innocenti e vulnerabili, i “puer”, sono in grado di comprenderlo.Se II vicino Totoro era “Alice nel Paese delle Meraviglie,” allora La città incantata è «Alice attraverso lo specchio». Come nelle opere di Carroll, la piccola protagonista finisce catapultata in un mondo magico e assurdo, esilarante e terrificante, in cui il nonsenso e il grottesco rappresentano la normalità (di nuovo, verosimilmente l’inconscio). E come nell’opera di Carroll, anche qui il linguaggio gioca un ruolo fondamentale. La perdita del nome (identità), o meglio, la sua trasformazione in numero, conduce all’alienazione, in senso hegeliano e marxista assieme, ma è anche un punto di partenza.Marxista, perché Miyazaki da sempre usa il cartone animato per muovere una critica almodello capitalistico. In La città incantata, Yubaba dirige con il pugno di ferro una sorta di centro estetico per gli spiriti che popolano il mondo. L’arpia trasforma gli esseri umani in schiavi (Chihiro e Haku). In questa rilettura nipponica della dialettica servo-padrone. Come non ricordare invece Sauron e la sua volontà di sottomettere tutti i popoli liberi, e verosimilmente lo stesso intento polemico di Tolkien contro gli usi/abusi della società contemporanea.I dipendenti del centro termale idolatrano il Dio Ricchezza (l’oro prodotto dalle mani del fantasma “Senza Faccia”) sono destinati allo scacco. Allo stesso tempo, per Miyazaki, l’unico modo di uscire dall’impasse è lavorare. Come in Kiki servizio di consegne (Majo no Takkyubin, 1988), anche qui la giovane protagonista deve guadagnarsi il diritto a esistere. Kiki, la tredicenne apprendista fattucchiera, lavora come fattorina di una panetteria per pagarsi l’affitto. Chihiro, dopo aver perso genitori, nome e ogni ricchezza materiale, supera il momento di difficoltà diventando una “donna delle pulizie”. Ma chi la dura, la vince. Chihiro e Kiki conquistano l’emancipazione grazie al sudore della loro fronte. Il processo di palingenesi dell’eroe di Collodi e di quelli di Tolkien procede di pari passo. Chihiro esce profondamente trasformata dall’esperienza con Yubaba. Prima di entrare nel tunnel è una bambina. Dopo esserne uscita, è una donna. Pinocchio da burattino diventerà un uomo.Il bacio accennato, ma alla fine mancato, tra Chihiro e Haku rimanda ad un’etica/estetica asessuata. Come nel “Signore degli anelli” la storia d’amore tra Arven e Aragorn è almeno inizialmente confinata ai margini della storia.Ne La città incantata, la metamorfosi dei genitori, avidi e ingordi, costringe Chihiro a lavorare per sopravvivere. Le figure genitoriali introiettate saranno al termine del processo di maturazione riconosciute come “persone” e non più come elementi superegoici.La preoccupazione ambientalista, altra costante di Miyazaki, appare qui stemperata dall’esigenza poetica. Nei mondi animati dell’autore nipponico, la natura si manifesta come una forza autonoma e dichiaratamente non-umana, se non esplicitamente anti-umana. Come non ricordare a riguardo, in parallelo, la ribellione degli alberi ne “Le due torri?”.Il mondo contemporaneo o post- industriale rappresenta infatti anche per Tolkien la nemesi della Natura. E’ noto che, per Miyazaki, i processi di modernizzazione hanno portato alla progressiva distruzione dell’equilibrio primordiale e all’alienazione dell’uomo con l’ambiente naturale. In La città incantata, l’accusa di Miyazaki si incarna in Okutaresama, il “Mostro Puzzolente”, lo Spirito di un Fiume. La creatura, un ammasso di fango maleodorante, vomita i rifiuti che gli esseri umani gli hanno rovesciato dentro, dai frigoriferi alle biciclette. Oltre a inquinare, gli esseri umani “puzzano,”: al passaggio di Chihiro, gli spiriti si tappano letteralmente il naso. Una seconda figura interessante è quella di Koanashi, detto “Senza Volto,” un mostro incappucciato che ricorda il Macchia Nera disneyano6. Il demone, in origine buono e generoso, diventa vorace e mostruosamente avido nel momento in cui comincia a consumare in modo disordinato, bulimico, inghiottendo tutto ciò che gli capita a tiro. Produce una ricchezza effimera. L’oro diventa fango. Il messaggio è chiaro: la cupidigia, umana o soprannaturale, porta inevitabilmente al collasso del sistema. E l’oro di cui è forgiato l’Unico Anello di Tolkien non ha analogamente nulla di nobile: serve a soggiogare gli uomini..

Natura

La Natura è un tempio dove incerte parole
mormorano pilastri che son vivi,
una foresta di simboli che l’uomo
attraversa nel raggio dei loro sguardi familiari.

Charles Baudelaire

Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, 1864

Questa immagine rappresenta il momento della “battaglia” con l’Ombra personale.

Lo sguardo di Edipo fisso sulla Sfinge rappresenta il tentativo disperato dell’Io cosciente di osservare i contenuti incomprensibili dell’inconscio, simbolizzati dalla Sfinge. Il mito racconta della vittoria di Edipo che, proprio in seguito a questo successo, finirà per accoppiarsi inconsapevolmente con la madre e, quindi, procurerà a se stesso un destino di disperazione che culminerà nell’autoaccecamento. A dimostrazione del fatto che l’Io non potrà mai, da solo, vincere sull’Ombra, a meno che non venga a patti e tenga conto della sua forza immane. La Sfinge qui ha tutte le caratteristiche del femminile-lunare che solo in apparenza può essere sottomessa dal maschile. L’Ombra non va messa in vincoli e negata, bensì osservata in tutta la sua potenza ed una volta presa la consapevolezza di tale energia psichica, bisogna tentare di stabilire un contatto. Questa “impresa” è “fare anima”, nel senso in cui lo intendono James Hillman, Luigi Zoja, Francesco Donfrancesco e Carla Stroppa, ovvero la “coltivazione” di quel territorio intermedio tra conscio e inconscio.

i sintomi nella malattia ed il loro contenuto simbolico

Da Marina, citando Albert Kreinheder

“…ogni malattia è un attacco alle nostre rigidità consolidate….una forza di invasione che cerca di infrangere la nostra corazza per renderci più completi. Con i simtomi che ci colpiscono entra anche un contenuto simbolico e allora l’anima deve espandersi in modo tale da poter includere le immagini e i simboli che ci invadono….come se stessimo crescendo al di fuori dei nostri precedenti confini.” (A. Kreinheder)

(in questo momento sto soffendo di depressione come mai prima d’ora…cerco di “sentire”, ma è durissima) Marina

“Gli incontri con figure interiori, attraverso dialoghi scritti o in qualunque altra forma, sono avvenimenti reali con conseguenze molto profonde…Se riusciamo ad instaurare simili dialoghi, preferibilmente attraverso lo scrivere, con profonda devozione e concentrazione, il dono no tarderà a manifestarsi: incontreremo poteri capaci di compiere miracoli e inevitabilmente non aremo più gli stessi di prima, ma persone che hanno avuto un contatto con il potere divino e vivono per ricordarlo.” (A. Kreinheder)

La vana fuga dagli dei

Arlecchino e il suo “gioco”

Cari, Anticlimacus mi permette di riparlare di Arlecchino. Leggete la sua lettera e poi la mia risposta.

Caro Dott. Gabriele

L’interrogativo che mi ha posto è tanto curioso quanto singolare, non credo di avere tutti gli elementi per dare una risposta decisamente corretta ma ci proverò.

La maschera dell’arlecchino in sè può essere accostata al nobil giuoco, per alcuni fattori:
1) Il nome proviene dal germanico Hölle König (re dell’inferno)
2) Le Hellequins – o Herlequins – erano le donne che cavalcavano con la dea della morte
Re, donne cavalli tutte figure, simboli presenti negli scacchi. Quello degli scacchi è un gioco di segni, di simboli… un personaggio che ne incarna alcuni sin dal nome credo gli sia vicino.

Il costume in sè mi pare costituito da un numero imprecisato di triangoli, non vedo un immediato accostamento alla scacchiera ma forse vi è una soluzione geometrica, in questo senso al vostro indovinello.

Prima di salutarla visto i precedenti commenti espongo una mia personale idea di cosa possano rappresentare gli scacchi. Non vi è necessariamente uno scontro tra bene e male, entrando (per quanto mi è stato possibile) in quest’arte mi rendo sempre più conto che essa è una lotta contro se stessi ed i propri limiti; un foreggiare di scontri tra tecnica e fantasia, calcolo ed impeto… essenzialmente tra materia e spirito, due componenti della medesima struttura l’uomo e probabilmente del tutto .

Concludo dicendo di vedere i pezzi neri della scacchiera (oppure i pezzi dello sfidante)
non come il male, ma come l’inconscio, tra l’altro (i miei studi di filosofia sono un pò datati avviso) ci vedo i tre stadi della dialettica hegeliana all’interno.

Tesi = apertura (I fase di una partita di scacchi)
Antitesi = Mediogioco (II fase scontro, combinazioni ecc)
Sintesi = Finali (III ed ultima fase)

Curioso di sapere il legame tra arlecchino e gli scacchi la saluto caro dottore, ravvivando i miei complimenti per l’ottimo servizio che offre al nostro spirito.

Carissimo Anticlimacus, la mia fonte è WILLIAM WILLEFORD, Il Fool e il suo scettro, edizioni Moretti e Vitali. Il costume-scacchiera consente ad Arlecchino di “mettere in palio” la vita con la Morte stessa. Ê lui l’avversario. In realtà tutti i Fool sono bord-line. Tutti lottano in una terra di frontiera dove tutto può avvenire e cadere nella “parte di sotto”. Vedi Chaplin e Keaton in Luci della ribalta, quando gli oggetti si ribellano a loro. E due “Fool” cercano di mettere ordine nel CAOS improvviso.