I Rosacroce

I Rosacroce: i sacri attori
Gabriele La Porta

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La storia di una appassionante intuizione che getterebbe una nuova luce nel complesso mondo della storia del movimento rosicruciano. Un’intuizione che l’autore trova condivisa in un incontro con la celebre Frances A. Yates – una delle più importanti studiose del fenomeno rosicruciano ed in generale dell’ermetismo – svoltosi a Londra poco prima della scomparsa della studiosa. Una relazione assai stretta legherebbe i misteriosi autori dei manifesti dell’utopia rosicruciana – la Fama e la Confessio – e la compagnia di Shakespeare.

I naufraghi sono ormai disperati: da 33 giorni vanno alla deriva nell’oceano, nelle acque gelide di un mare sconosciuto, molto più a nord della Scozia. La loro nave è stata affondata da un improvviso fortunale, hanno fatto appena in tempo a calare le scialuppe, a stipare le provviste e ad allontanarsi prima che il veliero colasse a picco come un sasso. È il febbraio del 1613, 99 uomini si trovano sulle soglie della disperazione, intirizziti, privi di punti di orientamento, sospinti da un’imperiosa e sconosciuta corrente che li spinge a nord, implacabilmente. Ma ecco che improvvisamente, quasi come un’apparizione, dalla nebbia appare un’isola.

Con foga i marittimi vogano verso quell’approdo insperato e sconosciuto. Perché quella terra non è segnata sulle carte nautiche. A pochi metri dal bagnasciuga i naufraghi si accorgono di essere inaspettatamente attesi. Sulla spiaggia ci sono 9 uomini tutti vestiti di bianco, che, con gesti evidenti, li invitano all’approdo. Le scialuppe giungono a riva, gli occupanti scendono e subito sono presi da grande meraviglia. Quegli uomini vestiti di bianco portano sul capo un grande turbante, con al centro un rubino grande come un uovo d’oca. Inoltre i nove, tutti di età indefinibile, ma sicuramente molto anziani, parlano a ciascuno dei naufraghi nell’oro idiomi. Agli inglesi in inglese, agli scozzesi in scozzese, agli irlandesi in irlandese. Non solo, mostrano addirittura di avere padronanza dei dialetti, parlando nello slang dei quartieri, dei villaggi dove ogni naufrago è nato.

Da questo momento i marinai passano da una sorpresa all’altra. L’isola, al cui governo ci sono 99 saggi, tutti vestiti di bianco, tutti con un rubino sul turbante, tutti poliglotti, tutti di età indefinibile, ha una civiltà molto avanzata rispetto a quella europea. Una energia, sconosciuta ai nuovi arrivati, illumina le città anche di notte, permette di rendere mite il clima, guarisce gli ammalati. Prodigi di una tecnica sconosciuta permettono ai candidati di ottenere due raccolti l’anno. La miseria, la fame, il dolore, sono sconosciuti. Non ci sono malviventi; ne diseredati, ne approfittatori. I sapienti reggono il governo della comunità con ineguagliabile saggezza ed abitano tutti insieme in un tempio chiamato Salomone.

Felici di trovarsi in quell’Eden, i naufraghi chiedono però ai sapienti bianco vestiti un grande favore. L’Europa è divorata dall’invidia, dalla paura, dalle guerre, dalle carestie. Vorrebbero quei saggi prendere il mare e portare altrove la loro civiltà? I saggi accettano, ma andranno coperti dell’anonimato e daranno i frutti della loro scienza gradatamente, un poco alla volta, perché una tecnica troppo avanzata, se “regalata” a persone egoiste, potrebbe essere impiegata contro l’umanità invece che a suo favore. Dunque andranno, ma saranno “invisibili” alla gente.

99 “biancovestiti” nel 16l2 salpano verso il mondo occidentale, lasciandola propria isola, chiamata “Atlantide”.

Cosi racconta Francesco Bacone[1], in un capolavoro della letteratura e della filosofia anglosassone; Nova atlantis, opera scritta nel 1620.

Il testo è fondamentale per il ricercatore delle “curiosità” della cultura. Perché con il nome di “invisibili”, di “vestiti di bianco” erano conosciuti proprio in quegli anni gli appartenenti ad un gruppo sapienziale celebre,nel XVII secolo: i Rosacroce.

Ma ci sono anche altre “curiose” corrispondenze. Bacone ambientala sua storia nel 1613 e alla fine di quell’anno, nel suo racconto, i saggi raggiungono l’Europa. Ebbene, nel gennaio del 1614 esce il primo dei “manifesti” dei Rosacroce: la Fama Fratemitatis, un documento impressionante per i contenuti che sembrano sopravanzare la civiltà occidentale dell’epoca di alcuni secoli[2].

Nessuno ha mai saputo chi fossero questi “rosacroce”, coperti da sempre da un impenetrabile mistero. L’unica cosa nota di questi “invisibili” è la, supposta, abitudine di portare nelle loro riunioni segrete abiti immacolati e un rubino sul copricapo.

Sono secoli che gli studiosi di ermetismo e della “occulta filosofia” formulano ipotesi, tutte più o meno inattendibili, alcune delle quali addirittura risibili. Probabilmente a questi ripetuti tentativi è mancato un filo di Arianna con cui addentrarsi nel labirinto. Ma forse la guida giusta per entrare nel “dedalo” è stata trovata nel 1982 a Londra, a casa della più celebre studiosa di ermetismo di questo secolo, Frances Yates[3]. In questo luogo forse il mistero dei Rosacroce è stato definitivamente svelato. Ma questa è una lunga storia e va raccontata da quando è iniziata, appunto nel 1613.

Heidelberg: il castello della sapienza

Il 1613 fu un anno di grande speranza per gli uomini di scienza e di pace. In un’Europa dilaniata dalle guerre di religione, dall’intolleranza e dal fanatismo, una regione sembrò porsi come guida di civiltà, il Palatinato.

Per una serie di coincidenze irripetibili sembrò potersi attuare un’alleanza tra uomini giusti e potenti che garantisse una pace duratura alle nazioni, la fine delle persecuzioni religiose e degli odi confessionali.

La speranza si accese con il matrimonio di Federico V, signore del Palatinato con Elisabetta di Inghilterra, figlia di Giacomo I, e nipote della Grande Elisabetta I, protettrice delle arti e delle lettere.

Federico V era noto nella sua terra per aver riunito ad Heidelberg, la capitale, scienziati e filosofi indipendentemente dalla loro fede religiosa. Giovane, brillante, colto, poeta, studioso di scienze ermetiche, protestante, ma con ampie vedute religiose, nemico dei settarismi, Federico è il punto di riferimento degli intellettuali tedeschi e boemi. Splendida, poco più che adolescente, capace di creare musica e di eseguirla, protettrice dei teatranti e dei tragediografi, amica di Shakespeare, Elisabetta rappresenta lo spirito illuminato anglosassone. curiosa, attiva, ha ereditato dalla zia, la grande Elisabetta, la passione per la “occulta filosofia”.

Logico che il matrimonio tra questi due ragazzi venisse salutato dagli uomini di cultura come l’inizio di una nuova era. Per di più Giacomo I ha un altro figlio, l’erede della corona, Enrico, di pochi mesi più grande di Elisabetta, unito alla sorella da un vero profondo affetto e da una totale stima reciproca.

Quando Enrico e Federico si conoscono stabiliscono immediatamente un rapporto di completa fiducia. Tre ragazzi aperti, intelligenti, uniti dal gusto della vita, della ricerca e della passione per la “scientia scientiarum”. Tre giovani potenti, perché se Federico già è signore del Palatinato, Enrico lo diventerà della Gran Bretagna. È quindi giusto che questi ragazzi ipotizzino un futuro diverso e per i propri paesi e per l’Europa intera.

Ecco i loro sogni: attuare subito nel Palatinato la città ideale, Heidelberg, dove tutte1e ricerche, tutte le filosofie, tutte le religioni possono trovare ospitalità. Praticare immediatamente una forma di governo tollerante verso qualsiasi tipo di fede, incentivare gli studi ermetici e scientifici, abolire i soprusi, le angherie dei potenti, di qualunque confessione essi siano, E poi, forti di questa esperienza, “esportare” questo modello di stato in Inghilterra, non appena Enrico diventerà a sua volta re, titolo che gli spetterà per naturale successione.

Un sogno, certo, ma con moltissime probabilità di attuazione. Non appena Federico e Elisabetta, dopo essersi sposati a Londra, giungono nel Palatinato attuano tutte le riforme che avevano stabilito nelle lunghe riunioni notturne con Enrico nella capitale inglese, alla presenza di Dee e di tutti gli ermetisti amici di Elisabetta, tra cui Shakespeare. Il già celebre drammaturgo che da quando ha avuto modo di conoscere Giordano Bruno, che fu ospite della Grande Elisabetta, ha scritto opere teatrali colme di significati ermetici, quali il Combelino, La Tempesta, il Racconto d’Inverno…

Il castello dove i due giovani coniugi vivono è trasformato in pochi giorni in un tempio della poesia, dell’arte, della filosofia. Statue che cantano, fontane illuminate giorno e notte, musiche perenni, ospedali gratuiti per gli infermi, imposizioni fiscali proporzionali al reddito, istruzione gratuita per i figli di tutti i cittadini. Il sogno si avvera.

Federico ordina che siano acquistati tutti i volumi disponibili di filosofia e di ermetismo, Elisabetta fa giungere a Heidelberg la compagnia dei teatranti di Shakespeare perché tengano continue e pubbliche rappresentazioni delle ultime commedie del maestro, appunto quelle ermetiche. Architetti, ingegneri, pittori ipotizzano la realizzazione di città ideali e la trasformazione di Londra in un Eden, non appena Enrico andrà al trono. Segretamente giungono le opere, finora inedite, di Tommaso Campanella, in prigione a Roma e subito date alle stampe. Sono diffusi gli scritti di Agrippa, di Bruno e di tutti i filosofi greci. n sogno della pace si sta realizzando, forse il mondo cambierà, anzi stà già cambiando. Addio orrori, addio guerre, addio pestilenze, addio tribunali inquisitori, addio torture, addio roghi, addio tenaglie infuocate, addio bigottismi e vessazioni psicologiche. È il 1613; anzi, l’anno è terminato, è il 1614, quando appunto, misteriosamente, è diffuso il primo manifesto dei Rosacroce, la celebre Fama.

Per svelare il segreto dei Rosacroce occorre adesso fare un salto in avanti nel tempo, lasciare Heidelberg e giungere a Londra. Dove chi scrive è stato ricevuto, credo primo fra gli studiosi italiani, nella casa della “mitica” Frances A. Yates.
Una romantica signora inglese e il suo segreto

L’invito mi era giunto inaspettato nel giugno del 1982 mentre ero a Parigi, dove conducevo un seminario al politecnico VIII, su invito della professoressa Elvira Le Duc Liggio, assistente del celebre Chatelet. L’argomento delle 12 lezioni era Giordano Bruno e l’arte della memoria, un argomento che la professoressa Yates ha studiato venti anni prima di me, facendone un cardine del suo insegnamento al Warburg Institute di Londra. Ma soprattutto il merito della studiosa è stato quello di aver mostrato come l’ ermetismo sia stata non una filosofia “minore”, ma una corrente di pensiero divergente da quelle empiriche, razionaliste, metafisiche, dialettiche, positivistiche, idealiste, che trovano da sempre ospitalità nelle Università. Ha sottratto gli studi della “scientia scientiarum” alla ristretta cerchia degli addetti ai lavori e li ha collocati nella storia del pensiero umano,’con la stessa dignità di tante altre discipline. Nell’alveo delle sue ricerche si è successivamente posto in Italia Eugenio Garin, il quale, dopo un periodo di “perplessità” da parte della truppa accademica, è a sua volta riuscito a far comprendere anche nelle nostre Università l’importanza degli studi ermetici.

Quando ho tra le mani la lettera di invito per poco non svengo dall’emozione. Come mi riprendo prenoto un aereo per Londra e la sera stessa sono nella capitale anglosassone.

Devo però spiegare come mai la signora Yates mi abbia “convocato” per un colloquio, perché è proprio questo il nocciolo che permetterà di chiarire l’enigma dell’identità dei Rosacroce (ovviamente qui parliamo di coloro i quali, sotto questo nome, pubblicarono la Fama e la Confessio).

Tutto nasce dalla lettura di un’opera della ricercatrice, Gli ultimi drammi di Shakespeare, edito in Italia da Einaudi. Mentre sto leggendo il testo, siamo nel 1979, ho la sensazione che l’autrice abbia nascosto un “segreto” nelle sue pagine. Applico allora al volume un metodo di lettura diverso, ossia comincio a leggere tre righe sì e tre no, ma non raggiungo alcun risultato. Allora leggo il testo alternando sette righe in sette righe. Nulla. Dopo un mese di prove mi arrendo. Ma una sera, mentre sto per prendere sonno, improvvisamente, nel dormiveglia, mi ricordo alcune parole di Giorgio Colli, il filosofo toscano studioso di Dionisio e di Nietzsche. Mi rammento che, a suo dire, i misteri eleusini (una ritualità della Grecia antica con cui si celebravano le “storie” dionisiache) venivano proposti “sotto l’aspetto della rappresentazione teatrale”. Anzi costituirono la prima forma di teatro sacro, tanto è vero che Eschilo, per aver scritto le prime tragedie fu considerato un profanatore. Così diceva Colli.

Mi sveglio di soprassalto, perché la Yates afferma in molti suoi studi che i Rosacroce si definivano “attori”. Collego questa informazione con i sacri officianti le cerimonie dionisiache, che appunto erano “attori “. Mi fulmina allora una intuizione.

Stabilisco un rapporto tra “l’essere uomini di teatro” con coloro i quali conoscono i “misteri” e giungo ad una conclusione che, per ora, qui non anticipo.

Dunque nel 1973 scrivo alla Yates e la lettera le giunge tramite un comune amico, uno scienziato, che non vuole essere nominato. Posso soltanto dire che è un fisico di fama mondiale, insignito recentemente della massima onorificenza internazionale per i suoi studi.

Passano anni e quindi, ecco, inaspettata, a Parigi, la lettera d’invito.

La casa della Yates è a Kensington High Street, nei pressi dell’Holland Park.

Vengo introdotto da un cameriere in un giardino all”‘italiana”, un labirinto di siepi. Qui trovo la studiosa a prendere il tè.

Mi fa accomodare e poi mi dice in perfetto “toscano”:

Lei mi ha scritto formulando un’ipotesi sulla identità dei Rosacroce nel XII secolo. Io la condivido perfettamente e lei è stato bravo a comprendere che questa idea io l’ho segretamente rivelata nelle mie opere. Ma non ho mai potuto esplicarla perché non ho prove certe. Però personalmente sono sicura che effettivamente i Rosacroce erano quelle persone che lei mi ha indicato. Peccato non poterlo affermare a livello “universitario”.

I Rosacroce, ovvero i “sacri attori”

Siamo dunque giunti al termine di questo lungo articolo, se siete arrivati fin qui, forse avrete già capito. Comunque ricapitolo: l’attore, da un punto di vista ermetico, è un sacro officiante gli “antiqui” riti. Gli “invisibili” si identificano come attori. La Fama e la Confessio sono resi noti quando una compagnia teatrale comincia a rappresentare in Europa le commedie di Shakespeare dense di significati ermetici. L’ipotesi è che i Rosacroce fossero la compagnia teatrale di Shakespeare. Date, luoghi, contenuti coincidono in modo impressionante. E non dimentichiamo che il drammaturgo inglese era amico di Elisabetta la Grande, protettrice di Giordano Bruno, il mago che diffuse la “scientia” in Europa.

Questo è tutto. Rimane soltanto da dire un’ultima cosa, facendo ancora un salto indietro nel tempo.

Il sogno di Elisabetta la nipote della grande regina) e di Federico si infranse. Tutto fu causato dalla morte di Enrico, il fratello di Elisabetta, l’erede al trono. Infatti, quando la reazione cattolica (Spagna e Papato) investì con le sue orde il Palatinato, l’Inghilterra non scese al fianco di Federico e questi fu sconfitto alla battaglia della Montagna Bianca.

1620: in questa data i sogni muoiono. I “manifesti” rosacrociani rimangono lettera morta in un’Europa investita dalla inquisizione. Soltanto Francesco Bacone rammenta “quello che avrebbe potuto essere” nella Nova Atlantis, il libro con cui si è aperto questo lungo articolo.

Ma la “scientia” non può morire. Ad maiora.

Note

[1] Francesco Bacone (1561-1626), uomo di stato e filosofo inglese. Per tutta la vita accarezzò un vasto progetto di indagine della natura, che prevedeva la costruzione di strumenti tecnici per il dominio del mondo naturale. Bacone si propose la stesura di una grande opera, la Instauratio Magna, nella quale esporre i temi della propria speculazione, ma di essa scrisse solo la prima parte, Il Novum Organum (1620). Postuma venne pubblicata la Nuova Atlantide, nella quale è descritta un’immaginaria società fondata sul sapere scientifico.

[2] I due manifesti rosacroce, la Fama Fraternitatis e la Confessio Fraternitatis, sono entrambi riportati integralmente in italiano in appendice a L’illuminismo dei Rosacroce, di F. Yates, ed. Einaudi.

[3] Frances Yates, studiosa inglese formatasi nell’ambiente del Warburg Institute, ha compiuto ricerche essenziali sulla cultura del ‘500. A lei si devono, fra gli altri, i saggi Giordano Bruno e la tradizione ermetica (ed. Laterza), L’Arte della Memoria (Einaudi), L’Illuminismo dei Rosacroce (Einaudi).

Articolo pubblicato sulla rivista Abstracta n. 3 – marzo 1986

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Il Dante segreto

Senso apparente e senso nascosto – Da L’esoterismo di Dante (René Guénon)

0 voi che avete gl’intelletti sani,
Mirate la dottrina che s’asconde
Sotto il velame delli versi strani!”

Con queste parole (1), Dante indica in modo molto esplicito che nella sua opera vi è un senso nascosto, propriamente dottrinale, di cui il senso esteriore e apparente è soltanto un velo, e che deve essere ricercato da coloro i quali sono capaci di penetrarlo. Altrove, il poeta va più lontano ancora, poiché dichiara che tutte le scritture, e.non soltanto quelle sacre: “si possono intendere e debbonsi sponere massimamente per quattro sensi” (2). è evidente, d’altronde, che questi diversi significati non possono in nessun caso distruggersi od opporsi, ma debbono invece completarsi ed armonizzarsi come le parti di uno stesso tutto, come gli elementi costitutivi di una sintesi unica.

Così, che la Divina Commedia, nel sue insieme, possa interpretarsi in più sensi, è una cosa che non può essere messa in dubbio, poiché abbiamo a tal riguardo proprio la testimonianza del suo autore, sicuramente meglio qualificato di ogni altro per informarci delle sue intenzioni. La difficoltà comincia solamente quando si tratta di determinare questi diversi significati, soprattutto i più elevati o i più profondi, e anche a tal riguardo cominciano naturalmente le divergenze di vedute fra i commentatori. Questi si trovano generalmente d’accordo nel riconoscere, sotto il senso letterale del racconto poetico, un senso filosofico, o piuttosto filosofico-teologico, ed anche un senso politico e sociale; ma, con il senso letterale stesso, non si arriva così che a tre sensi, e Dante ci avverte di cercarne quattro; quale è dunque il quarto? Per noi, non può essere che un senso propriamente iniziatico, metafisico nella sua essenza. ed al quale si riattaccano molteplici dati, i quali senza essere tutti d’ordine puramente metafisico, presentano un carattere ugualmente esoterico. è precisamente in ragione di questo carattere che un tal senso profondo è completamente sfuggito alla maggior parte dei commentatori; e tuttavia, se viene ignorato o misconosciuto, gli altri sensi stessi non possono essere afferrati che parzialmente, poiché esso è come il loro principio, nel quale la loro molteplicità si coordina e si unifica.

Coloro stessi che hanno intravisto questo lato esoterico dell’opera di Dante si sono molto ingannati quanto alla sua vera natura, dato che, il più delle volte, non avevano la reale comprensione di queste cose, e dato che la loro interpretazione risentiva di pregiudizi che era loro impossibile evitare. Così Rossetti e Aroux, che furono fra i primi a segnalare l’esistenza di questo esoterismo, credettero poter concludere all'”eresia” di Dante, senza rendersi conto che così mischiavano delle considerazioni riferentisi a dominii del tutto differenti; la verità è che, pur sapendo certe cose, ve ne sono molte altre che essi ignoravano e noi cercheremo di indicarle, senza avere affatto la pretesa di dare un’esposizione completa di un soggetto che sembra veramente inesauribile.

La questione per Aroux si è posta in questi termini: Dante fu cattolico o albigese? Per altri, essa sembra piuttosto porsi nel modo seguente: fu cristiano o pagano (3)? Da parte nostra, non pensiamo che questo sia il punto di vista da cui porsi, poiché il vero esoterismo è una cosa del tutto differente dalla religione esteriore, e, se ha qualche rapporto con questa, non può essere che in quanto trova nelle forme religiose un modo d’espressione simbolico; d’altronde, importa poco che queste forme siano quelle di tale o di tal’altra religione, poiché ciò di cui si tratta è l’unità dottrinale essenziale la quale si dissimula dietro la loro apparente diversità. Tale è la ragione per cui gli iniziati antichi partecipavano indistintamente a tutti i culti esteriori, secondo i costumi stabiliti nei diversi paesi dove si trovavano; ed è anche perché Dante vedeva questa unità fondamentale, e non per l’effetto di un “sincretismo” superficiale, che ha usato indifferentemente, secondo i casi, un linguaggio preso sia dal cristianesimo e sia dall’antichità greco-romana. La metafisica pura non è né pagana né cristiana, è universale; i misteri antichi non erano paganesimo, ma vi si sovrapponevano (4); e parimenti, nel medio-evo, vi furono organizzazioni il cui carattere era iniziatico e non religioso, ma che avevano la loro base nel cattolicesimo. Se Dante appartenne a qualcuna di queste organizzazioni, il che ci sembra incontestabile, non è dunque questa una ragione per dichiararlo “eretico”; coloro che pensano in tal modo hanno del medio evo una idea falsa o incompleta; non ne vedono per così dire che l’esteriore, poiché, per tutto il resto, non vi è più nulla nel mondo moderno che possa servir loro da termine di paragone.

Se tale fu il carattere reale di tutte le organizzazioni iniziatiche, non vi furono che due casi per i quali l’accusa di “eresia” potette essere portata contro alcune di esse o contro qualcuno dei loro membri, e ciò per nascondere altre accuse molto meglio fondate o per lo meno più vere, ma che non potevano essere formulate apertamente. Il primo di questi due casi è quello per cui alcuni iniziati hanno potuto abbandonarsi a divulgazioni inopportune, a rischio di gettare disturbo negli spiriti non preparati alla conoscenza delle verità superiori, ed anche di provocare disordini dal punto di vista sociale; gli autori di simili divulgazioni avevano il torto di creare essi stessi una confusione fra i due ordini esoterico e exoterico, confusione che, insomma, giustificava sufficientemente il rimprovero, di “eresia”; e questo caso si è presentato diverse volte nell’Islam (5), dove tuttavia le scuole esoteriche non incontrano normalmente alcuna ostilità da parte delle autorità religiose e giuridiche rappresentanti l’exoterismo. In riguardo al secondo caso, è quello per cui la stessa accusa fu semplicemente presa a pretesto da un potere politico per rovinare degli avversari che esso stimava tanto più temibili quanto più erano difficili a raggiungere con i mezzi ordinarii; la distruzione dell’ordine del Tempio ne è l’esempio più celebre, e questo. avvenimento ha precisamente un rapporto diretto col soggetto del presente studio.

René Guénon

L’esoterismo di Dante – Adelphi

Note

(1) Inferno, IX, 61-63.

(2) Convito, t. II, cap. 1°.

(3) Cf. Arturo Reghini, L’Allegoria esoterica di Dante, nel “Nuovo Patto”, settembre-novembre 1921, pp. 541-548.

(4) Dobbiamo anche dire che preferiremmo un altro termine a quello di “paganesimo”, imposto da un lungo uso, ma che all’origine fu soltanto un termine di disprezzo applicato alla religione greco-romana quando questa, all’ultimo grado della sua decadenza, si trovò ridotta allo stato di semplice “superstizione” popolare.

(5) Facciamo specialmente allusione al celebre esempio di El-Hallâj, messo a morte a Baghdad nell’anno 309 dell’Egira (921 dell’era cristiana), e la cui memoria è venerata da coloro stessi che stimano che fu condannato giustamente per le sue imprudenti divulgazioni.

Rosa

Nella iconografia cristiana la rosa è sia la coppa che raccoglie il sangue di Cristo, sia la trasfigurazione delle gocce di questo simbolo, sia il simbolo delle piaghe di Cristo. Un simbolo rosacrociano raffigura cinque rose, una al centro ed una ad ogni braccio della Croce. Queste immagini evocano sia il Graal, sia la rugiada celeste della Redenzione. Come è rappresentato in una allegoria della Rosa-Croce, la rosa è situata al centro della Croce, cioè al posto del cuore di Cristo, del sacro Cuore.
E’ lo stesso simbolo della “Rosa candida” della Divina Commedia, che evoca la “Rosa mistica” cristiana, simbolo della Vergine. La rosa, per il suo rapporto con il sangue versato, appare spesso come il simbolo della rinascita mistica.
Scrive Mircea Eliade: “E’ necessario che la vita umana si consumi completamente per esaudire tutte le possibilità di creazione o di manifestazione; se essa è interrotta bruscamente da una morte violenta, tenta di prolungarsi sotto un’altra forma: pianta, fiore, frutto”.

L’immaginazione ermetica IX

Torniamo all’arrivo di Giordano a Parigi (vedi articolo precedente). Finalmente è a diretto contatto con un ampio cenacolo di intellettuali, lettori, nobili, guerrieri, che condividono i suoi stessi princìpi. È davvero come essere giunti alla casa paterna, sempre desiderata e mai abitata. Bruno è felice, si forma subito una schiera di allievi, tutti nobili del seguito di Enrico III, e persino l’erede al trono lo segue come un’ombra, dovunque. È il suo più attento studente sia quando impartisce lezioni all’università, sia allo Studio del re, sia all’accademia della nazione. In breve tempo il filosofo dà alle stampe tre opere, De umbris idearum, Cantus circaeus, De compendiosa architectura (soprattutto il De umbris e il Cantus sono essenziali per capire la particolarissima tecnica della memoria del filosofo). Inoltre pubblica una commedia in volgare, il Candelaio. Questa sarà una prassi ricorrente del filosofo: scrivere testi in latino, che contengano i princìpi pratici dell’ermetismo, ovvero volumi da cui il lettore possa evincere tecniche e rituali, e poi, accanto a questi, libri con i princìpi teorici, filosofici, della sua concezione del mondo. Insomma Bruno dà la pratica unitamente alla teoria, probabilmente per mostrare quanto i princìpi tecnici della “sua” arte della memoria avessero come supporto una profonda concezione culturale, risalente addirittura, a suo dire, agli antichi egizi.

Riflettendo sul comportamento di questo sognatore si prova un sentimento di ammirazione, non fosse altro per la sua ingenuità politica. Rispetto agli ingegni in qualche modo a lui similari, come Lullo, Moro, Bacone, il nolano non mostra un briciolo di prudenza. Ovunque dichiara subito le proprie intenzioni, attacca i fanatici, chiunque essi siano, i finti professori, gli accademici di parte, insomma tutti quelli che, secondo lui, osteggiano l’unità delle genti. E le conseguenze non si faranno mai attendere troppo. (Occorre non fraintendere la carica del filosofo quando contesta gli uomini di scienza. La sua non era mai aggressività dovuta alla necessità di difendere posizioni e privilegi che del resto aveva già sin dai tempi di Ginevra, purché si fosse mostrato più accorto, ma una precisa esigenza di smascherare, a suo dire, tutti gli avversari della “prisca teologia”, ovvero della religione degli antichi padri, forse identificati fantasticamente con gli egizi, che non vedevano differenze di credo tra gli uomini. In questo Bruno si mostra un vero e proprio missionario dell’onirismo ermetico.)

Di fronte a Enrico III dà un saggio delle sue capacità di memoria e di cultura, rispondendo ai quesiti che gli pongono oltre cento professori, quasi tutti seguaci del Guisa o oltranzisti protestanti. Fa un’eccellente figura, nessuno può stargli alla pari, ma gli odi si inaspriscono. Perché lui non è né cattolico, ne protestante, né ugonotto, né calvinista, né altro. È un visionario di ispirazione ermetica, ancorché simpatico a noi contemporanei. Certo, calandosi nei panni dei dottori dell’epoca, non doveva certo essere divertente, per loro, sentirsi accomunati a lucertole, cercopitechi, gufi, insomma a tutto un bestiario che incarnava ignoranza e cecità. La scena avvenuta innanzi a Enrico deve essere stata poi particolarmente sublime. Da una parte una folla di pretesi sapienti, con le loro palandrane, compunti nel ruolo di “professi” di ogni disciplina, tutti intenti a scartabellare volumoni per trarre quesiti impossibili, e dall’altra un omino furente e ironico, sempre pronto alla battuta, padrone di ogni argomento. Probabilmente proprio in questa occasione cominciano a diffondersi le prime accuse di magia. Quando, nei giorni successivi al memorabile scontro, le invettive giungono all’orecchio del filosofo, riferite dal Delfino preoccupato per la sorte del suo ormai maestro prediletto, la reazione è in tutto e per tutto, degna del suo temperamento meridionale. Una risata seguita da un’affermazione decisa. Ma certo che è accusato di magia, chi lo dice ha perfettamente ragione, perché in effetti è un mago, e che altro se no? Non lo era forse Ermete Trismegisto? E prima di lui Mosè? E tutti i grandi padri della filosofia greca, Socrate e Platone primi fra tutti? Per tacere di Plotino, Porfirio e del più grande di tutti, Virgilio stesso, «il savio gentil che tutto seppe». E per fortuna, in questa occasione, Bruno non accomuna, nella tradizione ermetica, anche Cristo e Maometto, cosa che invece farà qualche anno dopo a Venezia, di fronte a un esterrefatto Mocenigo. Questa è un’altra delle grandi allucinazioni, anche se con qualche attento riferimento ad alcune fonti, degli ermetici. Anche Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Leon Battista Alberti e segretamente il Poliziano amavano trovarsi dei “padri” che condividessero le teorizzazioni dell’ermetismo. Ficino afferma, come si è già visto negli articoli precedenti, che la magia, qualora sia «naturalis», non è difforme dal cristianesimo (Eugenio Garin, La disputa sull’astrologia, cit., pag. 97 e segg.)! Ed è quindi logico, nel paradosso, che Bruno si spinga oltre Marsilio, da lui considerato come un maestro (F.A. Yates, L’arte della memoria, Einaudi, pag. 145 e segg.; a cura di G. Gentile, Opere italiane, I, Dialoghi metafisici, pag. 87 e segg.; Luigi Firpo, Scritti scelti di Giordano Brano e Tommaso. Campanella, edizione del 1968, “Introduzione”).

A sua volta Tommaso Campanella, seguace del filosofo, ma sarebbepiù proprio dire del mago di Nola, andrà oltre, teorizzando la magia come unica vera scienza unificante ogni credo di qualsiasi nazione e tempo.

L’erede al trono, dapprima perplesso, sentendo dalla bocca del suo ammirato maestro simili affermazioni, condivide immediatamente ogni proposizione “magica” e nell’ardore giovanile ne discute pubblicamente nei giorni successivi, anche alla presenza degli oltranzisti cattolici (James Leroy, “Trinity Road”, in Oxford Revue, pag. 100 e segg.). Forse sarà stato anche questo motivo a spingere Enrico ad affrettare i tempi della “missione” del filosofo italiano in terra inglese (I. Guerrini Angrisani, Introduzione al Candelaio, Rizzoli, pag. 28). Nel 1583 Bruno è in Gran Bretagna, dove a Oxford insegna nello Studio e stampa immediatamente altri tre trattati mnemonici, Ars reminiscendi, Explicatio triginta sigillorum, Sigillus sigillorum. Inoltre cura una riedizione del De umbris e del Cantus.

È circondato da amici fidati e da ammiratori: lo dimostra la diffusione capillare delle sue opere, l’importanza della cattedra affidatagli e i contatti con sir Sidney, il gran favorito della regina Elisabetta. Intorno alla sovrana, illuminata nelle cose di lettere e di scienza, oltre che nella diplomazia, esiste da tempo un gruppo di nobili permeati di esoterismo, i quali già conoscono bene sia le opere di Bruno, sia i neoplatonici fiorentini come Ficino e Pico della Mirandola (F.A. Yates, Giordano Bruno, cit., pag. 90 e segg.). È un vero e proprio partito della “pace”, con stabili contatti in Francia. Nobili di Enrico e di Elisabetta tendenti a trovare punti di tolleranza tra le diverse confessioni, al di là delle posizioni ufficiali.

Si potrebbe discutere a lungo se sia l’ermetismo a spingere costoro verso la reciproca comprensione o viceversa, anche se recentissime indagini tendono a preferire la prima ipotesi. Si è infatti già osservato come sia connessa all’ideologia neoplatonica un’istanza di universalità delle genti, in nome di un “bene” superiore ai singoli paesi (Philip Newton Stuart, The Sun and the Queen, Dumont, pag. 45 e F.A. Yates, Shakespeare, un nuovo tentativo di approccio, Einaudi, pag. 60 e segg.).

Anche a Oxford il particolare temperamento dell’uomo “venuto dal sud” ha modo di evidenziarsi quasi immediatamente. È la copia della dimostrazione avvenuta in terra di Francia, al cospetto di Enrico. Dottori in ogni disciplina si affollano per saggiare le doti culturali dell’italiano, segretamente speranzosi di metterlo in difficoltà. Forse tra loro si celano dei protestanti accesi, della stessa specie, in campo avverso, dei seguaci del Guisa (F.A. Yates, Giordano Bruno, cit., pag. 231). Anche qui Bruno raccoglie rancori e odi, e addirittura un’accusa di plagio dell’opera di Marsilio Ficino (ivi, pag. 232). Da quest’ultima si difende dichiarandosi seguace della magia naturalis del neoplatonico toscano, anche se in piena autonomia creativa. I suoi studi si spingono ben oltre Ficino, arrivando a contemplare una scienza assoluta, appunto l’ars memoriae. Ma non quella classica dei retori, bensì un nuovo tipo, a forte caratteristica magica.

L’Inghilterra è un paese dove da un decennio i cavalieri “della regina” studiano esoterismo, ma segretamente, così che a livello ufficiale le affermazioni di Bruno, malgrado un ambiente nobiliare in parte favorevole, non possono suscitare che scalpore. Il filosofo è invitato a Londra, ospitato direttamente in casa dell’ambasciatore francese Michele di Castelnau.

Qui vive forse il periodo più piacevole di tutta la sua vita, circondato da amici e ammiratori. Frequenta le personalità più di spicco della cultura inglese, tutti appartenenti al “partito della pace”, quali Greville, Walshingham, Giovanni Smith, Matteo Gwynn e il Florio. E forse addirittura Shakespeare e la sua compagnia di particolari attori e commedianti. (I contatti tra Bruno e il grande autore inglese sono stati appena accennati dalla Yates nell’opera già citata, ma meriterebbero davvero una pubblicazione a parte, anche perché la compagnia di Shakespeare è strettamente connessa al movimento rosacrociano.)

La Yates ha dimostrato ampiamente come l’ermetismo fosse in qualche modo il coibente tra il filosofo e tali personaggi, unitamente al disprezzo verso l’accademismo umanistico e l’aristotelismo grammarian. Anche Aquilecchia ha comprovato quanto un nuovo modello di scientia si affermasse in tali ambienti “progressisti” e come gli interessi anche astronomici dell’italiano stabilissero uno stretto rapporto con le personalità vicine alla regina. Così è spiegabile anche la scelta del «volgare per i dialoghi (italiani), il suo carattere innovatore, che allineandosi con la produzione scientifica vernacolare inglese, segna il distacco dalla tradizione classica trionfante negli ambienti accademici» (I. Guerrini Angrisani, op. cit., pag. 29). Insomma l’attività del filosofo incontrava i gusti, le tendenze, gli ideali di tale élite nobiliare che agiva contro la cultura accademica, operando su un piano «tendenzialmente popolare», come giustamente fa sempre notare Aquilecchia.

Bisogna anche aggiungere che, in tale affinità di ispirazioni, Bruno operava e scriveva in funzione di una esigenza innovatrice, da lui considerata come “componente ermetica”, per cui si ribella alla concezione aristotelica dell’universo, in modo più drastico di quanto non abbia mai fatto lo stesso Copernico (Giorgio De Pascalis, Copernico e Giordano Bruno – un confronto preferenziale, Ramo d’Oro, pag. 32).

Vedono le stampe, tra il 1584 e il 1585, La cena delle ceneri, De la causa principio et uno, De l’infinito – universo et mondi, lo Spaccio de la bestia trionfante, La Cabala del cavallo Pegaseo, De gli eroici furori.

La “nolana filosofia” attrae sempre più i cavalieri della regina, come è riscontrabile non solo nell’epoca bruniana, ma forse soprattutto dopo, «allorché le opere italiane del Bruno, stampate a Londra, furono in parte tradotte in inglese, quando il nome del filosofo era stato dimenticato in gran parte d’Europa (basti pensare a come il deismo inglese accolse l’insegnamento del Bruno tra Seicento e Settecento)» (I. Guerrini Angrisani, op. cit., pag. 32). Avendo stabilito rapporti così intensi, Bruno considera terminata la sua permanenza in Gran Bretagna e riparte per la Francia.

Porto XX

C’è un mistero in Occidente intessuto di romanticismo, di speranze, utopie, sogni. Un rebus che neppure un grande romanziere avrebbe potuto concepire più affascinante. Per descriverlo compiutamente si deve ricorrere a un racconto. È già accaduto in altre occasioni di questo viaggio. In ogni caso, tutti i particolari storici sono stati e saranno rigorosi e soltanto la forma è stata e sarà di fantasia. Come nelle leggende tramandate bocca-orecchio. Forse le più vere, anche se la scienza storiografica le sottovaluta. Ma abbiamo visto come per secoli Platone sia stato considerato soltanto per i suoi scritti e adesso invece il convegno mondiale tenuto nel ’91 all’istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli abbia dimostrato l’esatto opposto. Il Platone più significativo è quello orale. Una novità per l’ufficialità, un’assoluta ovvietà per gli studiosi di filosofia ermetica e di alta magia, così com’è ampiamente dimostrato dagli scritti di Giuliano Kremmerz. Bastava leggersi questo grande studioso per sapere tutto su Platone, e pensare che i suoi lavori sono dell’Ottocento. Gli accademici sarebbero giunti alla verità sull’allievo di Socrate un secolo dopo. Ma tant’è, sappiamo bene i limiti delle scuole con i bolli di riconoscimento dello Stato. Ma torniamo al nostro enigma.

È una vicenda corale che coinvolge re, popoli, nazioni e filosofi, lettera­ti, scienziati, astrologi, attori e soprattutto esperti di «occulta filosofia». Per l’ennesima volta, noncuranti del tempo e dello spazio, si tendono le funi delle vele dell’Hermes e Odisseo è pronto a impartire i suoi comandi Ci attende la Boemia, il Palatinato e Praga del secondo decennio del Seicento. Ma prima è d’obbligo raccontare una curiosa vicenda. Di un libro della celebre studiosa Frances Yates, Gli ultimi drammi di Shakespeare e di come questo testo, letto da un critico letterario italiano, abbia in lui suscitato una profonda impressione. Anzi, sconcerto, perché questo intellettuale napoletano crede di ravvisare nel testo una «doppia» scrittura. Ovvero, si dice una cosa, ma se ne sottintende anche un’altra. Come una cifra segreta. Allora il critico prende il coraggio e scrive alla Yates, chiedendo un appuntamento a Londra. E questa storia prosegue nella capitale inglese dove i due si incontrano e dove la grande ricercatrice, quasi un mito vivente, dice all’italiano che lui ha visto giusto.

Sì, quel volume è una seconda interpretazione. Segreta. Ma perché non renderla esplicita? chiede il napoletano. Perché non ci sono prove, nel senso accademico del termine. A suffragio di una tesi affascinante e terribile. Appunto la chiave segreta del libro. E come fare a dirla? Domanda ancora l’uomo giunto dal sud. Ma semplice, risponde la donna, raccontando come un romanzo. Per esempio un racconto.

Sì, forse sarebbe giusto, prima di partire con l’Hermes, dire di questo dialogo. Ma a volte la realtà supera la fantasia. E quindi potrebbe essere ingiusto esplicitare quello che è un gioco. Anche se il ludus è proprio degli dei e degli uomini che si definiscono «pagliacci» per poter nascondere profonde verità. Come i Rosacroce, per esempio. Ma questa è un ‘altra storia. 0 è questa?

Si salpi comunque per Heidelberg, capitale del Palatinato, e si cominci a delineare la storia, quella ufficiale. Poi si potrà ascoltare un grande racconto.

La Grande Madre — Dove si ipotizza che Giordano Bruno avesse il compito di fermare le guerre di religione per suggerimento di un misterioso gruppo di “illuminati”, che forse sono “neo gnostici”

«Insegnami, mio Dio e mio re
a scorgerti in tutte le cose;
e qualsiasi azione io compia
lo faccia per te.
Un uomo che guarda un vetro
può fissarvi sopra il suo sguardo
o, se vuole, può guardarvi attraverso
e scorgere allora il cielo.»

GEORGE HERBERT, riportato da FRANCES A. YATES, L’Illuminismo dei Rosacroce

 

 

Immaginiamoci una festa che non ha precedenti nella storia, con un’atmosfera da mille e una notte trasportata a Parigi.

Ci sono proprio tutti. Protestanti, ugonotti, cattolici e riformati di ogni tipo. Nobili di tutte le casate, da quelle terriere a quelle legate al commercio e ai traffici valutari. Militari di carriera provenienti da piccoli castelli di provincia e guerrieri avvezzi ai tornei. Letterati delle università di Parigi, Londra, Ginevra e Bologna. Messi del duca di Borgogna, della regina di Inghilterra e perfino del re di Spagna. Inoltre duecentomila persone si sono radunate intorno a casa Valois. È l’antico piacere dei poveri di veder godere i ricchi. Tripudiano osservando sfilare le carrozze e lanciano lunghe acclamazioni alle dame regalmente vestite, di cui avvertono il profumo degli abiti e della biancheria. Aspetteranno fino a tarda notte, quando dovrebbe giungere il loro momento. Infatti al termine del sontuoso banchetto, i servi porteranno loro gli avanzi. Sono in verità resti di cibo per modo di dire, perché gli invitati spilluzzicano e, anche calcolando la “cresta” dei maggiordomi, rimarrà pur sempre un ben di Dio, o meglio, di re. Un anno prima, in un’occasione meno importante di questa, è stato gettato dai balconi dei Navarra un bue intero seguito da cento cinghiali. Non erano stati neppure sfiorati dal coltello e quella cornucopia sarà forse superata da quella che si annuncia stanotte. Purtroppo, rimarranno delusi. E al momento sarebbero addirittura esterrefatti se potessero vedere quanto sta accadendo dentro il palazzo. Né carni, né pesci, né verdure, né pane. Solo note musicali.

Oltre mille musici sono nascosti ovunque, tra gli alberi dei giardini, dietro gli arazzi, tra i mobili e le colonne. Sono disposti sapientemente nei punti-chiave di risonanza degli archi e delle volte per centuplicare gli effetti delle armonie. In altrettante corrispondenze architettoniche si trovano attori pronti a declamare all’unisono dei versi.

È una notte dedicata esclusivamente alla poesia e alla musica. Una cosa mai successa prima a Parigi e men che meno alla corte del re.
Nessuno sa che cosa aspettarsi. Tranne ovviamente Enrico di Navarra, signore di Francia, e un italiano che insegna nella capitale francese filosofia e arte della memoria.
È un incantatore, dalla cultura smisurata, dall’intuizione fulminante e dallo sguardo magnetico. È entrato nelle grazie del re e del Delfino in modo tanto repentino quanto misterioso.
Questo italiano piccolo di statura e dai modi imperiosi osservava la fila degli invitati che sembra non esaurirsi mai.
A mezzanotte in punto il palazzo è pieno come un uovo. Lo straniero fa allora un cenno con il capo a Enrico di Navarra che a sua volta china leggermente il capo.
È il segnale.
Da ogni angolo dei numerosi ambienti fluiscono come per incanto note melodiose. Una cascata di armonie che si fonde mirabilmente con le voci di alcuni uomini che recitano versi con dolcezza inaudita. È un fiume di soavità che riempie uomini e cose. Quindi migliaia di fiori si staccano dai soffitti e scendono come una pioggia gentile. Profumi e suoni vincono lo stupore e penetrano anche nei cuori più riottosi. Sembra proprio un incanto.
L’italiano sorride. Sa perfettamente che questa armonia è soltanto fittizia. Ma gli rimane la soddisfazione di essere riuscito per una sola sera a far convivere in pace bigotti e fanatici di ogni specie.
È compiaciuto anche Enrico, padrone della Francia, ma succube delle rivalità religiose. Si rallegrano con lui anche tutte quelle persone – un’esigua minoranza – che vedono il pericolo che incombe sull’Europa. Temono spaventose guerre religiose che potrebbero spazzare via interi popoli. Potrebbe essere un’ecatombe senza precedenti. Gli oltranzisti delle varie religioni stanno radicalizzando le proprie posizioni e interi paesi rischiano di essere coinvolti in un conflitto immane.

Unico baluardo contro la catastrofe sono i pochi spiriti illuminati quali Enrico di Navarra, Elisabetta d’Inghilterra, alcuni filosofi e scienziati. Poi ci sono gli studiosi di ermetismo nascosti in giro per il mondo, attentissimi a non farsi riconoscere per paura delle persecuzioni. Hanno scelto una strada terribile, quella di ricercare l’armonia tra gli uomini gonfi d’odio. Non hanno interessi personali da difendere in questa battaglia impari. Anzi. Hanno tutto da perdere. Ma sembrano spinti da un’energia potente, quella della tolleranza, dell’accettazione del diverso, della ricerca dell’armonia interiore. Insomma, sono mossi dalla vampa del Femminile. Di tanto in tanto, tra le genti si trovano di questi “sapienti”.
In loro spira la forza della civiltà, che li spinge sopra ogni cosa a compiere il bene.
Con essi è il trionfo del sentimento e non del sentimentalismo, della fantasia e non della fantasticheria, della giustizia e non dell’egualitarismo ipocrita.
La storia non ha tramandato con precisione i nomi loro e delle associazioni di cui, di volta in volta, di anno in anno, di secolo in secolo, facevano parte. Si suppone che in Inghilterra fossero gli adepti della “Famiglia d’amore” e dei “Fedeli d’amore” in Francia e in Italia. Conosciamo i loro ideali. Possono essere accostati a quelli degli gnostici seppure con una più forte connotazione magica, alchemica ed ermetica. Credo siano all’opera ancora oggi: sono gli studiosi più illustri e capaci di chiarezza, facilmente riconoscibili in tutto il mondo come seguaci di questa linea di bene. Anche in Italia. E credo che bastino il loro comportamento e i loro scritti per identificarli e per suscitare la nostra gratitudine.

Tornando alla festa, l’italiano che si rallegra sinceramente dell’armonia momentanea è ovviamente Giordano Bruno, il nostro missionario della magia intesa come recupero della tolleranza perduta tra le religioni, tra uomo e natura, tra testi sacri e necessità di ricerca.

L’anno della festa è il 1581 e la città, come si è visto, è Parigi.
L’occasione del matrimonio del duca di Joyeuse è stata una delle poche opportunità che il filosofo italiano ha avuto per riunire i nobili di varie tendenze religiose. È riuscito a far udire loro versi pieni di riferimenti simbolici e musiche “tranquillizzanti”.
Oggi può sembrare davvero patetica la speranza di Bruno ed Enrico di mitigare gli odi con simili mezzi “aerei”. Ma non è così.
Intanto quei simboli vocali e musicali sono antichissimi. Provengono da tradizioni remote e servono da sempre a un unico scopo: permettere all’intelligenza delle persone di aprirsi allo spirito di pace e di conciliazione. Inoltre tutto questo corrisponde a una precisa ritualità misteriosofica. Basta riflettere un attimo sui tempi contemporanei per cogliere molte analogie con quel 1581.
L’inquinamento delle menti, l’egoismo del mercato, i fondamentalismi politici e religiosi, l’esclusione proterva dei più da un minimo di benessere e da un tenore di vita degno di un essere umano: queste tendenze sono caratteristiche sia di quella fine del Cinquecento come di questi nostri anni. In più noi abbiamo la devastazione della natura e degli antichi saperi, l’annullamento della donna in chiave anoressica e la conseguente derisione del Femminile. È vero che di tanto in tanto sembrano annunciarsi nuovi fermenti, ma occorre rimanere vigili affinché il maschilismo patriarcale non assuma sembianze proteiformi e assimili e deturpi commercialmente movimenti e pensieri neonati. La giustizia sociale sarà uno dei terreni di lotta in cui ci misureremo tutti. Il Femminile non esclude nessuno e soccorre ogni figlio, sia povero, sia debole, sia infelice.
No, certamente l’aria che spira per noi non è migliore di quella del 1581.
Comprendere il tentativo di persone come Bruno può essere straordinariamente utile. Né lui, né altri spiriti “gentili” sono riusciti e forse riusciranno mai a fermare il “temno”, come dicono in Boemia, l’onda dell’oscurità, ma comprendere le loro ragioni potrà contribuire a creare una luminosa corrente contraria che contrasti i futuri “cieli di morte”, per adoperare una delle parole di Alce Nero.
Alla fine del Cinquecento non si poté arrestare la tenebra e arrivò la spaventosa guerra dei trent’anni, che fu peggio di un conflitto nucleare. In Europa la popolazione si ridusse a un terzo. Alla fine dell’immane conflitto, i superstiti erano poco più di venti milioni. Un dato sconvolgente.
Questa è la segreta storia dell’Europa, negli anni compresi tra il 1580 e il 1620: un manipolo di donne e uomini, con lo spirito rivolto alla pace, fecero di tutto per arrestare le stragi che si annunciavano. Fu la sfida della cultura dell’accettazione e del rispetto delle diversità contro i fanatismi acritici che finirono per trionfare nella morte.
Ma torniamo ancora una volta a Bruno. Può trattenersi a Parigi soltanto due anni. Quindi lo ritroviamo a Londra con il consueto rituale di eccezionali accoglienze. Parallelamente però ci sono le ostilità dichiarate degli oltranzisti religiosi e dei “pedanti cercopitechi”, per usare una sua espressione. Costoro lo perseguiteranno fino alla morte.
A Londra il nolano diventa amico di Philip Sidney, il favorito della regina. È un nobile colto e disponibile, probabilmente membro dell’ordine “della Giarrettiera”, un’altra congregazione votata alla diffusione dei princìpi della filosofia ermetica. A un primo sguardo può sembrare uno dei tanti gruppi nobiliari con un rigido codice cavalleresco, mentre in realtà al suo interno si studiano e si diffondono idee che sono proprie della magia rinascimentale. Ricordiamole ancora una volta: libertà di culto religioso, libera circolazione delle idee, divinizzazione della natura, massimo rispetto per il corpo umano, possibilità di ricerca in ogni campo del sapere. Accanto a tali princìpi “essoterici”, ovvero manifesti, c’è la componente “esoterica”, quella segreta, ermeticamente “chiusa”. Qui occorre dire con chiarezza che la magia rinascimentale, fiancheggiatrice della cultura parallela del Femminile, credeva in una segretissima ritualità millenaria in grado di trasformare l’officiante in un essere di superiore intelligenza. Qualità che doveva essere messa sempre al servizio degli altri e mai per il proprio tornaconto. Sono princìpi dell’ermetismo di tutti i tempi. Ecco perché questa disciplina tutela la propria ritualità con alcuni “segreti” a cui si può accedere soltanto dopo aver praticato “un lavacro di se stessi”. Insomma nessuno avrà mai la chiave dei “misteri” se non percorrendo un lungo e difficile cammino per cancellare il proprio egoismo. Gli arcani, i segreti, si tutelano da soli, un cuore impuro non arriverà mai a dire, simbolicamente, “apriti sesamo”.

Il maestro di saggezza, anche volendo, non potrà mai trasmettere la propria conoscenza all’allievo impuro, semplicemente perché questi comunque non la capirebbe e non potrebbe “sfruttarla” a proprio vantaggio. Tutto quello che può fare il sapiente è lasciare qualche segno sulla tela, qualche spunto e suggerimento. Frasi, parole, disegni e musiche sono gli elementi che per analogia possono consentire l’accesso alla comprensione del grande mistero dell’uno e dell’armonia. E anche quando un maestro lascia “verità nascoste in evidenza”, per parafrasare Zolla, queste risulteranno incomprensibili alle persone “di tenebra”. Occorre sempre tenere bene a mente che la magia e la ritualità connessa sono comunque discipline pratiche, il cui terreno di applicazione è il “sé interiore”.
Bruno scrive numerose opere a Londra. Lascia dei “segni”.
Compone tutti i dialoghi italiani e stabilisce continui, utili contatti per far germogliare il seme della tolleranza.
È molto probabile, come abbiamo già visto, che abbia incontrato Shakespeare. E sono ormai in molti a credere che il mutamento dei contenuti delle opere del drammaturgo, a partire dal 1583, sia dovuto proprio ai contatti con il filosofo.
L’italiano è in continuo rapporto con il cenacolo culturale vicino alla regina Elisabetta e a Sidney. Bruno imprime in questo mondo il suo estremismo magico. Londra diventa la capitale più aperta d’Europa, la città dove convergono gli intellettuali più illuminati.
Siamo ormai al 1585 e Bruno non può prevedere cosa accadrà nel 1618, inizio della guerra trentennale, ma teme il peggio. Agisce e scrive di continuo e riprende i viaggi lasciando la sicura Inghilterra, da dove nessuno l’ha cacciato. È una specie di apostolo, deve far germogliare i buoni fiori dell’ermetismo magico. A Londra ha fatto un ottimo lavoro. I suoi libri circolano dappertutto. Grazie alla sua opera, Federico V, di cui abbiamo già parlato, potrà trasformare per sette anni il Palatinato nel regno della ricerca e della tolleranza.
Il filosofo ritorna per breve tempo a Parigi, poi giunse a Praga e qui gli arriva l’invito del Mocenigo. Cade nella trappola e si reca a Venezia. Sarà consegnato all’Inquisizione.
In molti hanno descritto il processo e gli atti, almeno quelli conosciuti, ed è inutile soffermarcisi. Per noi è importante che Bruno non abbia ceduto. Non rinnegherà mai le proprie idee. Eppure è sempre stato cosciente delle conseguenze di quell’ostinazione e sa che l’aspetta il rogo. Ma evidentemente ha voluto fare della sua vita un esempio.

E quel rogo del 17 febbraio arde ancora in molte coscienze.