La riflessione

Pensare è molto difficile. Per questo la maggior parte della gente giudica.
La riflessione richiede tempo, perciò chi riflette già per questo non ha modo di esprimere continuamente giudizi.”

Carl Gustav Jung

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L’individualismo debole che svuota le persone

La sterminata opera di Franco Ferrarotti offre all’analisi sociale molteplici spunti di riflessione. La condizione umana è dominata oggi da un egocentrismo e un individualismo solipsista mai emersi prima, un individualismo però debole in cui la persona si svuota della sua dimensione più umana, quella dei sentimenti, dell’esperienza e dell’incontro con l’altro.

Nel nostro tempo questo svuotamento è prodotto dall’eccesso di informazioni a cui siamo sottoposti ogni giorno, che produce un chiasso interiore privando la persona della sua sfera creativa, della capacità di progettare e in particolare dell’immaginazione. E così, le vecchie categorie di passato, presente e avvenire sono completamente saltate in nome di una eternizzazione insignificante dell’immediato.

A questo proposito Ferrarotti vede due logiche contrapposte nel nostro tempo e che si affrontano, forse anche inconsapevolmente, nello stesso individuo – a dire la verità, una di esse ha preso già il sopravvento. La prima è la logica della lettura, “una parola dopo l’altra, una riga dopo l’altra”, che induce al ragionamento e alla meditazione riflessiva; presume uno sforzo mentale e avviene nel momento in cui ci si raccoglie in se stessi, per citare sant’Agostino, in quella cittadella interiore che non dovremmo permettere mai a nessuno di espugnare, nemmeno in mezzo al chiasso della vita moderna.

La logica della lettura è una logica difficile perché disinteressata, contemplativa, inutile. E invece “la cultura occidentale ha bisogno di uno scopo, di un profitto, di una giustificazione. È utilitaria fin nel midollo”. Non può aspettare, vuole tutto e subito. Soprattutto i giovani le sono diventati estranei, pochi di loro conservano ancora un libro sul comodino – leggere costa fatica – e così si affidano, o meglio, si consegnano a internet e alla comunicazione di massa “elettronicamente assistita”.

“Non si scrive” afferma Franco Ferrarotti nel suo ultimo libro, La parola e l’immagine (ed. Solfanelli, 2014), “si assembla. Non si compone. Si clicca”. Oggi la gente sarebbe munita di una “quantità di aggeggi elettronici che informano e comunicano tutto a tutto in tempo reale, e su tutto il pianeta, senza però che abbiano più niente di importante da dire”. Sembra una nuova formulazione del motto cartesiano: io comunico, dunque sono. Io chatto, dunque esisto. Se non sono connesso, non sono nessuno.

È il trionfo dell’audiovisivo, la logica che ha conquistato il predominio del nostro tempo. Si tratta di una logica rapida, che colpisce con l’immagine e certamente più facile della lettura perché viene offerta all’individuo che non deve sforzarsi di comprenderla; ma siccome l’immagine è preconfezionata, si tratta di “un’offerta avvelenata, danaica”, perché priva l’uomo della capacità di costruire la sua immagine, svuotandolo della capacità artistica e dunque creativa – poiesis, dal greco, vuol dire creazione.

Questa privazione della capacità immaginativa ha portato Ferrarotti a teorizzare un vero e proprio cambiamento antropologico nella società attuale: dall’homo sapiens socratico staremmo passando all’homo sentiens e all’homo televisivus, “una sorta di sedentario nomade” che può fare il giro del mondo cambiando canale e sintonizzandosi sui network dei paesi esteri, senza abbandonare mai la poltrona di casa. È il delirio del solipsismo, che porta a una realtà dove non conta più il vissuto, ma tutto si vive nella falsa speranza indotta dai mezzi di comunicazione.

Anche David Riesman, negli anni 50’, aveva teorizzato l’uomo etero-diretto, una sorta di manichino manovrato, stimolato e orientato dall’esterno. Il sociologo americano osservava l’emergere di un nuovo tipo di individuo che rinuncia a ragionare secondo le categorie logiche tradizionali e che vive nell’immediatezza dell’informazione offerta.

L’homo sentiens di Ferrarotti è invece ancora più pericoloso, perché è colui che ha perduto la capacità di concentrarsi, di fissare l’attenzione sulle cose. Il suo interesse si modifica nella stessa maniera in cui cambia canale. Non legge, o legge poco, perché “seguire dei segni neri pagina per pagina lo fa sentire in prigione e gli sembra scandaloso”. Ma il deficit più alto di questo nuovo tipo umano, alla ribalta nella società della tecnica, è l’indebolimento della memoria.

Cos’è un uomo senza memoria? La fiducia di avere tutta la conoscenza dentro dei giganteschi server, su queste enciclopedie elettroniche via web, è solo un’illusione. La cultura si costruisce giorno per giorno, con volontà e fatica, non si richiama da uno schermo con un click del mouse. Arriverà il giorno in cui saremo così assuefatti a cercare le notizie sulla rete che la nostra memoria sarà talmente indebolita, e forse dimenticheremo che internet e le enciclopedie elettroniche esistono, e quindi, ahimè, tutta la conoscenza.

La tanto bistrattata memoria era tuttavia per gli antichi la facoltà che più avvicinava gli uomini al dio. Secondo l’orfismo, l’antica religione greca misterica, l’uomo viveva nell’oblio di sé, ma poteva recuperare la sua antica natura ricordando ciò che era al principio di tutte le ere; la più stretta alleata in questo viaggio verso il ritorno, verso il superamento delle illusioni molteplici, era Mnemosyne appunto, la memoria.

Tornando al presente, oggi ci troviamo di fronte al tramonto della lettura. Se inchiostro e calamaio appartengono a un’era passata e riportano in mente certe atmosfere di film come Barry Lindon, anche il tempo delle “moderne” penne a sfera si sta compiendo, con la tecnologia touch screen ormai capillarmente diffusa. La vecchia penna degli scrittori è diventata un mezzo anacronistico, quasi una stranezza per chi è assuefatto ai moderni dispositivi elettronici.

Un tempo esistevano gli icònoclasti, che ripudiavano ogni forma di rappresentazione visiva, oggi invece siamo giunti alla società degli “iconoduli”, gli schiavi dell’immagine che hanno dimenticato il vero potere della parola: il suo significato. Nella società veloce, il pensiero involontario viene completamente bandito, estromesso dalla casa dell’uomo. Già Hedegger teorizzava, oltre mezzo secolo fa, il trionfo del pensiero calcolante, il pensiero che tutto misura e assimila alle logiche dell’utile, a dispetto del più contemplativo pensiero meditante.

La società iper-tecnologica è diventata dunque una società in cui la parola tace e l’immagine vince. Il nostro è il mondo delle tonnellate di foto sparse nei server elettronici o postate su face book, delle miriadi di figure che ci passano davanti in tv e nei cartelloni pubblicitari sparsi per le città; è la società delle figure spente, opache, al più visivamente policrome, che appaiono davanti ai nostri occhi e un attimo dopo scompaiono, lasciandosi dietro il nulla da cui sono state e-vocate.

Mario Sammarone (tratto da Prospettive)

Listener

Follie non convenzionali

Brevissima riflessione sull’essere “fuori strada”, in cui il cinema è un (buon) pretesto

Perché “Tir”, di Alberto Fasulo (il finto documentario su un camionista che guida il suo mezzo per le strade d’Europa) abbia ricevuto il massimo riconoscimento al Festival del cinema di Roma che si è appena concluso ha suscitato, non solo nel sottoscritto, ampie aperture a teorie dietrologie. Ad esempio sul Corriere della Sera,  Mereghetti parla complessivamente delle premiazioni così:  “follia collettiva (…) che ormai accompagna da troppo tempo una manifestazione che non ha ancora deciso di diventare davvero adulta”.

Delirio deriva dal verbo latino deliràre composto dalla particella “de”, indicante “allontanamento da”, “fuori da” e “lira”, solco: delirio è uscire dal seminato della ragione, essere in qualche modo fuori strada.

Si chiama appunto così (“Fuoristrada”) il documentario in concorso per la sezione Prospettive Doc Italia al Festival del Cinema di Roma, vincitore del premio Menzione Speciale, in cui Elisa Amoruso racconta con delicatezza, discrezione e ironia mai grossolana la storia di un amore inusuale in un paese forse un po’ troppo convenzionale.

Il protagonista è Pino, un meccanico che lavora nell’officina di Via Vetulonia nel quartiere di San Giovanni a Roma e che è anche un campione di rally. Un giorno decide di diventare donna e di chiamarsi Beatrice. Lungo il percorso sterrato (e “fuori strada”) della sua trasformazione incontra Marianna, una donna rumena che accetta la sua natura.

John Forbes Nash ha rivoluzionato l’economia con i suoi studi di matematica applicata alla “Teoria dei giochi”. I suoi deliri più ricorrenti riguardavano le visioni di messaggi criptati (provenienti anche da extraterrestri), il credere di essere l’imperatore dell’Antartide o il piede sinistro di Dio, l’essere a capo di un governo universale. Nonostante la malattia vince il premio Nobel per l’economia nel 1994 e, per così dire, al resto ci ha pensato Ron Howard.

A volte le persone “diverse”, quelle che vanno “fuori strada”, un po’ come  controcorrente, attraversando strade nuove e sconnesse. Non senza sofferenze talora enormi capita che ne escano trasformati. Talora invece si perdono purtroppo irrimediabilmente. Ma, come nel documentario della Amoruso, o come nel caso di Nash, potrebbero essere le persone più “vere” che abbiamo la ventura di “conoscere”.

E poi dietro la storia della follia, della (apparente) insensatezza e della relativa incomprensione non si cela in verità la storia della ragione (individuale o collettiva), nella sua irriducibile volontà di misurare, giudicare ed erigersi al di sopra di tutto?

Massimo Lanzaro
tratto da Il Quorum.it
http://www.ilquorum.it/follie-non-convenzionali/

Il vero viaggio

Il vero viaggio di scoperta non consiste nel cercare nuove terre, ma nell’avere nuovi occhi.

Marcel Proust

Si può sempre imparare

“Non ho mai incontrato un uomo così ignorante dal quale non abbia potuto imparare qualcosa”.

Galileo Galileo

La strada per la pace

Combattere ingiustizia, dispotismo, avidità dentro noi stessi è l’unica strada per chi vuole la pace.

Mahatma Gandhi

Possesso

“E’ la preoccupazione per ciò che si possiede, più di ogni altra cosa, che impedisce agli uomini di vivere liberamente e nobilmente”.

Bertrand Russel