In ricordo di Nora Ephron

Questo amore

Questo amore
Questo amore
Così violento
Così fragile
Così tenero
Così disperato
Questo amore
Bello come il giorno
E cattivo come il tempo
Quando il tempo è cattivo
Questo amore così vero
Questo amore cosí bello
Così felice
Così gaio
E così beffardo
Tremante di paura come un bambino al buio
E così sicuro di sé
Come un uomo tranquillo nel cuore della notte
Questo amore che impauriva gli altri
Che li faceva parlare
Che li faceva impallidire
Questo amore spiato
Perché noi lo spiavamo
Perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Perché noi l’abbiamo perseguitato ferito calpestato ucciso negato dimenticato
Questo amore tutto intero
Ancora così vivo
E tutto soleggiato
E’ tuo
E’ mio
E’ stato quel che è stato
Questa cosa sempre nuova
E che non è mai cambiata
Vera come una pianta
Tremante come un uccello
Calda e viva come l’estate
Noi possiamo tutti e due
Andare e ritornare
Noi possiamo dimenticare
E quindi riaddormentarci
Risvegliarci soffrire invecchiare
Addormentarci ancora
Sognare la morte
Svegliarci sorridere e ridere
E ringiovanire
il nostro amore è là
Testardo come un asino
Vivo come il desiderio
Crudele come la memoria
Sciocco come i rimpianti
Tenero come il ricordo
Freddo come il marmo
Bello come il giorno
Fragile come un bambino
Ci guarda sorridendo
E ci parla senza dir nulla
E io tremante l’ascolto
E grido
Grido per te
Grido per me
Ti supplico
Per te per me per tutti coloro che si amano
E che si sono amati
Sì io gli grido
Per te per me e per tutti gli altri
Che non conosco
Fermati là
Là dove sei
Là dove sei stato altre volte
Fermati
Non muoverti
Non andartene
Noi che siamo amati
Noi ti abbiamo dimenticato
Tu non dimenticarci
Non avevamo che te sulla terra
Non lasciarci diventare gelidi
Anche se molto lontano sempre
E non importa dove
Dacci un segno di vita
Molto più tardi ai margini di un bosco
Nella foresta della memoria
Alzati subito
Tendici la mano
E salvaci.

Jacques Prévert

Strofe per musica

Dicono che la Speranza sia felicità,
ma il vero Amore deve amare il passato,
e il Ricordo risveglia i pensieri felici che primi sorgono e ultimi svaniscono.

E tutto ciò che il Ricordo ama di più un tempo fu Speranza solamente;
e quel che amò e perse la Speranza
oramai è circonfuso nel Ricordo.

È triste! È tutto un’illusione:
il futuro ci inganna da lontano,
non siamo più quel che ricordiamo,
né osiamo pensare a ciò che siamo.

Lord Byron

Ricordami

Tu ricordami quando sarò andata
lontano, nella terra del silenzio,
né più per mano mi potrai tenere,
né io potrò il saluto ricambiare.

Ricordami anche quando non potrai
giorno per giorno dirmi dei tuoi sogni:
ricorda e basta, perché a me, lo sai,
non giungerà parola né preghiera.

Pure se un po’ dovessi tu scordarmi
e dopo ricordare, non dolerti:
perché se tenebra e rovina lasciano
tracce dei miei pensieri del passato,
meglio per te sorridere e scordare
che dal ricordo essere tormentato.

Christina Rossetti

Recuerdos de la Alhambra

Dedico a tutti voi uno dei miei brani preferiti.
Mnemosyne cara, nostalgia, malinconia…

 

Se saprai starmi vicino

Se saprai starmi vicino,
e potremo essere diversi,
se il sole illuminerà entrambi
senza che le nostre ombre si sovrappongano,
se riusciremo ad essere “noi” in mezzo al mondo
e insieme al mondo, piangere, ridere, vivere.

Se ogni giorno sarà scoprire quello che siamo
e non il ricordo di come eravamo,
se sapremo darci l’un l’altro
senza sapere chi sarà il primo e chi l’ultimo
se il tuo corpo canterà con il mio perchè insieme è gioia…

Allora sarà amore
e non sarà stato vano aspettarsi tanto.

Pablo Neruda

Nel lago dei tuoi occhi

Nel lago dei tuoi occhi assai profondo

il mio cuore si annega e si discioglie

E là dentro lo disfano nell’acqua

di amore e di follia

un po’ Ricordo, un po’ Malinconia.

Guillaume Apollinaire

Rigoglio

Sta con me. Ma la primavera,

rinnovando lo sfondo

della sua fuga, ripete

la sua fuga nel presente.

E l’immagine del mio amore

se ne va, inseguita

dal mio vivo ricordo, con l’anima

di lei, di cui resta

il corpo, vano, col mio corpo

vano!

Juan Ramón Jiménez 

Reminiscenza

Il nostro apprendere non è che un ricordare

Platone

Reminiscenza

Il nostro apprendere non è che un ricordare

Platone

Conforto dell’amicizia

Ed ecco il secondo post di oggi, l’amicizia in comune di Marco che ha scritto anche lui il 7 giugno:

“…mi ricollego ad un bellissimo post di enza in cui immagina la stanza di Gabriele (grazie enza, che bella la tua immaginazione che comtempla ache il particolare…). Gabriele anch’io la immaginavo così…la tua risposta mi ha commosso profondamente, ho ritrovato aspetti della mia di stanza (è vero con meno libri in giro, ma le forme e i colori in certi punti si avvicinavano come a ricordare luoghi e malinconie senza tempo). A proposito di libri…sul mio comodino fra i libri e le carte varie, oggi ho aperto un libro a me caro, che in passato mi ha fatto rivivere le vicende interiori di un Santo, ma anche di un “Maestro” e per me uomo straordinario. Ho aperto il libro e mi sono soffermato su un passo, che vorrei condividere con voi, perchè parte del passo secondo me descrive lo spirito di questo luogo di magia:

CONFORTO DELL’AMICIZIA

Il tempo non perde tempo: il suo corso non è senza traccia sui nostri sensi, ma nell’animo il suo operato è mirabile. I giorni succedevano ai giorni e nel loro succedersi insinuavano in me altre speranze, altri ricordi, risanandomi a poco a poco con il richiamo ai gusti di prima; e quell’antico dolore perdeva della sua forza; vi sottentravano però, se non proprio altri dolori, cause di altro dolore. Come mai infatti quel dolore era penetrato tanto addentro e tanto facilmente in me, se non perché io avevo riversato l’anima mia sulla sabbia, amando un essere mortale quasi non fosse mortale?

Sopra tutto mi rianimavano e mi distraevano le attenzioni di altri amici con i quali amavo ciò che amavo invece di Te, cioè la macchinosa finzione, l’interminabile sequela di menzogne corrompenti con peccaminosi ambagi la mente e con prurito le orecchie. Ed anche se qualcuno dei miei amici moriva, non moriva in me quella finzione. Ma v’era altro che anche più mi teneva legato ad essi: il conversare, il ridere insieme; lo scambio di reciproche cortesie, la lettura fatta in comune di libri; scherzare tra noi e insieme onorarci; dissentire talvolta, ma senza animosità, come uno di noi fa con se stesso, e anche con queste discussioni, rarissime del resto, rendere più saporosi i numerosissimi consensi; insegnarci o imparare a vicenda questo o quello, desiderare gli assenti con impazienza, accogliere con gioia chi torna: tali e simili manifestazioni sgorganti da cuori che amano e che sono amati, nel viso, nei discorsi, negli occhi, in mille altri segni tutti graditissimi, erano come esca che infiamma le anime e, di molte, forma una sola.

(S.Agostino – Le confessioni)

Chiedo comunque scusa a tutti voi per la mia animosità troppo controllata, che spesso manifesta l’indifferenza, la provocazione cieca e si rivolge inevitabilmente contro me stesso..

Ciao, bacetti a tutti”

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte V)

 

II conte ne ha visti tanti di volti come quello. Inizialmente tracotanti e progressivamente impauriti, fino al terrore. Con il moltiplicarsi delle stoccate l’angoscia si impadronisce del morituro. Perché si tratta proprio di questo. Della presa di coscienza della morte. E sì che il conte non vorrebbe. Ma gli eventi lo spingono sempre nella stessa direzione. Per proteggere il suo segreto è costretto a uccidere. Anche ora quel Veniero comincia a terrorizzarsi. La sua spada è più lenta. II braccio meno fermo. Lo avrebbe potuto ucci­dere da molto. E ha sempre fatto così. Per abbreviare le pene dei suoi rivali, normalmente affonda deciso e la vita è subito spenta. Dalla lama. Qualcosa però lo trattiene. Non è per proseguire l’agonia dell’avversario. II conte non ha queste meschinità nell’animo. Diversi pensieri imprigionano la sua mente. Gli anni sono passati setacciando i sentimenti mini­mi, le meschinità, le tracotanze e hanno lasciato una visione ampia, riposata e tragica. Un destino apparentemente ineluttabile lo imprigiona. Ora come sempre. Da quando ha compiuto quegli studi di alchimia con un maestro imperscrutabile.

Accadde allora. In una Praga senza tempo si fermò ogni cosa. Si ricorda ancora la faccia stupita del grande mago. Per meravigliarsi lui! Il conte aveva trovato la soluzione a una formula impossibile. Un segreto che doveva evidentemente rimanere tale. Averlo svelato gli procurò immediatamente una forza straordinaria e con essa una camicia di Nesso da cui tuttora gli è impossibile liberarsi. Pensare che al momento gli sembrò una benedizione. II sapiente praghese capì invece subito tutto.

«Hai studiato tanti anni,» disse, «e ora che sei giunto alla maturità hai fatto questa scoperta che arresterà tutto. Che la divina armonia ti assista!»

Nello studio il silenzio era totale. La verità è che il conte non capì subito le conseguenze del disvelamento del «grande mistero». In seguito però soffrì come una bestia. Città, amici, amori, affetti, case, carriere. Quante volte ha avuto tutto ciò per essere poi costretto ad abbandonarle? Cinque, dieci? Troppe.

II Veniero crede per un attimo, dato che il conte è assorto nella spirale dei ricordi, di potercela fare e decide di affondare, di osare il tutto per tutto.

Raccoglie ogni stilla di energia, tutti gli empiti dei muscoli e dei tendini.

Gira un attimo a destra come se stesse per perdere l’equilibrio e invita il conte ad affondare. È un trucco. Come l’altro tirerà la stoccata, lui si riprenderà e colpirà diritto sotto il cuore. Inevitabilmente l’altro obbedirà all’istinto e tenterà di chinarsi in avanti di poco, quel tanto che gli farà penetrare il ferro al centro del cuore. Un colpo fatale. Il corpo del Veniero è pronto.

In quell’istante il cielo si apre. La nebbia è spazzata via e Donata dal mare vede lo spasmo del giovane. Intuisce che sta per accadere qualcosa di spaventoso. II torace del suo uomo le appare totalmente scoperto, indifeso, vulnerabile. Intuisce l’irreparabile. La sua bocca vorrebbe gridare, avvertire il pericolo, ma la lingua si rifiuta di obbedire. II suo fisico sta per cedere. E cosi le barriere psicologiche che l’avevano protetta si abbattono e torna alla coscienza quel particolare rimosso della sera precedente, quella dell’offesa.

Quando il Veniero lo ha insultato, il conte ha detto tra le labbra una parola. Ecco, i ricordi si affacciano. Visivamente la scena si ripropone. Come al rallentatore. Dilatata nel tempo. La bocca del suo bene sta pronunciando un nome. Ma quale? Sì, sono poche sillabe.

«Pepo»: ha sussurrato questo nomignolo.

Il cuore sembra fermarsi nel petto ansante di Donata. Un ghiaccio tormentoso l’avviluppa. Quel «Pepo» è il nomignolo del Veniero da piccino. Lei giocava con lui, per questo lo sa. Ma come lo conosceva il conte?

Non è questo interrogativo a martoriarla. È un altro ricordo a straziarla. Rivede una scena di molti anni prima. Ritrova se stessa bimbetta che rincorre per il suo palazzo romano il «Pepo», appena giunto da Venezia. Lo insegue per androni e stanze, perché le ha rapito una bambola alla quale sta strappando i capelli. Lei piange, si dispera, lo supplica di restituirle il suo tesoro. Lui niente, la deride, si ferma e, come sta per essere raggiunto, scatta in avanti. Crudele già allora. L’inseguimento si protrae e a nulla valgono le sue suppliche di bimba. Finché il ragazzino va a sbattere contro le gambe di un uomo che è appena sopraggiunto.

«Non farla soffrire,» dice il nuovo venuto.

Dio, quella voce. Una sofferenza indicibile entra nella testa di Donata. Ora sa tutto. In piedi sulla gondola è diventata come una statua di dolore. Rivede tutto. Eccola in quel corridoio. Si sente protetta. Qualcuno è intervenuto finalmente in sua difesa contro quel suo perfido compagno di giochi. Alza la testa riconoscente verso quel signore pietoso. Così la bimba vede il volto bellissimo che da allora ha sempre rimosso. Ora lo riconosce. È lui, il conte. Identico a come è adesso. E sono passati più di vent’anni.

La Stati si porta le mani al petto davanti all’isola di Torcello. Sa tutto. Quello che il Veniero ha detto è vero. II suo uomo non invecchia. È eterno. II suo nobiluomo è il conte di Saint-Germain, ed è immortale.

Sempre in quel preciso momento l’uomo che non può invecchiare e che odia se stesso da quando ha scoperto il segreto di Faust vede avanzare la lama del Veniero e decide di non voler più fuggire. Non sopporta di vincere anche questo confronto, né di tornare dalla sua amata e di vederla, anno dopo anno, invecchiare inesorabilmente mentre lui rimane immutato. Giorno dopo giorno fino all’immancabile funerale. Ha visto morire mogli, figli. Ora basta. Implora con tutta la violenza, in completa sincerità di essere sciolto da quella gabbia in cui la sua vanità e la sua arroganza l’hanno rinchiuso da secoli.

Una preghiera sottile, abbandonata, gentile, vera, assoluta sale nello spazio, valica i tempi e raggiunge l’armonia sottesa a tutte le cose. È una supplica sublime che non ha bisogno di parole, per questo è accettata.

La lama del Veniero raggiunge il petto di Saint-Germain. Si apre un varco terribile. Offende la carne e lascia in eredità la morte. La preghiera ha raggiunto le orecchie giuste.

II conte si porta la mani al petto, il sangue sgorga copioso. Indietreggia verso l’attracco delle barche. Si volta a cercare ancora una volta il viso della sua Donata. Lo trova. È sempre bellissimo. È l’ultima cosa che vede prima di cadere in acqua.

Ora sì che la voce può uscire dalla bocca della Stati. È un urlo. Un lamento gridato con tutte le energie. È uno spasmo vocale che attira l’attenzione e la pietà di tutti. Dei padrini, del gondoliere, dello stesso Veniero. Ogni essere si ferma per osservare quello strazio.

Donata vede il suo uomo sprofondare. Lo cerca con lo sguardo sotto i flutti. Un’intelligenza segreta le ha fatto intuire tutto. È la fine. Non resiste più. Un’occulta misericordia la fa svenire e l’accompagna fuori dell’imbarcazione. Nel mare. E la fa sparire.

A nulla valgono le ricerche sia dell’uno che dell’altra. Si dragano le acque per tutto il giorno e la notte. Poi anche durante quelli successivi. Inutilmente.

Gli amanti non saranno più trovati. Qui finisce la leggenda del conte di Saint-Germain che per amore ha sacrificato l’immortalità e della sua compagna Donata Stati, detta «colei che dona».

Questa è la storia che sull’Hermes abbiamo sentito raccontare. Ma soltanto ai naviganti del vascello senza tempo è possibile ascoltare una confidenza di un pescatore di un isolotto perso nel mare. Lontanissimo da Torcello. Narra per la prima volta di vicende senza senso. Di un uomo ferito e di una donna bellissima raccolti dalle acque dove miracolosamente galleggiavano e di come siano rimasti con lui per anni, occupandosi di cose umili, ma in letizia. Felici come nessuna coppia.

E dice ancora di come siano morti nello stesso giorno e del loro riposo in pace nello stesso letto.

Appunto una storia semplice e priva d’interesse. Per tut­ti. Tranne che per i viaggiatori del veliero che solca i mari dei secoli.

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte IV)

 

Una gondola porta i due amanti verso l’isola di Torcello. Sono entrambi dei vincitori. Hanno rimosso le loro paure per amore. L’avvenire è per loro apparentemente terribile.

Ma ugualmente si lasciano trasportare. II conte ha arginato i ricordi di lutti e la piccola Stati ha accettato di vedere la morte del suo uomo. La soccorre la speranza che il suo seme germogli in lei. Si attacca con tutte le forze a questa luce interna. Sola.

Una nebbia fitta avvolge i due amanti. Muto il gondoliere procede verso un appuntamento comunque definitivo. È il sangue che deciderà.

Pensieri veloci solcano le menti nell’attesa. Con la testa di Donata rannicchiata quasi sotto l’ascella il conte lancia il suo sguardo contro il manto bianco che si alza dall’acqua, Figure si delineano dal sudario di vapore. Ancora lutti atroci. Persone che diventano vecchie con il trascorrere degli anni, come fatale. Ma tutte con lo stesso interrogativo negli oc­chi. E lui immancabilmente senza parole. A sperare nell’impossibile.

«Fossi io per una volta ad andare per il viaggio terminale»: quante volte ha supplicato l’Eterno inutilmente?

La ragazza ha un lieve sussulto. Forse sta trattenendo le lacrime. Certo, è ancora giovane. Ma il nobile sa che non sopporterebbe più un altro abbandono definitivo. II dolore lo farebbe impazzire. Ma è totalmente impotente. Le forze che l’hanno messo in questo stato sono divenute sorde. Han­no decretato l’attuale sua condizione e non vogliono più sentire nulla. Per sempre. Tanto vale rassegnarsi.

Crudele e impassibile l’ovatta d’acqua osserva immota l’imbarcazione che conduce i dolenti all’isola di Torcello. Hanno superato le proprie paure, ma non il dolore. II suo morso ora attanaglia il ventre di entrambi e non lascia la presa.

Finalmente appare la sagoma della basilica. Vicinissima è sbucata dal nulla.

«Fatemi scendere e poi porterete leggermente più al lar­go la signora,» ordina il cavaliere al servo.

Quindi si alza in piedi e con la massima tenerezza si libera dall’abbraccio: «Sta’ tranquilla, torno».

E dalle viscere si leva un guizzo di sentimento e tremore. Un nodo di emozione gli attanaglia il cuore e lo assedia, infondendogli una malinconia senza fine. Fissa i suoi occhi nelle pupille di lei e le trova annegate nello struggimento. Si ferma un attimo. Un presentimento oscuro: ecco cosa si è impadronito della sua mente partendo dalle tenebre più riposte delle angosce, signore dei tremori. Non deve cedere. Cosa sarà mai un duello? Ne ha affrontati mille e questo non cambierà nulla, anche perché il suo avversario non può vincere. Qualsiasi colpo tiri, qualunque sia la sua bravura, non potrà mai e poi mai prevalere. Per lui Torcello sarà la fine. Ma non c’è sapore di vendetta o di rivincita nel conte e meno che mai soddisfazione per l’umiliazione che andrà a infliggere a quell’arrogante. Ne ha viste troppe. Ricchi, guerrieri, sacerdoti, prostitute, infami, bugiardi, prodighi, generosi. Ondate di uomini che hanno sperato, pregato, riso, angariato, torturato, figliato. Maree di corpi giovani, forti, decrepiti, deboli, sfatti. Un magma dove è impossibile distinguere il bene dall’errore. Un flusso continuo e privo di luce. Tutti annichiliti dal bisogno e dalla volontà di un poco di luce. Negata. Così il tempo stritola senza distinzione. Una morte in più e dunque nulla. Anche se ne avrebbe fatto volentieri a meno. Ha dovuto reagire e proporre il duello unicamente perché non poteva permettersi che qualcuno scoprisse il suo tremendo segreto. Perché di questo si tratta. Un terribile mistero è sepolto nel cuore del nobile. E non deve essere svelato. Mai, per nessuna ragione. La pena sarebbe troppo spaventosa. Anche peggiore di tutti gli spasimi che ha dovuto affrontare finora. II guanto di sfida l’ha lanciato per coprire il suo pozzo nero.

Donata lo vede appena con gli occhi velati. La saluta. Si volta. Scende a terra. Due uomini lo stanno aspettando, i suoi padrini. Non c’è voce in lei. Tutto si è fermato. L’angoscia ha lasciato il posto al vuoto, all’abisso. La gondola si sposta, compie pochi metri e si ferma. L’isola davanti è di nuovo inghiottita. La giovane non vede nulla. Sente soltanto i passi che si allontanano. Poi si fermano. Rapidi saluti. Sono gli altri.

Ecco la voce arrogante del Veniero: «Benvenuto, conte, all’ultimo appuntamento,» grida con un empito da infame.

Un odio senza sapore e colore la riempie. Un secondo.

Quindi svanisce. Non ha tempo per quel tracotante violento. È tutta tesa ad ascoltare.

II suo uomo non ha proferito una sola sillaba.

«Dove sei, amore? Dove ti celi in quella chiara oscurità? Stai attento. Ti prego, sappiti preservare. Non posso vivere senza di te, lo sai. Mi è impossibile.»

«A voi, signori!» una voce sconosciuta ha dato il via al terremoto che le scardina il cuore. Un gelido rumore si spande dall’isola. È un sordido digrigno di denti. È il cozzo dei ferri. Stanno duellando. Chi le ha messo un serpente nel corsetto? La sta mordendo sul seno, peggio, le sta scavando tra le costole. La strazia più del boia con le sue tenaglie roventi. I secondi non passano mai e il rumore delle spade prosegue incessante. Che non si fermi più, perché il suo arresto vorrebbe dire che la morte è entrata a Torcello. Ma può proseguire un duello all’infinito? Sì, se Dio vuole.

«Ma che sto pensando? Sto impazzendo.»

Con le mani rattrappite sul petto, in piedi sulla gondola, i capelli sciolti, gli occhi persi, Donata attende. E persino il battelliere avverte un sentimento di pietà, lui che odia i nobili. Ma quella ragazza è troppo tenera. Eppure nulla può aiutarla. E il perfido impatto delle lame prosegue. Almeno non ci fosse la nebbia! La giovane cerca di forare gli spettri che le si parano davanti. Porge l’ennesima supplica. Alme­no per poter guardare il suo uomo e illudersi di proteggerlo con le pupille. Così un’ombra si delinea, poi un’altra e quindi vaghe figure si stagliano, ridisegnandosi attraverso la gabbia fumosa dell’alba: quattro immobili e due in movimento. Sono loro. La nebbia si sta illanguidendo. Come la sicumera del Veniero.

Ha tirato almeno dieci colpi mortali, sempre convinto di aver raggiunto il segno. Il sorriso già delineato sulle labbra ha dovuto raggrinzirsi per lasciare il posto allo stupore. Ma come fa questo maledetto a schivare tutto? Con veemenza ha insistito. Nulla da fare. Una voce comincia a serpeggiargli dentro. Finora il conte non ha sferrato attacchi, ha solo evitato di essere colpito. Cosa accadrà quando si farà sotto? Non è ancora paura, ma qualcosa di simile.

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte III)

 

La luna adesso è ancora più vicina, sembra abbracciare i due amanti che quasi si compenetrano in uno slancio di puro reciproco abbandono. Ugualmente il tempo lascia cadere i suoi attimi gli uni dentro gli altri per formare il lento giro delle ore, fino alla luce lontana che annuncia il nuovo giorno.

«Dio, non mi hai ascoltata!» pensa Donata tremante. Ades­so i singhiozzi scuotono il suo bel seno rigoglioso a suscitare commozione nel nobiluomo. Ma per ben altri motivi. Ancora terribili addii si muovono spaventosi nei ricordi. Incancellabili come soltanto le cerimonie funebri possono esserlo. Una, due, cinque, venti. Quanti cortei di morte ha visto? Innumerevoli. Cambiano le città, le persone, i vestiti. Rimangono solo quelle processioni ammantate di dolore. Perciò si era imposto di non amare più. E aveva mantenuto la parola per molto tempo. Fino a lei. A quell’esserino tutto abbandono e sensualità che l’ha imprigionato in una storia senza fine. O meglio, dal finale obbligato, purtroppo.

La Stati alza il volto per imprimersi nella mente gli occhi celesti di lui come gemme incastonate nella collana dei pensieri. Da ora, per sempre.

Poi si scuote: «Occorre andare,» sussurra, «non puoi far tardi rispetto a quel… quel…».

Non trova le parole, ma altre lacrime.

«Non ti preoccupare,» le sussurra il conte. «C’è qualcun altro che deve rammaricarsi e non lo sa, purtroppo per lui.»

Ancora una volta una scossa nella testa di Donata. Quel momento perduto riaffiora. Un decimo di attimo. Poi più nulla. La protezione inconscia ha funzionato ancora.

II chiarore si fa strada nella notte sconfiggendo negli angoli più riposti il manto del buio. II nobile si è vestito. Con cura. Poi finalmente ha preso la spada. Se l’è cinta con mossa rapida di chi è abituato alle armi. Quindi si volta nella stanza. Sta per salutare la sua diletta, ma la trova vestita: «Ti prego, non mi lasciare. Ne morirei».

Sente che è vero. Quel soffice grumo di passioni potreb­be davvero spezzarsi. E sarebbe così inutile. Così assurdo. Ma non può spiegarle quanto e come sia sciocco stare in pensiero. Quindi non può fare a meno di acconsentire. Contrariamente a tutte le regole, la conduce al duello.

«È inteso,» le spiega, «che non potrai muoverti dalla gondola. Osserverai dal mare. Anche perché il mio incontro, chiamiamolo così avverrà davanti alla basilica, di fronte all’imbarcadero. E ti supplico: non stare in pensiero.»

La osserva, ascolta dalla sua pelle, dalle sue fibre, dalle pupille travagliate, quanto lo ami. È felice, perché adora quella sincerità animale. Vera più di mille parole. Nel contempo una tenebra cupa torna a gettare panico nel suo sentimento più riposto.

«Non ti abbandonare,» sussurra una parte di lui, «all’amore che avvampa. Non ricordi? Quanto vuoi soffrire an­cora? Lasciala, lasciala, lasciala.»

Si ritrae con un passo indietro. La osserva in tutta la figura. Tenue, malgrado il corpo bello e forte. Sottile nel sentimento di totalità che gli porta. Così un fortissimo rifiuto si fa strada nel suo io più lontano. Un «no» imperioso che abbatte tutte le difese. Accetta quella tenerezza. La ricambia. Ne è invaso. Non vuole rinunciare.

Donata sente un calore avvampante che emana dal corpo di lui. Gli occhi celesti sembrano fiaccole del tempo. C’è un vortice in quelle pupille. Forse qualcosa di pericoloso si annida negli abissi oculari. Ma non importa. Non capisce bene. Anche intuendo una minaccia, si lascia trasportare. Si allaccia a lui. Vuole averlo un’ultima volta. Forse una lama tra poco gli strapperà la vita, ma ora le spire dei palpiti sono più forti e quella stessa vita reclama, scalpita, urla il suo diritto all’amore.

«Vorrei stare insieme.» Così gli dice con gli occhi chiusi. Che si arresti dunque il tempo.

Così è. II conte prende quel groviglio di attese e speranze vicino alla finestra. Vestito. Come nei giochi d’amore che mille e mille volte hanno fatto.

«Mi piace che sei serio,» gli ha sussurrato in centinaia di rapporti. «Mi eccita che sei vestito con la giacca mentre mi prendi di spalle.»

Anche ora avviene quel dolce struggimento. Poi è il momento di terminare l’incanto. Ma questa volta il nobile non si tira indietro. Per la prima volta in due anni accetta di fluire in lei. Donata avverte la vita scorrerle nel profondo del cor­po. Intuisce che quell’uomo è suo. Totalmente. Sì, il leggendario nobiluomo, vincitore su legioni di cuori, è in suo possesso. Finalmente. Una gioia senza pari la inonda. Poi un lampo crudele le schianta la mente. Un guerriero bestiale le è balzato nell’immaginazione. È il marchese Veniero con il suo fioretto. Lo vede con gli occhi della mente e lancia un grido. Ora ha tutto. Tra breve, nulla.

Si sente mancare. Trova ugualmente nel suo essere energie impensabili. Si distacca. Osserva l’uomo che è tutta la sua vita e mormora flebilmente come una piuma: «Andiamo».

Nell’Interiorità di Anima — “Immaginazione”

Immaginazione

… Per usare le parole di Gabriel García Márquez, la vita di una persona non è quello che è accaduto ma quello che ricorda e come lo ricorda… L’immaginazione non fugge in un altrove estraneo al mondo, al contrario penetra in esso, nelle sue piaghe segrete e ne svela la trama invisibile.

Carla Stroppa, Così lontano, così vicino, in AA.VV., Anima – Per nascosti sentieri, Moretti e Vitali, 2001, pag. 39

Immaginazione attiva

È soprattutto l’immaginazione attiva che ci permette di tradurre in un’immagine plastica e viva il messaggio irrigidito dal determinismo della materia, evitando ogni schematismo interpretativo. Ciò che dobbiamo domandarci è come la malattia viene vista dalla parte dell’anima e, se le immagini nascono dal paziente, egli le vivrà come un prodotto creativo della sua anima e le sentirà dense di significato. L’autore ci propone una tecnica, quella dei dialoghi scritti con i personaggi interiori di cui avvertiamo la presenza dietro alle nostre infermità, ma è importante trovare la forma più consona alla personalità del terapeuta e del singolo paziente.

Albert Kreinheder, Il corpo e l’anima, Moretti e Vitali, 2001, pag. 16

Immaginazione vera

Jung distinse vera e falsa immaginazione: la prima intesa a riconoscere la forma del diverso, l’altra a ridurre il diverso in forme subordinate e una prevaricante soggettività.

Francesco Donfrancesco, Tutto è pieno di dei, in AA.VV., Anima – Per nascosti sentieri, Moretti e Vitali, 2001, pag. 174