La Lucrezia di Dario Fo – Nel suo ultimo libro “La figlia del Papa” dedicato alla più famosa dei Borgia, nell’ambito della politica del ‘500 (così simile a quella di oggi)

Madame Bovary c’est moi! Questa famosa esclamazione di Gustave Flaubert, davanti al suo romanzo capolavoro, potrebbe valere per molte altre opere. Sicuramente vale per l’ultimo lavoro  di Dario Fo, La figlia del papa (Chiarelettere, 2014) in cui sembra ci sia una forte adesione tra l’autore e il suo personaggioPer l’ennesima volta, si ripercorre la vita di Lucrezia Borgia, tante volte raccontata in modi diversi, come dai romanzieri dell’Ottocento ad esempio, che disegnarono una figura quasi infernale, una manipolatrice di situazioni e di uomini, addirittura esperta di veleni che usava contro i nemici e chiunque ostacolasse i suoi piani, tesi al potere. Questo perché i romanzieri dell’Ottocento volevano screditare il papato, che a quel tempo reputavano corrotto.

Maria Bellonci, invece, con il suo Lucrezia Borgia del 1939 ha riabilitato in pieno questa figura, penetrando nella sua interiorita’ pur appoggiandosi fedelmente alla realta’ storica. Più recentemente, l’editoria commerciale, nonche’ la filmografia, hanno puntato di nuovo su aspetti  erotico-scandalistici con prodotti volti a solleticare il gusto del grande pubblico.Invece Dario Fo e’ sempre Dario Fo, e allora anche Lucrezia un po’ gli somiglia, anche perché la figura di Lucrezia che emerge in questo romanzo è del tutto utopistica, e dove c’e’ utopia c’e’ Dario Fo.Lucrezia si muove nel suo ambiente di luci ed ombre, ma rimane sempre nella sua luminosa alterità, ripudiando ciò che corrompe e contamina l’essere umano, la brama del potere. Lei stessa è una pedina usata dal padre, il papa Alessandro VI, e dal fratello Cesare, il famoso duca Valentino, manipolata per accrescere o conservare la posizione dei due e saziare la loro sete di potere.Eppure Lucrezia riesce a maturare un’aura di saggezza che le permette di allontanarsi, distaccarsi da tutto cio’ che le accade, condannando perfino le sopraffazioni e le violenze per restare nella sua mandorla di innocenza, con una presa di coscienza degna di eroine ben più moderne.Nel corso degli avvenimenti, la figlia del papa sviluppa un pensiero quasi utopistico, spera in una società piu’ giusta, perché il suo animo è stanco di agguati, delitti, tradimenti e vorrebbe pace e giustizia intorno a sé; tutto ciò è affine al pensiero politico e umano di Dario Fo.

 Certamente, questa è una ricostruzione che l’autore ha fatto del personaggio, seguendo un percorso  e portandolo avanti coerentemente, ma per fare questo ha dovuto minimizzare certi fatti o enfatizzarne altri. Quello che emerge è comunque una condanna di quei tempi (e per riflesso di questi) in cui ogni inganno, meschinità o corruzione vale solo se tira l’acqua al proprio mulino.Probabilmente Lucrezia Borgia non è stasta come la descrive Fo, né poteva esserlo del resto, ma ha combattuto con le armi che aveva una donna di quell’epoca: la duttilità per adattarsi alle situazioni, la dolcezza e l’obbedienza per favorirsi le simpatie degli uomini, ma anche una grande intelligenza che ogni storico le riconosce.Le parti migliori del romanzo di Fo sono quelle in cui l’autore, da meraviglioso affabulatore qual è, apre spiragli di comicità per lanciare qualche sberleffo ai potenti del tempo, identici a quelli di oggi, come nell’episodio in cui il papa Alessandro intende cambiare radicalmente il Vaticano, la Curia e tutto il sistema di potere di Roma; ma l’intento si sbriciola ben presto in un niente di fatto per lo spavento che il pontefice prova riflettendo sulle conseguenze che potrebbe provocare.E allora, sembra dirci Dario Fo, nel Cinquecento come oggi, cambia tutto (o si finge di cambiare tutto) ma rimane sempre tutto uguale. Tanto gli uomini, come dice Machiavelli in una sua frase riportata ad inizio libro, sono sempre pronti a farsi infinocchiare dal nuovo venuto che promette miracoli.

Mario Sammarone

Computer Sex per Don Giovanni 2.0

Esce il 28 Novembre in Italia la pellicola Don Jon di Joseph Gordon-Levitt

Don Jon è un film indipendente scritto, diretto ed interpretato da Joseph Gordon-Levitt, al debutto dietro la macchina da presa in un lungometraggio.
Il titolo del film inizialmente era Don Jon’s Addiction (la dipendenza – da cyberporno – di Don Jon); con questo titolo infatti la pellicola viene presentata al Sundance Film Festival. Successivamente il regista annuncia tramite il suo account facebook che avrebbe cambiato il titolo in Don Jon con la seguente motivazione: “Ho deciso di cambiarlo principalmente perché così è corto e semplice, se mi conoscete sapete che sono un fan della brevità. Secondo, avevo l’impressione che il vecchio titolo facesse giungere certe persone a certe conclusioni troppo in fretta. Alcune persone credevano fosse un film sulla dipendenza dalla pornografia e dal sesso, ma non è così”.
In effetti con un po’ di impegno ci si trovano vari registri di lettura. La storia sembra ruotare attorno a un ragazzo con una vita regolare e rituale. La messa, la palestra, la discoteca, gli amici. Ma la sua più grande passione è il porno online e, diciamo, una certa tendenza alla promiscuità nella vita reale.
Varie pubblicazioni scientifiche concordano sul fatto che per alcune persone la fruizione di pornografia può raggiungere livelli di abuso pari a quelli riscontrati con l’alcool, altre droghe, il gioco d’azzardo patologico (le cosiddette “nuove dipendenze”). Le conseguenze indicate in letteratura sono similmente nefaste con alcune conseguenze specifiche quali sessualizzazione del partner, incapacità di innamoramento profondo e ripercussioni sulla coppia.
Le fantasie del Cyber-Porn addict, oltre a non essere condivise da altri, non sono neanche individuali (come nella masturbazione “reale”), perché la mente non è più libera di immaginare, è “passiva” in quanto la pornografia si appropria della fantasia (idealizzata) di queste persone, stereotipandole alle sue immagini.
Joseph Gordon-Levitt suggerisce anche l’ipotesi che in parallelo questo condizionamento possa avvenire nell’animo della protagonista femminile, preda nel film di variazioni sul tema della soap opera colorata o della narrazione romantica.
Belli i tempi in cui la psicoanalisi ha visto in Don Giovanni l’uomo che passa da una donna all’altra perché, in fondo, è sempre prigioniero del complesso di Edipo e quindi irrimediabilmente innamorato della madre. O quelli in cui Claudio Risé ribaltò queste interpretazioni postulando che il seduttore rappresenti da un lato la negazione del sentimento e dell’amore e dall’altro un aspetto d’ombra, oscuro e violento del maschile. Non è l’attaccamento alla madre che lo caratterizza, ma piuttosto il suo rifiuto di accettare le regole del padre.
In realtà uno sguardo ai dialoghi che avvengono nella famiglia di Don Jon alla luce di questa prospettiva potrebbe restituirci quello che resta dell’anacronismo.
Comunque dopo aver sminuzzato e sublimato con simpatica e celere leggerezza gli aspetti seriosi e difficili, il film se li lascia alle spalle, per veleggiare verso originali domande, una nucleare: cosa accadrebbe oggi a Don Giovanni se incontrasse prima internet e youporn e poi Scarlett Johansson nei panni di una “velina alla ricerca di una sorta di Jack Dawson da ammaestrare”. E poi alcuni quesiti sussurrati: quante di queste persone e sfaccettature esistono davvero in ciascuno di noi? Quanto siamo condizionati dai messaggi e dai “trucchi” della multimedialità, di cui forse non sempre decodifichiamo il valore simbolico, la pervasività e il senso?
Gli ingredienti sono attuali e discretamente stuzzicanti, la risposta è minimalista (anche nella voluta alessitimia dei dialoghi), ma tutto sommato a tratti divertente. Menzione speciale per il montaggio e la fotografia.
La pellicola è stata distribuita nelle sale cinematografiche statunitensi a partire dal 27 settembre 2013, mentre in Italia arriva il 28 novembre.

Massimo Lanzaro
tratto da Il Quorum.it
http://www.ilquorum.it/computer-sex-per-don-giovanni-2-0/

Facciamola finita

http://www.maridacaterini.it/opinioni/744-facciamola-finita-commedia-reality-trash.html

Reality pirandelliano o commedia trash?
Chi si occupa di cinema, per passione o per mestiere, entra raramente impreparato in una sala. Le conoscenze pregresse, le informazioni raccolte, anche i pregiudizi fanno parte indubbiamente della stessa esperienza cinematografica. Orbene guardando “Facciamola finita” (“This Is the End”) non riesco a non pensare all’influenza formativa di Judd Apatow su questa variegata banda che ruota intorno a Seth Rogen e al suo fido cosceneggiatore Evan Goldberg, entrambi al debutto registico.

Apatow inizia a fare il comico mentre frequenta la Syosset High School, dove ha un programma chiamato Club Comedy sulla stazione radio della scuola. Si affida ai contatti della madre presso il comedy club per avere accesso ai commedianti; ebbene durante questo periodo riesce a fare intervenire, al programma Harold Ramis (il regista del piccolo capolavoro “Groundhog day” e di “Terapia e pallottole”) insieme all’allora sconosciuto Steven Wright (consigliato a chi non lo conoscesse, ama lo humor nonsense e mastica un minimo di inglese). Judd debutta alla regia nel 2005 con la commedia “40 anni vergine” con Steve Carell, mentre nel 2007 dirige “Molto incinta” con Seth Rogen, con cui aveva già lavorato nel film precedente e nella serie Freaks and Geeks. Questo cerchio, almeno per il momento si chiude qui.

“Facciamola finita” è una commedia reality-trash con ambientazione apocalittica in cui lo stesso Rogen, James Franco, Jonah Hill, Seth Rogen, Jay Baruchel, Danny McBride e Craig Robinson interpretano una versione fittizia e caricaturale di se stessi. Curiosamente il primo trailer è stato distribuito il 20 dicembre 2012, in concomitanza con le profezie sul 21 dicembre. In Italia esce il 18 luglio per la Warner Bros Pictures Italia. E’ ispirato ad un cortometraggio ideato ed interpretato nel 2007 da Rogen e Jay Baruchel (che recitavano insieme nella splendida serie “Undeclared”), intitolato “Jay and Seth vs. The Apocalypse”, che in realtà non si è mai visto, ma di cui è circolato solo il trailer da un minuto e mezzo. Il film è ambientato nella casa di James Franco, allestita per una festa a cui è invitata praticamente la Hollywood simpatica, come ad esempio Michael Cera, Emma Watson e Rihanna. La villa, arredata con opere d’arte e cimeli autoreferenziali sopravvive, sorprendentemente, al disastro che sta devastando Los Angeles, e si trasforma, tra alcool e droghe, nell’ambientazione di un divertentissimo reality show.

I ragazzi rimasti rinchiusi, cercano infatti di sopravvivere barricati nella casa ed il loro rapporto si evolve tra litigi,discorsi sguaiati o deliranti ed improvvisi legami da sopravvivenza. Il tutto con tanto di “confessionale”, dove gli esilaranti parossismi dei superstiti vengono progressivamente raccolti da una sgangherata steadycam.

Ad un certo livello questa è una commedia brillante, a tratti geniale, a tratti bizzarra e col solito gusto maschile del politicamente scorretto. Praticamente American Pie incontra La guerra dei mondi e di mezzo ci sono anche L’esorcista e La notte dei morti viventi. Se si gratta un po’ la superficie spassosa, si trova tuttavia una chiave di volta moralistica (con vari riferimenti biblici): “se si è delle brave persone, la giusta ricompensa arriva sempre”, dirà un personaggio. Ma se si va ancora un po’ più a fondo si intuisce che c’è un ulteriore livello di lettura, forse quello più pregnante, nascosto ed intelligente: l’elemento di ricerca nei meandri del binomio attore-persona. Un esempio su tutti: le prodezze tossiche e sessuali di un repellente Michael Cera fanno da contraltare al personaggio straight edge che ormai lo contraddistingueva. Oppure le grandi meschinità di divi ed antidivi gli uni contro gli altri armati. Quali i veri confini nell’ambito del binomio suddetto? Quali le gamme di grigio – viene da chiedersi – quando vengono descritte enantiodromie caratteriali?

Forse è eccessivo a questo punto scomodare Pirandello, il suo “Saggio dell’umorismo”, il cosiddetto contrasto tra vita e forma, ossia tra ciò che ciascuno di noi è veramente e ciò che la società, nelle diverse circostanze, impone all’individuo di diventare. Ma se il folle è l’unico a vivere davvero, perché ha avuto il coraggio di strapparsi di dosso le maschere che la società impone, il tentativo di Rogen di mettere a nudo un po’ della follia dei suoi amici ed al contempo di divertire è decisamente più che riuscito.

Massimo Lanzaro