Watt 3.14 a L’Aquila e un racconto di Mario Sammarone

Carissimi, vi ho già parlato del Magazine Watt 3,14 ma, in occasione della presentazione di oggi a L’Aquila, torno a riproporvela con entusiasmo.

(Per chi volesse parteciparvi, l’appuntamento è oggi pomeriggio alle ore 19,30, presso lo stand della Libreria Polarville in Piaza S.Basilio a L’Aquila, all’interno della Festa Democratica “L’Aquila Bene Comune”)

Watt 3,14 è  una rivista letteraria sui generis, costruita e concepita come un prodotto editoriale di estrema qualità tanto nella fattura quanto nei contenuti ed è indirizzata a un pubblico di palati raffinati.
Ha una impaginazione impeccabile e un formato di pregio che la rendono assolutamente godibile.
All’interno vi troverete tredici racconti ispirati al tema dell’antica Grecia.

Oggi vi proporrò un estratto tratto da uno dei racconti che ho preferito.
E’ “Purificazione” di Mario Sammarone.

Come per il numero 0 e 0,5, anche il terzo volume racchiude racconti ispirati da illustrazioni, e illustrazioni ispirati da racconti. I curatori hanno chiesto a 13 illustratori e scrittori nostrani di mettere su carta immagini e storie legate ai miti greci. Infatti la fanzine è targata 3,14 (non semplicemente 3) perché simboleggia il PI greco (Π) e richiama l’immaginario della Grecia antica. 

Watt 3,14 è una produzione di Ifix e Oblique studio

Mario Sammarone

Purificazione

Una volta un saggio disse che ai mortali non conviene investigare la natura divina, pena essere divorati da una belva crudele – come Prometeo, ladro di fuoco, sul crinale di un monte – oppure fare la fine del povero Marsia, scuoiato vivo da Apollo: meglio andare a battone, giù, nelle taverne del porto, fare a gara con i dissoluti a chi si è montato più donne. Tracannare, abbuffarsi, dissipare energie a forza di adulazioni o procacciarsi inviti ai banchetti è ciò che rende felice la vita a un uomo. Stronzate!, dico.
Certo, mi si potrà obiettare che sono di parte e che avendo vissuto con quelli con cui ho vissuto – e ringrazio sempre Zeus per questo! – non potrei affermare altrimenti. In parte è vero: ancora oggi, in Sicilia, i pochi che pronunciano il nome della scuola di cui feci parte lo fanno con timore superstizioso; i più umili, addirittura, si segnano il viso e gli infermi si rianimano come in presenza di un potere divino; non c’è sacerdote di divinità o contrada o popolo che non mi accolga alla sua tavola come il più importante degli ospiti. Lo so, è a lui che devo tanto onore.
Eppure il mio maestro disprezzava coloro che non sapevano vedere le luci oltre le ombre, è stato lui a donarmi questa seconda vista, è stato lui a insegnarmi ad amare il grande disegno. Ricordo ancora le parole che mi disse quando mi portò all’interno del vulcano – sì, avete capito bene, dentro il vulcano, perché Pitagora mi ha portato nel cuore dell’Etna. Questo mi disse: «Guarda, Empedocle, laggiù!» indicando il bacino di lava fumante che ribolliva cinquanta piedi più in basso.
Percorrevamo, io e lui soli, un sentiero nella roccia battuto, forse, in un’altra èra dai Titani. Dalle fauci del vulcano scendevamo per un tragitto tortuoso fino al bacino di lava, mentre attorno a noi era un mulinare di lapilli così grossi che temevo di divampare con loro!
«Perché siamo venuti qui?» domandai. Mi riparavo la testa con il cappuccio.
Pitagora non rispose; ignorava sempre le mie domande. Per fortuna che ero il suo allievo migliore! La sera prima aveva detto che saremmo saliti sull’Etna perché aveva cose importanti da mostrarmi. Io credevo volesse iniziarmi a uno di quei segreti che aveva portato con sé dall’Oriente e perciò non feci storie, anche se un po’ avevo paura. Aveva detto: «Nel cuore dell’Etna intuirai il segreto di vita».
Onestamente, io pensai che il mio maestro fosse un po’ tocco e che dentro l’Etna avremmo trovato solo l’anticamera di Minosse, altro che segreti di vita! E poi nessuno sapeva che saremmo andati laggiù, perciò, in caso di pericolo, che possibilità avremmo avuto di salvarci? Naturalmente non azzardai obiezioni.
Quando la via si allargò un poco sbucammo in una specie di androne; il caldo s’era fatto opprimente.
Il mio maestro prese a dire: «Si dice che le anime dei più grandi, trapassando, si innalzarono fino a costellare il cielo con il loro bagliore. E così le stelle sono impregnate del potere divino che riscalda l’universo e agiscono come fari spirituali per cui gli uomini, creature a metà tra la luce e le tenebre, possono accedere ai mondi più alti». Il suo tono ispirato mi faceva capire che dovevo prestare bene orecchio – a Pitagora, naturalmente, i lapilli neppure lo sfioravano! «Il potere degli astri, come quello della luna e del sole, si raccoglie per simpatia nel fuoco nel cui nucleo vi è pura energia. Allo stesso modo nella terra si raccoglie ciò che si rivolta alla luce e che non si assoggetta alla volontà degli dèi. Potenti spiriti infernali albergano questi mondi ctoni della materia e più di ogni cosa essi sono avidi di anime. La maggior parte degli uomini ignora questa verità e non sa come difendersi dal male; e perciò noi, posti dalla provvidenza alla guida del gregge, abbiamo la necessità di proteggere e la volontà per farcela!»
Non riuscivo proprio a capire: se il mio maestro desiderava rivelarmi quelle cose, che bisogno c’era di portarmi in quel luogo infernale? Pitagora sembrò intuire il mio disagio e sorrise. Non mi rimase che seguirlo.
Mi trovai davanti lo spettacolo più incredibile a cui avessi mai assistito. Si trattava di un grande salone di pietra, umido, riparato dal fuoco, pieno di stalattiti, che accoglieva al suo interno una costruzione imponente: un tempio a pianta circolare di colore cinereo, sorretto da colonne di marmo pentelico, in tutto simile ai sacrari più famosi di Grecia. All’interno si scorgeva una statua di donna – a prima vista mi parve Proserpina. La statua era cinta, a mo’ di collana, da ossi intrecciati ed era attorniata minute sculture di cani.
Recavo con me sempre un pendaglio d’argento consacrato alla dea – in passato, prima di conoscere Pitagora, mi ero fidato di gente malvagia: gli adepti della madre nera, in Italia come in Grecia, non si facevano scrupolo nel compiere i più atroci abomini pur di ottenere potere. Ebbene, non sapevo perché, ma a ogni passo verso la statua sentivo questo medaglione farsi pesante e il cuore bruciare. Capii allora che la statua era una raffigurazione della dea e rabbrividii. Il luogo era impregnato di un potere malvagio.
Pitagora confermò i miei sospetti: «Questo tempio esiste da molto prima che Apollo conquistasse il tripode delfico. Qui le energie del cielo e della terra si intrecciano, qui i figli della dea adorarono la loro malvagia regina».
Non mi capacitavo quale potenza avesse foggiato quel luogo, tanto meno di come il mio maestro, greco di nascita, potesse esserne a conoscenza. Pitagora si sfilò dal collo un medaglione brillante in tutto simile al mio eccetto per il fatto che era d’oro. «Questo talismano,» disse «creato con il metallo del cielo, purificherà questo luogo infernale e non permetterà alle potenze maligne di penetrare nel mondo». «Dunque siamo venuti qui per un rito.»
«Molto di più!» Sotto lo sguardo della statua, Pitagora si accostò a un altare e vi sparse un po’ di incenso, incassò il medaglione in un’ansa e recitò il peana. Un fumo spettrale si propagò nella stanza e in breve le fiamme guizzarono fino al soffitto. Io guardavo il mio maestro e sentivo come se tra lui e la statua ci fosse una segreta prova di forza. Intanto il fumo mi avvolgeva. Fu allora che sentii un dolore alla testa che mi fece piegare.
Una voce si fece largo dentro di me: «Tornerai!» disse. «Verrai a salvarmi, è il tuo destino!»
Una mano ferma si posò sulla mia spalla. Era Pitagora che mi fissava con sguardo di pietra. Aveva in mano una cetra e disse: «Non temere, Empedocle, nella luce c’è un potere che non può assoggettarsi alle tenebre!»
Il fumo si diradò per incanto, la voce svanì e anche il tempo sembrò arrestarsi. Pitagora tornò all’altare, disse qualcos’altro, poi lasciò la cetra e il medaglione sopra il piano di marmo. Non potevo credere a ciò che avevo visto e sentito. La dea mi aveva parlato. Pitagora sapeva che ero turbato, ma non fece commenti. Una volta fuori, riprendemmo i cavalli e ci gettammo al galoppo, destinazione Scilla e Cariddi, da lì avremmo raggiunto il continente. A questo punto è necessario che spenda alcune parole su di me, affinché chi è estraneo a questa vicenda possa capire. Credo di essermi dilungato troppo – la logorrea è sempre stato il mio vizio più odioso –, perciò procediamo con calma e andiamo a riavvolgere questa matassa prima che vengano le Moire e recidano il filo. Il mio nome è Empedocle e vengo da Agrigento. Per stile e per coraggio ero noto in tutta la città al punto che, se pronunciavate il mio nome, potevate star certi che mezza Sicilia sarebbe stata percorsa da un brivido, come se un dio fosse stato evocato. La mia fama, tuttavia, era dovuta perlopiù a fattori di cui oggi non vado più fiero. Da giovane ero vanesio, esageravo in ogni cosa e non iniziavo nulla che non lasciassi a metà; mi cimentavo in tutte le arti e gli svaghi leciti per un uomo, ma non appena mi stancavo passavo ad altro. Nemmeno le donne riuscivano a legarmi per più di una luna. Finché un bel giorno non arrivò questo Pitagora: veniva da Samo e voleva fondare una scuola. Lo accompagnava una fama di divinità, ma al principio pensai che si trattasse del solito cialtrone, come gli adoratori della dea da cui mi ero scostato. Eppure la gente non faceva che parlare dei suoi prodigi: dicevano che una sua parola riusciva a mutare il corso dei pensieri di un uomo, dicevano che parlava con gli animali, che in sua presenza i pesci rimanevano vivi fuori dall’acqua. Lo so, l’opinione del volgo non è mai da tenere in considerazione, tuttavia a me bastò per accendere in me la curiosità. Mi recai a Crotone; la scuola si trovava nei pressi del bosco. Mi fu sufficiente sentire la sua voce, rassicurante come quella di un padre e netta come quella di un principe conquistatore. Volle sapere tutto di me: chi erano stati i miei maestri, chi erano i miei antenati e i miei amici, come trascorrevo le giornate e perfino l’ora in cui andavo a dormire. L’unica cosa che omisi fu il mio rapporto con gli adoratori della dea, giacché Pitagora serviva il sole aureo di Apollo e non poteva che biasimare gente come quella, votata alla turpitudine più completa.
In breve tempo, grazie a Pitagora, imparai a fare silenzio dentro di me, a non parlare nel buio e a mangiare secondo necessità, senza eccessi; conobbi gli intimi rapporti di armonia che sussistono tra le creature del cosmo, e imparai che l’anima è come un’arpa. Tornati a Crotone, io e Pitagora ci separammo – lui sarebbe partito l’indomani per Taranto –, così decisi di andare giù al porto, dove viveva una persona che volevo incontrare. Non passò molto, però, che lungo la via fui riconosciuto. Tre vecchi amici. «Empedocle!» disse uno. «È da tanto che non ti si vede! Non passi più nemmeno a teatro! Il tuo Pitagora ti ha proibito anche di fare l’amore?!» e sghignazzarono, idioti. «Ho avuto da fare» risposi. «Non dirci che vai ancora dietro a quel filosofo da strapazzo?» Credevano avessi abbracciato la causa per noia o per far parlare di me – come d’altra parte era avvenuto all’inizio –, ma si meravigliarono quando iniziai a non farmi vedere più in giro: non capivano che il proposito di ottenere la vita eterna era più allettante di sbronzarsi giù al porto. Capii io, invece, che non sarebbe stato facile scrollarmi di dosso quei due, così cercai di cambiare discorso: domandai se avessero notizie delle guerre di Dionisio, il tiranno di Sibari, un tipo piuttosto irrequieto. Ma a gente come quella non importava un fico secco di politica.
Un terzo, tuttavia – Giasone – era stato durante la mia infanzia il compagno con cui più avevo condiviso i miei sogni: era intraprendente, di mente sveglia e io lo stimavo ancora, benché disprezzasse la causa pitagorica.
«Fate silenzio, voialtri!» esclamò. «Non vedete che colui che abbiamo di fronte non è più la persona di un tempo?» «È da tanto che non ci si vede, Giasone» risposi cordiale. «Credevo fossi andato in Egitto.».
«Sono tornato di recente» riprese, e mi parlò un po’ dei suoi affari. Poi parve rammentare una cosa: «A proposito, Empedocle, ora che ti vedo… c’è un tizio che va chiedendo di te nelle taverne. Dice di essere tuo amico, ma è un tipo losco con una cicatrice sul viso. Non mi piace per niente». Rimasi sorpreso perché non conoscevo nessuno conciato in quel modo. Ringraziai comunque Giasone, che si allontanò insieme agli altri e io rimasi solo.
La stanchezza del viaggio mi piombò addosso. Tra la calca, un forte dolore mi percosse la testa e sentii il medaglione della dea farsi pesante, come accadde nel vulcano.
Raggiunsi il porto. Al di là dei caseggiati anneriti dall’umidità, fui accolto da un forte odore di piscio a cui gli abitanti del luogo erano assuefatti. Ormeggiate al largo si intravedevano una trentina di navi. Mi avvicinai a un tozzo palazzo di pietra e bussai.
Nella penombra del soggiorno, mi accolse una magnifica fanciulla vestita solo di una mantella di seta. Senza parlare, mi accompagnò nella sua camera da letto dove si spogliò e si offrì. «Erofile…»
La feci giacere sopra i cuscini e la presi con vigore. Più tardi, quando Eros si era calmato ed eravamo ancora abbracciati, lei mi rivolse una strana domanda: «Ti fidi del tuo Pitagora, Empedocle?».
«Perché me lo chiedi?» le domandai.
La fanciulla si sedette sul letto accavallando le gambe, la pelle vellutata e bianchissima riaccendeva il mio desiderio. Sorrise: «Se Pitagora sapesse che sei qui con me… la scorsa settimana ha fatto punire tre allievi solo perché avevano mangiato carne di maiale».
«Da quando sei diventata compassionevole, Erofile?»
«Pitagora è un uomo saggio, ma la dea non lo ama; ama te! Potresti prenderne il posto!».
Mi scurii in viso: «Sarebbe un abominio! Non ancora ho imparato a disprezzare la carne, figurarsi prendere il posto di un uomo che gli dèi ammirano come pari». Erofile mi sfiorò il pendaglio che avevo sul petto: «I tuoi dèi, Empedocle, non la dea. E poi tu sai qual è il tuo destino…». Abbassai lo sguardo e mi ricordai delle parole che avevo sentito all’interno del vulcano e risposi: «Pitagora insegna la via di luce. Io ho imparato a fuggire quella di tenebre!». «Non dire sciocchezze, un uomo non può vivere solo a metà! Senza la dea non c’è ispirazione, né canti, né poesia. È grazie a lei che riceviamo il nutrimento della terra. Non puoi rinnegare la parte sinistra della tua anima, Empedocle!» La guardai torvo: che ironia, la mia unica amante era una seguace della dea. Evidentemente non riuscivo a scrollarmi ancora di dosso il passato. «La dea è morte!» sentenziai. «Non dimenticare che è lei che presiede il culto dei morti; è la padrona dei sortilegi e degli spiriti infernali, porta solo rovina.»
«Ma senza morte non c’è rinascita» ribatté lei. (continua)

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L’acqua

Essendo uno degli elementi costituenti la vita, all’acqua è legata una simbologia vastissima, nel cui campo semantico sono comunque riconoscibili tre tematiche fondamentali: fonte di vita, strumento di purificazione, mezzo di rigenerazione.

 Come massa indistinta, senza forma, rappresenta l’origine di tutti gli esseri viventi, la madre della vita, la materia primigenia: una sorta di oceano delle origini la cui cognizione è globalmente diffusa. Con tale valore compare nei miti della creazione di molte culture. Nella mitologia indiana il Brahmanda, l’uovo cosmico, è covato sulla superficie dell’acqua. Nella Genesi lo spirito di Dio aleggia sulle acque prima della creazione della luce. In Cina rappresenta il Wu chi, il Caos primordiale. Anche nella speculazione filosifica di Talete, l’acqua è arché, causa e origine di tutte le cose, e in tutte le cose presente.

L’acqua è anche simbolo dell’energia purificatrice e rigeneratrice, fisica, spirituale e intellettuale, ed è così che viene intesa nell’islamismo, nell’induismo, nel buddismo e nel cristianesimo (si pensi alla ritualità connessa al bagno, al Battesimo, alla lavanda delle mani e dei piedi). In quest’ottica rientrano anche le interpretazioni dell’acqua fonte della giovinezza).

In Cina l’acqua è legata al principio Yin, e in generale in molte culture alla femminilità, al tema delle oscure profondità e alla luna.

L’estasi misterica

(…) Dioniso si collega alla conoscenza in quanto divinità eleusina: l’iniziazione ha i misteri di Eleusi difatti culminava in una “epopteia”, in una visione mistica di beatitudine e purificazione, che in qualche modo può venir chiamata conoscenza. Tuttavia l’estasi misterica, in quanto si raggiunge attraverso un completo spogliarsi dalle condizioni dell’individuo, in quanto cioè in essa il soggetto conoscente non si distingue dall’oggetto conosciuto, si deve considerare come il presupposto della conoscenza, anziché conoscenza essa stessa.

Giorgio Colli

Hermes ovvero Wotan

Carissime e issimi, Marina è in gran forma. Leggete e collegatevi a quelli che voi “IMMAGINATE” essere i vostri antenati in Anima.

Caro Gabriele,
già da qualche giorno le parole: Gioia, Enjoy, Abbondanza, mi colpivano attirando la mia attenzione…poi, ieri, ho preso il tuo Dizionario dell’Inconscio e della Magia e si è aperto a caso sulla definizione 470:GIOIA.
Leggere il significato ermetico di quella parola è stato come codificare una serie di immagini che, nel corso degli ultimi mesi, strada arrancando, m’avevano colpito: Inferno, Fuoco, Viaggio, Biografia, Storia, Cenere, Disperazione, Dolore, Purificazione, The Waste Land, Abrosia, Luogo Futuro, Intenzioni e Desideri, Volontà, SPIRITO SANTO.
Ho letto e riletto la definizione. Ne ho fatto un post sul mio blog. Ho pianto. Anche adesso.
In fondo, è proprio andata così: word by word gave me word, tanto che oggi le parole per me non hanno più lo stesso significato di una volta; chiudo gli occhi per immaginare dentro di me cosa siano le parole e vedo, incredibile!, io vedo degli spermatozoi.
Riguardo a Wotan, io sono bionda, gran parte della mia famiglia è siciliana (normanni), mia nonna è di origine austriaca: chi se non lui poteva venirmi in aiuto nella terra degli antenati?
Baci.