La sindrome acuta da stress descritta nel film “Nottetempo”

Nottetempo è l’opera d’esordio di Francesco Prisco con Giorgio Pasotti, Nina Torresi, Gianfelice Imparato, Esther Elisha e Antonio Milo, che arriva in sala il 3 Aprile.

Una corriera si rovescia sul lato della strada e l’incidente fra incontrare tre persone che sembrerebbero non avere nulla in comune: un poliziotto intransigente, una ragazza innamorata e un cabarettista in difficoltà. “Da quel momento il destino si diverte a imbrogliare la sua tela, facendo leva sul caso come sulla volontà degli uomini” – ha detto qualcuno.

Attingendo sia alla poetica del caso (e del perdono) di Krzysztof Kieslowski che alle trame triangolari di Guillermo Arriaga la regia si ispira chiaramente a quella di Nicholas Winding Refn (come lo stesso Prisco ci dice con la dovuta umiltà in conferenza stampa). Tuttavia troppi snodi della trama, che ad un certo punto volge decisamente verso il noir, risultano poco chiari; molti antecedenti vengono omessi, lasciando lo spettatore più confuso che persuaso. In un certo senso c’è un aspetto dove questo film è invece quasi infallibile: quella che dovrebbe essere la metafora dell’incrocio di destini ad un medico potrebbe sembrare semplicemente la descrizione di una sindrome a lui familiare: l’ASD. E lo stesso medico potrebbe facilmente riconoscerene i sintomi nei tre protagonisti.

In psicologia e psichiatria il Disturbo Acuto da Stress (o ASD, Acute Stress Disorder) è la sindrome clinica acuta che, in alcuni casi, può conseguire a breve termine all’esposizione o al coinvolgimento in eventi “estremi”: traumi, catastrofi, incidenti o atti di violenza. Oltre che le vittime primarie, anche i soccorritori che sono coinvolti in situazioni critiche possono in alcuni casi sviluppare tale sintomatologia.

Massimo Lanzaro

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Grandi rinnovamenti

I grandi rinnovamenti non vengono mai dall’alto, ma dal basso, come gli alberi non crescono dal cielo, ma dalla terra, per quanto i loro semi cadano in origine dall’alto.

Carl Gustav Jung

Subpersonalità

Le diverse autoimmagini che noi abbiamo di noi stessi costituiscono altrettante nostre personalità. In psicologia si parla di subpersonalità. Ognuna a seconda degli ambienti in cui ci troviamo… Con tutte le persone e le situazioni con cui si viene a contatto. Situazioni diverse, personalità diverse, autoimmagini diverse.”

Giulio Cesare Giacobbe

Psichiatria, con il Dsm-5 tutto ciò che piace diventerebbe disturbo mentale

La nuova versione del Manuale diagnostico dei disturbi mentali divide. Il Velino incontra Massimo Lanzaro, medico, psichiatra e psicoterapeuta

Qualcosa sta cambiando negli studi della mente. A maggio negli Stati Uniti (edito da Penguin) – l’anno prossimo in Italia -, sarà pubblicata la quinta edizione del Dsm, conosciuto come il Manuale diagnostico dei disturbi mentali, varato dall’Apa, l’Associazione americana di Psichiatri. A distanza di dieci anni dall’ultima versione – la prima risale al 1952 –, il frutto della task-force che ha interessato 1500 scienziati di 39 Paesi, anticipato da alcuni focus online, ha scosso il mondo medico. L’accusa più grande è che si “medicalizza la normalità”. Il Velino ha incontrato Massimo Lanzaro, napoletano classe 1971, medico, psichiatra e psicoterapeuta. E’ stato primario (al Royal Free Hospital di Londra) e direttore sanitario in Italia e in Inghilterra. E’ autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali ed internazionali. E’ membro dell’International Association for Jungian Studies. Attualmente scrive sulle riviste “B-liminal” e “N9ve”, sulla CG Jung Page e collabora con il Centro Raymond Gledhil di Roma e con l’Università del Cile.

 

Il Dsm è davvero la bibbia della diagnosi per psicologi e psichiatri?

“I criteri diagnostici del Dsm, costruiti su base statistica, sono essenziali per la sperimentazione farmacologica e perché un sistema classificatorio descrittivo dovrebbe essere compatibile con teorie diverse e quindi consentire di conciliare diverse scuole di pensiero: psichiatri più orientati sul versante neurobiologico, psichiatri e psicologi ad indirizzo psicoanalitico, quelli di matrice cognitivo-comportamentale etc. In altre parole, la sfida delle ultime edizioni del Dsm (due, anzi quattro se si considerano le revisioni: Dsm-III del 1980, Dsm-III-R del 1987, Dsm-IV del 1994, e Dsm-IV-Tr del 2000) è stata quella di tentare di far andare d’accordo tutte le scuole e i paesi del mondo, permettendo quindi la comunicazione tra operatori diversi, basandosi solo sull’aspetto esteriore dei sintomi, senza ipotesi teoriche sottostanti. Tuttavia questi criteri dovrebbero essere usati con cautela in clinica e nella pratica quotidiana, non certo come ‘una bibbia’. Quando lo psichiatra incontra una persona dovrebbero essere considerati solo come un orientamento, un’indicazione di possibilità, magari un punto di partenza”.

 

Quanto è vera l’accusa mossa al Dsm-5 di spingere i medici ad un’eccessiva prescrizione di farmaci?

“Il Dsm-5 effettivamente potrebbe produrre secondo alcuni un incremento di nuove diagnosi con un aumento della medicalizzazione della normalità, il che, se accadesse, sarebbe fonte di ingenti proventi per l’industria farmaceutica. Questa tendenza è stata in verità documentata nel 2011 in un importante saggio della prof.ssa Marcia Angell, che insegna ad Harvard e non si può dire sia l’ultima venuta, perché tra le altre cose ha diretto quella che viene considerata una delle più importanti riviste mediche del mondo: il New England Journal of Medicine. Il saggio è intitolato ‘L’epidemia di malattie mentali e le illusioni della psichiatria’…”

Quali sono i comportamenti considerati prima normali ed ora catalogati dal Dsm-5 come disturbi su cui intervenire?

“Elenco alcuni di quelli che ha segnalato Allen Frances (uno dei capi delle task force dei due precedenti Dsm). Il disturbo di disregolazione dirompente dell’umore: in un certo senso gli scatti di rabbia potrebbero diventare un disturbo mentale. Il normale lutto diventerà Depressione maggiore (l’elaborazione normale di un lutto non va curata con i farmaci ma l’uso di una diagnosi potrebbe indurre i medici a fare il contrario). Le normali dimenticanze e debolezze cognitive senili saranno diagnosticate come Disturbo neurocognitivo minore, creando potenziali falsi allarmi in persone che non svilupperanno mai una demenza vera e propria. A causa dell’abbassamento della soglia dei criteri del Binge Eating Disrder (Disturbo da alimentazione incontrollata), abbuffarsi di cibo dodici volte in tre mesi (magari segno di cospicua golosità) potrebbe condurre ad una diagnosi”.

 

E’ solo la spinta ad un abuso di farmaci ad aver scosso la comunità medica mondiale, o il Dsm-5 presenta altre novità discutibili?

“La diagnosi di Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività (ADHD) dell’adulto subirà un’ulteriore ascesa, con aumento potenziale dell’abuso di stimolanti nel mercato parallelo delle droghe da strada. Contrariamente a quanto si era pensato per il fatto che veniva introdotto il concetto di ‘spettro’, i diversi criteri diagnostici dell’autismo, per il modo con cui sono stati specificati, abbasseranno i tassi di questo disturbo nella popolazione (del 10% secondo la task force del Dsm-5, o del 50% secondo altre fonti). Un rischio è, ad esempio, che vengano tolti a molti bambini gli insegnanti di supporto che sono fondamentali nelle fasce deboli. L’introduzione del concetto di ‘dipendenze comportamentali’ potrà subdolamente favorire una cultura secondo la quale tutto quello che semplicemente ci piace diventa un disturbo mentale; occorrerà forse stare in guardia dall’uso sconsiderato di diagnosi quali dipendenza da Internet o dal sesso, nonché dai costosi programmi di trattamento che potrebbero essere proposti per questi ‘nuovi pazienti’. Il confine tra il Disturbo d’ansia generalizzato e la normale ansia quotidiana, che è già poco delineato, lo sarà ancor meno, col risultato che vi saranno molte più persone alle quali verrebbero prescritti farmaci ansiolitici che, come è noto, creano dipendenza e assuefazione”.

Qual è il peso del mondo anglosassone sugli studi italiani di psichiatria?

“In realtà la comunità anglosassone subisce una discreta influenza dalla cultura americana, che si riverbera in un certo qual modo sulla comunità scientifica italiana. Fino a quando in psichiatria e psicopatologia dominava la cultura tedesca, le classificazioni dei disturbi psichici erano le più precise e ordinate possibili, saldamente fondate sui pilastri epistemologici della medicina. Il tentativo era quello cioè di raggiungere prima o poi una classificazione che rispecchiasse allo stesso tempo i fondamenti della medicina e l’ordine della natura, così come botanici, entomologi, biologi erano riusciti a fare con le specie viventi. Dopo la seconda guerra mondiale però, quando il testimone passò, in psichiatria, alla pragmatica cultura nordamericana, le cose cambiarono. Da allora ad oggi i modelli e le classificazioni adottate dall’Apa si sono rapidamente diffusi nel mondo intero, diventando la nosografia di riferimento”.

Qual è lo status quo delle strutture italiane in merito ai disturbi mentali?

“Forse un epifenomeno rivelatore dello status quo, estremamente attuale, è la situazione delle persone con disturbi mentali ricoverate negli OPG. Il termine per il completamento del processo di superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari era infatti fissato al primo febbraio 2013. Così prescrive la legge 9 del 2012 (comma 1 articolo 3 ter). Ma è evidente che tale termine non è stato rispettato, come aveva auspicato la Commissione d’inchiesta presieduta dal senatore Marino. Lo stesso Presidente Napolitano ha definito la situazione ‘un orrore medioevale’. Le risorse destinate ai Dipartimenti di Salute Mentale, che devono presentare e attuare i progetti individuali finalizzati alle dimissioni degli internati o per progetti di alternativa alla misura di sicurezza detentiva e molti dei Dipartimenti stessi sono in ritardo inaccettabile. La sensazione generale è che a pochi contesti di eccellenza si affianchino molte realtà insufficienti e inefficaci”.

da Il Velino http://www.ilvelino.it/it/article/psichiatria-con-il-dsm-5-tutto-cio-che-piace-diventerebbe-disturbo-mentale/1be8e021-5caf-41f9-9433-81f981c033fd

Archetipi e trasformazione in psicologia analitica (di Massimo Lanzaro)

Ogni 2 febbraio una marmotta predice la durata dell’inverno: se fa capolino dalla sua tana e vede la propria ombra, il clima invernale negli Stati Uniti si protrarrà per altre sei settimane; se invece non vede l’ombra, bisogna festeggiare, perché la primavera è ormai alle porte. Si tratta di una tradizione importata in Pennsylvania dagli immigrati tedeschi, ed è probabile che abbia le sue radici nelle credenze degli antichi romani che ritenevano appunto la prima decade di febbraio utile a intuire la durata dell’inverno, Una tradizione che poi ha assunto forme (e date) diverse in molti paesi.

Il 3 Aprile 2009 l’autore del Blog “Go into the story”, nonchè sceneggiatore e critico di ambito hollywoodiano, Scott Myers, recensiva una mia lettura psicologica (pubblicata in inglese) del film Ricomincio da capo (Groundhog Day), commedia del 1993 diretta da Harold Ramis ed interpretata da Bill Murray e Andie MacDowell, che prende spunto da tale tradizione.

In esso Phil Connors è un meteorologo televisivo che, controvoglia, deve recarsi nella piccola città di Punxsutawney per fare appunto un reportage sul Giorno della Marmotta. Un circolo temporale fa si che ogni mattina, alle 6.00 in punto, Connors viene svegliato dalla radio che trasmette sempre lo stesso brano musicale (I Got You Babe di Sonny & Cher), e da allora la giornata trascorre inesorabilmente allo stesso modo della precedente (e la marmotta intanto continua ogni giorno “a vedere la propria ombra”).

La recensione, tra l’altro dice: I’ve seen Groundhog Day probably 3 times, yet it never occurred to me that the Protagonist Phil Connor (Bill Murray) has the same first name as the groundhog Punxsatawney Phil. If not for that fact, I would tend to consider Dr. Lanzaro’s analysis to be a bit overblown. But a fact is a fact – and there is Phil the Protagonist, and Phil the Groundhog.

“Overblown” in italiano può essere tradotto con esagerato, pomposo (“over” in questo caso allude ad un “troppo”). In pratica mentre cercavo di analizzare l’evoluzione cinematografica di un carattere connotato filmicamente come presuntuoso, Scott Myers alludeva al fatto che prendessi quantomeno troppo seriamente la mia interpretazione. Quale ragione più interessante anche se un po’ autoreferenziale per scrivere e riflettere nuovamente sull’argomento. Barthes diceva che “quelli che trascurano di rileggere si condannano a leggere sempre la stessa storia”; mi accingo dunque a riproporre non solo frammenti della mia precedente analisi, ma anche a tentare di rivedere il mio punto di vista di allora.

Suggerisco di guardare il film prima di leggere il resto di questi commenti. Vorrei inoltre segnalare che non state leggendo un articolo di critica cinematografica. Discuto di un film che dietro il racconto brillante è estremamente denso. Myers scrisse innanzitutto di essere sorpreso dal fatto che nella mia digressione avessi notato la coincidenza del nome del protagonista del film e della marmotta (entrambi si chiamano Phil), nonché dal fatto che facessi notare come più volte nel film il nome “Phil” appare nelle inquadrature sulla testa di Bill Murray, quasi a mò di didascalia.

Pensando alla non casualità di questi dettagli in effetti immaginai che il regista avesse voluto prendere spunto dalla tradizionale ricorrenza che in Pennsylvania si festeggia ormai da ben 126 anni per trattare in realtà (in maniera più o meno consapevole) il tema psicologico dell’ombra. In Analyze this del 1999 (Terapia e pallottole) Harold Ramis rivelerà più direttamente, forse, l’intreccio tra il suo cinema e la psicologia.

Sarà bene fare ora un piccolo excursus sui tre concetti chiave del pensiero junghiano: lnconscio Collettivo, Archetipo (uno dei quali è appunto “l’Ombra”) ed Individuazione.

Per Freud l’inconscio non è altro che il punto ove convergono contenuti rimossi o dimenticati. Secondo Jung esso poggia su uno strato più profondo che non deriva da esperienze e acquisizioni personali, ma è innato ed ha strutture che (cum grano salis) sono le stesse dapperutto e per tutti gli individui.

Gli archetipi riguardano i contenuti dell’inconscio collettivo e sono i tipi arcaici e primigeni espressi riccamente nei sogni e nelle visioni, oltre ad essere la sostanza del mito, della fiaba e delle dottrine esoteriche. Nel mio articolo (cui rimando) partivo dal concetto di coerenza cinematografica archetipica (Conforti, 1995), per suggerire la possibilità che una narrazione filmica possa compiutamente rappresentare la natura e gli sviluppi psicologici di (frammenti di) una delle istanze archetipiche della psiche e, nella fattispecie, l’ombra.

Il processo di individuazione è la presa di coscienza con cui ciascuno attribuisce un senso alla propria esistenza. Si realizza attraverso una congiunzione ed integrazione di coscienza e inconscio. In “Groundhog day” si può postulare che Phil Connors progressivamente entri in contatto con le parti meno gradevoli della sua personalità (l’Ombra), le comprende e lentamente, attraverso una somma di esperienze (favorite dal loop temporale) diventa una persona nuova, più completa, integra, consapevole e capace di amare.

La dottrina Junghiana vede dunque l’Ombra come parte inferiore della personalità ed una parte della totalità della psiche. Le profonde antipatie ingiustificate, per esempio, sono quasi sempre il frutto della proiezione della propria Ombra. Jung la definisce come il contenuto di sentimenti e ed emozioni rimossi da ognuno di noi, perchè ritenuti per così dire “brutti, sporchi e cattivi”, non corrispondenti ad una visione ideale di se stessi. In effetti nel film Murray veste dei panni calzanti in questo senso: è la “prima donna” televisiva, è definito “presuntuoso ed egocentrico”, non va d’accordo praticamente con nessuno, si sente sprecato in un canale televisivo locale, è sempre insofferente, tratta le persone con sufficienza ed è “troppo innamorato di se stesso per avere una relazione autentica”.

Il (non) passare dei giorni gli consente di attraversare fasi di depressione e poi di euforia ed onnipotenza fino a quando la sua vita e il suo modo di approcciarsi alle cose e alle persone comincia a cambiare.

Nonostante egli riesca a ottenere facilmente sesso e denaro, non riesce a conquistare Rita (di cui pian piano si innamora), cui non interessa quello che Connors sa, e addirittura la indispone che egli sappia anticipare tutti suoi desideri: la sua erudizione è totalmente inutile perché a lei “interessa un certo tipo di uomo, con certe qualità”. Con la conoscenza erudita non nasce mai un Phil Connors nuovo o migliore, e difatti egli si ritrova ogni giorno ad essere la persona che era il giorno prima. Questo è forse un pregnante significato della seconda parte del film, il vero senso, incidentalmente, del ricominciare da capo. Connors spezzerà il cerchio infernale quando passerà da una conoscenza che si limita a raccogliere dati a una conoscenza che trasforma (e ad una autentica consapevolezza delle parti della sua “ombra”, delle cose sgradevoli di sè, cui rinuncia o che riesce a modificare con la pazienza e la disciplina). I giorni seguenti lo vedono infatti affabile con Rita e Larry. Si dà alla scultura di statue di ghiaccio. Decide di dedicarsi agli studi. Inizia a seguire un corso di pianoforte. Imparare a suonare il piano trasforma colui che impara perché nell’apprendimento non ci si limita a memorizzare un pezzo, ma si acquisisce una tecnica che permette la padronanza di un numero virtualmente illimitato di pezzi (ironicamente, la rivelazione della bellezza della musica avviene grazie alle note della sonata K. 545 in do maggiore di Mozart, il magnifico pons asinorum di tutti i principianti).

Ne seguiamo ulteriormente i progressi. Conosciamo un Connors “buono”, che si dispera per non riuscire a salvare un pover’uomo che pare condannato a morire un due di febbraio e che finisce con l’accettare che alcune cose non possono venir comunque cambiate nel giorno che egli vorrebbe perfetto. Nell’ultimo giorno della marmotta Connors compie una serie di “buone azioni” che gli permettono di guadagnare l’affetto degli abitanti di Punxsutawney e l’ammirazione di Rita che lungi oramai dal trovarlo insopportabile lo compra all’asta degli scapoli. L’amore infine conquistato lo libera dalla ripetizione; il risveglio al tre febbraio porta con sé l’accettazione del destino: Connors vuole vivere a Punxsutawney (che tanto aveva disprezzato inizialmente). La primavera è alle porte.

Massimo Lanzaro,
Psichiatra e Psicoterapeuta

Bibliografia

C.G. Jung. Gli Archetipi e l’inconscio collettivo. In: Opere, Vol. IX, 1980, 1997, Bollati Boringhieri.

E.G. Humbert. C.G. Jung, The fundamentals of Theory and Practice. Chiron Publications, 1988 (Originariamente pubblicato nel 1984 come C.G. Jung. Ed Universitaires, Paris).

Psiche e Anima

La nostra psiche è costituita in armonia con la struttura dell’universo, e ciò che accade nel macrocosmo accade egualmente negli infinitesimi e più soggettivi recessi dell’anima”.

Carl Gustav Jung

La via del cuore

Ogni via è soltanto una via. Non è un affronto a voi stessi o ad altri abbandonarla, se è questo che vi suggerisce il cuore. Ma la decisione di continuare quella strada, o di lasciarla, non deve essere provocata dalla paura o dall’ambizione. Osservate ogni strada attentamente e con calma. Provate a percorrerla tutte le volte che lo ritenete necessario. Poi rivolgete una domanda a voi stessi, e soltanto a voi stessi:
Questa strada ha un cuore?”

Carlos Castaneda