L’immaginazione ermetica III

In un contesto in cui tutti gli umanisti sono dediti a febbrili ricerche di antichi testi, è ovvio che si aggiungano nuove scoperte. Si reperisce il Corpus hermeticum, ovvero una serie di scritti a carattere magico del II-IV secolo dopo Cristo, ma ritenuti erroneamente molto più antichi dagli umanisti. Soprattutto il Picatrix e il Poimander sempre contenuti nel Corpus, parlano di profonde corrispondenze tra cose, esseri viventi e spiriti, che sono poi traducibili in formule magiche, in incantesimi, talismani, amuleti. Con la parola magicamente ritualizzata è possibile giungere alle divinità stellari, agli spiriti ultimi delle cose, alle idee presenti nella mente di Dio: quia verbum in se habet nigromantiae virtutem (il discorso è la specie più virtuosa della magia) (Eugenio Garin, Lo zodiaco della vita, Laterza, 1982, pag. 66 e segg.).

Pomponazzi, per esempio, che non può essere citato come un umanista che portò alle estreme conseguenze l’armonica concezione platonica, non nega la magia naturale, anzi accetta gli effetti di qualità e potenze umane ignorate. Per similitudine, seguendo la teoria, delle consonanze, il filosofo si chiede perché se certe erbe, o certi odori, producono effetti terapeutici, non sia possibile per certi uomini agire analogamente.

Perché altresì non accettare che l’immaginazione non si ripercuota sul corpo producendovi modificazioni anche perpetue, come le stimmate? Pomponazzi trova la dimostrazione di questa ipotesi nella notte di tregenda in cui i cittadini dell’Aquila riuscirono con intense preghiere ad allontanare il temporale. Fenomeno spiegabile attraverso un processo fisico analogo a quello che si ottiene suonando le campane a stormo, movimenti e modificazioni dell’aria che spostano le nubi per vibrazioni continue. Garin riporta un commento del filosofo quanto mai appropriato: «La si chiami magia poiché solamente i più sapienti fra gli uomini la capiscono, e le cose più segrete appartengono ai sapienti e il termine mago in persiano significa sapiente. E per il popolo che si sono introdotti angeli e demoni, ma quelli che li hanno introdotti sapevano bene che non potevano affatto esistere. Ma gli uomini volgari che non sono filosofi, in realtà sono come bestie… Il linguaggio delle religioni, come dice Averroè nella sua poetica, è simile a quello dei poeti… Tali favole servono a condurci alla verità e ad istruire il volgo rozzo che è necessario condurre al bene e ritrarre dal male, come si fa per i bambini con la speranza del premio e la paura della pena (op. cit., pagg. 115-116).

Garin aggiunge una sua personale conclusione, secondo cui quando un sentimento religioso decade, anche gli effetti delle preghiere si attenuano e i miracoli non avvengono più, a comprova degli effetti fisici delle preghiere e dei loro propri corollari (ibidem). Insistendo nella sua tesi Garin afferma che Pomponazzi: «tradusse in forma quasi brutale la teoria della fisicità, empiricamente comprovabile, del culto religioso» (ibidem).

Dunque il buon Pomponazzi, filosofo e umanista tra i più tiepidi nei confronti della magia, si lascia andare ad affermazioni quasi paradossali, spiegando tutto il fenomeno religioso in termini di magia pratica, fisica. Arriva addirittura a fornire una spiegazione “razionale” dei miracoli, che sarebbero legati al mutamento delle religioni, in quanto simili cambiamenti rendono difficile il «trapasso da ciò che è consueto a quel che è sommamente inconsueto, [per far ciò] è necessario che la successione della nuova religione sia accompagnata da miracoli straordinari e stupefacenti. Per questo i corpi celesti all’avvento di una nuova religione devono far venire uomini che facciano i miracoli. Così uomini del genere possono far venire e far scomparire piogge, grandine e terremoti, comandare ai venti e al mare, guarire ogni sorta di malattie, svelare i segreti, predire il futuro e ricordare il passato, andare oltre il comune senso della gente. Altrimenti non potrebbero introdurre nuove religioni e nuovi costumi tanto diversi» (Ibidem).

Abbiamo citato Pomponazzi, che ribadiamo era pure un tiepido nei confronti della magia, per mostrare come ormai tale scientia avesse influenzato nel profondo moltissimi intellettuali dell’Umanesimo.

 

Sono nata il ventuno a primavera

Sono nata il ventuno a primavera
ma non sapevo che nascere folle,
aprire le zolle
potesse scatenar tempesta.

Così Proserpina lieve
vede piovere sulle erbe,
sui grossi frumenti gentili
e piange sempre la sera.
Forse è la sua preghiera.

Alda Merini

Preghiera

Fammi uguale, Signore, a quelle foglie
moribonde, che vedo oggi nel sole
tremar dell’olmo sul piu alto ramo.
Tremano, si, ma non di pena: è tanto
limpido il sole e dolce il distaccarsi
dal ramo, per ricongiungersi alla terra.
S’accendono alla luce ultima, cuori
pronti all’offerta; e l’agonia, per esse,
ha la clemenza d’una mite aurora.
Fa’ ch’io mi stacchi dal piu alto ramo
di mia vita cosi, senza lamento,
penetrata di Te, come del sole.

Ada Negri

Vissi d’arte

(Adolf  Hohenstein, Locandina di Tosca, 1899)287px-Tosca_(1899)

Vissi d’arte, vissi d’amore,
non feci mai male ad anima viva!
Con man furtiva
quante miserie conobbi, aiutai.
Sempre con fe’ sincera,
la mia preghiera
ai santi tabernacoli salì.
Sempre con fe’ sincera
diedi fiori agli altar.
Nell’ora del dolore
perché, perché Signore,
perché me ne rimuneri così?
Diedi gioielli
della Madonna al manto,
e diedi il canto
agli astri, al ciel, che ne ridean più belli.
Nell’ora del dolore,
perché, perché Signore,
perché me ne rimuneri così?

Gli ho chiesto….

Gli ho chiesto la forza
e Dio mi ha dato difficoltà per rendermi forte.
Gli ho chiesto la saggezza
e Dio mi ha dato problemi da risolvere.
Gli ho chiesto la prosperità
Gli ho chiesto il coraggio
e Dio mi ha dato pericoli da superare.
Gli ho chiesto l’Amore
e Dio mi ha affidato persone bisognose da aiutare.
Gli ho chiesto favori
e Dio mi ha dato opportunità.
Non ho ricevuto nulla di ciò che volevo
ma tutto quello di cui avevo bisogno.
La mia preghiera è stata ascoltata.

Antica poesia indiana

Commiato

Una stella sbocciò nell’aria.
Le risplendé nelle pupille.
Su la campagna solitaria
tremava il pianto delle squille.
– E` ora, o figlio, ora ch’io vada.
Sono stata con te lunghe ore.
Tra questi bussi è la mia strada;
la tua, tra quelle acacie in fiore.
Sii buono e forte, o figlio mio:
va dove t’aspettano. Addio!
… Venir con te? Ma non è dato!
Sai pure: m’han cacciata via.
Ci fu chi non mi volle allato
nel mondo, così larga via;
chi non permise che, sia pure,
stessi con le mie creature.
… Tu venir qui? Viene chi muore…
E tu vuoi dunque venir qui.
Sei stanco: è vero? Hai male al cuore.
Quel male l’ebbi anch’io, Zvanî!
E` un male che non fa dormire;
ma che alfine poi fa morire. –
Si chiudevano i casolari.
Cresceva l’ombra delle cose.
Ancor tra i lontani filari
traspariva color di rose.
– Ma dimmi, o madre, dimmi almeno,
se nel tramonto del suo giorno
tuo figlio si deve sereno
preparare per un ritorno!
se ciò che qualcuno ci prende,
v’è qualch’altro che ce lo rende!
Ricorderò quella preghiera
con quei gesti e segni soavi;
tuo figlio risarà qual era
allora che glieli insegnavi:
s’abbraccerà tutto all’altare:
ma fa che ritorni a sperare!
A sperare e ora e nell’ora
così bella se a te conduce!
O madre, fa ch’io creda ancora
in ciò ch’è amore, in ciò ch’è luce!
O madre, a me non dire, Addio,
se di là è, se teco è Dio! –
Sfioriva il crepuscolo stanco.
Cadeva dal cielo rugiada.
Non c’era avanti me, che il bianco
della silenziosa strada

Giovanni Pascoli

CORaggio

Amiche e amici amatissimi,
Beatrice ci ha donato questa esortazione ad essere fedeli, sempre, ad Amore. Io credo nella potenza della preghiera. E voi?
Buona giornata!

Dammi il supremo coraggio dell’Amore,
questa è la mia preghiera,
coraggio di parlare,
di agire, di soffrire,
di lasciare tutte le cose,
o di essere lasciato solo.
Temperami con incarichi rischiosi,
onorami con il dolore,
e aiutami ad alzarmi ogni volta che cadrò.
Dammi la suprema certezza nell’amore,
e dell’amore,
questa è la mia preghiera,
la certezza che appartiene alla vita nella morte,
alla vittoria nella sconfitta,
alla potenza nascosta nella più fragile bellezza,
a quella dignità nel dolore,
che accetta l’offesa,
ma disdegna di ripagarla con l’offesa.
Dammi la forza di amare
sempre
e ad ogni costo!

(Tagore)

Preghiera

Quando prego per ottenere qualche cosa non sto pregando. Quando prego per niente, quella è la vera preghiera.

Meister Eckhart

Preghiera

La preghiera è un atto di concreta fluidificazione della volontà. Formulare l’idea e desiderarne la realizzazione è una preghiera.

Giuliano Kremmerz

Della preghiera

Voi pregate nelle angustie e nel bisogno; ma io vorrei che pregaste anche nella gioia piena e nei giorni dell’abbondanza.  Poiché che altro è la preghiera se non l’espansione di voi stessi nell’etere vivente?

 Kahlil Gibran

Preghiera

Dammi il supremo coraggio dell’amore,
questa è la mia preghiera,
coraggio di parlare,
di agire, di soffrire,
di lasciare tutte le cose, o di essere lasciato solo.
Temperami con incarichi rischiosi, onorami con il dolore,
e aiutami ad alzarmi ogni volta che cadrò.
Dammi la suprema certezza nell’amore, e dell’amore,
questa è la mia preghiera,
la certezza che appartiene alla vita
nella morte, alla vittoria nella sconfitta,
alla potenza nascosta nella più fragile bellezza,
a quella dignità nel dolore, che accetta l’offesa, ma disdegna di ripagarla
con l’offesa.
Dammi la forza di Amare sempre e ad ogni costo.

Kahlil Gibran

Ad Afrodite

O mia Afrodite dal simulacro
colmo di fiori, tu che non hai morte,
figlia di Zeus, tu che intrecci inganni,
o dominatrice, ti supplico,
non forzare l’anima mia
con affanni né con dolore;
ma qui vieni. Altra volta la mia voce
udendo di lontano la preghiera
ascoltasti, e lasciata la casa del padre
sul carro d’oro venisti.
Leggiadri veloci uccelli
sulla nera terra ti portarono,
dense agitando le ali per l’aria celeste.
E subito giunsero. E tu, o beata,
sorridendo nell’immortale volto
chiedesti del mio nuovo patire,
e che cosa un’altra volta invocavo,
e che più desideravo
nell’inquieta anima mia.
” Chi vuoi che Péito spinga al tuo amore,
o Saffo? Chi ti offende?
Chi ora ti fugge, presto t’inseguirà,
chi non accetta doni, ne offrirà,
chi non ti ama, pure contro voglia,
presto ti amerà.”
Vieni a me anche ora:
liberami dai tormenti,
avvenga ciò che l’anima mia vuole:
aiutami, Afrodite.

Saffo

Preghiera

Quando prego per ottenere qualche cosa, non sto pregando. Quando prego per niente, quella è la vera preghiera.

Meister Eckhart

Preghiera

PREGHIERA

Dammi un confine
che non sia limbo
utero dell’Etna
dal fiato caldo
inchiodato alla roccia
dove Empedocle
seguì “vertute e canoscenza “
che non sia eco
dei profondi abissi
parvenza
che illude
anche le corolle
sibilo di vento
che distrugge
Dammi grandi ali di neve
e un ramo d’ulivo
perchè la lingua
non sa oggi
articolare parole
sciogliere enigmi
liberare profezie
strappare l’ombra
in cui viviamo
ma nella parola che sale
cantami i colori
d’azzurri fremiti
ne sentirò il silenzio
sui litorali d’ulisse
che ricerco da sempre

M.Allo

“Signore…”

Vi lascio la preghiera, sublime, di Don Felice Riva. Non ha bisogno di commenti.

Per Don Antonio Mazzi

Signore,
fa’ che io sia del mio tempo e non della mia età;
che non mi affezioni alle idee
come un avaro al suo gruzzolo,
ma ne controlli, frequentemente, la validità,
e soprattutto, ne assicuri costantemente la convertibilità.

Aiutami a non prendermi troppo sul serio,
a sorridere dei miei successi come dei miei fiaschi.
Fammi guardare con simpatia a ciò che fanno gli altri,
specialmente se tentano qualcosa
cui io non avevo mai pensato,
oppure si avventurano in territori
dove io non mi sono mai arrischiato.

Che sappia comprendere più che giudicare,
apprezzare più che condannare,
incoraggiare più che diffidare.
Fa che resista alla tentazione di raccontarmi;
fammi capire che è importante ciò che faccio oggi,
non ciò che ho fatto dieci anni fa.
E che gli altri hanno diritto di avere da me,
ciò che sono, non ciò che sono stato.

Signore,
impedisci che faccia l’abitudine a me stesso,
a quel me stesso solito che conosco anche troppo bene
e che ormai tendo ad accettare a sopportare
come si accetta o sopporta un vecchio conoscente.
Devo sorprendermi.
Devo obbligarmi, ogni giorno,
a riconoscermi nuovo, diverso, inedito.
Devo accogliermi inaspettato.
Devo frequentarmi insolito.

Tanti auguri Don Antonio!!!

I bambini della Scuola Materna di Aicurzio

Aicurzio, 17 dicembre 2009

cin cin buon 2010 ciao don felice riva

Come sempre aspetto le vostre emozioni. Buona giornata!

Per coloro che si amano

L’articolo di oggi è una “preghiera” per coloro che si amano, di Andrée Chedid, poetessa nata al Cairo, che oggi vive a Parigi. I versi, semplicemente luminosi, di questa lirica apriranno la mia trasmissione “Inconscio e Magia – Psiche” di domani 5 luglio, in onda su Rai 2 alle 6:15 ca.

Per coloro che si amano

Che tra le loro mani il fiume si meravigli
Che tra le loro labbra i respiri siano stellati
E prodiga la brezza al loro accordo

Che parlino lo stesso linguaggio
Che partano e poi che veglino
Che soprattutto veglino
Le trappole son tese
Fin dentro al loro cuore.

Per Ginevra, per Lancillotto e per Artù, per Mordred e per un altro santo, Galgano – Parte II

I misteri sacri dei Celti, quelli della Cavalleria, uniti ai momenti esoterici della mitologia greca, fanno nascere in Provenza il fenomeno dei trovatori, cantori di gesta d’amore e di guerra.

Un grande mistero iniziatico avvolge le canzoni dei provenzali e la figura di «Eleanor la bella», il cui castello è frequentato da scienziati, letterati, pittori, artisti, tutti attratti dalla personalità magnetica della donna, dalla sua capacità d’incantare con la voce, con il canto.

Presso di lei si creano le liriche più belle del Mediterraneo, in grado di «ammansire fiere e qualsivoglia creatura». E vicino ai trovatori si trovano i maghi più importanti e celebri dell’epoca, da Schruwardi e I’bn Astabi. In realtà, infatti, i canti dei menestrelli di Eleanor sono veri e propri trattati di magia e della più importante, quella dell’amore.

Le vicende di Galgano, il miracolo della spada nella roc­cia, passano di bocca in bocca e giungono tra i poeti e i musici di Eleanor, ispirando canti e perfino interi poemi.

Proprio in quegli anni, Eleanor (Eleonora di Aquitania) va in sposa a Enrico II Plantageneto, re d’lnghilterra.

La bella signora è alle sue seconde nozze. Enrico è appena un fanciullo al suo cospetto, eppure questo matrimonio è destinato a essere uno dei più felici della storia. Evidentemente il fascino della «gentil Eleanor» non si affievolisce con gli anni.

Nel passaggio dalla Provenza alla Gran Bretagna, la signora si fa accompagnare dai suoi trovatori più bravi e ispirati, fra cui Chrétien de Troyes, il più celebre di tutti, la cui voce riesce ad ammansire due lupi feroci che tentano un giorno di assalire Eleanor sulle nevi del Galles.

Chrétien compie un lavoro di fusione, collegando le leggende dei Bretoni, cioé dei Celti d’lnghilterra, con quelle dei Provenzali, Celti di Francia. Vi inserisce le storie di Galgano e crea il celebre «Ciclo della Tavola Rotonda», le Sante Storie del Graal e di re Artù.

I nostri libri di narrativa al confronto sembrano giochi di bimbi, vuoti come sono di contenuti e di significati profondi.

Perché in queste storie la «vicenda romanzata» serve come veicolo per far apprendere a tutti i significati della magia, la «scienza delle scienze».

La Gran Bretagna è sconvolta da terribili orde di barbari Sassoni, perché ormai è morto da anni Ambrogio, valoroso generale romano, difensore dei Britanni. Quando tutto sembra perduto, ecco però apparire il figlio di Ambrogio, Merlino l’incantatore. Questi comprende che per fronteggiare i Sassoni occorre per prima cosa unificare sotto una sola corona tutti i piccoli regni in cui è suddivisa la Bretagna.

Per questo protegge il piccolo Artù, figlio di Uther Pendragon, facendolo crescere in assoluto anonimato, affinché altri pretendenti non possano nuocergli.

Uther è infatti morto da anni, vittima della sua stessa impulsività e, prima di morire, ha infilato in una pietra durissima la sua spada: chi riuscirà a estrarla diventerà re di Bri­tannia, signore di tutti i piccoli reami e alla testa dei Celti marcerà contro i barbari Sassoni.

Sono ormai tredici anni che Pendragon giace nella tomba e da allora tutti i piccoli signori si danno appuntamento davanti alla spada incantata per cercare di toglierla e diventare re. Invano: ogni volta la spada sembra sbeffeggiare i pretendenti.

Ed ecco che avanza un ragazzo di quindici anni, sconosciuto a tutti: Artù.

«Cosa vuoi?» gli intima il cerimoniere. «Non puoi provare, perché non sei nobile.»

A quelle parole un lampo illumina la radura e improvvisamente appare Merlino, il mago temuto da tutti.

«Egli è il figlio di Pendragon,» dice con voce di tuono «fratello di Ambrogio, nostro re. Perciò può provare.»

Artù, nel silenzio generale, stringe la mano sull’elsa e mormora una preghiera.

Una luce intensa circonda il giovane e l’arma, poi una musica di liuto si diffonde dalle fronde, dalle corolle dei fiori, dall’erba, dalle nuvole. Un guizzo, un bagliore, la spada sfavilla al sole. Il re è tornato.

Per Ginevra, per Lancillotto e per Artù, per Mordred e per un altro santo, Galgano – Parte I

Cari amici,

sto per proporvi, suddiviso in quattro parti, un altro dei miei racconti: un altro viaggio intriso di magia, amore, mistero, scoperta o ri-scoperta. Dedicato a quanti sanno guardare al di là del proprio naso e continuare a stupirsi grazie alla fantasia e alla qualità di osservare senza pregiudizi.

Buona (ri-)lettura a tutti voi!

 

Quando i monaci vollero evangelizzare le popolazioni celtiche, vennero in contatto con i loro usi militari e quindi con il mondo cavalleresco. Fu facile per gli uomini di Chiesa adattare i miti dei Celti alla religione cristiana e così nacquero i «cicli cantati», il più importante dei quali fu quello di re Artù e dei Cavalieri della Tavola Rotonda.

Proprio in queste saghe è possibile trovare sotto la vernice cattolica, grandi significati iniziatici e magici.

Re Artù ha un illustre predecessore, addirittura un santo realmente esistito, san Galgano, alla cui storia si ispirarono le ballate di molti trovatori.

Galgano nasce a Monte Siepi nel 1150 e già in età precocissima mostra una grande attitudine all’uso delle armi. A sette anni, infatti, ruba la spada a un uomo d’arme assopito in un campo e con un solo colpo taglia in due un faggio.

Stupito dalla forza e dall’ardire del fanciullo, l’uomo lo prende con sé e l’addestra a diventare un perfetto cavaliere.

Gli anni passano. Galgano ne ha ormai sedici e ha imparato a difendere gli inermi, le donne, i vecchi, i bambini; considerare il proprio cavallo come un compagno, attaccare e sconfiggere le forze del male ovunque si annidino, combattere le prepotenze, avversare le ingiustizie, venerare la spada come la propria anima. In definitiva, tendere sempre e comunque al bene.

Il giovane è da sette giorni a digiuno. Assorto in preghiera, nel buio della sua cella sta aspettando l’alba. Allo spuntar del sole, infatti, sarà nominato cavaliere.

Nel silenzio assoluto, sente schiudersi la porta della piccola stanza. Aguzza gli occhi, ma non vede nessuno. Ode solo una voce, quella del cavaliere che l’ha raccolto ed educato: «Ricordati di compiere solo il bene, di non fare mai abuso della tua forza, di scacciare i demoni del male. Lo rammenterai sempre?».

«Sì mio signore,» promette solennemente l’adolescente. Poi cerca di vedere nell’oscurità l’uomo, ma non vede nulla. Avverte però un fremito d’ali, come se un’aquila gigantesca fosse entrata nella stanza.

«Adesso che hai promesso,» continua la voce, «sei degno di possedere la spada accecante di luce, la purissima. Eccola, è tua!»

Galgano sente una lama sguainarsi e subito rimane accecato. Una luce potentissima emana dall’arma che il suo benefattore gli porge. Emozionato, il giovane tende le mani e vede qualcosa d’incredibile, di così sublime da non poter credere ai propri occhi.

Cade in ginocchio con la spada nelle mani e prega sommessamente, mentre calde lacrime gli solcano il viso.

Ha visto due ali splendide, immacolate, dietro la schiena dell’uomo che l’ha adottato. Adesso Galgano sa chi è davvero.

«Adesso hai capito,» gli dice la creatura alata. «Io sono Michele, il nemico del male, il persecutore dei demoni, il portatore della luce nelle tenebre. lo sciolgo la notte oscura in aurora lucente, io abbatto le bestie immonde del male e tu farai lo stesso in mio nome.»

Una luce vivissima acceca ancora Galgano, poi torna il silenzio assoluto, finché il ragazzo cade addormentato in un sonno profondo. E sogna.

Sogna di camminare per un sentiero ripido, in alta montagna, tra picchi scoscesi e innevati. L’arcangelo Michele lo guida sino a un ponte sospeso tra due rive altissime, sopra a un fiume maestoso e terribile. Le sue acque sono tumultuose, potenti, incalzanti e muovono le pale di un immenso mulino, ciascuna di esse porta impressa una scritta rossa: lussuria, ingordigia, desiderio di potenza, voluttà, narcisismo. Insomma, le pale simboleggiano le vanità.

L’arcangelo con un solo balzo passa al di là del ponte e Galgano rimane solo ad affrontare la traversata, mentre nell’abisso ruggiscono acque furiose. Il loro rimbombo sembra quasi un richiamo: «Vieni, cadi giù, lasciati andare. Ti porteremo al mulino, lì avrai tutto ciò che vorrai!».

Galgano chiude le orecchie a quelle parole adescatrici e si incammina sugli incerti legni del ponte. Ha fatto pochi passi, quando un enorme rapace si getta in picchiata su di lui, tentando di ferirlo e di gettarlo nell’abisso. Per un istante il cuore del cavaliere sembra smarrirsi, ma, osservando la figura sicura dell’arcangelo Michele, subito si riprende, sguaina la spada e con un solo colpo recide la testa dell’uccello.

Eliminato il primo ostacolo, il giovane procede spedito fino a metà della passerella. Improvvisamente due orride mani spuntano dal vuoto, di sotto, si afferrano alle corde ed emerge una creatura d’incubo, un mostro sibilante che vomita fuoco nero. Il cuore batte in petto al guerriero, ma non ha timore. Brandendo la spada, si avventa contro l’essere, lo colpisce ripetutamente e a ogni fendente l’arma diviene sempre più lucente, sino a diventare fiammeggiante.

La creatura degli inferi si abbatte colpita a morte, ma con un ultimo guizzo afferra i piedi del ragazzo e lo trascina con sé, nel vuoto. Mostro e giovane cadono, eppure Galgano è sempre sul ponte.

Cosa è accaduto? Ciò che è precipitato è il corpo del ragazzo, mentre la sua anima, il suo vero io, è rimasta sul ponte.

Così Galgano procede e si ricongiunge a Michele. Insieme riprendono il cammino e raggiungono la cima di un monte, dove sorge una splendida cappella con dodici guglie, dodici rosoni, dodici campane, dodici porte.

L’arcangelo e il guerriero vi entrano in silenzio. Una luce intensa e vibrante li illumina, mentre dodici voci si rivolgono al cavaliere: «Entra, Galgano. Sei degno di difendere la nostra cattedra».

Il giovane guarda davanti a sé e vede i dodici apostoli: calde lacrime gli solcano il viso, mentre una musica celestiale gli invade la mente e l’anima.

A questo punto Galgano si sveglia e si accorge che ha sognato tutto e che il suo protettore non è san Michele, ma solo l’onesta persona che l’ha allevato: eppure non dimenticherà mai quella notte e tutta la sua vita sarà dedicata agli insegnamenti ricevuti durante quelle ore di sonno.

In effetti i motivi iniziatici del «viaggio» effettuato nel sogno sono tanti e tutti hanno riferimenti magici.

L’uccello rapace rappresenta il sottile inganno della mente, e Galgano ha compreso la necessità di non affidarsi ciecamente solo alla ragione. Il secondo mostro sta a significare la forza delle passioni, che possono trascinare in basso il corpo, ma solo quello: la parte spirituale procede sino all’incontro con gli apostoli.

Dopo, Galgano passerà quasi dieci anni della sua vita a combattere gli infedeli e i prepotenti, sottoponendosi a centinaia d’imprese sempre per il trionfo del bene.

Un giorno si trova a inseguire un musulmano per i monti della Toscana. Il guerriero cristiano ha già ucciso tutti i suoi compagni, una banda di predoni sbarcati nei pressi di Punta Ala per razziare. Galgano insegue il fuggitivo per kilometri e kilometri, finché il musulmano, allo stremo delle forze, si abbatte esausto in cima a un colle. Subito Galgano gli è sopra, alza la spada per finirlo, ma un istante prima di calare il fendente i suoi occhi incrociano quelli del nemico. Vi scorge tristezza, dolore, abbandono, stanchezza. Un sentimento nuovo lo prende. Con mestizia abbassa la spada, compie pochi passi, si avvicina a una grande roccia, di nuovo alza il braccio e tira un terribile colpo alla pietra, affondando la lama per metà nella viva roccia.

La spada è ancora lì, e chiunque può vedere la spada nel­la roccia recandosi a San Galgano, all’interno della strada statale che da Montalcino conduce al mare.

Da quel momento il cavaliere depone le armi e diventa eremita, capace di dialogare con gli uccelli.

L’immaginazione ermetica III

In un contesto in cui tutti gli umanisti sono dediti a febbrili ricerche di antichi testi, è ovvio che si aggiungano nuove scoperte. Si reperisce il Corpus hermeticum, ovvero una serie di scritti a carattere magico del II-IV secolo dopo Cristo, ma ritenuti erroneamente molto più antichi dagli umanisti. Soprattutto il Picatrix e il Poimander sempre contenuti nel Corpus, parlano di profonde corrispondenze tra cose, esseri viventi e spiriti, che sono poi traducibili in formule magiche, in incantesimi, talismani, amuleti. Con la parola magicamente ritualizzata è possibile giungere alle divinità stellari, agli spiriti ultimi delle cose, alle idee presenti nella mente di Dio: quia verbum in se habet nigromantiae virtutem (il discorso è la specie più virtuosa della magia) (Eugenio Garin, Lo zodiaco della vita, Laterza, 1982, pag. 66 e segg.).

Pomponazzi, per esempio, che non può essere citato come un umanista che portò alle estreme conseguenze l’armonica concezione platonica, non nega la magia naturale, anzi accetta gli effetti di qualità e potenze umane ignorate. Per similitudine, seguendo la teoria, delle consonanze, il filosofo si chiede perché se certe erbe, o certi odori, producono effetti terapeutici, non sia possibile per certi uomini agire analogamente.

Perché altresì non accettare che l’immaginazione non si ripercuota sul corpo producendovi modificazioni anche perpetue, come le stimmate? Pomponazzi trova la dimostrazione di questa ipotesi nella notte di tregenda in cui i cittadini dell’Aquila riuscirono con intense preghiere ad allontanare il temporale. Fenomeno spiegabile attraverso un processo fisico analogo a quello che si ottiene suonando le campane a stormo, movimenti e modificazioni dell’aria che spostano le nubi per vibrazioni continue. Garin riporta un commento del filosofo quanto mai appropriato: «La si chiami magia poiché solamente i più sapienti fra gli uomini la capiscono, e le cose più segrete appartengono ai sapienti e il termine mago in persiano significa sapiente. E per il popolo che si sono introdotti angeli e demoni, ma quelli che li hanno introdotti sapevano bene che non potevano affatto esistere. Ma gli uomini volgari che non sono filosofi, in realtà sono come bestie… Il linguaggio delle religioni, come dice Averroè nella sua poetica, è simile a quello dei poeti… Tali favole servono a condurci alla verità e ad istruire il volgo rozzo che è necessario condurre al bene e ritrarre dal male, come si fa per i bambini con la speranza del premio e la paura della pena (op. cit., pagg. 115-116).

Garin aggiunge una sua personale conclusione, secondo cui quando un sentimento religioso decade, anche gli effetti delle preghiere si attenuano e i miracoli non avvengono più, a comprova degli effetti fisici delle preghiere e dei loro propri corollari (ibidem). Insistendo nella sua tesi Garin afferma che Pomponazzi: «tradusse in forma quasi brutale la teoria della fisicità, empiricamente comprovabile, del culto religioso» (ibidem).

Dunque il buon Pomponazzi, filosofo e umanista tra i più tiepidi nei confronti della magia, si lascia andare ad affermazioni quasi paradossali, spiegando tutto il fenomeno religioso in termini di magia pratica, fisica. Arriva addirittura a fornire una spiegazione “razionale” dei miracoli, che sarebbero legati al mutamento delle religioni, in quanto simili cambiamenti rendono difficile il «trapasso da ciò che è consueto a quel che è sommamente inconsueto, [per far ciò] è necessario che la successione della nuova religione sia accompagnata da miracoli straordinari e stupefacenti. Per questo i corpi celesti all’avvento di una nuova religione devono far venire uomini che facciano i miracoli. Così uomini del genere possono far venire e far scomparire piogge, grandine e terremoti, comandare ai venti e al mare, guarire ogni sorta di malattie, svelare i segreti, predire il futuro e ricordare il passato, andare oltre il comune senso della gente. Altrimenti non potrebbero introdurre nuove religioni e nuovi costumi tanto diversi» (Ibidem).

Abbiamo citato Pomponazzi, che ribadiamo era pure un tiepido nei confronti della magia, per mostrare come ormai tale scientia avesse influenzato nel profondo moltissimi intellettuali dell’Umanesimo.

Nell’Interiorità di Anima — “Armonia e simpatia”

Armonia e simpatia

La preghiera viene esaudita perché una parte dell’universo è in simpatia con un’altra, come in una corda tesa, nella quale la vibrazione dal basso si trasmette in alto, spesso, anzi, mentre una corda vibra, l’altra ne ha, per così dire, la percezione, a causa della consonanza e anche perché è accordata alla stessa armonia. E se da una lira la vibrazione si trasmette persino in un’altra – a tanto giunge la simpatia! -, anche nell’universo regna un’unica armonia, sebbene essa derivi dai contrari.

Plotino, Enneadi, IV 4,41, in Gabriele La Porta, Dizionario dell’Inconscio e della Magia, Sperling & Kupfer, 2008, p. 68

Un grande amore, il tempo e la giovinezza. Due scomparse misteriose.

UN GRANDE AMORE, IL TEMPO E LA GIOVINEZZA.

DUE SCOMPARSE MISTERIOSE

(Parte V)

 

II conte ne ha visti tanti di volti come quello. Inizialmente tracotanti e progressivamente impauriti, fino al terrore. Con il moltiplicarsi delle stoccate l’angoscia si impadronisce del morituro. Perché si tratta proprio di questo. Della presa di coscienza della morte. E sì che il conte non vorrebbe. Ma gli eventi lo spingono sempre nella stessa direzione. Per proteggere il suo segreto è costretto a uccidere. Anche ora quel Veniero comincia a terrorizzarsi. La sua spada è più lenta. II braccio meno fermo. Lo avrebbe potuto ucci­dere da molto. E ha sempre fatto così. Per abbreviare le pene dei suoi rivali, normalmente affonda deciso e la vita è subito spenta. Dalla lama. Qualcosa però lo trattiene. Non è per proseguire l’agonia dell’avversario. II conte non ha queste meschinità nell’animo. Diversi pensieri imprigionano la sua mente. Gli anni sono passati setacciando i sentimenti mini­mi, le meschinità, le tracotanze e hanno lasciato una visione ampia, riposata e tragica. Un destino apparentemente ineluttabile lo imprigiona. Ora come sempre. Da quando ha compiuto quegli studi di alchimia con un maestro imperscrutabile.

Accadde allora. In una Praga senza tempo si fermò ogni cosa. Si ricorda ancora la faccia stupita del grande mago. Per meravigliarsi lui! Il conte aveva trovato la soluzione a una formula impossibile. Un segreto che doveva evidentemente rimanere tale. Averlo svelato gli procurò immediatamente una forza straordinaria e con essa una camicia di Nesso da cui tuttora gli è impossibile liberarsi. Pensare che al momento gli sembrò una benedizione. II sapiente praghese capì invece subito tutto.

«Hai studiato tanti anni,» disse, «e ora che sei giunto alla maturità hai fatto questa scoperta che arresterà tutto. Che la divina armonia ti assista!»

Nello studio il silenzio era totale. La verità è che il conte non capì subito le conseguenze del disvelamento del «grande mistero». In seguito però soffrì come una bestia. Città, amici, amori, affetti, case, carriere. Quante volte ha avuto tutto ciò per essere poi costretto ad abbandonarle? Cinque, dieci? Troppe.

II Veniero crede per un attimo, dato che il conte è assorto nella spirale dei ricordi, di potercela fare e decide di affondare, di osare il tutto per tutto.

Raccoglie ogni stilla di energia, tutti gli empiti dei muscoli e dei tendini.

Gira un attimo a destra come se stesse per perdere l’equilibrio e invita il conte ad affondare. È un trucco. Come l’altro tirerà la stoccata, lui si riprenderà e colpirà diritto sotto il cuore. Inevitabilmente l’altro obbedirà all’istinto e tenterà di chinarsi in avanti di poco, quel tanto che gli farà penetrare il ferro al centro del cuore. Un colpo fatale. Il corpo del Veniero è pronto.

In quell’istante il cielo si apre. La nebbia è spazzata via e Donata dal mare vede lo spasmo del giovane. Intuisce che sta per accadere qualcosa di spaventoso. II torace del suo uomo le appare totalmente scoperto, indifeso, vulnerabile. Intuisce l’irreparabile. La sua bocca vorrebbe gridare, avvertire il pericolo, ma la lingua si rifiuta di obbedire. II suo fisico sta per cedere. E cosi le barriere psicologiche che l’avevano protetta si abbattono e torna alla coscienza quel particolare rimosso della sera precedente, quella dell’offesa.

Quando il Veniero lo ha insultato, il conte ha detto tra le labbra una parola. Ecco, i ricordi si affacciano. Visivamente la scena si ripropone. Come al rallentatore. Dilatata nel tempo. La bocca del suo bene sta pronunciando un nome. Ma quale? Sì, sono poche sillabe.

«Pepo»: ha sussurrato questo nomignolo.

Il cuore sembra fermarsi nel petto ansante di Donata. Un ghiaccio tormentoso l’avviluppa. Quel «Pepo» è il nomignolo del Veniero da piccino. Lei giocava con lui, per questo lo sa. Ma come lo conosceva il conte?

Non è questo interrogativo a martoriarla. È un altro ricordo a straziarla. Rivede una scena di molti anni prima. Ritrova se stessa bimbetta che rincorre per il suo palazzo romano il «Pepo», appena giunto da Venezia. Lo insegue per androni e stanze, perché le ha rapito una bambola alla quale sta strappando i capelli. Lei piange, si dispera, lo supplica di restituirle il suo tesoro. Lui niente, la deride, si ferma e, come sta per essere raggiunto, scatta in avanti. Crudele già allora. L’inseguimento si protrae e a nulla valgono le sue suppliche di bimba. Finché il ragazzino va a sbattere contro le gambe di un uomo che è appena sopraggiunto.

«Non farla soffrire,» dice il nuovo venuto.

Dio, quella voce. Una sofferenza indicibile entra nella testa di Donata. Ora sa tutto. In piedi sulla gondola è diventata come una statua di dolore. Rivede tutto. Eccola in quel corridoio. Si sente protetta. Qualcuno è intervenuto finalmente in sua difesa contro quel suo perfido compagno di giochi. Alza la testa riconoscente verso quel signore pietoso. Così la bimba vede il volto bellissimo che da allora ha sempre rimosso. Ora lo riconosce. È lui, il conte. Identico a come è adesso. E sono passati più di vent’anni.

La Stati si porta le mani al petto davanti all’isola di Torcello. Sa tutto. Quello che il Veniero ha detto è vero. II suo uomo non invecchia. È eterno. II suo nobiluomo è il conte di Saint-Germain, ed è immortale.

Sempre in quel preciso momento l’uomo che non può invecchiare e che odia se stesso da quando ha scoperto il segreto di Faust vede avanzare la lama del Veniero e decide di non voler più fuggire. Non sopporta di vincere anche questo confronto, né di tornare dalla sua amata e di vederla, anno dopo anno, invecchiare inesorabilmente mentre lui rimane immutato. Giorno dopo giorno fino all’immancabile funerale. Ha visto morire mogli, figli. Ora basta. Implora con tutta la violenza, in completa sincerità di essere sciolto da quella gabbia in cui la sua vanità e la sua arroganza l’hanno rinchiuso da secoli.

Una preghiera sottile, abbandonata, gentile, vera, assoluta sale nello spazio, valica i tempi e raggiunge l’armonia sottesa a tutte le cose. È una supplica sublime che non ha bisogno di parole, per questo è accettata.

La lama del Veniero raggiunge il petto di Saint-Germain. Si apre un varco terribile. Offende la carne e lascia in eredità la morte. La preghiera ha raggiunto le orecchie giuste.

II conte si porta la mani al petto, il sangue sgorga copioso. Indietreggia verso l’attracco delle barche. Si volta a cercare ancora una volta il viso della sua Donata. Lo trova. È sempre bellissimo. È l’ultima cosa che vede prima di cadere in acqua.

Ora sì che la voce può uscire dalla bocca della Stati. È un urlo. Un lamento gridato con tutte le energie. È uno spasmo vocale che attira l’attenzione e la pietà di tutti. Dei padrini, del gondoliere, dello stesso Veniero. Ogni essere si ferma per osservare quello strazio.

Donata vede il suo uomo sprofondare. Lo cerca con lo sguardo sotto i flutti. Un’intelligenza segreta le ha fatto intuire tutto. È la fine. Non resiste più. Un’occulta misericordia la fa svenire e l’accompagna fuori dell’imbarcazione. Nel mare. E la fa sparire.

A nulla valgono le ricerche sia dell’uno che dell’altra. Si dragano le acque per tutto il giorno e la notte. Poi anche durante quelli successivi. Inutilmente.

Gli amanti non saranno più trovati. Qui finisce la leggenda del conte di Saint-Germain che per amore ha sacrificato l’immortalità e della sua compagna Donata Stati, detta «colei che dona».

Questa è la storia che sull’Hermes abbiamo sentito raccontare. Ma soltanto ai naviganti del vascello senza tempo è possibile ascoltare una confidenza di un pescatore di un isolotto perso nel mare. Lontanissimo da Torcello. Narra per la prima volta di vicende senza senso. Di un uomo ferito e di una donna bellissima raccolti dalle acque dove miracolosamente galleggiavano e di come siano rimasti con lui per anni, occupandosi di cose umili, ma in letizia. Felici come nessuna coppia.

E dice ancora di come siano morti nello stesso giorno e del loro riposo in pace nello stesso letto.

Appunto una storia semplice e priva d’interesse. Per tut­ti. Tranne che per i viaggiatori del veliero che solca i mari dei secoli.