“Il rimedio è la povertà”

Povertà è assaporare (non semplicemente ingurgitare in modo nevroticamente obbediente) un cibo: il pane, l’olio, il pomodoro, la pasta, il vino, che sono i prodotti del nostro paese; imparando a conoscere questi prodotti si impara anche a distinguere gli imbrogli e a protestare, a rifiutare. Povertà significa, insomma, educazione elementare delle cose che ci sono utili e anche dilettevoli alla vita. Moltissime persone non sanno più distinguere la lana dal nylon, il lino dal cotone, il vitello dal manzo, un cretino da un intelligente, un simpatico da un antipatico perché la nostra sola cultura è l’uniformità piatta e fantomatica dei volti e delle voci e del linguaggio televisivi. Tutto il nostro paese, che fu agricolo e artigiano (cioè colto), non sa più distinguere nulla, non ha educazione elementare delle cose perché non ha più povertà.

Il nostro paese compra e basta. Si fida in modo idiota di Carosello (vedi Carosello e poi vai a letto, è la nostra preghiera serale) e non dei propri occhi, della propria mente, del proprio palato, delle proprie mani e del proprio denaro. Il nostra paese è un solo grande mercato di nevrotici tutti uguali, poveri e ricchi, che comprano, comprano, senza conoscere nulla, e poi buttano via e poi ricomprano. Il denaro non è più uno strumento economico, necessario a comprare o a vendere cose utili alla vita, uno strumento da usare con parsimonia e avarizia. No, è qualcosa di astratto e di religioso al tempo stesso, un fine, una investitura, come dire: ho denaro, per comprare roba, come sono bravo, come è riuscita la mia vita, questo denaro deve aumentare, deve cascare dal cielo o dalle banche che fino a ieri lo prestavano in un vortice di mutui (un tempo chiamati debiti) che danno l’illusione della ricchezza e invece sono schiavitù. Il nostro paese è pieno di gente tutta contenta di contrarre debiti perché la lira si svaluta e dunque i debiti costeranno meno col passare degli anni…”

Goffredo Parise

Per l’articolo completo, ecco il link:

https://prismi.wordpress.com/2013/11/09/il-rimedio-e-la-poverta-di-goffredo-parise/

Annunci

Avidamente allargo la mia mano

In povertà di carne, come sono
eccomi, Padre; polvere di strada
che il vento leva appena in suo perdono.

Ma se scarnire non sapevo un tempo
la voce primitiva ancora rozza,
avidamente allargo la mia mano:
dammi dolore cibo cotidiano.

Salvatore Quasimodo

Soldato

Sono impoverito

la povertà dei sassi

sui quali mi butto

quando viene il momento

d’aspettare.

 

Non ho più nulla

da dare

che questa durezza

 di vita battuta

come una strada

di guerra.

Giuseppe Ungaretti

Umberto D.

“Povertà e miseria”

Cari amici, Nicola ci ha mandato una splendida riflessione:

Caro Gabriele,
ieri leggendo Dostoevskij ho trovato questo importante passaggio:

“Egregio signore, povertà non è un vizio, questo è vero.
Ma la miseria, egregio signore, la miseria è un vizio. Nella povertà si può conservare ancora la nobiltà dei propri sentimenti innati, nella miseria no, mai e nessuno. (…) perchè nella miseria io sono il primo a umiliare me stesso.”

Ecco. Io sono per la povertà. La povertà è riscoprire il piacere di danzare al suono di una radiolina, sull’erba fresca di un prato, invece di accalcarsi per entrare in una discoteca e fare a botte per gli sguardi indiscreti rivolti ad una ragazza.
La povertà è dividere insieme alla creatura amata una pizza in due, con una felicità nel cuore che nessuno può rivelare.
La povertà è l’essenza stessa della Natura, che ama nascondere la propria ricchezza dietro questo velo così candindo e semplice.

I tuoi racconti d’infanzia rivelano quanto tu conosca questa condizione. Condizione che ti ha permesso di conoscere la magia naturalis e l’essenza del Femminile..

Ma la miseria… è il non aver più fiducia nella provvidenza perchè qualcosa o qualcuno ha diviso l’uomo dalla Natura.
E allora un povero, senza la Natura, diventa un miserabile. Un poeta senza il suo territorio poetico non è più un folle perchè diventa pazzo.
Ed è proprio questo che vogliono fare di noi i detentori del potere. Impedire all’uomo di avere un lavoro è togliergli ogni dignità e lasciarlo difatti impazzire. In queste città che sono diventata gabbie di spersonificazione.
E dove c’è miseria non può che esserci che violenza e sopraffazione.

Avere scarsa stima di sé, spesso rivela personalità umili e gentili, ma (adesso immagino Giorgio Colli) cosa diverrebbe un Giorgio Colli privato della sua unica possibilità di comunicare agli altri la personale visione del mondo?

Mi alleo al canto dei disoccupati, alle richieste silenziose dei vecchi e dei pensionati costretti a parlare con i piccioni e alle tante persone che non smettono di cercare nella folla, sguardi complici e curiosi.

Non so perché custodisca ancora l’idea malsana di dover rispondere a tutto questo mantenendo in me il sentimento della compassione e della bontà.