Felicemente imperfetti

di Valentina Delpiano

La nostra società sempre più malvolentieri tollera l’imperfezione. Fin da bambini, siamo costantemente costretti a subire rilevazioni e misurazioni delle nostre “performance” letteralmente o in modo figurato in ogni ambito delle nostre vite, siamo chiamati a raggiungere obiettivi e mete, a portare risultati, ad adeguarci a standard di riferimento, a dare sempre il meglio di noi stessi.

Pena: la sostituzione con qualcunaltro. La cancellazione, la messa da parte. Ma nessun giudice esterno può nè potrà mai essere più spietato di noi stessi.

Tutti voi avrete sicuramente un amico o un’amica “malato” di perfezione. Si tratta di quelle persone che in tutto quello che fanno non possono tollerare di non raggiungere la perfezione assoluta.

A scuola non devono “andare bene”, loro devono avere i migliori voti in ogni materia, nel lavoro non devono “avere una buona posizione” devono arrivare al top, fare più carriera di tutti gli altri, negli sport devono raggiungere livelli quasi agonistici, nelle relazioni devono avere “il miglior partner” sul mercato e così via. Loro non devono mai essere “nella media”, devono essere al vertice. Qualsiasi cosa intraprendono nella loro vita, ha il solo scopo di raggiungere l’eccellenza. Oppure nulla, oppure non la fanno e basta.

Ma da cosa dipende questa inarrestabile sete di perfezione?

In psicologia non esiste una vera e propria sindrome “del perfezionismo” classificata nei manuali, ma questo meccanismo è stato a lungo studiato poichè molto ricorrente soprattutto nei soggetti ossessivi.

Si può arrivare ad ipotizzare che il perfezionista riversi l’ansia che deriva da conflitti interni irrisolti in oggetti/situazioni concrete dove ha l’aspettativa di ottenere il risultato desiderato, controllandoli e dominandoli.

Ottenere il massimo in una determinata situazione ha la funzione psicologica di alleviare l’ansia derivante da un conflitto interno, che, in questo modo, non viene nè compreso nè tantomeno risolto, ma semplicemente “tenuto a bada”. Per questo motivo qualsiasi successo ottenuto nelle situazioni in cui il perfezionista si cimenta non genera mai soddisfazione perchè non placa definitivamente l’ansia, che ha immediatamente bisogno di riversarsi in una nuova sfida.

Il perfezionista passerà la sua vita a cercare di raggiungere mete irraggiungibili, a sfidare se stesso in innumerevoli prove, con il vero obiettivo di non fermarsi mai a guardarsi dentro per comprendere qual è la vera origine di questa sua “smania di conquista”.

Il driver principale che muove le azioni del perfezionista è il DOVERE, di cui è schiavo fino ad arrivare ad essere completamente privato della sua libertà e a vedere la sua autostima in balìa del successo/insuccesso che ottiene nelle cose, in cui si applica in modo ossessivo.

Spesso nella sua vita esistono solo poche cose in cui si cimenta davvero (il lavoro per esempio, o un particolare sport, o qualsiasi altra cosa dove ci siano delle mete da raggiungere..). Da queste cose è totalmente assorbito, come fosse una questione di vita o di morte. Per il perfezionista non esistono le sfumature, per lui le cose sono nere o bianche, buone o cattive, si può riuscire in una cosa, oppure no. E questo equivale a vivere o morire.

Gli studi dimostrano che il perfezionismo ha diversi effetti negativi sull’individuo sia a livello psicologico (frustrazione, senso di colpa, depressione) che a livello fisico (manifestazioni psicosomatiche) e genera problemi anche a livello relazionale, in particolare nella coppia.

Accettare i propri limiti e “fare pace” con se stessi e le proprie imperfezioni, liberandosi dalle aspettative degli altri (in particolare quelle del contesto familiare) rappresenta un primo passo importante per superare questa patologia, che deve però essere unito a un profondo lavoro su se stessi, volto a mettersi in discussione e comprendere a fondo i propri conflitti interni che generano l’ansia al fine di indirizzare i proprio sforzi non su oggetti esterni, “palliativi” del problema, ma sulla vera causa del proprio malessere.

Liberarsi di sè stessi e poter finalmente essere serenamente, felicemente imperfetti!

Ne è solo l’immagine

La natura ha delle perfezioni per dimostrare che essa è l’immagine di Dio
e ha dei difetti per mostrare che ne è solo un’immagine.
Blaise Pascal

La perfezione

Amiamo la perfezione, perché non la possiamo avere; la rifiuteremmo, se ce l’avessimo. Il perfetto è il disumano, perché l’umano è imperfetto.
L’odio sordo per il paradiso – il desiderio come quello della povera infelice che ci fosse la campagna in cielo. Sì, non sono le estasi
dell’astratto, né le meraviglie dell’assoluto che possono incantare un’anima che sente: sono il focolare, i pendii dei monti, le isole verdi nei
mari azzurri, i sentieri fra gli alberi e le lunghe ore di riposo nelle ville ancestrali, anche se non le possediamo mai. Se non c’è terra nel cielo, è
meglio che il cielo non ci sia. Allora il nulla sia tutto e finisca il romanzo che non aveva una trama.
Per poter ottenere la perfezione sarebbe necessaria una freddezza esteriore all’uomo e allora non ci sarebbe cuore di uomo capace di
amare la propria perfezione.
Ci stupiamo, amandola, della tensione verso la perfezione dei grandi artisti. Amiamo la loro prossimità al perfetto, però la amiamo perché è
solo prossimità.

FERNANDO PESSOA, IL LIBRO DELL’INQUIETUDINE

La vera bellezza

La vera bellezza nasce dall’autenticità e non dalla perfezione,
dal nostro patrimonio emotivo, dalla nostra personale collezione di emozioni…
(M.Bisotti)

Perfezione

La pienezza è in tutte le anime, ma la perfezione non è identica in tutte”.

Plotino

La perfezione dell’uomo

La perfezione dell’uomo consiste proprio nello scoprire le proprie imperfezioni.

Sant’Agostino

Attraverso la forza dell’immagine

“Attraverso la forza dell’immagine, che si esprime come sintomo, […] L’uomo naturale, che si identifica con lo sviluppo armonico, l’uomo spirituale, che si identifica con la perfezione trascendente, e l’uomo normale, che si identifica con l’adattamento pratico e sociale, deformati, si trasformano nell’uomo psicologico, che si identifica con l’anima.”

James Hillman