Quando i tuoi occhi incontrano la mia solitudine

Quando i tuoi occhi incontrano la mia solitudine
il silenzio diventa frutto
e il sonno tempesta
si socchiudono porte proibite
e l’acqua impara a soffrire.

Quando la mia solitudine incontra i tuoi occhi
il desiderio sale e si spande
a volte marea insolente
onda che corre senza fine
nettare che cola goccia a goccia
nettare più ardente che un tormento
inizio che non si compie mai.

Quando i tuoi occhi e la mia solitudine si incontrano
mi arrendo nuda come la pioggia
e nuda come un seno sognato
tenera come la vite che matura il sole
molteplice mi arrendo
finché nasca l’albero del tuo amore

Tanto alto e ribelle
Tanto alto e tanto mio
Freccia che ritorna all’arco
Palma azzurra piantata nelle mie nuvole
Cielo crescente che niente fermerà.

Joumana Haddad

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Amore, quel grande mistero

Jung lo ha ammesso con la sua solita “semplicità” scientifica, l’Amore è un vero mistero. E se uno dei più grandi sapienti degli ultimi due secoli non è riuscito a inquadrarlo né come psicanalista, né come medico, né come storico del pensiero ermetico e neppure come esploratore dell’interiorità, allora occorre confessare un’impotenza, almeno dal punto di vista razionale. Probabilmente l’approccio deve essere anche un altro, quello intuitivo. La radice dell’intuizione è la stessa dell’estasi, en theos, un dio che irrompe dentro l’umano. Quindi è un processo numinoso che si allarga all’interno della persona mortale. Un processo infinito esplodente nel finito. Per questo produce tanto dolore. Perché con lo stesso coraggio con cui Jung osserva il patimento, si deve ammettere che chi ama davvero subisce strazi a volte insopportabili.

Gabriele La Porta