Cinema da non perdere: “Il club” di Pablo Larrain

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Gran Premio della Giuria al Festival di Berlino 2015 e presentato all’ultima Festa del Cinema di Roma, “Il club” di Pablo Larrain parla di un argomento, la pedofilia nella Chiesa Cattolica, già ampiamente trattato in “Il caso Spotlight”. Ambientato in Cile, mostra come la vita tranquilla di quattro ex sacerdoti e una suora che vivono in una casa per preti esiliati a La Boca dell’inferno sulla costa, venga turbata dall’arrivo di padre Lazcano, che, accusato di pedofilia, è costretto al ritiro come gli altri. L’uomo, come una sorta di coscienza vivente, è seguito nei suoi spostamenti da un individuo chiamato Sandokan, un ragazzo di cui ha abusato da bambino.  Restando fuori dal cancello della villetta, la povera vittima snocciola in una cantilena delirante e senza fine, le molestie che ha subito.Tormentato dal senso di colpa, padre Lazcano prende la pistola che di nascosto porta con sé e si uccide davanti a Sandokan come atto di espiazione finale. Per fare chiarezza sull’accaduto viene mandato ad indagare un gesuita psicologo, il giovane padre Garcia, che cercherà di riportare ordine nella casa. Alla fine, Sandokan sarà ancora più vittima, condannato dal paese intero per un reato che non ha commesso, mentre i “criminali” restano al loro posto, senza scomporsi più di tanto, salvando l’apparenza.

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“Il club”  è un film solido,  che si basa su una sceneggiatura curata, senza cedimenti e su una regia eccellente.  Il gruppo di attori, a partire da Alfredo Castro,  emana una forza interpretativa notevole che rende vibrante e tangibile la freddezza e il groviglio interiore dei personaggi. Ognuno di loro porta con sé sofferenze e insofferenze, provenienti dalla loro vita passata (costellata di azioni peccaminose) e presenti nella routine quotidiana che dovrebbe essere votata al pentimento. Dovrebbe, perché la loro esistenza attuale non è solo dedita alla preghiera e alla ricerca della spiritualità perduta (semmai l’avessero avuta), ma anche a passatempi più terreni come le scommesse per le corse dei cani, alle quali partecipano facendo gareggiare un loro greyhound. Non una casa dove i sacerdoti, ritirati dalle cose mondane, riacquistano la fede, ma un posto dove alimentare la pochezza umana che li contraddistingue. “E’ un carcere”, dice uno di loro, dove però non vi sono sbarre e non si ha neanche tanta voglia di veder la luce. Seppur controllati dall’occhio vigile di madre Monica (la bravissima Antonia Zegers), hanno la possibilità di uscire, passeggiare lungo l’oceano, vedere altre persone che forse non conoscono il loro passato. Peccato che la voce insistente di Sandokan si faccia sentire così forte da tutti, tagliando stridula il silenzio del giorno e della notte. Miserabile quel prete che non è riuscito a liberarsene e lo ha portato con sé. Padre Lazcano (José Soza) ha fatto bene a togliersi di mezzo, ma ora bisogna che tutto ritorni come prima e pulire il suo sangue sporco. I quattro  sacerdoti non cambieranno la loro natura alla fine, resteranno impassibili davanti alle accuse e alla morte, si faranno più scaltri e architetteranno un piano per rendere colpevole un innocente. Anche padre Garcia, idealista che lotta per una Chiesa umile e giusta, si rende conto che la ricerca di salvezza tra quegli uomini è assai lontana.

Clara Martinelli

 

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