Anima Animae 6

Carissimi amici,

siamo giunti al nostro sesto appuntamento con Anima Animae, la mia nuova trasmissione in onda su Cinquestelle tv tutti i giorni alle ore 20:45 circa tranne il martedì. In questa puntata affronteremo il contenuto profondo di alcuni passi tratti da Coltivare l’anima” di Luigi Zoja, ed. Moretti & Vitali, un libro che, attraversando sia il mondo classico sia la società moderna, risulta irrinunciabile per chiunque voglia avvicinarsi in modo completo a Psiche.

Annunci

L’acqua

Essendo uno degli elementi costituenti la vita, all’acqua è legata una simbologia vastissima, nel cui campo semantico sono comunque riconoscibili tre tematiche fondamentali: fonte di vita, strumento di purificazione, mezzo di rigenerazione.

 Come massa indistinta, senza forma, rappresenta l’origine di tutti gli esseri viventi, la madre della vita, la materia primigenia: una sorta di oceano delle origini la cui cognizione è globalmente diffusa. Con tale valore compare nei miti della creazione di molte culture. Nella mitologia indiana il Brahmanda, l’uovo cosmico, è covato sulla superficie dell’acqua. Nella Genesi lo spirito di Dio aleggia sulle acque prima della creazione della luce. In Cina rappresenta il Wu chi, il Caos primordiale. Anche nella speculazione filosifica di Talete, l’acqua è arché, causa e origine di tutte le cose, e in tutte le cose presente.

L’acqua è anche simbolo dell’energia purificatrice e rigeneratrice, fisica, spirituale e intellettuale, ed è così che viene intesa nell’islamismo, nell’induismo, nel buddismo e nel cristianesimo (si pensi alla ritualità connessa al bagno, al Battesimo, alla lavanda delle mani e dei piedi). In quest’ottica rientrano anche le interpretazioni dell’acqua fonte della giovinezza).

In Cina l’acqua è legata al principio Yin, e in generale in molte culture alla femminilità, al tema delle oscure profondità e alla luna.

Eternità

La mitologia ci aiuta ad identificare i misteri delle energie che scorroro dentro di te. Là sta la tua eternità

Joseph Cambell

Enrico Cheli, “Percorsi di consapevolezza”

Oggi mi permetto di consigliarvi il nuovo libro del mio caro amico Enrico Cheli, PERCORSI DI CONSAPEVOLEZZA. Metodi olistici per la conoscenza interiore e la realizzazione di sé, Xenia Edizioni 2009, pag. 288. La lettura di questo testo è oggettivamente molto utile e preziosa.

 Immagine

Milioni di persone aspirano oggi a conoscere se stesse e realizzarsi e i metodi a ciò finalizzati non sono più, come in passato, segreti e circoscritti a scuole iniziatiche e circoli esoterici, ma si rendono disponibili a tutti.

L’autore fa chiarezza su questo ricco ma ancora confuso coacervo di approcci, scuole, maestri, evidenziandone analogie e contraddizioni e delineando un metodo olistico che concilia scienza e spiritualità, coniugando campi del sapere in apparenza distanti tra loro, quali psicologia, meditazione, tradizioni iniziatiche, psicosomatica, alchimia, mitologia, sociologia, discipline yogiche e tantriche.

 

Il libro è articolato in tre parti. La prima illustra i fattori culturali e sociali che stanno spingendo così tante persone sulla via della conoscenza di sé e dell’autorealizzazione, precisando quindi che cosa significa conoscere se stessi e perché alcuni aspetti e dimensioni del nostro essere non ci siano accessibili.

La seconda parte illustra principi e metodologie di base per affinare la consapevolezza e liberarsi da incrostazioni e distorsioni.  Si compone di 4 capitoli:  uno sul ripulire la mente dai condizionamenti socioculturali, uno sul riaprirsi al sentire; uno sulla meditazione, infine un quarto sul disidentificarsi dall’ego e ricontattare il vero Sé.

La terza parte del libro affronta gli stimoli esterni che possono facilitare o ostacolare il percorso interiore e comprende: un capitolo sulla consapevolezza nelle relazioni interpersonali, uno sulla realizzazione professionale, uno sul difendersi dai media e uno sulla sana alimentazione e la corretta respirazione.

Il libro si rivolge a diversi tipi di lettori – neofiti, progrediti ed operatori – ciascuno dei quali trarrà contributi diversi, a seconda dei suoi interessi e della fase evolutiva in cui si trova.  

La Grande Madre — Dove si va a vedere la città incantata, Heidelberg, dove si scopre un segreto di una grande studiosa e dove si arriva a Shakespeare e compaiono i Rosacroce

Heidelberg appare sul fiume Neckar nel Baden-Württemberg, il celebre Palatinato. “Appare”, sì, perché è come un’epifania, al di là del corso d’acqua con il centro storico che inizia dal ponte vecchio e termina nei boschi, nei giardini alla fine dell’abitato. Sulla destra, per chi guarda da fuori del paese, c’è il castello con il palazzo di Federico e tutt’intorno la natura che entra ancora oggi nelle case e nei palazzi come un unico tessuto vivente. Heidelberg è un corpo unico, anzi, è materia vivente. Da qui la sua malia che terrorizzò Heinrich Böll, visitato da incubi cattolici. In un suo racconto tutti rimproverano al giovane protagonista: «Vai troppo spesso a Heidelberg». Glielo dicono la fidanzata, i genitori e i professori, ovvero tutte le forze che simbolicamente “costringono” la vita di un giovane borghese in un ambito di “correttezza”, cioè di prigionia dorata. In verità le persone retrive provano una spontanea repulsione per questo luogo. Non fa per loro. È come uno di quei miti, di cui parla Hillman, circondati da un’aura energetica invisibile che allontana le anime brute. La città di Federico ed Elisabetta è stata concepita e voluta come il paradiso in Terra, come luogo ideale, un po’ come Pienza di papa Enea Silvio Piccolomini, solo molto più in grande. E un microcosmo che rappresenta l’infinita armonia dell’universo. Il castello, eretto sul luogo dove viveva Jetta, la maga più celebre di Germania, è la testa pensante. Il paese è il corpo armonioso e i giardini sono le terminazioni nervose, le vene, le arterie e i sentimenti. Questi sono meglio noti come l’Hortus Palatinus, e furono commissionati dallo stesso Federico V all’architetto e alchimista francese Salomon de Caus, che ha realizzato un miracolo di proporzioni e di dolcezza distribuito su cinque terrazze collegate da numerose scale e fontane. Una sensazione di benessere pervade chiunque li attraversi. E pensare che quello che è rimasto è nulla rispetto al progetto originale. Immaginiamoci il suo splendore all’epoca di Federico ed Elisabetta. I due sposi giunsero nella città nel 1613 e trasformarono il borgo fortificato in uno scrigno tardo rinascimentale. Via bastioni, merlature, garitte e trincee inutili. Al loro posto costruzioni che ripetevano in Terra il periodare eterno delle stelle. Così nacque il Friedrichsbau, la dimora di Federico che si affaccia nello stesso cortile dove c’è l’Ottheinrichsbau, forse il palazzo rinascimentale più completo, in senso ermetico, dell’intera germanità. Un intreccio di mitologia e concezioni filosofico-ermetiche che proietta il visitatore in una dimensione di riflessione tutta interiore. L’esterno porta all’interno. Conduce nei giardini dell’anima e in questo stato psicologico può accadere di tutto. Successe così anche a me.
Provenivo dall’Hortus, dove ciò che avevo osservato era coniugato con quanto avevo letto sul primitivo splendore del giardino, mirabilmente descritto da Frances Yates nel suo L’Illuminismo dei Rosacroce. Tra le siepi vedevo con l’immaginazione le statue che cantavano e le fontane che cambiavano colore secondo il progredire delle costellazioni zodiacali. Così mi figuravo la vita della città ideale dove arte, filosofia ed ermetismo si intrecciavano come in una sublime partitura musicale. Imbevuto di sogni avevo imboccato il sottopassaggio che si incuneava tra le torri “delle polveri” e “del farmacista” ed ero sbucato davanti ai resti del palazzo di Federico, deturpato da un incendio appiccato dagli sgherri degli eserciti cattolici dopo che ebbero conquistato la città nel 1620. Ma forse le rovine erano ancora più suggestive. Il non visto mi suscitava fantasie rutilanti e improvvisamente mi venne in mente una frase che avevo letto in un altro testo della Yates, Gli ultimi drammi di Shakespeare. La studiosa, parlando della morte di Enrico, il fratello di Elisabetta, aveva scritto testualmente: «Il 17 novembre 1612, appena un mese dopo l’arrivo [a Londra] dell’elettore palatino, il principe Enrico moriva a diciannove anni. L’elettore aveva circa la stessa età, la principessa Elisabetta era minore di poco. Il gruppo dei giovani, la speranza del futuro, aveva ricevuto un colpo schiacciante. Il loro più forte campione era stato allontanato, del tutto inaspettatamente e all’improvviso, dal palcoscenico di questo mondo, sul quale non aveva ancora recitato la sua parte». Apparentemente nulla di strano in queste parole. Eppure in me provocarono una folgorazione.
Ecco perché.
«…era stato allontanato, del tutto inaspettatamente e all’improvviso, dal palcoscenico di questo mondo, sul quale non aveva ancora recitato la sua parte». La Yates, studiosa di rigore, attentissima a ogni parola, adoperava una terminologia teatrale: “palcoscenico”… “recitato la sua parte”. Perché improvvisamente e volontariamente usava queste parole “fuori luogo”? Mi sovvenne anche una affermazione di James Hillman relativa proprio alle parole riportate nei Fuochi blu. Lo psicanalista scrive: «Abbiamo bisogno di una nuova angelogia delle parole… Abbiamo bisogno di ricordare l’aspetto angelico della parola, di riconoscere le parole come portatrici autonome di un’anima tra una persona e l’altra. Abbiamo bisogno di ricordare che le parole non sono solo qualcosa che noi inventiamo o impariamo a scuola… le parole, come gli angeli, sono potenze che esercitano su di noi un potere invisibile… perché le parole sono persone». Le parole-persone della Yates rimandavano al teatro. Questo era il messaggio nascosto della Yates, questi erano e sono gli angeli che la studiosa di filosofia ermetica ha occultamente mandato attraverso il suo libro. Mai prima di quel momento, in tutti i suoi scritti, si era servita di termini teatrali; se l’aveva fatto in questo preciso contesto, continuavo a rimuginare freneticamente, doveva avere un senso e volevo scoprirlo. Bisognava capire il perché di questo messaggio inviato nella “bottiglia” del libro. E mi vennero in mente alcune connessioni. Elisabetta e Federico, prima e dopo la morte del principe Enrico, furono in contatto con Shakespeare, uomo di teatro e inoltre i Rosacroce nei loro “manifesti”, la Fama e la Confessio, definiscono se stessi “teatranti”.
Una folgorazione dentro la folgorazione. Erano in tre a usare termini teatrali: Shakespeare, e fin qui nulla di strano, quindi i Rosacroce, e poi, in maniera alquanto sconcertante, la Yates nella descrizione di Enrico morente e del dolore di Federico ed Elisabetta.
La Yates non era certo tipo da usare le parole a caso e impunemente. Quindi voleva che qualcuno – e chissà in quanti l’hanno fatto al mondo e non dicono nulla – collegasse appunto Federico, sua moglie Elisabetta con Shakespeare è tutti loro con i Rosacroce. Il punto era capire il perché di questa arcana trama che la ricercatrice inglese aveva gettato nel suo libro. Esattamente come un ricamo invisibile tracciato “con sapienza” sulla stoffa del suo telaio Femminile.
Ho esaminato con molta attenzione la questione, e adesso propongo di seguire il filo che ho individuato nella tela della Yates per capire, o solo per tentare di capire, l’enigma gettato da lei come una sibilla “mascelle feroci”, che appunto non dice, come afferma Giorgio Colli, ma accenna appena. Occorre ripartire da quegli anni lontani, dal 1613. Dallo sfondo umbratile dove compaiono i personaggi che erano presenti alle nozze dell’elettore del Palatinato con la figlia del re di Inghilterra e che furono loro vicini nei sette anni, dal 1613 al 1620, in cui trasformarono Heidelberg nella città degli incantesimi e della speranza.
La vollero paese-crogiuolo dove ermetismo, filosofia, scienza, natura, riti e simboli indicassero ossessivamente, per tutto il tempo che ne ebbero il potere, lo stesso concetto e utopia: questo è il regno dell’accoglienza, dell’accettazione, dell’immaginario, della tolleranza. Questo è il regno del Femminile.
Ma nel frattempo sarebbe lecito domandarsi: se Federico ed Elisabetta sono stati così espliciti, ed erano tempi difficili, perché non lo è stata altrettanto la Yates?
I due giovani sposi avevano il potere. Mentre le donne, da sempre, sono costrette a nascondersi per affermare il loro mondo. Devono abbindolare e tessere in segreto. Altrimenti arrivano “i padri” supponenti che deridono e, deridendo, distruggono. La Yates si è “protetta”, ma non ha rinunciato ad “accennare”. Dobbiamo imparare a leggerne la trama.