Miti e disturbi del mondo liquido

  • Il termine borderline deriva da un ampliamento della classificazione psicoanalitica classica dei disturbi mentali, raggruppati in nevrosi e psicosi, e significa letteralmente “linea di confine”. L’idea originaria era riferita a pazienti con personalità che funzionano “al limite” della psicosi pur non giungendo agli estremi delle vere psicosi (come ad esempio la schizofrenia). Questa definizione è oggi considerata più appropriata al concetto teorico di “Organizzazione Borderline”, che è comune ad altri disturbi di personalità, mentre il disturbo borderline è un quadro particolare. Le formulazioni del manuale DSM IV e le versioni successive, come pure le classificazioni più moderne internazionali (ICD-10) hanno ristretto la denominazione di disturbo borderline fino a indicare, più precisamente, quella patologia i cui sintomi sono la disregolazione emozionale e l’instabilità del soggetto. È stato proposto perciò anche un cambio di nome del disturbo. Il disturbo borderline di personalità è definito oggi come disturbo caratterizzato da vissuto emozionale eccessivo e variabile, e da instabilità riguardanti l’identità dell’individuo. Uno dei sintomi più tipici di questo disturbo è la paura dell’abbandono. I soggetti borderline tendono a soffrire di crolli della fiducia in se stessi e dell’umore, ed allora cadere in comportamenti autodistruttivi e distruttivi delle loro relazioni interpersonali. Alcuni soggetti possono soffrire di momenti depressivi acuti anche estremamente brevi, ad esempio pochissime ore, ed alternare comportamenti normali. Si osserva talvolta in questi pazienti la tendenza all’oscillazione del giudizio tra polarità opposte, un pensiero cioè in “bianco o nero”, oppure alla “separazione” cognitiva (“sentire” o credere che una cosa o una situazione si debba classificare solo tra possibilità opposte; ad esempio la classificazione “amico” o “nemico”, “amore” o “odio”, etc.). Questa separazione non è pensata bensì è immediatamente percepita da una struttura di personalità che mantiene e amplifica certi meccanismi primitivi di difesa. La caratteristica del disturbo borderline è, inoltre, una generale instabilità esistenziale, caratterizzata da relazioni affettive intense e turbolente che terminano bruscamente, provocando “crolli” nella vita lavorativa e di relazione dell’individuo. Il disturbo compare nell’adolescenza e concettualmente ha aspetti in comune con le comuni crisi di identità e di umore che caratterizzano il passaggio all’età adulta, ma avviene su una scala maggiore, estesa e prolungata determinando un funzionamento che interessa totalmente anche la personalità adulta dell’individuo. Diagnosi secondo il DSM IV-TR Il disturbo di personalità borderline è un disturbo delle aree affettivo, cognitivo e comportamentale. Le caratteristiche essenziali di questo disturbo sono una modalità pervasiva di instabilità delle relazioni interpersonali, dell’immagine di sé e dell’umore e una marcata impulsività comparse nella prima età adulta e presenti in vari contesti, come indicato da cinque (o più) dei seguenti elementi: 1. sforzi disperati di evitare un reale o immaginario abbandono; 2. un quadro di relazioni interpersonali instabili e intense, caratterizzate dall’alternanza tra gli estremi di iperidealizzazione e svalutazione; 3. alterazione dell’identità: immagine di sé e percezione di sé marcatamente e persistentemente instabili; 4. impulsività in almeno due aree che sono potenzialmente dannose per il soggetto (quali spendere oltre misura, sessualità promiscua, abuso di sostanze, guida spericolata, abbuffate etc.); 5. ricorrenti minacce, gesti, comportamenti suicidari o comportamento automutilante; 6. instabilità affettiva dovuta a una marcata reattività dell’umore (es. episodica intensa disforia o irritabilità e ansia, che di solito durano poche ore e, soltanto più raramente più di pochi giorni); 7. sentimenti cronici di vuoto; 8. rabbia immotivata ed intensa o difficoltà a controllare la rabbia (es. frequenti accessi di ira o rabbia costante, ricorrenti scontri fisici etc.); 9. ideazione paranoide o gravi sintomi dissociativi transitori, legati allo stress.

    Nel nostro mondo fuggevole, fatto di cambiamenti imprevisti e talora insensate, quei sommi obiettivi dell’educazione tradizionale quali le consuetudini radicate e le scale stabili di valori diventano degli ostacoli. ogni valore si presenta agli occhi dell’individuo come affermante difficolta’ d’agire all’interno di una societa’ in cui vige uno stato riconducibile al caos, ovvero allo stato uroborico in cui non v’e’ differenziazione tra il singolo e il collettivo. i valori vengono presentati dal mercato della conoscenza come veicolo che, denotando l’individuo come attore principale del suo destino, mostrano come la lealtà, i vincoli indistruttibili e impegni a lungo termine siano considerati (come ogni merce, in ogni mercato) anathema, e visti come altrettanti impedimenti da eliminare. ci siamo spostati in un libero mercato in cui tutto può accadere in qualunque momento, e tuttavia nulla si può fare una volta per tutte. A tal riguardo quanto avviene nella societa’ si presta ad una lettura avente come meta il raggiungimento di un soggiogamento dell’azione stessa dell’individuo, che incastrato in una dinamica in cui la mancanza di punti di riferimento diviene paura dell’abbandono, che a sua voltasi manifesta nella esacerbazione di agiti che confinano l’uomo al di la’ del limite, causa di reazioni incontrollate e di fatti delittuosi e pervasivi del sentire dell’opinione pubblica.

    Sostanzialmente, Bauman ritiene che l’uomo di oggi non abbia più certezze né punti di riferimento stabili. È diventato tutto più fluido, liquido appunto. Il settore in cui è più evidente questa trasformazione è quello lavorativo: «In un’epoca in cui […] i luoghi di lavoro scompaiono con poco o punto preavviso e il corso della vita è suddiviso in una serie di progetti una tantum sempre più a breve termine, le prospettive di vita appaiono sempre più […] accidentali.» Il lavoro, ritenuto imprescindibile volano per l’indipendenza, diviene il grande assente configurante il vissuto abbandonico che denota la caratura borderline della societa’: essendo la societa’ stessa apportante la precarieta’ delle relazione interpersonali, l’individuo non fa altro che adeguarsi ad uno status ove l’elemento coadiuvante l’unita’ di intenti tende ad appiattirsi verso il basso, ovvero l’instabilita’ dei sentimenti e la conseguente ricerca di una soddisfazione degli istinti in cui la natura diviene strumento di coercizione dell’altro, inteso come attore di una societa’ apertamente liquida e afferente al non luogo caro a Marc Auge’. Da questa ottica anche il senso di comunita’ diviene mero attirbuto di una tendenza disposizionale che avvilisce l’individuo fino a relegarlo in uno stato di labilita’ emotiva che aumenta la percezione del pericolo e la successiva percezione – abnorme – di accerchiamento. si pensi ad esempio a vissuti paranoici rispetto al diverso per religione, razza o estrazione sociale. vengono in mente, in riferimento all’ultimo pensiero scritto, gli studi effettuati negli anni ’80 e ’90 del secolo scorso negli states in cui si evinceva come la percezione del pericolo aumentasse in relazione all’errata valutazione del contesto posto in essere da chi avrebbe dovuto garantire sicuerezza. Ma la liquidità è riscontrabile anche nelle relazioni sentimentali, ed è proprio questo è il tema centrale del suo saggio Amore liquido. In particolare, le riflessioni in esso contenute riguardano l’uomo senza legami fissi, ovvero l’abitante della società liquido-moderna. Mentre fino a poco tempo fa le relazioni a lungo termine erano considerate “istinti naturali”, oggi vengono percepite come oppressive: «L’impegno verso un’altra persona […] in particolare un impegno incondizionato e di certo un tipo di impegno, assomiglia sempre più ad un qualcosa da scansare a ogni costo.» Insomma le difficoltà nei rapporti interpersonali e nel lavoro e un’estrema vulnerabilità alle esperienze negative con conseguenti vissuti di paura, vergogna, solitudine e abbandono (Adler, 1985; Kohut, 1971)

    Anche l’acting out non è “visto di buon occhio” dalla psicoanalisi e dalla psichiatria, tuttavia pochi hanno riflettuto sull’attrazione esercitata dalla sua capacità di spingere l’intera personalità ad agire all’unisono. In questa “falsa totalità” non c’è divisione fra pensieri, sentimenti e azioni, che diventano tutt’uno, e l’azione fluisce. Il che somiglia drammaticamente allo scopo perseguito da molte pratiche spirituali, che attraverso molti anni di duro e disciplinato allenamento aspirano a raggiungere dei momenti, o uno stato dell’essere, in cui l’azione fluisce e le divisioni interne sono abolite. Con questo non si vuol dire che la meditazione Zen e gli atti impulsivi (sovente di distruttività) siano la stessa cosa, ma è necessario rendersi conto che presentano alcune sorprendenti analogie.

    MASSIMO LANZARO & ALFREDO VERNACOTOLA

Genitori e prole condividono gli stessi miti

Le generazioni di un tempo
oggi non ci sono più

Per Hegel «la nascita dei figli è la morte dei genitori». Oggi il processo accelera e il progresso avviene nel giro di uno stesso ciclo. Genitori e prole condividono gli stessi miti. Ma si generano scompensi

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Rovesciando il titolo del romanzo di Cormac McCarthy, si potrebbe dire che questo è un Paese per vecchi e per bambini. In apparenza è l’immagine della società attuale, dove l’età adulta si restringe per lasciare spazio agli estremi. Remo Bodei, parlando di Generazioni (Laterza), trova che «i giovani tendono a rimanere più a lungo a casa, i vecchi cercano una seconda giovinezza e restano spesso produttivi dopo il pensionamento». Dello stesso parere è Francesco Cataluccio, quando, riproponendo Immaturità (Einaudi), denuncia il declino dell’età adulta intesa come espressione di una maturità consapevole.

Se però prescindiamo da quest’ultimo parametro, non quantificabile dal punto di vista sociale, ci rendiamo conto invece del contrario: la società attuale è piuttosto formata di adulti (maturi o meno), in quanto i bambini sono spinti a vestire e ad atteggiarsi «da grandi», i vecchi tendono a mantenere inalterate le caratteristiche della mezza età, condividendo valori e comportamenti delle generazioni precedenti. Diventa sempre più difficile tracciare un confine tra le età dell’uomo.

È proprio l’idea di generazione a far discutere. Confusa, allungata, rifiutata, diluita a seconda dei casi, analizzata nelle sue inevitabili contraddizioni, ma fondamentale per comprendere la società attuale, così diversa dal passato da far saltare tutti gli schemi conosciuti.

Coniato per stabilire termini quantitativi dalla sociologia positivista di Auguste Comte, il concetto di generazione doveva servire a misurare il ritmo del progresso, poiché l’obiettivo a cui guardava la modernità era il miglioramento continuo, realizzabile col contributo di più generazioni. Più lentamente si succedono, osservava Comte, e meno il progresso può avanzare, frenato dall’opposizione degli anziani, che tendono a conservare lo status quo. Perché il mondo vada avanti, insomma, è necessario che le generazioni cambino in fretta, durino il meno possibile. Trenta, vent’anni, forse meno. Non è un caso che il mito della giovinezza, della velocità e della riproducibilità si sia radicato allora e abbia fatto sentire i suoi effetti per tutta la prima parte del XX secolo.

Individuare le fasce generazionali fornisce una giustificazione razionale allo scorrere della vita umana. Per questo c’è bisogno di scandire i tempi e fare in modo che ognuno rivesta un preciso ruolo sociale, permettendo di pianificare la vita secondo modelli stabiliti a priori. Si viene così a creare una stratificazione per età, assieme a quella per classe e per genere, dove i ruoli sociali corrispondono più al tempo che alla classe di appartenenza.

A ognuno spettano funzioni specifiche, tanto che tra generazione e classe Karl Mannheim, nell’ambito di una sociologia della conoscenza, ha rinvenuto una certa affinità. Di per sé le generazioni non costituiscono legami sociali — osserva Mannheim in un saggio intitolato per l’appunto Le generazioni (1928) — e non portano alla formazione di «gruppi concreti». Si manifestano in una «collocazione» spazio-temporale (Lagerung) che, a differenza della classe, non è spiegata in termini economico-sociali. Le nuove generazioni accedono ogni volta al patrimonio culturale accumulato dalle precedenti, ma non lo accettano passivamente, lo selezionano: la società sopravvive attraverso questo processo dialettico tra ricordo e oblio.

Si potrebbe dunque dire che sia la generazione, più che l’idea di classe, a definire i ruoli sociali, affidandoli a una logica temporale che governa l’età dell’uomo secondo una funzionalità economicistica. C’è un tempo per l’infanzia e per l’età scolare; un tempo per il servizio di leva e l’ingresso nel mondo del lavoro. Per la donna un tempo per la maternità e la cura della prole. Un momento in cui rinunciare alla vita produttiva, lasciando che la nuova generazione prenda il posto della precedente. Un’idea di circolarità dell’esistenza, in cui i ruoli sono ben definiti dalla scansione del tempo, dall’accettazione sociale, da un abbigliamento consono e da una funzione specifica. Il ricambio generazionale è nella natura delle cose e Bodei ricorda, citando Hegel, che «la nascita dei figli è la morte dei genitori».

Tutto cambia con la fine di quella modernità, che riteneva di poter controllare la vita umana con la ragione, secondo i ritmi dell’età e del lavoro. Più che definirsi in base alla data di nascita, la generazione sembra propriamente raccogliere quanti vivono nello stesso periodo di tempo, pur avendo età diverse. Se ancora si può parlare di progresso, questo avviene all’interno di uno stesso ciclo generazionale, perché la conoscenza si è velocizzata e la vita media si è allungata. Ne consegue una messa in discussione dei ruoli generazionali, sempre più confusi, disconosciuti e disattesi.

I ruoli sociali erano un potente elemento di ordine. La loro assenza provoca incertezza e fa parte della liquidità esistenziale che Zygmunt Bauman ha assegnato al nostro tempo. La perdita di un obiettivo comune, di un’idea collettiva di finalità sociale, anche per effetto della crisi economica, provoca sfiducia nel futuro e rompe la rigida separazione fra una generazione e l’altra. Come se non bastasse, la crisi ha anche vanificato le aspettative di ogni fascia d’età: se i giovani restano troppo a lungo nel ruolo di figli, nella casa dei genitori, è perché non trovano lavoro e spesso entrano in competizione con i cinquantenni che lo hanno perso e faticano a mettere assieme i contributi per la pensione.

Oltre alla fine del progresso e alla smaterializzazione del lavoro, è il consumismo ad aver avvicinato età diverse nell’uso di oggetti e tecnologie. Un’omologazione che consente di condividere non solo cose, ma anche sfondi culturali: musica, cinema, iconografie, mode, valori e miti del passato che i figli possono reinterpretare avvicinandosi alle esperienze dei genitori, scoprendo affinità elettive con una storia che non hanno vissuto.
In questo modo genitori e figli si trovano a vivere lo stesso tempo, mescolando i ruoli e ricercando la loro «utilità sociale» con ansia da performance. La conseguente fragilità, dimostrabile in quelle «carenze nell’attività educativa» di cui ha parlato Paolo Di Stefano su «la Lettura» del 6 aprile (#124) a proposito della responsabilità dei genitori, non dipende forse dalla confusione generazionale, che ha scombussolato attese, compiti e doveri?

Spaesamento, insicurezza, isolamento portano a ricercare l’abbraccio possessivo della comunità perduta, rintracciabile, se non nella rete, nel gruppo o nella tribù, secondo l’analisi ancor valida di Michel Maffesoli.
Si assiste così al recupero dei valori positivi della comunità familiare, a fronte delle delusioni incontrate nella società liquida. Gli adolescenti mostrano una rinnovata fiducia nei genitori, superando i conflitti generazionali, come ha rivelato una recente ricerca Doxa del garante per l’infanzia (ne ha scritto Elvira Serra sul «Corriere» del 9 aprile).

La conseguenza più inquietante dello scardinamento dei ritmi imposti dalla modernità è la difficoltà a riconoscersi nella propria generazione. Capita che i coetanei si ritrovino in condizioni diverse e inconciliabili, sia sul piano personale sia su quello relazionale e lavorativo. Si assiste a uno scompenso, come se le persone, indipendentemente dall’età anagrafica, si muovessero su livelli diversi: l’uno impegnato a progettare il futuro, l’altro volto piuttosto a scrutare il passato.

Scombinare le tappe della vita è un segno di vitalità e la dimostrazione che norme etiche basate sulla scansione temporale non hanno più senso. Ognuno cresce in piena libertà, secondo una propria regola personale che può essere intensificata e rallentata, interrotta e ripresa, ripensata e rivisitata. I ritmi di crescita sono divenuti individuali, hanno perso per strada la scansione ossessiva di una temporalità uguale per tutti, si sono per così dire «liberati» degli obblighi rituali che la modernità ha imposto a una società omologata, resa simile a una macchina che marcia compatta verso il domani.

Per questo i miti dei padri possono essere condivisi dai figli e, anziché rifiutati, rivissuti come innovativi.
Ai vecchi miti, per dirla con Dorfles, si accompagnano i nuovi riti dell’eterna giovinezza, che si rinnova a ogni occasione di cambiamento e a ogni scelta di fronte alle sfide della vita.

Carlo Bordoni (www.corriere.it)
http://lettura.corriere.it/debates/non-ci-sono-piu-le-generazioni-di-una-volta/

dr. Massimo Lanzaro

http://www.fattitaliani.net/index.php?option=com_k2&view=item&id=1108:ebook-%E2%80%9Cnel-punto-atomico-dove-scompare-il-tempo%E2%80%9D-di-massimo-lanzaro&Itemid=201

(In foto: Dr. Massimo Lanzaro)

“Studiare i miti e le fiabe è un buon modo di studiare l’anatomia comparata dell’inconscio collettivo” da questa osservazione di Carl Gustav Jung parte l’idea di Massimo Lanzaro, medico, psichiatra e psicoterapeuta napoletano classe 1971, di raccogliere nell’ebook “Nel punto atomico dove scompare il tempo” (scaricabile gratuitamente all’indirizzo http://www.editoredimestesso.it/ebook/lanzaro/) le sue riflessioni in merito pubblicate negli ultimi anni su riviste internazionali. “Non esiste cultura, antica o moderna, arcaica o civilizzata, che non possieda i suoi miti e molti si assomigliano: l’intreccio di base ed il significato sostanziale delle storie, restano gli stessi, in maniera trans temporale – spiega Lanzaro -.
Le fiabe, i miti, le narrazioni in generale consentono pertanto di ipotizzare paragoni tra l’ieri e l’oggi degli strati profondi della psicologia collettiva”.

In questi “Scritti di psicologia” (come da sottotitolo dell’eBook) i temi più importanti affrontati sono: la valenza simbolica delle fiabe e dei “miti di oggi”, gli stadi di reazione psicologica alla perdita ed ai momenti di crisi; le costanti naturali presenti nell’arte contemporanea; la decodifica dei relativi messaggi e la potenziale valenza catartica; alcuni effetti psicologici del consumismo e della società dello spettacolo; le patologie mentali viste da un punto di vista poco ortodosso ed originale. La lettura di questo lavoro si consiglia a studenti di psicologia, psicologi ad orientamento analitico, operatori sociali, medici, antropologi, studenti di letteratura e storia dell’arte, ma risulta piacevole anche a chi non ha una formazione specifica. Leggendo ci s’imbatterà nella teoria del Super Ego o nell’esortazione a “fare anima” con leggerezza e profondità al tempo stesso. Lanzaro affronta i temi più complessi tenendo il lettore per mano. Eccone una dimostrazione.

“Riassumo innanzitutto la nota tesi di Hillman espressa nel suo ‘Il mito dell’analisi’: gli ‘Dei’ rimossi (non più esperiti, le cui istanze vitali non sono più riconosciute, verbalizzate ed, entro certi limiti, agite) ritornano come nucleo archetipico di complessi sintomatici – dice Lanzaro -. Prendiamo come esempio la sindrome da attacchi di panico. Questo disturbo (l’etimologia della parola appare un epifenomeno del modo in cui la regione psichica e archetipica di Pan è arrivata fino a noi dall’antica Grecia) è oggi diffuso e diverse evidenze suggeriscono che fattori psicologici possono essere rilevanti, ed in particolare l’incapacità di riconoscere ed identificare i propri stati affettivi e le proprie emozioni, della difficoltà nell’identificare i sentimenti e nel descrivere, esprimere agli altri tali stati d’animo. La body art e l’arte estrema contemporanea nasconde, al di là delle dichiarate valenze di critica di parte dell’istituzione sociale, una sorprendente inversione dei processi di somatizzazione (passivi) descritti, attraverso la produzione attiva d’immagini e l’uso del corpo”.

Poi si può riflettere a partire da un classico. “In sostanza – dice Lanzaro – il fatto che ne ‘Il signore degli anelli’ il tema del potere e del controllo (orwelliano) delle persone sia così prominente e relativamente nuovo rispetto alle narrazioni del passato (remoto), tanto da offuscare più o meno insolitamente gli altri molteplici elementi classici della mitologia (conquista/liberazione di fanciulle, palingenesi dell’eroe etc.). Anche quando questi temi sono sviluppati sono sempre secondari e le storie d’amore, le imprese degli ‘dèi’, dei nani, degli elfi, degli uomini e dei giganti ruotano sempre intorno al tema liberarsi dall’influenza dell’anello, ovvero del potere e del controllo di pochi (o uno) su molti”.

Autore di numerose pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali ed internazionali e membro dell’International Association for Jungian Studies, il dottor Lanzaro è stato primario al Royal Free Hospital di Londra e direttore sanitario in Italia ed in Inghilterra. Attualmente collabora con il Centro Raymond Gledhil di Roma e con l’Università del Cile.

In che direzione stanno andando le sue ricerche? “In questo momento – risponde – sto approfondendo le applicazioni della Schema Therapy, un nuovo sistema di psicoterapia che integra elementi di terapia cognitiva comportamentale, della Gestalt, della psicoanalisi, della teoria dell’attaccamento, della psicoterapia costruttivista, della psicoterapia focalizzata sulle emozioni, in un modello esplicativo chiaro ed esaustivo formulato dal Dr. Jeffrey Young. La Schema Therapy è particolarmente utile nel trattamento di ansia e depressione cronica, disturbi dell’alimentazione (anoressia, bulimia, disturbo da alimentazione incontrollata), difficili problemi di coppia, difficoltà di lunga data nel mantenere relazioni sentimentali soddisfacenti e nell’aiutare a prevenire la ricaduta nel disturbo da uso di sostanze. E’ dimostrata, inoltre, la sua efficacia nel trattamento di pazienti con difficoltà complesse e di lungo termine come i Disturbi di Personalità, in particolar modo il Disturbo Borderline di personalità”.

Medico affermato, all’estero è conosciuto anche come fotografo. Ha esposto con successo a Londra ed anche a Lincon, nelle Midlands. La fotografia che valore ha per lei? “E’ il mio modo di produrre immagini. E forse talora di proiettare le immagini che ho dentro. Altre volte soddisfa il mio bisogno di mettermi alla ricerca di un silenzio adeguato: la fotografia ha un suo carico di potenzialità riflessive – risponde -. Per altri aspetti, mi è poi cara la riflessione di Robert Adams che, in sostanza, fa coincidere la bellezza – nella fotografia così come nell’arte in generale – con il parametro della Forma, o, se si vuole, della composizione; Forma, a sua volta, intesa come sinonimo della coerenza e della struttura sottese alla vita (un concetto, a mio avviso, molto vicino a quello di ‘archetipo’). «Perché la forma è bella? – si chiede Adams: – Lo è, perché ci aiuta ad affrontare la nostra paura peggiore, cioè a dire il timore che la vita non sia che caos e che la nostra sofferenza non abbia dunque alcun senso; quell’elemento (la Forma) ha in sé il potere di consolare, rassicurando sull’esistenza di un ordine, per quanto abilmente dissimulato, in ciò che lo circonda»”.

Nel punto atomico dove scompare il tempo

Non esiste cultura, antica o moderna, arcaica o civilizzata, che non possieda i suoi miti. Molti miti si assomigliano, pur appartenendo a popoli vissuti in epoche diverse e in luoghi molto lontani. In alcuni miti dell’America si raccontano storie uguali a quelle di altri miti dell’Asia o dell’Africa o dell’Europa. Cambia il nome dei personaggi, cambia l’ambiente geografico, l’epoca, cambiano altri particolari ma l’intreccio di base e il significato sostanziale delle storie, restano gli stessi. Le fiabe, i miti, le narrazioni in generale consentono pertanto di studiare l’anatomia comparata della psiche collettiva, ovvero di “ipotizzare paragoni tra ieri ed oggi”. Alcune “costanti naturali” sono l’espressione più pura dei processi psichici dell’inconscio di massa e di base rappresentano gli archetipi in forma semplice e concisa, su cui di volta in volta si stratificano o con cui si intersecano elementi e contaminazioni culturali. Ad un livello più ampio alcune narrazioni sono ritenute una compensazione inconscia dei valori dominanti di una determinata società

(Massimo Lanzaro)

Carissimi, senza ulteriori e superflui commenti (tanto sapete già quanto sia ampia la mia stima), vi suggerisco l’ebook del dottor Massimo Lanzaro.
Assolutamente da leggere….

Gabriele

http://www.editoredimestesso.it/Massimo_Lanzaro/Home.html

L’amore è congenito all’anima

“L’amore è congenito all’anima: perciò Eros è nuzialmente unito alle anime persino nelle pitture e nei miti. Poiché essendo l’anima qualcosa di diverso dal dio e tuttavia derivante da lui, essa è necessariamente innamorata di lui e, finché è lassù, è colma di amore celeste, mentre, quaggiù, è piena d’amore volgare; lassù è infatti Afrodite celeste, ma quaggiù essa diventa, simile a una cortigiana, Afrodite volgare”.

Plotino

Sui miti

Una lettura attenta dei miti può dare alcune risposte alle domande sull’identità e sulle ragioni della miseria psichica di molti esseri umani.  I racconti mitici non sono semplicemente dei romanzi d’avventura che narrano di un conflitto di interessi tra fazioni aspiranti a qualsivoglia forma di potere, né tantomeno racconti divertenti dove la magia e il meraviglioso si mescolano all’invenzione. Certo, anche nel mito non mancano maledizioni e metamorfosi che si susseguono fino al raggiungimento di situazioni critiche, le quali si risolvono in favore di questo o di quello, contribuendo così alla creazione di un’atmosfera incantata. Tuttavia questa dimensione fantasmagorica sollecita una modalità di pensiero in cui i sogni, gli incubi, i fantasmi che animano la nostra coscienza e il nostro inconscio, si sovrappongono.

Henry Thomas

I miti e la funzione psichica

I miti suggeriscono un modo di considerare i problemi legati alla costruzione della funzione psichica. Ma bisogna tener conto del fatto che il discorso mitico non è lineare. Esso non è solamente una tragedia dell’inevitabile senza speranza e senza cambiamento. Comprendere ciò che è all’origine del destino degli eroi mitici vuol dire rintracciare le cause dei problemi legati alle relazioni fra i bambini e i genitori, fra i genitori e i nonni. La lettura dei miti ci sprona a liberarci dalla sottomissione all’autorità persecutrice e delirante dell’altro, che è responsabile della creazione di un’immagine inconscia patologica del nostro corpo. Questa emerge grazie all’ascolto, il quale rinforza altresì il nostro modo di pensare, di associare idee ed emozioni. Ma la fragilità che accompagna questi cambiamenti necessita, da parte del terapeuta, un’attenzione vigile. La persona che soffre può scoprire l’aspetto emotivo dei propri amori primordiali e ciò talvolta può portare a una certa indulgenza per gli errori imposti dalla persecuzione subita nell’infanzia, nonché a maggiore tolleranza nei confronti degli sbagli dei propri genitori.

Henry Thomas