Libri consigliati: “I segreti di Pitagora”

i segreti di Pitagora

di Mario Sammarone

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Presentazione del libro “Il mito della sociologia”

Carissimi,
vi segnalo la presentazione del libro “Il mito della sociologia – intervista a Franco Ferrarotti” (ed. Solfanelli) di Mario Sammarone che si svolgerà domani 23 ottobre presso la casa delle Letterature, ore 17:00, a Roma.
Vi parteciperanno  il prof. Franco Ferrarotti, Massimo Di Forti – giornalista de il Messaggero, il dott. Danilo Campanella, l’editore Marco Solfanelli e l’autore Mario Sammarone.
mito sociologia

Libro consigliato: “La bugia dell’alchimista”, il segreto della Porta Magica del Marchese Palombara

Naturalmente, un manoscritto.
Non si può fare a meno, leggendo La bugia dell’alchimista (La lepre edizioni, 2014), di riandare ad illustri precedenti, in primis, per citare i più famosi, I Promessi Sposi e Il Nome della Rosa. È la solita prassi: grazie ad un escamotage letterario ampiamente frequentato, ancora una volta un rinvenimento di antiche carte serve a creare storie, raccontate volgendosi a pari grado a fatti realmente accaduti e all’invenzione letteraria.
Nel caso di questo romanzo, viene fortunosamente rinvenuto un diario, scritto da una donna sconosciuta alla storia, tale Lisbetta Vincioli, nello stesso giorno della morte di Massimiliano Palombara, il 16 luglio 1685. Molto del conseguente intreccio è imperniato sulla puntigliosa caccia della protagonista Cristina alla ricerca dell’identità di Lisbetta.
Per gli amanti di vicende storiche, Massimiliano Palombara è stato un tipico uomo del Seicento, un nobile inquieto come il suo tempo, desideroso di mantenere la sua posizione ma soprattutto teso alla ricerca di quella sapienza occulta, ossessione di ogni uomo di cultura del tempo. Il Palombara ha pubblicato due opere, entrambi con lo stesso titolo, La Bugia, trattatelli di argomento alchemico.
E qui inizia il gioco di allusioni e depistaggi: di quale “bugia” si tratta? Di quella che si intende con una menzogna, oppure dell’oggetto che serve come porta candela, talvolta usato dagli alchimisti ed effettivamente raffigurato sulla copertina dell’opera di Palombara? Siamo nel dominio dell’Alchimia, dell’Opera al Nero, e quindi in un mondo di chiaroscuri dove nulla di ciò che sembra, o viene detto, è vero. Ma neppure falso.
La protagonista del romanzo, Cristina, è una studiosa di codici secenteschi. Un bel giorno trova nell’archivio di Palazzo Massimo, a Roma, il manoscritto firmato da Lisbetta Vincioli, a lei sconosciuta. Leggendo il diario e dipanando gli avvenimenti, avvenuti più di trecento anni prima, vive ella stessa una storia al presente, scoprendo analogie e specchiandosi nel passato.
Ma “cosa è specchio di cosa?” La risposta sarà data ancora dalla conoscenza alchemica: la corrispondenza di ogni componente dell’universo è la chiave dell’intreccio. L’affinità della luce e dell’ombra, dell’alto e del basso, come dice anche il Padre nostro: “Sicut in coelo et in terra”. Ma lo sforzo di Cristina di pervenire alla soluzione dell’enigma del manoscritto si rivelerà innanzitutto un lavoro su di sé.
A tutto questo Massimiliano Palombara ha dedicato la vita, trascorsa nello studio e nella dedizione all’Arte più oscura ma anche più luminosa. Egli era un uomo impegnato politicamente e anche militarmente, per realizzare i suoi sogni, nel crogiolo di un tempo in cui la durezza ha temprato il suo animo – tanto per rimanere nella terminologia alchemica.
Possedeva una villa all’Esquilino, dove fece costruire la cosiddetta Porta Magica – un monumento sito a Piazza Vittorio conosciuto da quasi tutti gli odierni romani –, essa stessa “una bugia” che porta la luce. Sembrano rimandi inspiegabili e senza connessione, ma il geroglifico della Porta Magica è il simbolo di una “bugia” che illumina l’accesso alla porta della conoscenza, per invitarci a portare i nostri passi su una via impervia che, sola, può darci la consapevolezza più alta.
L’archetipo della porta si trova in molte tradizioni ermetiche, basti pensare alle due porte delle anime di Porfirio e dei neoplatonici, che gli uomini oltrepassavano al termine della loro vita, per accedere purificati ai mondi superiori della luna e del sole.
Poi c’è il discorso del matrimonio interiore, ovvero della riunione dei due principi maschile e femminile, espresso a molti livelli del romanzo in maniera simbolica. “Le nozze chimiche” – nome di un manifesto rosacrociano scritto nel Seicento e trasmessosi nei secoli a venire – e la corrispondenza degli animi sono la quintessenza dell’Opera, che con fede e fiducia vuole creare un uomo migliore.
Lisbetta Vincioli è colei che sembra incarnare questo principio. Nel diario ritrovato da Cristina, è scritto che ella si recò dal Palombara come portatrice di una misteriosa custodia, contenente libri magici. Ma molto di più si rivelerà lei stessa compagna e dono per lui, legandosi al nobiluomo romano per il resto della sua vita e trovando così, insieme, il premio dell’opera.
Lisbetta però è anche Lesbio Lintuatici, un tecnico teatrale che ha operato nella compagnia dei Confidenti. Infatti, sotto queste mentite sembianze maschili, si è celata per vivere un’esistenza più libera e per poter accedere allo studio, opportunità precluse a una donna del Seicento. Lisbetta ha quindi riunito nella sua persona le opposizioni uomo-donna, realizzando l’androgino. Ennesimo rimando, ennesimo specchio, che tuttavia la protagonista Cristina decifrerà, scoprendo che ogni uomo deve essere materia, vaso e fuoco per raggiungere la meta vagheggiata.
È sufficiente questo intreccio? No di certo! Nella trama secentesca, contro-storia di quella che vive Cristina nel presente, si introduce un nuovo grande personaggio, la regina Cristina di Svezia, alter ego della protagonista anche nel nome. La regina di Svezia fu un’adepta delle arti occulte al pari di Caterina de’ Medici, regina di Francia, ma siamo nel Seicento, secolo della magia, secolo rosacroce.
La bugia dell’alchimista è scritto con notevoli conoscenze storiche e ricco di citazioni della tradizione alchemica, originalmente interpretati. Una curiosità del romanzo è che sia firmato in maniera spiazzante da Jason D’Argot, un personaggio che, come l’ebreo errante, rivive in tutte le epoche storiche, dal 440 d.C. quando nacque a Smirne fino ai nostri giorni, passando per Medioevo e Rinascimento, tra esperienze rosacruciane e massoniche ed attività letteraria e politica.
Ma il nome dell’autore non è scelto a caso, come nulla lo è in questo romanzo (e nelle arti occulte): Giasone è colui che conquista il vello d’oro, altro modo segreto di definire il premio alchemico, premio sicuramente ottenuto dal Palombara, come si vedrà nel sorprendente finale. Egli, come già D’Argot, può aggirarsi in carne e ossa tra noi dopo secoli di esistenza per indicarci la via che ha già trovato, vivendo così sotto i cieli di tutte le epoche.
Un libro molto interessante che, tuttavia, anche per i più scettici verso certi argomenti, si potrà leggere come appartenente alla migliore tradizione del romanzo storico, come ci spiega anche la curatrice Fiammetta Iovine in una delle presentazioni romane della Bugia. Un libro ben documentato e scritto con una lingua che si fa antica, quasi aulica, nella parte che racconta la storia di Lisbetta; ma sempre con uno stile introspettivo e coinvolgente che ci farà riflettere e che ci suggerirà, forse, cosa sia la vera trasformazione interiore: esercizio della coscienza e riflessione, pratica costante e viaggio periglioso, ma illuminante, dentro di noi.
Naturalmente, un manoscritto.

Mario Sammarone

Oltre il taylorismo: Adriano Olivetti e le nuove frontiere del lavoro

alle ore 17.30
presso la sede della Lega italiana per i diritti dell’uomo. piazza dell’Ara Coeli, 12, Roma
La vita, l’opera e il sogno di un grande imprenditore illuminato, un “personalista” che cinquant’anni fa ha mostrato una via di sviluppo che metteva al primo posto le persone.

Convegno organizzato dalla Lidu (Lega italiana per i diritti dell’uomo), dallPhilomates Association – Associazione Filomati e dall’Istituto Mounier.

Intervengono:
Franco Ferrarotti
Beniamino De’ Liguori – direttore editoriale ed. di Comunità e membro centro studi Fondazione Adriano Olivetti
Mario Sammarone – scrittore autore del saggio “Adriano Olivetti: l’Italia migliore” pubblicato su Antarés (ed. Bietti, Milano)
Francesco Ciocci – saggista e studioso di tematiche del lavoro.
Manlio Lo Presti – presidente banca Mps, Roma e saggista
Modera: Danilo Campanella – saggista e presidente Associazione Filomati – Philomates Association: www.philomates.org
Con il saluto del presidente della Lidu: Alfredo Arpaia

con interventi programmati di: Daniele Monteleone (domotico ed esperto IT)

ore 19:00 RINFRESCO PER GLI OSPITI

La Lucrezia di Dario Fo – Nel suo ultimo libro “La figlia del Papa” dedicato alla più famosa dei Borgia, nell’ambito della politica del ‘500 (così simile a quella di oggi)

Madame Bovary c’est moi! Questa famosa esclamazione di Gustave Flaubert, davanti al suo romanzo capolavoro, potrebbe valere per molte altre opere. Sicuramente vale per l’ultimo lavoro  di Dario Fo, La figlia del papa (Chiarelettere, 2014) in cui sembra ci sia una forte adesione tra l’autore e il suo personaggioPer l’ennesima volta, si ripercorre la vita di Lucrezia Borgia, tante volte raccontata in modi diversi, come dai romanzieri dell’Ottocento ad esempio, che disegnarono una figura quasi infernale, una manipolatrice di situazioni e di uomini, addirittura esperta di veleni che usava contro i nemici e chiunque ostacolasse i suoi piani, tesi al potere. Questo perché i romanzieri dell’Ottocento volevano screditare il papato, che a quel tempo reputavano corrotto.

Maria Bellonci, invece, con il suo Lucrezia Borgia del 1939 ha riabilitato in pieno questa figura, penetrando nella sua interiorita’ pur appoggiandosi fedelmente alla realta’ storica. Più recentemente, l’editoria commerciale, nonche’ la filmografia, hanno puntato di nuovo su aspetti  erotico-scandalistici con prodotti volti a solleticare il gusto del grande pubblico.Invece Dario Fo e’ sempre Dario Fo, e allora anche Lucrezia un po’ gli somiglia, anche perché la figura di Lucrezia che emerge in questo romanzo è del tutto utopistica, e dove c’e’ utopia c’e’ Dario Fo.Lucrezia si muove nel suo ambiente di luci ed ombre, ma rimane sempre nella sua luminosa alterità, ripudiando ciò che corrompe e contamina l’essere umano, la brama del potere. Lei stessa è una pedina usata dal padre, il papa Alessandro VI, e dal fratello Cesare, il famoso duca Valentino, manipolata per accrescere o conservare la posizione dei due e saziare la loro sete di potere.Eppure Lucrezia riesce a maturare un’aura di saggezza che le permette di allontanarsi, distaccarsi da tutto cio’ che le accade, condannando perfino le sopraffazioni e le violenze per restare nella sua mandorla di innocenza, con una presa di coscienza degna di eroine ben più moderne.Nel corso degli avvenimenti, la figlia del papa sviluppa un pensiero quasi utopistico, spera in una società piu’ giusta, perché il suo animo è stanco di agguati, delitti, tradimenti e vorrebbe pace e giustizia intorno a sé; tutto ciò è affine al pensiero politico e umano di Dario Fo.

 Certamente, questa è una ricostruzione che l’autore ha fatto del personaggio, seguendo un percorso  e portandolo avanti coerentemente, ma per fare questo ha dovuto minimizzare certi fatti o enfatizzarne altri. Quello che emerge è comunque una condanna di quei tempi (e per riflesso di questi) in cui ogni inganno, meschinità o corruzione vale solo se tira l’acqua al proprio mulino.Probabilmente Lucrezia Borgia non è stasta come la descrive Fo, né poteva esserlo del resto, ma ha combattuto con le armi che aveva una donna di quell’epoca: la duttilità per adattarsi alle situazioni, la dolcezza e l’obbedienza per favorirsi le simpatie degli uomini, ma anche una grande intelligenza che ogni storico le riconosce.Le parti migliori del romanzo di Fo sono quelle in cui l’autore, da meraviglioso affabulatore qual è, apre spiragli di comicità per lanciare qualche sberleffo ai potenti del tempo, identici a quelli di oggi, come nell’episodio in cui il papa Alessandro intende cambiare radicalmente il Vaticano, la Curia e tutto il sistema di potere di Roma; ma l’intento si sbriciola ben presto in un niente di fatto per lo spavento che il pontefice prova riflettendo sulle conseguenze che potrebbe provocare.E allora, sembra dirci Dario Fo, nel Cinquecento come oggi, cambia tutto (o si finge di cambiare tutto) ma rimane sempre tutto uguale. Tanto gli uomini, come dice Machiavelli in una sua frase riportata ad inizio libro, sono sempre pronti a farsi infinocchiare dal nuovo venuto che promette miracoli.

Mario Sammarone

L’individualismo debole che svuota le persone

La sterminata opera di Franco Ferrarotti offre all’analisi sociale molteplici spunti di riflessione. La condizione umana è dominata oggi da un egocentrismo e un individualismo solipsista mai emersi prima, un individualismo però debole in cui la persona si svuota della sua dimensione più umana, quella dei sentimenti, dell’esperienza e dell’incontro con l’altro.

Nel nostro tempo questo svuotamento è prodotto dall’eccesso di informazioni a cui siamo sottoposti ogni giorno, che produce un chiasso interiore privando la persona della sua sfera creativa, della capacità di progettare e in particolare dell’immaginazione. E così, le vecchie categorie di passato, presente e avvenire sono completamente saltate in nome di una eternizzazione insignificante dell’immediato.

A questo proposito Ferrarotti vede due logiche contrapposte nel nostro tempo e che si affrontano, forse anche inconsapevolmente, nello stesso individuo – a dire la verità, una di esse ha preso già il sopravvento. La prima è la logica della lettura, “una parola dopo l’altra, una riga dopo l’altra”, che induce al ragionamento e alla meditazione riflessiva; presume uno sforzo mentale e avviene nel momento in cui ci si raccoglie in se stessi, per citare sant’Agostino, in quella cittadella interiore che non dovremmo permettere mai a nessuno di espugnare, nemmeno in mezzo al chiasso della vita moderna.

La logica della lettura è una logica difficile perché disinteressata, contemplativa, inutile. E invece “la cultura occidentale ha bisogno di uno scopo, di un profitto, di una giustificazione. È utilitaria fin nel midollo”. Non può aspettare, vuole tutto e subito. Soprattutto i giovani le sono diventati estranei, pochi di loro conservano ancora un libro sul comodino – leggere costa fatica – e così si affidano, o meglio, si consegnano a internet e alla comunicazione di massa “elettronicamente assistita”.

“Non si scrive” afferma Franco Ferrarotti nel suo ultimo libro, La parola e l’immagine (ed. Solfanelli, 2014), “si assembla. Non si compone. Si clicca”. Oggi la gente sarebbe munita di una “quantità di aggeggi elettronici che informano e comunicano tutto a tutto in tempo reale, e su tutto il pianeta, senza però che abbiano più niente di importante da dire”. Sembra una nuova formulazione del motto cartesiano: io comunico, dunque sono. Io chatto, dunque esisto. Se non sono connesso, non sono nessuno.

È il trionfo dell’audiovisivo, la logica che ha conquistato il predominio del nostro tempo. Si tratta di una logica rapida, che colpisce con l’immagine e certamente più facile della lettura perché viene offerta all’individuo che non deve sforzarsi di comprenderla; ma siccome l’immagine è preconfezionata, si tratta di “un’offerta avvelenata, danaica”, perché priva l’uomo della capacità di costruire la sua immagine, svuotandolo della capacità artistica e dunque creativa – poiesis, dal greco, vuol dire creazione.

Questa privazione della capacità immaginativa ha portato Ferrarotti a teorizzare un vero e proprio cambiamento antropologico nella società attuale: dall’homo sapiens socratico staremmo passando all’homo sentiens e all’homo televisivus, “una sorta di sedentario nomade” che può fare il giro del mondo cambiando canale e sintonizzandosi sui network dei paesi esteri, senza abbandonare mai la poltrona di casa. È il delirio del solipsismo, che porta a una realtà dove non conta più il vissuto, ma tutto si vive nella falsa speranza indotta dai mezzi di comunicazione.

Anche David Riesman, negli anni 50’, aveva teorizzato l’uomo etero-diretto, una sorta di manichino manovrato, stimolato e orientato dall’esterno. Il sociologo americano osservava l’emergere di un nuovo tipo di individuo che rinuncia a ragionare secondo le categorie logiche tradizionali e che vive nell’immediatezza dell’informazione offerta.

L’homo sentiens di Ferrarotti è invece ancora più pericoloso, perché è colui che ha perduto la capacità di concentrarsi, di fissare l’attenzione sulle cose. Il suo interesse si modifica nella stessa maniera in cui cambia canale. Non legge, o legge poco, perché “seguire dei segni neri pagina per pagina lo fa sentire in prigione e gli sembra scandaloso”. Ma il deficit più alto di questo nuovo tipo umano, alla ribalta nella società della tecnica, è l’indebolimento della memoria.

Cos’è un uomo senza memoria? La fiducia di avere tutta la conoscenza dentro dei giganteschi server, su queste enciclopedie elettroniche via web, è solo un’illusione. La cultura si costruisce giorno per giorno, con volontà e fatica, non si richiama da uno schermo con un click del mouse. Arriverà il giorno in cui saremo così assuefatti a cercare le notizie sulla rete che la nostra memoria sarà talmente indebolita, e forse dimenticheremo che internet e le enciclopedie elettroniche esistono, e quindi, ahimè, tutta la conoscenza.

La tanto bistrattata memoria era tuttavia per gli antichi la facoltà che più avvicinava gli uomini al dio. Secondo l’orfismo, l’antica religione greca misterica, l’uomo viveva nell’oblio di sé, ma poteva recuperare la sua antica natura ricordando ciò che era al principio di tutte le ere; la più stretta alleata in questo viaggio verso il ritorno, verso il superamento delle illusioni molteplici, era Mnemosyne appunto, la memoria.

Tornando al presente, oggi ci troviamo di fronte al tramonto della lettura. Se inchiostro e calamaio appartengono a un’era passata e riportano in mente certe atmosfere di film come Barry Lindon, anche il tempo delle “moderne” penne a sfera si sta compiendo, con la tecnologia touch screen ormai capillarmente diffusa. La vecchia penna degli scrittori è diventata un mezzo anacronistico, quasi una stranezza per chi è assuefatto ai moderni dispositivi elettronici.

Un tempo esistevano gli icònoclasti, che ripudiavano ogni forma di rappresentazione visiva, oggi invece siamo giunti alla società degli “iconoduli”, gli schiavi dell’immagine che hanno dimenticato il vero potere della parola: il suo significato. Nella società veloce, il pensiero involontario viene completamente bandito, estromesso dalla casa dell’uomo. Già Hedegger teorizzava, oltre mezzo secolo fa, il trionfo del pensiero calcolante, il pensiero che tutto misura e assimila alle logiche dell’utile, a dispetto del più contemplativo pensiero meditante.

La società iper-tecnologica è diventata dunque una società in cui la parola tace e l’immagine vince. Il nostro è il mondo delle tonnellate di foto sparse nei server elettronici o postate su face book, delle miriadi di figure che ci passano davanti in tv e nei cartelloni pubblicitari sparsi per le città; è la società delle figure spente, opache, al più visivamente policrome, che appaiono davanti ai nostri occhi e un attimo dopo scompaiono, lasciandosi dietro il nulla da cui sono state e-vocate.

Mario Sammarone (tratto da Prospettive)

Listener

La Mitologia Indù e il suo Messaggio

Le edizioni Mediterranee ripropongono un’opera di Jean Herbert (1896-1980) studioso che, a partire dagli anni trenta del secolo scorso, si è interessato e ha divulgato in Occidente lo studio del Buddhismo e delle religioni orientali. In Occidente, da Schopenauer in poi, si è conosciuto anche troppo questo fenomeno di interesse di massa per queste religioni, spesso banalizzandole, come ad esempio nel messaggio del tantra vedantico; leggere un libro di questo genere, che possiamo quasi definire classico, è come attingere ad una fonte di seria e sicura preparazione culturale.

Già il titolo, La Mitologia Indù e il suo Messaggio (pag. 131, euro 12.50), ci indica l’approccio dell’autore: descrivere e prospettarci i complessi miti dell’India, dis-velando e dipanando il messaggio che recano. Il volume raccoglie una serie di conferenze tenute da Herbert a Ginevra nel 1949, pubblicato per la prima volta nel ‘53. L’intenzione è indicare, dietro la grande messe di erudizione raccolta da grandi studiosi di Orientalismo, tra cui sir James Woodroffe, la via dell’Induismo, inteso non come evasione, fuga dal qui e ora, ma come metodo per accostarsi e risolvere i problemi fondamentali delle nostre vite.

La vita moderna dell’era della tecnica ci dà insoddisfazione e delusione per ciò che possediamo, da qui il bisogno di una ricerca di qualcosa che ignoriamo ma che desideriamo, lo spasimo a dissetarci alla sorgente stessa della spiritualità. Inizialmente, l’Induismo viene studiato più come una pratica speculativo-filosofica, non come una vera e propria mistica, al tempo quasi un tabù per noi occidentali presi dallo storicismo e dall’idealismo post-hegeliano. Certo, possiamo negare la mistica, ma i mistici esistono, tanto più che in India non c’è alcuna opposizione tra religione-mistica e scienza-filosofia; ogni aspetto di esse è ugualmente rigoroso nella sua applicazione, quanto la scienza ingegneristica o medica. In India la mitologia è viva, ed offre elementi di realtà pratica oltre che strettamente religioso-spirituale.

La mitologia induista costituisce da millenni la base morale e spirituale di una vasta moltitudine di uomini, che attinge da essa in maniera sempre uguale, esulando da ogni considerazione di tipo evoluzionistico che studiosi occidentali potrebbero avanzare. Perché evoluzione, così come noi la intendiamo, non c’è, né si può cercare nel significato autentico dei Veda, in cui si disvela un altro tipo di evoluzione, del tempo ciclico, l’avvicendarsi delle età con le varie fasi del mondo (Yuga), che si ripetono eternamente.

Herbert prende, ad esempio, il mito solare di Sharanyu, la sposa del sole, e ce lo narra nelle sue molteplici declinazioni, con aggiunte e variazioni che offrono un quadro poetico della realtà cosmica. Il Sole, inteso come illuminazione divina del mondo e dell’anima umana, sposa Sharanyu, personificazione della creazione e della manifestazione delle forme, ma essa, incapace di sopportare l’eccessivo ardore dell’astro diurno, si fa sostituire da Chhaya, l’ombra, anche se alla fine si riunisce al suo sposo che ha accettato di attenuare il suo fulgore. Questo mito, come altri, ha un valore educativo e di esempio quanto possono averlo le storie di Plutarco o Porfirio, e non è detto che non abbiano alcun valore di storicità.

Ognuno deve cercare per sé, trovare il suo Dio. Gli dei vedantici sono manifestazioni definite dell’Indefinibile: da Brahman (l’assoluto), attraverso la creazione, discende il mondo e il mito di Sharanyu lo descrive, allo stesso modo di altri racconti.

Un mito affascinante è quello che narra come il mondo sia poggiato su quattro elefanti che simboleggiano la forza fisica apparente, a loro volta poggianti su quattro tartarughe, la forza fisica segreta, simboleggiata dal fatto che si ritirano nel loro guscio; ancora più nel profondo, le tartarughe poggiano su Brahman, l’Ineffabile.

Quanto si può meditare su questo mito, e quanto ci spiega, ben più di ogni teoria cosmologica, in quanto parla alla nostra intuizione. Ci dice come si è passati dall’Indifferenziato alle molteplici forme del mondo, in un movimento che va dall’indeterminato ad una crescente formalizzazione. Ogni mito poi, come petali di un fiore di loto, si aggiunge ad altri, in modo da comporre, pur nella loro apparente contradditorietà, una spiegazione complementare della creazione. Quale teoria del Big Bang o simile ci può dare conto del mistero dell’origine, quanto e più di questi meravigliosi miti?

Il movimento incessante del rapporto tra gli elementi della Trimurti, cioè le tre divinità inscindibili tra loro, ci riporta, oltre alla Trinità cattolica, al pensiero filosofico della dialettica hegeliana, con tesi-antitesi-sintesi. In effetti si può dire che il pensiero sia stato già tutto pensato nell’Induismo. Anche le recenti scoperte fisiche, con la intima identità tra materia ed energia, descritta nella teoria relativistica, sono nient’altro che la scoperta di ciò che già era noto alla speculazione indiana, millenni fa, con mondo-uomini-dei senza personalità distinte, in quel gioco delle forme che è proprio della religione induista.

Per un occidentale, con una mente formata dal pensiero razionale di stampo cartesiano, è estremamente difficile penetrare nella natura delle divinità Indù. C’è un’identità profonda tra esse, come se ognuna fosse una manifestazione dello stesso principio, con un nome diverso; ma il devoto non cerca spiegazioni, è solo consapevole che sia così, che ciascun dio è sempre il Dio unico Ishwara, ma che per necessità di culto, e di pratica religiosa, deve ricorrere alle diverse caratterizzazioni, necessarie per ciascun frangente. È come se la divinità fosse inattingibile nella sua totalità, e l’uomo le si possa accostare solo a piccoli sorsi, per non inebriarsi troppo di una relazione così impari.

Dove si situa l’uomo tra tutti questi dei? È anch’egli partecipe alla divinità, poiché non c’è gerarchia, anche se il vero sapiente non anela ad essere Indra, il dio mitico solare. Non ci sono classificazioni, ossessione dell’occidente. La creazione è ancora in atto, con l’uomo che collabora con il Creatore per realizzarla: prima è apparso il piano materiale, in cui si è poi inserita la vita; poi dalla vita si è manifestato il mentale; infine è preconizzato l’avvento di un ultimo piano, il sovra-mentale. Per noi uomini del XXI sec., non si può fare a meno di volgere il pensiero alla Rete, che oggi tutti ci avvolge.

In effetti, dal 1953, anno di pubblicazione di questa opera, ne è passata di acqua sotto i ponti. La nostra attuale società di consumo è ben più adatta alla spiritualità orientale di quanto lo fosse la società più antica degli anni di Herbert, quasi per una legge di contrappasso. Merito dello studioso è comunque di essere stato un pioniere, ed un maestro, in questo campo. L’insegnamento è sottile: tutto, dei, uomini e mondi sono incessantemente in movimento, impegnati nell’eterna danza di Lila, in qualcosa che per la mentalità occidentale, immersa nel suo schema descrittivo, classificatorio e razionalistico, è inconcepibile. Ma la crisi dell’occidente è così avanzata che, se appunto non uscirà da questo schema, rischierà di essere travolto. E l’Oriente è lì, con il suo messaggio, che ci offre delle opportunità; sta a noi cambiare la nostra visione del mondo per accoglierle e, forse, salvarci.

Mario Sammarone