“Se c’è venerazione, anche il dente d’un cane emette luce”

Un mercante va in India e la madre gli chiede di portarle una qualche reliquia. Se ne dimentica. Al viaggio successivo se ne dimentica di nuovo. La terza volta, quando sta per rientrare a casa senza la reliquia cui la madre tiene tanto, toglie un dente da un cane al bordo della strada e glielo porta dicendo che apparteneva a un grande santo. La madre, felicissima, venera quel dente; altre donne vengono a pregarci dinanzi e alla fine tutti vedono  dei raggi luminosi sprigionarsi da quella “reliquia”. Da qui il detto tibetano: “Se c’è venerazione, anche il dente d’un cane  emette luce”.

Tiziano Terzani da “Un indovino mi disse”

Due anni più tardi

Nessuno ti ha mai detto che i tuoi occhi
Arditi e belli avrebbero dovuto
Essere fatti più esperti? O avvertita di come
Sia disperata la falena quando si brucia le ali?
Avrei potuto insegnartelo io;
Ma tu sei giovane, così parliamo un linguaggio diverso.

Oh, prenderai tutto quanto ti è offerto
E sognerai che tutto il mondo è amico,
Dovrai soffrire come tua madre ha sofferto,
E alla fine tu sarai spezzata;
Ma io sono vecchio e tu sei giovane,
E io parlo una lingua barbara.

W. B. Yeats

Commiato

Una stella sbocciò nell’aria.
Le risplendé nelle pupille.
Su la campagna solitaria
tremava il pianto delle squille.
– E` ora, o figlio, ora ch’io vada.
Sono stata con te lunghe ore.
Tra questi bussi è la mia strada;
la tua, tra quelle acacie in fiore.
Sii buono e forte, o figlio mio:
va dove t’aspettano. Addio!
… Venir con te? Ma non è dato!
Sai pure: m’han cacciata via.
Ci fu chi non mi volle allato
nel mondo, così larga via;
chi non permise che, sia pure,
stessi con le mie creature.
… Tu venir qui? Viene chi muore…
E tu vuoi dunque venir qui.
Sei stanco: è vero? Hai male al cuore.
Quel male l’ebbi anch’io, Zvanî!
E` un male che non fa dormire;
ma che alfine poi fa morire. –
Si chiudevano i casolari.
Cresceva l’ombra delle cose.
Ancor tra i lontani filari
traspariva color di rose.
– Ma dimmi, o madre, dimmi almeno,
se nel tramonto del suo giorno
tuo figlio si deve sereno
preparare per un ritorno!
se ciò che qualcuno ci prende,
v’è qualch’altro che ce lo rende!
Ricorderò quella preghiera
con quei gesti e segni soavi;
tuo figlio risarà qual era
allora che glieli insegnavi:
s’abbraccerà tutto all’altare:
ma fa che ritorni a sperare!
A sperare e ora e nell’ora
così bella se a te conduce!
O madre, fa ch’io creda ancora
in ciò ch’è amore, in ciò ch’è luce!
O madre, a me non dire, Addio,
se di là è, se teco è Dio! –
Sfioriva il crepuscolo stanco.
Cadeva dal cielo rugiada.
Non c’era avanti me, che il bianco
della silenziosa strada

Giovanni Pascoli

L’arte di perdere

L’arte di perdere non è difficile da imparare;
così tante cose sembrano pervase dall’intenzione
di essere perdute, che la loro perdita non è un disastro.

Perdi qualcosa ogni giorno. Accetta il turbamento
delle chiavi perdute, dell’ora sprecata.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.

Poi pratica lo smarrimento sempre più, perdi in fretta:
luoghi, e nomi, e destinazioni verso cui volevi viaggiare.
Nessuna di queste cose causerà disastri.

Ho perduto l’orologio di mia madre.
E guarda! L’ultima, o la penultima, delle mie tre amate case.
L’arte di perdere non è difficile da imparare.

Ho perso due città, proprio graziose.
E, ancor di più, ho perso alcuni dei reami che possedevo, due fiumi, un continente.
Mi mancano, ma non è stato un disastro.

Ho perso persino te (la voce scherzosa, un gesto che ho amato). Questa è la prova. È evidente,
l’arte di perdere non è difficile da imparare,
benché possa sembrare un vero (scrivilo! ) disastro.

Elizabeth Bishop

Da “Vivere per raccontarla”

“[…] Mia madre si sentì smarrita. “Il peggio – disse – è che ha smesso di studiare legge dopo tanti sacrifici che abbiamo fatto per sostenerlo”. Il dottore, al contrario, la ritenne una prova splendida di una vocazione travolgente: l’unica forza capace di contendere i suoi diritti all’amore. E in particolare la vocazione artistica, la più misteriosa di tutte, alla quale si consacra la vita intera senza aspettarsene nulla. “E’ una cosa che si ha dentro fin dalla nascita e contrariarla è la cosa peggiore per la salute”, disse lui. E terminò con un affascinante sorriso da massone irredimibile: “Proprio come la vocazione del prete”. Rimasi allucinato dal modo in cui aveva spiegato quello che io non ero mai riuscito a spiegare. Anche mia madre dovette pensarla così, perché mi contemplò con un silenzio lento, e si arrese alla sua sorte […m]”.

Gabriel Garcia Marquez

La poesia

 

Io sono una lampada ch’arda
soave!
la lampada, forse, che guarda,
pendendo alla fumida trave,
la veglia che fila;
e ascolta novelle e ragioni
da bocche
celate nell’ombra, ai cantoni,
là dietro le soffici rocche
che albeggiano in fila:
ragioni, novelle e saluti
d’amore, all’orecchio, confusi:
gli assidui bisbigli perduti
nel sibilo assiduo dei fusi;
le vecchie parole sentite
da presso con palpiti nuovi,
tra il sordo rimastico mite
dei bovi:

la lampada, forse, che a cena
raduna;
che sboccia sul bianco, e serena
su l’ampia tovaglia sta, luna
su prato di neve;
e arride al giocondo convito;
poi cenna,
d’un tratto, ad un piccolo dito,
là, nero tuttor della penna
che corre e che beve:
ma lascia nell’ombra, alla mensa,
la madre, nel tempo ch’esplora
la figlia più grande che pensa
guardando il mio raggio d’aurora:
rapita nell’aurea mia fiamma
non sente lo sguardo tuo vano;
già fugge, è già, povera mamma,
lontano!

Se già non la lampada io sia,
che oscilla
davanti a una dolce Maria,
vivendo dell’umile stilla
di cento capanne:
raccolgo l’uguale tributo
d’ulivo
da tutta la villa, e il saluto
del colle sassoso e del rivo
sonante di canne:
e incende, il mio raggio, di sera,
tra l’ombra di mesta viola,
nel ciglio che prega e dispera,
la povera lagrima sola;
e muore, nei lucidi albori,
tremando, il mio pallido raggio,
tra cori di vergini e fiori
di maggio:

o quella, velata, che al fianco
t’addita
la donna più bianca del bianco
lenzuolo, che in grembo, assopita,
matura il tuo seme;
o quella che irraggia una cuna
– la barca
che, alzando il fanal di fortuna,
nel mare dell’essere varca,
si dondola, e geme -;
o quella che illumina tacita
tombe profonde – con visi
scarniti di vecchi; tenaci
di vergini bionde sorrisi;
tua madre!… nell’ombra senz’ore,
per te, dal suo triste riposo,
congiunge le mani al suo cuore
già ròso! –

Io sono la lampada ch’arde
soave!
nell’ore più sole e più tarde,
nell’ombra più mesta, più grave,
più buona, o fratello!
Ch’io penda sul capo a fanciulla
che pensa,
su madre che prega, su culla
che piange, su garrula mensa,
su tacito avello;
lontano risplende l’ardore
mio casto all’errante che trita
notturno, piangendo sul cuore,
la pallida via della vita:
s’arresta; ma vede il mio raggio,
che gli arde nell’anima blando:
riprende l’oscuro viaggio
cantando.

 
Giovanni Pascoli

 

Alle fronde dei salici

E come potevamo noi cantare

con il piede straniero sopra il cuore,

fra i morti abbandonati nelle piazze

sull’erba dura di ghiaccio, al lamento

d’agnello dei fanciulli, all’urlo nero

della madre che andava incontro al figlio

crocifisso sul palo del telegrafo?

Alle fronde dei salici, per voto,

anche le nostre cetre erano appese,

oscillavano lievi al triste vento.

Salvatore Quasimodo

 

Ma, Mamá, Mami, Mamo, Madre

Al di là delle appartenenze religiose…

Sopra: Antonello da Messina, “La Madonna Annunziata”, 1476 circa.

[…]

China sulle nostre ferite e ossa rotte spirituali, lei ci esorta a smettere di crederci soli nelle prove che affrontiamo… quando invece lei è sempre con noi, e possiamo sempre correre da lei, sempre nasconderci sotto il suo manto inviolato, sempre farci guidare dalla sua saggezza tanto duramente conquistata… perché anche lei sopportò miracoli e sofferenze in vita sua, e perse tutto ciò che la sua anima aveva di più prezioso nel mondo ottenebrato dall’umana stoltezza, debolezza, fragilità di spirito…
Eppure è ancora qua, radiosa di luce, Vaso di Sapienza Eternamente Effusa, a esortarci a ricordare che per invocarla non c’è nulla di complesso da fare: basta chiamarla con quel nome-del-cuore inscritto nell’anima di ciascuno di noi prima di inviarci sulla Terra, quell’unica parola che ciascuno di noi conosceva ben prima di sapersi nutrire e reggere in piedi da solo… La Primissima Parola scritta nei cuori di tutta l’umanità in tutto il pianeta:

Ma
Mamá
Mami
Mamo
Madre

Tratto da “Forte è la Donna. Dalla Grande Madre Benedetta insegnamenti per i nostri tempi”, di Clarissa Pinkola Estés, edito da Frassinelli, 2011.

Malinconia

Una madre bugiarda. Una madre che nega il suo essere madre. Una madre che non gli ha mai dato una carezza, che ha ignorato la sua infanzia. Dobbiamo stupirci se il glorioso Enea adulto conserva sempre un fondo di malinconia?

Luigi Zoja

Madre, amante

Da sempre, l’uomo psicologicamente poco differenziato riduce la donna a due figure tra loro non conciliabili: la madre e l’amante.La nostra ricostruzione della psicologia paterna attraverso i tempi ci ha chiarito che, prima ancora di questa scissione, all’origine, sta un problema maschile. È infatti il maschio ad avere in sé due identità ben lontane dall’essere sintetizzate dall’evoluzione naturale, e neppure rese unitarie dal decorso storico e culturale: il padre e il donatore di sperma. Se egli, lungo tutta la storia, ha assegnato alla donna due personalità separate – l’una disponibile all’incontro sessuale e l’altra che accudisce il figlio – lo ha fatto perché dentro di sé non è mai riuscito ad unificare le due identità maschili corrispondenti. Proiettando sulla compagna il suo più antico problema, il maschio dichiara la sua incapacità di costruirsi definitivamente e unitariamente come padre.

Luigi Zoja

Alla notte

Celebrerò la Notte madre degli dei e degli uomini,

la Notte, origine di tutto, che diremo anche Kypris.

Ascolta, o dea beata, che nell’ombra risplendi con

scintillio di stelle

e della quiete ti compiaci e dei placidi sonni profondi,

o gioioso piacere, o madre dei sogni, che di

vegliar ti diletti,

tu fai cessare gli affanni e porti la dolce fine dei mali,

tu doni il sonno, o amica di tutti, che nella notte

conduci i tuoi brillanti cavalli;

o incompiuta, che sei terrena e pur anche celeste

e danzando di nuovo ritorni alle tue aeree sedi,

tu mandi sotterra la luce e riprendi a fuggire

nell’Ade, ché la terribile Necessità tutto governa.

Ora, o Notte beata e felice, da tutti bramata,

o generosa, che delle nostre preghiere il suono

supplice ascolti,

benevola vieni e i notturni allontana.

Da “Inni Orfici”

Un desiderio nel cuore

“Da dove sono venuto, dove mi hai preso?”, chiese il piccolo a sua madre.

E lei, fra il pianto e il riso, stringendo il bambino al petto, rispose: “Amore mio, eri un desiderio nascosto nel mio cuore”.

Rabindranath Tagore

In questa notte d’autunno

In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole,amore
le tue parole,amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.

Nazim Hikmet

Gustave Moreau, Edipo e la Sfinge, 1864

Questa immagine rappresenta il momento della “battaglia” con l’Ombra personale.

Lo sguardo di Edipo fisso sulla Sfinge rappresenta il tentativo disperato dell’Io cosciente di osservare i contenuti incomprensibili dell’inconscio, simbolizzati dalla Sfinge. Il mito racconta della vittoria di Edipo che, proprio in seguito a questo successo, finirà per accoppiarsi inconsapevolmente con la madre e, quindi, procurerà a se stesso un destino di disperazione che culminerà nell’autoaccecamento. A dimostrazione del fatto che l’Io non potrà mai, da solo, vincere sull’Ombra, a meno che non venga a patti e tenga conto della sua forza immane. La Sfinge qui ha tutte le caratteristiche del femminile-lunare che solo in apparenza può essere sottomessa dal maschile. L’Ombra non va messa in vincoli e negata, bensì osservata in tutta la sua potenza ed una volta presa la consapevolezza di tale energia psichica, bisogna tentare di stabilire un contatto. Questa “impresa” è “fare anima”, nel senso in cui lo intendono James Hillman, Luigi Zoja, Francesco Donfrancesco e Carla Stroppa, ovvero la “coltivazione” di quel territorio intermedio tra conscio e inconscio.

Considerazioni…

L’articolo che oggi vi propongo è questa “considerazione” di Valeria D.A. (è fresca come una rugiada autunnale sul margine del bosco).

Considerazioni di una madre.

Si può amare l’attesa? Si impara ad attendere che un gioco diventi Amore. Ma se è Amore non ama attendere oltre. Spezza le catene invisibili e si libera…
“L’amore, sul nascere…”
“Amore, come sempre…” che ha bisogno di certezze e di fiducia per poter volare. Amore che non è amore se non vola e se non brilla è sasso da lanciare nel mare, dove si confonde in mezzo a tanti altri, lì, sul fondo… In attesa!
Amore che è o non è: testa o croce! Guerra o pace!
Amore che si innamora di sè e continua a credere che oltre la collina la guerra si stia ancora combattendo: Amore che non si da pace!
Amore che non sa di essere atteso e continua a parlare con i fantasmi e a pregare che il suo amore vada a prenderlo; Amore che spera che il gioco finisca per uscire allo scoperto e brillare.
Amore che non si arrende e vive del presente, ma che non sa più sperare che si possa ancora vivere in pace e crescere.
Amore, che bisognerebbe inventarlo se non ci fosse già, e Amore che quando c’è si è incapaci di toccarlo. Amore che potrebbe essere dipendenza e allora si sta a guardare da lontano. Amore che non sapeva di essere atteso e come una stella naturalmente ad un certo punto esplode. Oppure si fa brillare… come una bomba pericolosa. In fondo al mare…

Siamo il Dio che ci respira dentro.

Ecco Pasqua. La Resurrezione. In chiave simbolica già la religione di Mitra concepiva un uomo-Dio nato nella festa del Sol Invictus (25 dicembre) e risorto.

Senza voler entrare negli ambiti di Fede, da un punto di vista psichico-anima, la Resurrezione avviene non solo quando è l’intera struttura psichica-logica-emotiva a rinnovarsi e a risorgere dalle proprie ceneri, ma anche quando si riesce a mutare una parte minuscola della propria sostanza interiore. Impresa comunque difficilissima.

Perchè prevede il cambiamento di pensieri, sentimenti, emozioni e passioni relativi ad un particolare grumo psichico. Ma Jung afferma che la nostra personale resurrezione è già suffieciente quando “incominciamo” l’opera. Tentare è resurrezione, anche se parziale.

Non servono eroi, ma umili operai della Psiche. Servi di Anima.

E contemporaneamente, Entusiasti del Bene.

Noi siamo il Dio che ci respira dentro (Giuliano, il Grande, IV sec.d.c., seguace di Giamblico e Porfirio. Neoplatonico. Autore de “La Madre degli Dei)