Amore e libertà

Nessuno ha amore più grande di colui che sa rispettare la libertà dell’altro.

Simone Weil

Libertà

Nessuno può essere libero se costretto ad essere simile agli altri.

Oscar Wilde

Libertà

Gli uomini che aspirano ad essere liberi difficilmente possono pensare di rendere schiavi gli altri.

Mahatma Gandhi

Eccomi qui…

Sono libero, penso. Eccomi qui, libero e solo come una nuvola che fluttua nel cielo.
Kafka

Dei figli

E una donna che reggeva un bambino al seno disse:
Parlaci dei Figli:
Ed egli disse:
I vostri figli non sono i vostri figli.
Sono i figli e le figlie dell’ardore che la Vita ha per se
stessa.
Essi vengono attraverso di voi, ma non da voi,
E benché vivano con voi non vi appartengono.

Potete dar loro il vostro amore ma non i vostri pensieri,
Poiché essi hanno i loro propri pensieri.
Potete dar ricetto ai loro corpi ma non alle loro anime,
Poiché le loro anime dimorano nella casa del domani,
che neppure in sogno vi è concesso di visitare.
Potete sforzarvi di essere simili a loro, ma non cercate di
rendere essi simili a voi.
Poiché la vita non va mai indietro né indugia con l’ieri.
Voi siete gli archi da cui i vostri figli come frecce vive
sono scoccate.
L’Arciere vede il bersaglio sul sentiero dell’infinito, e vi
piega e vi flette con la sua forza perché le sue frecce
vadano veloci e lontane.
Fate che sia gioioso e lieto questo vostro esser piegati
dalla mano dell’Arciere:
Poiché come ama la freccia che scaglia, così Egli ama
anche l’arco che è saldo.

Gibran Kahlil Gibran

L’uomo non ha limiti

Verrà un giorno che l’uomo si sveglierà dall’oblio e finalmente comprenderà chi è veramente e a chi ha ceduto le redini della sua esistenza, a una mente fallace, menzognera, che lo rende e lo tiene schiavo… l’uomo non ha limiti e quando un giorno se ne renderà conto, sarà libero anche qui in questo mondo.

Giordano Bruno

Sei la mia schiavitù sei la mia libertà

Sei la mia schiavitù sei la mia libertà
sei la mia carne che brucia
come la nuda carne delle notti d’estate
sei la mia patria
tu, coi riflessi verdi dei tuoi occhi
tu, alta e vittoriosa
sei la mia nostalgia
di saperti inaccessibile
nel momento stesso
in cui ti afferro.

Nazim Hikmet

Sta proclamando il proprio credo

La libertà è partecipazione

Questo video ce lo “dedica” Michela…

Quando non proveremo più vergogna del dolore…

Buongiorno a tutti… vorrei una vostra opinione sulla riflessione di Valeria

Scusate se banalizzo… Il giorno in cui non proveremo più vergogna del dolore, di soffrire, di condividere il “nostro” dolore, troveremo la risoluzione, la cura adatta ai nostri mali. Sono convinta che la maggior parte di essi dipenda da un rifiuto, superficialmente enunciato, di noi stessi nei confronti di una parte, “quella” parte, di noi. Fin troppe coincidenze nel mio “vissuto” mi inducono, mi portano a pensare che la psiche possa “non volere” rappresentare” quel “concetto” e la sua forma, aggredendo l’organo bersaglio da cui quel “concetto” è somatizzato. Come quando il Buono affiora… in superficie: non può non prendere forma e riflettersi nell’Altro. Ci si Innamora di se stessi…, del buono che riusciamo a trasmettere e ad estrarre dagli altri: quando questo avviene, salvare gli altri Innamora. Ed appassiona. Nell’Unità. Se non è immortalità e libertà e rispetto, cos’è? Il limite, apparentemente infranto nel “trasferirsi” nell’Altro, permane perchè la coscienza non viene meno, è vigile; sta nella scelta fatta. E una scelta non limita, perchè nella scelta è la propria vocazione!
(Mi assumo la responsabilità di tutto quello che ho quì scritto!) Con affetto

Valeria

Porto XXI

A Praga, nei difficili anni Sessanta, il genio di Mozart offrì uno straordinario linguaggio cifrato agli intellettuali che si opponevano al regime, facendo del magico isolotto di Kampa, un tempo abitato dal salisburghese, il simbolo di una resistenza tenace e disperata.

Due grandi poeti, Vladimir Holan e il premio Nobel Jaroslav Seifert comunicarono in «codice mozartiano» la loro angoscia e l’urlo straziato di una libertà costretta all’isolamento.

Si scrissero rondò in forma di parole (la Mozartiana II Holan, Mo­zart a Praga Seifert) come lettere estreme, quasi testamentarie, dall’inevitabile «esilio in patria».

Una terza variante apparve, agli albori degli anni Ottanta, a opera di Sergio Corduas, traduttore italiano di entrambi e allievo di Angelo Maria Ripellino. La suggestiva triangolazione poetica costituisce oggi un eccezionale documento di vita contemporanea e ci ricorda la stoica resistenza d’intellettuali che seppero ritirarsi a lungo dalla scena pubblica, colpiti dalle imposizioni della censura.

Vladimir Holan, autore del ciclo dei Muri, morì il 31 marzo del 1980 ed ebbe in Europa soprattutto gloria postuma, nonostante fosse uno dei massimi poeti cèchi. A un Seifert ormai vecchio e malato andò, nel 1984, il premio Nobel per la letteratura. Ma il poeta, alla vigilia della morte, non potè ritirarlo.

Porto III

Kalinga è una città bellissima. Da questa città prende il nome un’intera regione. I campi danno due raccolti all’anno e la selvaggina è così abbondante che gli uomini si stancano di andare a caccia per l’irrisoria facilità di conquistare le prede. La temperatura è costantemente mite e le acque dei numerosi fiumi sono potabili e ricche di sali minerali terapeutici. Su questo paradiso si affacciano le centomila «spade affilate» dell’imperatore Asoka, nipote di Candragupta, detto l’unificatore dell’alta India. È l’anno 273 a.C. e una tempesta di ferro e fuoco sta per abbattersi su quella terra compresa tra l’attuale Calcutta e Madras.

Asoka è giovane, capace, intelligente, colto, ambizioso. II nonno è stato un grande e lui non vuole essergli da meno. Per questo ha portato gli arcieri mongoli, la cavalleria degli altipiani delle nevi, gli elefanti corazzati, le fanterie ricoperte di metallo e cuoio, gli astati dagli elmi e pettorali inscalfibili, i frombolieri infallibili e le macchine da guerra che non lasciano scampo. La regione, l’unica a essere libera dal suo potere, sarà ridotta in schiavitù. Ha osato non pagare i tributi e adesso sarà sottomessa. Non dovrebbe essere una campagna lunga, perché gli abitanti sono pacifici e da tempo non sono abituati alle guerre.

Così il segnale è dato e l’invasione comincia.

Come le truppe iniziano a marciare sulla terra sacra di Kalinga, innumerevoli persone escono dai boschi, si lanciano dagli alberi, si ergono dai covoni. Sono armati di roncole e bastoni, non hanno scudi e archi. Privi di lance ed elmi, sono praticamente disarmati. Ma vogliono difendere la propria terra.

Asoka si stupisce e in un lampo comprende che quella gente si farà massacrare, ma non cederà di un palmo. Il suo esercito ne farà scempio. Vorrebbe tornare sulle proprie decisioni, ma l’orgoglio gli ottenebra la vista. Lo scontro è inevitabile. Durerà un mese intero.

Ogni zolla di terra è ricoperta da un cadavere, ogni fiume è rosso di sangue. Asoka ha vinto ma tutti gli abitanti di Kalinga sono morti. Un milione di persone sono state stroncate dai conquistatori. L’imperatore adesso comanda su un regno di morti. Per questo piange amaramente sulla torre più alta della città.

Ha capito il suo errore e promette agli dei e a se stesso che non permetterà mai più una guerra simile. Decide di convocare a sé i massimi saggi di tutto il mondo e di chiedere consiglio su come bandire lo strazio degli eccidi; manda per ogni dove i suoi messi, accompagnati da letterati, filosofi e poeti. Cercheranno i custodi del sapere, dovunque essi siano. Dopo nove anni la missione è compiuta.

Nove sapienti sono di fronte all’imperatore. Sanno di tutto su tutto. Desiderano la pace per le genti e si adoperano affinché, nel rispetto della libertà e dell’autodeterminazione, non accadano mai eventi che possano portare l’umanità alla distruzione. Insieme giurano. La promessa è per tutti i tempi a venire. Ma l’accordo è segreto e segrete saranno le loro azioni. Nessuno mai dovrà sapere da dove arrivano gli «aiuti» che misteriosamente condurranno l’umanità a soffrire di meno o addirittura ad abolire la piaga della guerra.

Questa è la leggenda dei Nove Ignoti. Secondo la tradizione operano tuttora. Alla morte di uno di loro, si cerca il saggio che abbia la massima conoscenza in quel campo. Non deve essere soltanto un esperto, deve dimostrare di avere a cuore le sorti dell’umanità e di conoscere il bene. Un sapiente privo di egoismi. Queste le qualità per diventare uno dei Nove. Questa società di illuminati ha perpetrato se stessa come un organismo che riesce a ricreare ex novo la sua parte malata, diventando praticamente immortale. Il mito vuole che per ventitré secoli il gruppo vegli su di noi. Senza chiedere nulla; senza pretendere nulla, senza riconoscimenti e plausi. In silenzio e soprattutto in segreto.