Porto XX

C’è un mistero in Occidente intessuto di romanticismo, di speranze, utopie, sogni. Un rebus che neppure un grande romanziere avrebbe potuto concepire più affascinante. Per descriverlo compiutamente si deve ricorrere a un racconto. È già accaduto in altre occasioni di questo viaggio. In ogni caso, tutti i particolari storici sono stati e saranno rigorosi e soltanto la forma è stata e sarà di fantasia. Come nelle leggende tramandate bocca-orecchio. Forse le più vere, anche se la scienza storiografica le sottovaluta. Ma abbiamo visto come per secoli Platone sia stato considerato soltanto per i suoi scritti e adesso invece il convegno mondiale tenuto nel ’91 all’istituto Suor Orsola Benincasa di Napoli abbia dimostrato l’esatto opposto. Il Platone più significativo è quello orale. Una novità per l’ufficialità, un’assoluta ovvietà per gli studiosi di filosofia ermetica e di alta magia, così com’è ampiamente dimostrato dagli scritti di Giuliano Kremmerz. Bastava leggersi questo grande studioso per sapere tutto su Platone, e pensare che i suoi lavori sono dell’Ottocento. Gli accademici sarebbero giunti alla verità sull’allievo di Socrate un secolo dopo. Ma tant’è, sappiamo bene i limiti delle scuole con i bolli di riconoscimento dello Stato. Ma torniamo al nostro enigma.

È una vicenda corale che coinvolge re, popoli, nazioni e filosofi, lettera­ti, scienziati, astrologi, attori e soprattutto esperti di «occulta filosofia». Per l’ennesima volta, noncuranti del tempo e dello spazio, si tendono le funi delle vele dell’Hermes e Odisseo è pronto a impartire i suoi comandi Ci attende la Boemia, il Palatinato e Praga del secondo decennio del Seicento. Ma prima è d’obbligo raccontare una curiosa vicenda. Di un libro della celebre studiosa Frances Yates, Gli ultimi drammi di Shakespeare e di come questo testo, letto da un critico letterario italiano, abbia in lui suscitato una profonda impressione. Anzi, sconcerto, perché questo intellettuale napoletano crede di ravvisare nel testo una «doppia» scrittura. Ovvero, si dice una cosa, ma se ne sottintende anche un’altra. Come una cifra segreta. Allora il critico prende il coraggio e scrive alla Yates, chiedendo un appuntamento a Londra. E questa storia prosegue nella capitale inglese dove i due si incontrano e dove la grande ricercatrice, quasi un mito vivente, dice all’italiano che lui ha visto giusto.

Sì, quel volume è una seconda interpretazione. Segreta. Ma perché non renderla esplicita? chiede il napoletano. Perché non ci sono prove, nel senso accademico del termine. A suffragio di una tesi affascinante e terribile. Appunto la chiave segreta del libro. E come fare a dirla? Domanda ancora l’uomo giunto dal sud. Ma semplice, risponde la donna, raccontando come un romanzo. Per esempio un racconto.

Sì, forse sarebbe giusto, prima di partire con l’Hermes, dire di questo dialogo. Ma a volte la realtà supera la fantasia. E quindi potrebbe essere ingiusto esplicitare quello che è un gioco. Anche se il ludus è proprio degli dei e degli uomini che si definiscono «pagliacci» per poter nascondere profonde verità. Come i Rosacroce, per esempio. Ma questa è un ‘altra storia. 0 è questa?

Si salpi comunque per Heidelberg, capitale del Palatinato, e si cominci a delineare la storia, quella ufficiale. Poi si potrà ascoltare un grande racconto.

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Porto III

Kalinga è una città bellissima. Da questa città prende il nome un’intera regione. I campi danno due raccolti all’anno e la selvaggina è così abbondante che gli uomini si stancano di andare a caccia per l’irrisoria facilità di conquistare le prede. La temperatura è costantemente mite e le acque dei numerosi fiumi sono potabili e ricche di sali minerali terapeutici. Su questo paradiso si affacciano le centomila «spade affilate» dell’imperatore Asoka, nipote di Candragupta, detto l’unificatore dell’alta India. È l’anno 273 a.C. e una tempesta di ferro e fuoco sta per abbattersi su quella terra compresa tra l’attuale Calcutta e Madras.

Asoka è giovane, capace, intelligente, colto, ambizioso. II nonno è stato un grande e lui non vuole essergli da meno. Per questo ha portato gli arcieri mongoli, la cavalleria degli altipiani delle nevi, gli elefanti corazzati, le fanterie ricoperte di metallo e cuoio, gli astati dagli elmi e pettorali inscalfibili, i frombolieri infallibili e le macchine da guerra che non lasciano scampo. La regione, l’unica a essere libera dal suo potere, sarà ridotta in schiavitù. Ha osato non pagare i tributi e adesso sarà sottomessa. Non dovrebbe essere una campagna lunga, perché gli abitanti sono pacifici e da tempo non sono abituati alle guerre.

Così il segnale è dato e l’invasione comincia.

Come le truppe iniziano a marciare sulla terra sacra di Kalinga, innumerevoli persone escono dai boschi, si lanciano dagli alberi, si ergono dai covoni. Sono armati di roncole e bastoni, non hanno scudi e archi. Privi di lance ed elmi, sono praticamente disarmati. Ma vogliono difendere la propria terra.

Asoka si stupisce e in un lampo comprende che quella gente si farà massacrare, ma non cederà di un palmo. Il suo esercito ne farà scempio. Vorrebbe tornare sulle proprie decisioni, ma l’orgoglio gli ottenebra la vista. Lo scontro è inevitabile. Durerà un mese intero.

Ogni zolla di terra è ricoperta da un cadavere, ogni fiume è rosso di sangue. Asoka ha vinto ma tutti gli abitanti di Kalinga sono morti. Un milione di persone sono state stroncate dai conquistatori. L’imperatore adesso comanda su un regno di morti. Per questo piange amaramente sulla torre più alta della città.

Ha capito il suo errore e promette agli dei e a se stesso che non permetterà mai più una guerra simile. Decide di convocare a sé i massimi saggi di tutto il mondo e di chiedere consiglio su come bandire lo strazio degli eccidi; manda per ogni dove i suoi messi, accompagnati da letterati, filosofi e poeti. Cercheranno i custodi del sapere, dovunque essi siano. Dopo nove anni la missione è compiuta.

Nove sapienti sono di fronte all’imperatore. Sanno di tutto su tutto. Desiderano la pace per le genti e si adoperano affinché, nel rispetto della libertà e dell’autodeterminazione, non accadano mai eventi che possano portare l’umanità alla distruzione. Insieme giurano. La promessa è per tutti i tempi a venire. Ma l’accordo è segreto e segrete saranno le loro azioni. Nessuno mai dovrà sapere da dove arrivano gli «aiuti» che misteriosamente condurranno l’umanità a soffrire di meno o addirittura ad abolire la piaga della guerra.

Questa è la leggenda dei Nove Ignoti. Secondo la tradizione operano tuttora. Alla morte di uno di loro, si cerca il saggio che abbia la massima conoscenza in quel campo. Non deve essere soltanto un esperto, deve dimostrare di avere a cuore le sorti dell’umanità e di conoscere il bene. Un sapiente privo di egoismi. Queste le qualità per diventare uno dei Nove. Questa società di illuminati ha perpetrato se stessa come un organismo che riesce a ricreare ex novo la sua parte malata, diventando praticamente immortale. Il mito vuole che per ventitré secoli il gruppo vegli su di noi. Senza chiedere nulla; senza pretendere nulla, senza riconoscimenti e plausi. In silenzio e soprattutto in segreto.

Amore e tracotanza

Secondo la leggenda, Leonida, ai Persiani che l’interrogavano su quale fosse l’opposto della paura, rispose: “AMORE”.

E fino a qui tutto chiaro.

Ma Aristotele ammoniva che è compito delle persone rette, opporsi alla tracotanza altrui.

Quindi, come ci si deve comportare di fronte ad un arrogante che aggredisce una persona inerme?

Se avessimo assistito all’aggressione dell’Indiano bruciato vivo da alcuni violenti, come avremmo dovuto agire?

Con l’energia dell’amore, oppure adoperando la forza?