Da “Vivere per raccontarla”

“[…] Mia madre si sentì smarrita. “Il peggio – disse – è che ha smesso di studiare legge dopo tanti sacrifici che abbiamo fatto per sostenerlo”. Il dottore, al contrario, la ritenne una prova splendida di una vocazione travolgente: l’unica forza capace di contendere i suoi diritti all’amore. E in particolare la vocazione artistica, la più misteriosa di tutte, alla quale si consacra la vita intera senza aspettarsene nulla. “E’ una cosa che si ha dentro fin dalla nascita e contrariarla è la cosa peggiore per la salute”, disse lui. E terminò con un affascinante sorriso da massone irredimibile: “Proprio come la vocazione del prete”. Rimasi allucinato dal modo in cui aveva spiegato quello che io non ero mai riuscito a spiegare. Anche mia madre dovette pensarla così, perché mi contemplò con un silenzio lento, e si arrese alla sua sorte […m]”.

Gabriel Garcia Marquez

La legge della celebrità

Nel marzo del 1820, all’età di trentadue anni, Schopenhauer cominciò un corso all’Università di Berlino sull’essenza dell’universo e dello spirito umano. Ma gli studenti erano attratti dal corso che, contemporaneamente, teneva Hegel.
Per questo motivo, Schopenhauer, fu costretto a sospendere le lezioni per mancanza di studenti. E così avvenne anche in seguito. Solamente a sessantatre anni la sua aula si affollò perché, nel frattempo, era diventato celebre.
Anche allora, l’audience, imponeva la sua legge.

Jader Jacobelli