L’ombra dell’anima mia

L’ombra dell’anima mia
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.
L’ombra dell’anima mia!
Sono giunto alla linea dove cessa la nostalgia,
e la goccia di pianto si trasforma
in alabastro di spirito.
(L’ombra dell’anima mia!)
Il fiocco del dolore
finisce,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra,
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.
Un torbido labirinto
di stelle affumicate
imprigiona le mie illusioni
quasi appassite.
L’ombra dell’anima mia!
E un’allucinazione
munge gli sguardi.
Vedo la parola amore
sgretolarsi.
Mio usignolo!
Usignolo!
Canti ancora?

Federico Garcia Lorca

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L’ombra dell’anima mia

L’ombra dell’anima mia
fugge in un tramonto di alfabeti,
nebbia di libri
e di parole.

L’ombra dell’anima mia!

Sono giunto alla linea dove cessa
la nostalgia,
e la goccia di pianto si trasforma
in alabastro di spirito.

(L’ombra dell’anima mia!)

Il fiocco del dolore
finisce,
ma resta la ragione e la sostanza
del mio vecchio mezzogiorno di labbra,
del mio vecchio mezzogiorno
di sguardi.

Un torbido labirinto
di stelle affumicate
imprigiona le mie illusioni
quasi appassite.

L’ombra dell’anima mia!

E un’allucinazione
munge gli sguardi.
Vedo la parola amore
sgretolarsi.

Mio usignolo!
Usignolo!
Canti ancora?

Federico Garcia Lorca

A te

Mai ci siamo abbracciati, perché
eravamo per noi stessi un labirinto:
io non sapevo che fare accanto a te,
tu pure accanto a me eri smarrita
e non potevi andare avanti o indietro,
piangevi sommessa e io
ero più scontento di prima.
Da allora son passati dieci anni.
Resistendo a ogni cosa che passa
– al sogno, al tempo, all’ira – mi trovo
ancora dove mi sono perso allora.

Kikuo Takano

La Grande Madre — Dove si giunge a Chartres e si viene a conoscenza dei misteri della cattedrale grazie a un enigmatico signore

La cittadina si trova esattamente a novantasei chilometri da Parigi. È tutta strade incassate, con improvvise aperture su facciate policrome, che si rincorrono a comporre un mosaico medievale restituito immutato dal tempo. Eppure è come se non esistesse. È come risucchiata dalla cattedrale. Esiste solo e soltanto lei: nelle immagini pubblicitarie, nei libri d’arte e nella memoria delle persone che qui giungono esclusivamente per ammirarla, fotografarla e studiarla. Ed è giusto che sia così. Perché il tempio colpisce con una sua forza interiore. È lì come a dire: «Hai mai visto niente di più assoluto?».
Ci sono mille chiese più grandi, ci sono mille costruzioni più imponenti, ci sono mille vestigia più antiche, ma forse nessuna respira di vita propria come questo edificio, che sembra rimandare ai reconditi significati nascosti tra gli anfratti fisici e psichici di ciò che appare. Sì, c’è l’architettura, ci sono i dipinti, le vetrate, le sculture, ci sono gli archi e le volte. Ma tutto è quasi insignificante rispetto alle sotterranee eloquenze che questa “casa dell’altrove”, come ebbe a dire François Chatelet, sembra proprio emanare da sé.
Le troupe della RAI, a parte Lavoretti, sono disincantate. Hanno visto di tutto, sono andate ovunque. Quindi non sono facilmente emozionabili. Eppure i quattro che erano lì con me rimasero un attimo interdetti di fronte a questo enigma di pietra lanciato attraverso i secoli come un rebus da decifrare. Un attimo, il loro stupore durò solo un attimo, ma bastò per farmi capire che non ero l’unico questa volta a provare strane sensazioni.
Eravamo però soltanto all’inizio.
Avevamo tutti i permessi possibili e immaginabili – la burocrazia è uguale in ogni paese – e quindi iniziammo a girare il nostro documentario.
Eravamo arrivati il 15 giugno e per sei giorni lavorammo senza interruzione. Riprendemmo anche quella che viene definita da tutte le guide del mondo, in tutte le lingue, la più divertente curiosità della costruzione. La famosa “pietra baciata dal sole”.
Infatti all’interno, nella navata laterale ovest del transetto sud, è ben visibile una pietra rettangolare, incastrata di sbieco rispetto a tutte le altre. E bianca, mentre il muro attorno è grigio scuro, ed è incorniciata da un metallo color oro. Tra le 12,45 e le 12,55 del 21 giugno, il sole si affaccia dalla vetrata di saint-Apollinaire e un suo raggio si incunea puntualmente, da quasi novecento anni, attraverso una minuscola apertura quadrata nell’immensa composizione dei vetri e va a colpire proprio quella pietra bianca, che in questo modo diventa un unico, piccolo, punto luminosissimo in tutto l’ambiente in penombra.
Erano appunto le tredici di quel 21 giugno quando mi sentii toccare leggermente la spalla.
Mi voltai. Davanti a me c’era un signore sui cinquant’anni, elegantemente vestito, con un vago sorriso sulle labbra.
«Ha percepito nulla di strano?» mi chiese con aria ammiccante in perfetto italiano. Lo guardai e pensai che fosse un professore del mio paese venuto in gita, magari con i suoi studenti.
Mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo. Ma in quel momento risposi in modo affrettato e ovvio: «Be’, il raggio di sole che illuminino la pietra angolare».
«E non le pare curioso che “qualcuno”, nell’edificare questo serissimo tempio, abbia praticato un foro microscopico in una sacra vetrata e che “qualcun altro” abbia poi collocato un’unica pietra in modo asimmetrico rispetto a tutte le altre e che ancora un ennesimo “qualcuno” l’abbia quindi dipinta di bianco e incorniciata con una striscia d’oro?» «Certamente è una straordinaria curiosità.» Risposi prontamente e, devo dire, anche con una certa petulanza.
Mi guardò con aria assorta. Quindi aggiunse con un filo di voce: «Le pare davvero logico e possibile che nel 1200 chi ha edificato Chartres si lasciasse andare a dei giochini con il solo intento di lasciare ai posteri una curiosità?».
Per la prima volta mi resi conto che la mia spiegazione e quindi quelle, diciamo così, ufficiali, non erano affatto “spiegazioni”.
In effetti, pensai, qual era l’interesse vero di chi aveva predisposto tutto quel complesso meccanismo? E cosa voleva dirci attraverso i secoli?
«Bene» aggiunse il mio interlocutore «vedo che comincia a balenarle qualche dubbio. Adesso penserò io a centuplicarglieli.»
Ciò detto mi prese per un braccio e mi portò all’aperto, nella splendida luce estiva che da queste parti sembra ridipingere ogni cosa ravvivando i colori con un interiore inesprimibile sfavillio. Mi fece segno di sedermi su un gradino e mi si mise a fianco.
«Può dedicarmi cinque minuti?»
«Certamente.»
«Ottimo, mi segua attentamente.»
Appoggiai i gomiti sullo scalino superiore a quello dove mi ero accovacciato e mi predisposi all’ascolto.
«Cerchiamo di dare dei connotati a quei “qualcuno” di cui parlavo prima. Vediamo: il primo, quello che ha praticato il buco, è un vetraio, anzi un maestro vetraio di quel tempo. Appartenente perciò a una corporazione ricca, potente e temutissima nel XIII secolo. Quindi non è una persona qualsiasi. Il secondo, quello che ha messo la pietra, è un lastricatore. Di un tipo particolare, però. Del gruppo ristrettissimo che può lavorare nelle cattedrali. Chi godeva di questo privilegio doveva essere un discendente diretto di una famiglia che, da almeno dieci generazioni, lavorava nelle chiese cristiane. Dunque neppure questo signore è una persona ordinaria. Ma non finisce qui. Infatti tutti e due questi amici hanno agito alle dipendenze di una persona che conosce alla perfezione il movimento dei pianeti. Perché soltanto quest’ultimo sarebbe stato in grado di indicare l’esatto momento in cui il sole si sarebbe incuneato tra i vetri per raggiungere la pietra sul muro interno. Questi deve essere per forza di cose un astronomo. Nel 1200 si dà il caso che i conoscitori del movimento dei pianeti fossero pochissimi e stimati più degli stessi nobili. Considerati al pari degli abati e dei principi. A maggior ragione anche il nostro terzo “qualcuno” non è un uomo di tutti i giorni, anzi.»
Si concesse un attimo per dirmi: «Mi segue fin qui?».
«Perfettamente.»
«Che strano, tre maestri di quel calibro che si mettono insieme e agiscono di concerto per lasciare ai posteri una semplice curiosità. E poi, a ripensarci bene, non sono soltanto tre i nostri misteriosi amici. Occorreva infatti chi sapesse inclinare la pietra bianca in modo così perfetto che non si notasse, se non quando fosse stata raggiunta dal sole, in quegli unici momenti nell’arco dell’anno intero. E sempre costui ha fatto in modo che la parete, in cui ogni millimetro quadrato corrisponde perfettamente a un gioco di spinte e controspinte, non subisse né allora, né mai, il più piccolo danno da quel mancato allineamento. Perciò il quarto della nostra congrega doveva essere un geometra. Ma non basta. Non è affatto finita qui. È impossibile che a quei tempi un capo cantiere, per quanto stimato, non agisse che d’accordo con il suo superiore diretto. Ovvero con l’architetto di tutto l’edificio.
«Insomma i nostri creatori di curiosità erano ben in cinque. Un lastricatore, un vetraio, un astronomo, un geometra e un architetto. Cinque grandi professionalità che si mettono insieme e si accordano per realizzare un gioco. Mai sentita un’idiozia simile.»
Stavo domandandomi come avessi fatto a non pensarci da solo, quando lui riprese a parlare di getto. «Il 21 giugno, la data di oggi, corrisponde all’ingresso dell’estate, alla ritrovata pienezza della natura rigogliosa. In alchimia, la grande scienza dimenticata, corrisponde alla cosiddetta “rubedo”, cioè al recupero, a livello individuale, della piena e vera personalità, ovvero alla conquista dell’armonia. E poi c’è da considerare l’ora. Il raggio che abbiamo visto poco fa è penetrato tra le 12,45 e le 12,55. Questi minuti corrispondevano nel XIII secolo al perfetto mezzogiorno astronomico. Perché dunque i cinque professionisti, evidentemente in sintonia con tutti quelli che lavoravano a Chartres, hanno voluto così macroscopicamente sottolineare proprio le dodici del 21 giugno, o meglio, di tutti i 21 giugno di tutti gli anni a seguire? Non basta il semplice evento dell’ingresso dell’estate o anche la simbolica fase, seppur importante, della raggiunta armonia interiore rappresentata dalla “rubedo”. Ci deve essere qualcos’altro, qualcosa che era considerato da quei signori, e da tutte le centinaia di operai e maestranze, più importante del rinnovamento rituale della natura e dell’uomo. Che cosa sarà mai accaduto, a metà giornata del 21 giugno del 1200, da dover essere immortalato per sempre nella pietra
e nel vetro dai maestri edificatori della cattedrale?»
Rimasi con il fiato sospeso, perché lui si era improvvisamente interrotto.
«Lei lo sa?» chiesi precipitosamente.
«Credo di sì.»
Allora mi alzai e lo guardai come per la prima volta. Mi ero ingannato. Non era un professore. E forse non era neppure italiano, a dispetto della padronanza della lingua.
«Adesso non si chieda chi sono» disse quasi leggendomi nel pensiero, «licenzi per oggi la sua troupe e mi dedichi ancora del tempo, perché devo farle un bel racconto, come una favola vagheggiata da un vecchio…»
Si interruppe ancora un secondo, e facendosi una bella risata, insospettabile come slancio e forza, continuò gioiosamente: «…che poi non è tanto vecchio, o sì. Che ne dice?».
«Non saprei, prima mi sembrava un uomo di… di… diciamo così, mezza età. Ma ora non so davvero.»
«Già, lei credeva magari che fossi, che so, un insegnante. Vero?» e si interruppe ancora scoppiando in una risata improvvisa. Aveva capito bene il mio sconcerto. Sia per il racconto, sia per il fatto che per la terza volta sembrava indovinare le mie mute considerazioni. Ma non mi lasciò tregua. Come se avessi accettato mi prese ancora sottobraccio, obbligandomi ad alzarmi, e mi fece camminare lungo il viale che conduceva al centro del paese.
Passeggiammo per circa un’ora. Poi mi condusse dietro il grande edificio della cattedrale. Proprio davanti a un pozzo chiuso da una grande grata di ferro.
«Si dice» prese a raccontarmi «che fosse caro alle sacerdotesse druide. Che pochi sanno essere state per i celti molto più importanti dei loro colleghi uomini. Pensi, ogni anno vengono centinaia di migliaia di turisti per vedere la cripta, per la verità non così bella, e quasi nessuno si sofferma qui davanti. E pensare che di questo pozzo narrano molte leggende. E considerato un luogo di miracoli e nessuno ci viene mai. Strano, no? A meno che non si dia retta a quel detto che vuole le anime brute e ignoranti cieche e incapaci di cogliere ciò che di meraviglioso si cela nei posti particolarmente carichi di energie positive. Non si spiega che in questo modo la disaffezione dei turisti anche per il labirinto raffigurato sul pavimento del tempio e che pochissimi degnano appena di uno sguardo. Lei lo ha visto questo dedalo?»
Eccome se l’avevo visto. Era quello disegnato sul foglio datomi dalla Colombina veneziana e, mentre stavo per raccontargli l’inspiegabile episodio che già vi ho descritto, lui mi interruppe ancora. Ma senza parole. Mi fece segno con il dito indice di tacere. Rimasi interdetto. Ma mi sorrise in un modo talmente rassicurante e dolce che, pure senza comprendere i motivi per quella richiesta di silenzio, battei le palpebre in cenno di assenso. Allora mi invitò a sedermi sulla bocca coperta del pozzo druidico e, una volta assicuratosi che stavo ben comodo, iniziò a parlare.
Questo è il resoconto di quanto mi sentii dire all’inizio di quell’estate francese piena di incanti e segreti.

Bibliografia consigliata

Sulla cattedrale di Chartres e su i suoi segreti è utile Louis Charpentier, I misteri della cattedrale di Chartres, Arcana, 1972.
Sulle cattedrali gotiche è impossibile prescindere da Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, Mediterranee, 1972 e Le dimore filosofali, stesse edizioni, 1973.
Su Fulcanelli è intrigante la lettura di Louis Pauwels e Jacques Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori, 1965, pagg.122-125.
Sul rapporto tempio-magia è da ricordare sempre di Louis Pauwels e Jacques Bergier, L’uomo eterno, la storia umana alla luce della ragione fantastica, Mondadori, 1972 e precisamente il capitolo: “La musica del battello dei giganti”.

La Grande Madre — Dove si parte per Chartres grazie a una Colombina veneziana

Sono state tre le donne della mia vita. Laura, la mia prima moglie, Donatella Scatena, la seconda, e Stefania, con cui ho soltanto convissuto. Con tutte sono stato a Venezia e sempre mi è accaduto “qualcosa” di strano.
Così nel 1968 un evento sconcertante mi obbligò a recarmi a Chartres. Questo è il racconto fedele, per quanto possano esserlo i ricordi, di come ricevetti quella sorta di comando.
Nell’anno della contestazione studentesca la laguna non era di moda e chi ci andava era considerato poco meno di un cretino. Avevo ventitré anni e da qualche mese ero entrato con un buon contratto alla RAI. Mi sembrò un miracolo. Per questo ero felicissimo. E chi non lo sarebbe stato al posto mio? Avevo la possibilità di un lavoro stabile e per di più come programmista nella maggior azienda culturale e informativa d’Italia. E, come se la manna non fosse sufficiente, avrei viaggiato di continuo.
Era dicembre e dovevo realizzare un servizio nell’istituto del Professor Zennaro che tentava un esperimento di scuola a “tempo pieno”, a quell’epoca un fatto quasi eccezionale. Laura era in stato interessante e decisi di portarla con me. Scendemmo dal treno a piazzale della Ferrovia alle otto di sera. Uscimmo dalla stazione ed entrammo in quel sogno che era una Venezia piena di nebbia e del tutto abbandonata. Non l’avevamo mai vista e ci sembrò fantastica. I banchi opalescenti andavano e sparivano come soffiati dalla bocca di un dio gentile e facevano improvvisamente apparire vestigia e case putrescenti. Da una finestra si intravedevano tende strappate, da un’altra stipiti divelti e ogni tanto una luce fioca lasciava indovinare un interno con una vita dimessa e malinconica. Tanto più struggente se confrontata con chissà quale magnificenza del passato. Sì, sembrava di attraversare con il traghetto una dimensione onirica. Poi sulla nostra destra si delineò un giardino protetto in parte da un muro sbrecciato. Nel mezzo la statua di un angelo con una faretra. Come una folgorazione ci rapì il cuore e Laura mi disse trasognata: «Sembra l’arcangelo Michele».
Probabilmente non era vero e non seppi mai che cosa autenticamente raffigurasse. Magari un normale cupido. Ma la creatura che aspettavamo nacque maschio e si è poi chiamato Michele.
Scendemmo in questa aria di impalpabile vagheggiamento alla Salute e da lì andammo alla pensione Cici, in calle della Kabalà. Quasi un presagio, questo nome, di quello che ci sarebbe accaduto di lì a poco. Cominciò con l’arredo. La stanza in affitto era satura di antichi ricordi, non nostri, ma che ci sembravano tali. Ogni oggetto improvvisamente cominciò a evocarci pensieri che non ci appartenevano, ma che si riverberavano su di noi come in un infinito effetto specchio. In verità, non eravamo completamente in noi. Ubriachi di un senso inesprimibile che non riuscivamo neppure per un istante a identificare. Quasi non ci parlammo, tanto eravamo presi da un’emozione fortissima e sconosciuta, mai provata prima. Non potemmo cenare subito. E senza concordare nulla, decidemmo di uscire. La nebbia era ancora più densa e copriva praticamente ogni cosa. Alla vista nulla era concesso. Andammo trascinati da una percezione stringente, vincolante. Proseguì con la musica. La sentimmo leggera. Una pianola persa tra mura e acque. Seguirla fu facile.
Ci trovammo così ai piedi di un pontile. Non vedevamo il fondo. Quindi un soffio di leggerissima brezza. Così al centro della costruzione la scorgemmo. Una Colombina. Una maschera? Forse. Ma non avevamo la mente per porci domande. Era una sorta di epifania. Non osavamo muoverci. Fu lei a scendere i gradini. Ci si avvicinò e senza dire una parola mi porse un biglietto. Poi risalì e scomparve risucchiata dalla stessa dimensione onirica da cui era emersa. Rimasi con il foglietto in mano. Solo dopo alcuni momenti guardai di cosa si trattava. Era un disegno circolare con molti percorsi al suo interno. Laura mi disse: «Sembra un labirinto». Le sue parole svegliarono entrambi.
Tornammo indietro estasiati da quell’incontro, che giudicammo soltanto di buon augurio per la nostra vita. Invece fu determinante. Ma allora non lo sapevo. Capii tutto solo tre anni dopo, per puro caso.
Antonio Di Raimondo, responsabile della rubrica culturale TVM, spazio di aggiornamento culturale del mattino dedicato ai giovani di leva, decise di mandarmi a Chartres per realizzare un documentario sulla cattedrale francese. Felicissimo dell’incarico andai a riferirlo al mio collega, ben più autorevole di me, Sandro Meliciani. Ero nella sua stanza a fantasticare sul viaggio, quando da una tasca mi cadde un pezzo di carta. Non sapevo assolutamente di aver riposto in quell’indumento il foglietto che mi aveva dato la Colombina di Venezia. Anzi, non credevo neppure di averlo ancora. Lo avevo cercato a lungo, rassegnandomi infine all’idea di averlo perso. Invece il disegno era per terra, nell’ufficio al terzo piano di via Novaro. Mentre lo guardavo sbalordito, Meliciani si chinò e lo raccolse. Osservandolo sorrise: «Vedo che ti sei già documentato. Questo è il labirinto rappresentato in un mosaico a Chartres. Pensa, nessuno ha mai saputo a che cosa servisse, né che cosa rappresentasse. Non ci crederai, ma è davvero un mistero».
Che dire. Non feci parola al mio collega, tanto colto quanto incredulo, dell’incontro veneziano. E perché poi fare parola? Per farmi deridere, come succede a tutte le persone che si imbattono nella dimensione della “brillantanza”? Tacqui. Ma andai a Chartres. Partii con l’immancabile amico e compagno di lavoro Ezio Lavoretti, un operatore di grande bravura e di grande sensibilità.Aveva un notevole fascino congiunto a un’intuizione prodigiosa. Di lui si narravano aneddoti straordinari, come la dolce storia d’amore con Anna Magnani. Ma Lavoretti non ne fece mai parola. Certamente, conoscendolo, non ci sarebbe stato nulla di strano se la grande attrice avesse davvero avuto in gioventù una cotta per un uomo al tempo stesso tanto schivo e vibrante.
Ecco, le sue qualità silenti sono state per me di grande aiuto nei viaggi, che vedremo anche in seguito, alla scoperta dei segreti “luccichii” che molti luoghi custodiscono. Percepibili soltanto da chi possiede un poco di quella vista “occulta”, di cui spesso scrive Elémire Zolla, un maestro di conoscenza, come ne Le meraviglie della natura o nel recente Lo stupore infantile.
La brillantanza è come uno sguardo “obliquo”. Un misto di intuizione, curiosità e predisposizione alla meraviglia. Facoltà che hanno quasi tutti i bambini, ma che l’educazione tende ad annebbiare. Non so perché in me non sia andata persa. L’ho attribuita alla mia predisposizione alla mano sinistra, ovvero alla Luna. Sono infatti ambidestro. Ma forse questa specie di qualità è più semplicemente da attribuire al mio infantilismo cronico che, malgrado le ovvie controindicazioni, mi consente, però, di non nutrire pregiudizi e di cogliere le tenui vibrazioni che emanano tutte le cose, animate e inanimate, presenti nel creato.
E proprio così: tra le cose che ho appreso negli anni di lavoro, di ricerca, di studio e di osservazione, c’è sicuramente quella capacità di percepire il mondo come animato. Non è un atteggiamento razionale, tutt’altro, è sentire l’anima in ogni essere, sia esso pianta, sasso o persona. È quest’anima che unifica il mondo e che lo rende uno. Credo fermamente in quello che affermava Spinoza: tutto è Uno e quello che porta all’unità è bene, mentre quello che divide conduce alla lontananza dal bene. Se si potesse applicare questo elementare, semplicissimo principio ai movimenti culturali e politici, si disporrebbe di un ottimo metro di giudizio con cui valutare idee e uomini nella storia passata e presente. D’altronde la magia, di cui parleremo spesso, non è che la ricerca continua e incessante dell’unità, sia interiore sia esteriore. Certo, il magico non si esaurisce in questa facile formula, ma è “anche” questo desiderio di Uno. Senza rinnegare però il molteplice. L’Uno coesiste nei molti e i molti non sarebbero tali se non ci fosse una tela di Penelope a riunirli. E anche questo è un concetto espresso da Zolla nella sua ultima fatica, La nube del telaio.
Ma è ora di tornare a Chartres e alle sue meraviglie.