La Grande Madre — Dove si ipotizza che Giordano Bruno avesse il compito di fermare le guerre di religione per suggerimento di un misterioso gruppo di “illuminati”, che forse sono “neo gnostici”

«Insegnami, mio Dio e mio re
a scorgerti in tutte le cose;
e qualsiasi azione io compia
lo faccia per te.
Un uomo che guarda un vetro
può fissarvi sopra il suo sguardo
o, se vuole, può guardarvi attraverso
e scorgere allora il cielo.»

GEORGE HERBERT, riportato da FRANCES A. YATES, L’Illuminismo dei Rosacroce

 

 

Immaginiamoci una festa che non ha precedenti nella storia, con un’atmosfera da mille e una notte trasportata a Parigi.

Ci sono proprio tutti. Protestanti, ugonotti, cattolici e riformati di ogni tipo. Nobili di tutte le casate, da quelle terriere a quelle legate al commercio e ai traffici valutari. Militari di carriera provenienti da piccoli castelli di provincia e guerrieri avvezzi ai tornei. Letterati delle università di Parigi, Londra, Ginevra e Bologna. Messi del duca di Borgogna, della regina di Inghilterra e perfino del re di Spagna. Inoltre duecentomila persone si sono radunate intorno a casa Valois. È l’antico piacere dei poveri di veder godere i ricchi. Tripudiano osservando sfilare le carrozze e lanciano lunghe acclamazioni alle dame regalmente vestite, di cui avvertono il profumo degli abiti e della biancheria. Aspetteranno fino a tarda notte, quando dovrebbe giungere il loro momento. Infatti al termine del sontuoso banchetto, i servi porteranno loro gli avanzi. Sono in verità resti di cibo per modo di dire, perché gli invitati spilluzzicano e, anche calcolando la “cresta” dei maggiordomi, rimarrà pur sempre un ben di Dio, o meglio, di re. Un anno prima, in un’occasione meno importante di questa, è stato gettato dai balconi dei Navarra un bue intero seguito da cento cinghiali. Non erano stati neppure sfiorati dal coltello e quella cornucopia sarà forse superata da quella che si annuncia stanotte. Purtroppo, rimarranno delusi. E al momento sarebbero addirittura esterrefatti se potessero vedere quanto sta accadendo dentro il palazzo. Né carni, né pesci, né verdure, né pane. Solo note musicali.

Oltre mille musici sono nascosti ovunque, tra gli alberi dei giardini, dietro gli arazzi, tra i mobili e le colonne. Sono disposti sapientemente nei punti-chiave di risonanza degli archi e delle volte per centuplicare gli effetti delle armonie. In altrettante corrispondenze architettoniche si trovano attori pronti a declamare all’unisono dei versi.

È una notte dedicata esclusivamente alla poesia e alla musica. Una cosa mai successa prima a Parigi e men che meno alla corte del re.
Nessuno sa che cosa aspettarsi. Tranne ovviamente Enrico di Navarra, signore di Francia, e un italiano che insegna nella capitale francese filosofia e arte della memoria.
È un incantatore, dalla cultura smisurata, dall’intuizione fulminante e dallo sguardo magnetico. È entrato nelle grazie del re e del Delfino in modo tanto repentino quanto misterioso.
Questo italiano piccolo di statura e dai modi imperiosi osservava la fila degli invitati che sembra non esaurirsi mai.
A mezzanotte in punto il palazzo è pieno come un uovo. Lo straniero fa allora un cenno con il capo a Enrico di Navarra che a sua volta china leggermente il capo.
È il segnale.
Da ogni angolo dei numerosi ambienti fluiscono come per incanto note melodiose. Una cascata di armonie che si fonde mirabilmente con le voci di alcuni uomini che recitano versi con dolcezza inaudita. È un fiume di soavità che riempie uomini e cose. Quindi migliaia di fiori si staccano dai soffitti e scendono come una pioggia gentile. Profumi e suoni vincono lo stupore e penetrano anche nei cuori più riottosi. Sembra proprio un incanto.
L’italiano sorride. Sa perfettamente che questa armonia è soltanto fittizia. Ma gli rimane la soddisfazione di essere riuscito per una sola sera a far convivere in pace bigotti e fanatici di ogni specie.
È compiaciuto anche Enrico, padrone della Francia, ma succube delle rivalità religiose. Si rallegrano con lui anche tutte quelle persone – un’esigua minoranza – che vedono il pericolo che incombe sull’Europa. Temono spaventose guerre religiose che potrebbero spazzare via interi popoli. Potrebbe essere un’ecatombe senza precedenti. Gli oltranzisti delle varie religioni stanno radicalizzando le proprie posizioni e interi paesi rischiano di essere coinvolti in un conflitto immane.

Unico baluardo contro la catastrofe sono i pochi spiriti illuminati quali Enrico di Navarra, Elisabetta d’Inghilterra, alcuni filosofi e scienziati. Poi ci sono gli studiosi di ermetismo nascosti in giro per il mondo, attentissimi a non farsi riconoscere per paura delle persecuzioni. Hanno scelto una strada terribile, quella di ricercare l’armonia tra gli uomini gonfi d’odio. Non hanno interessi personali da difendere in questa battaglia impari. Anzi. Hanno tutto da perdere. Ma sembrano spinti da un’energia potente, quella della tolleranza, dell’accettazione del diverso, della ricerca dell’armonia interiore. Insomma, sono mossi dalla vampa del Femminile. Di tanto in tanto, tra le genti si trovano di questi “sapienti”.
In loro spira la forza della civiltà, che li spinge sopra ogni cosa a compiere il bene.
Con essi è il trionfo del sentimento e non del sentimentalismo, della fantasia e non della fantasticheria, della giustizia e non dell’egualitarismo ipocrita.
La storia non ha tramandato con precisione i nomi loro e delle associazioni di cui, di volta in volta, di anno in anno, di secolo in secolo, facevano parte. Si suppone che in Inghilterra fossero gli adepti della “Famiglia d’amore” e dei “Fedeli d’amore” in Francia e in Italia. Conosciamo i loro ideali. Possono essere accostati a quelli degli gnostici seppure con una più forte connotazione magica, alchemica ed ermetica. Credo siano all’opera ancora oggi: sono gli studiosi più illustri e capaci di chiarezza, facilmente riconoscibili in tutto il mondo come seguaci di questa linea di bene. Anche in Italia. E credo che bastino il loro comportamento e i loro scritti per identificarli e per suscitare la nostra gratitudine.

Tornando alla festa, l’italiano che si rallegra sinceramente dell’armonia momentanea è ovviamente Giordano Bruno, il nostro missionario della magia intesa come recupero della tolleranza perduta tra le religioni, tra uomo e natura, tra testi sacri e necessità di ricerca.

L’anno della festa è il 1581 e la città, come si è visto, è Parigi.
L’occasione del matrimonio del duca di Joyeuse è stata una delle poche opportunità che il filosofo italiano ha avuto per riunire i nobili di varie tendenze religiose. È riuscito a far udire loro versi pieni di riferimenti simbolici e musiche “tranquillizzanti”.
Oggi può sembrare davvero patetica la speranza di Bruno ed Enrico di mitigare gli odi con simili mezzi “aerei”. Ma non è così.
Intanto quei simboli vocali e musicali sono antichissimi. Provengono da tradizioni remote e servono da sempre a un unico scopo: permettere all’intelligenza delle persone di aprirsi allo spirito di pace e di conciliazione. Inoltre tutto questo corrisponde a una precisa ritualità misteriosofica. Basta riflettere un attimo sui tempi contemporanei per cogliere molte analogie con quel 1581.
L’inquinamento delle menti, l’egoismo del mercato, i fondamentalismi politici e religiosi, l’esclusione proterva dei più da un minimo di benessere e da un tenore di vita degno di un essere umano: queste tendenze sono caratteristiche sia di quella fine del Cinquecento come di questi nostri anni. In più noi abbiamo la devastazione della natura e degli antichi saperi, l’annullamento della donna in chiave anoressica e la conseguente derisione del Femminile. È vero che di tanto in tanto sembrano annunciarsi nuovi fermenti, ma occorre rimanere vigili affinché il maschilismo patriarcale non assuma sembianze proteiformi e assimili e deturpi commercialmente movimenti e pensieri neonati. La giustizia sociale sarà uno dei terreni di lotta in cui ci misureremo tutti. Il Femminile non esclude nessuno e soccorre ogni figlio, sia povero, sia debole, sia infelice.
No, certamente l’aria che spira per noi non è migliore di quella del 1581.
Comprendere il tentativo di persone come Bruno può essere straordinariamente utile. Né lui, né altri spiriti “gentili” sono riusciti e forse riusciranno mai a fermare il “temno”, come dicono in Boemia, l’onda dell’oscurità, ma comprendere le loro ragioni potrà contribuire a creare una luminosa corrente contraria che contrasti i futuri “cieli di morte”, per adoperare una delle parole di Alce Nero.
Alla fine del Cinquecento non si poté arrestare la tenebra e arrivò la spaventosa guerra dei trent’anni, che fu peggio di un conflitto nucleare. In Europa la popolazione si ridusse a un terzo. Alla fine dell’immane conflitto, i superstiti erano poco più di venti milioni. Un dato sconvolgente.
Questa è la segreta storia dell’Europa, negli anni compresi tra il 1580 e il 1620: un manipolo di donne e uomini, con lo spirito rivolto alla pace, fecero di tutto per arrestare le stragi che si annunciavano. Fu la sfida della cultura dell’accettazione e del rispetto delle diversità contro i fanatismi acritici che finirono per trionfare nella morte.
Ma torniamo ancora una volta a Bruno. Può trattenersi a Parigi soltanto due anni. Quindi lo ritroviamo a Londra con il consueto rituale di eccezionali accoglienze. Parallelamente però ci sono le ostilità dichiarate degli oltranzisti religiosi e dei “pedanti cercopitechi”, per usare una sua espressione. Costoro lo perseguiteranno fino alla morte.
A Londra il nolano diventa amico di Philip Sidney, il favorito della regina. È un nobile colto e disponibile, probabilmente membro dell’ordine “della Giarrettiera”, un’altra congregazione votata alla diffusione dei princìpi della filosofia ermetica. A un primo sguardo può sembrare uno dei tanti gruppi nobiliari con un rigido codice cavalleresco, mentre in realtà al suo interno si studiano e si diffondono idee che sono proprie della magia rinascimentale. Ricordiamole ancora una volta: libertà di culto religioso, libera circolazione delle idee, divinizzazione della natura, massimo rispetto per il corpo umano, possibilità di ricerca in ogni campo del sapere. Accanto a tali princìpi “essoterici”, ovvero manifesti, c’è la componente “esoterica”, quella segreta, ermeticamente “chiusa”. Qui occorre dire con chiarezza che la magia rinascimentale, fiancheggiatrice della cultura parallela del Femminile, credeva in una segretissima ritualità millenaria in grado di trasformare l’officiante in un essere di superiore intelligenza. Qualità che doveva essere messa sempre al servizio degli altri e mai per il proprio tornaconto. Sono princìpi dell’ermetismo di tutti i tempi. Ecco perché questa disciplina tutela la propria ritualità con alcuni “segreti” a cui si può accedere soltanto dopo aver praticato “un lavacro di se stessi”. Insomma nessuno avrà mai la chiave dei “misteri” se non percorrendo un lungo e difficile cammino per cancellare il proprio egoismo. Gli arcani, i segreti, si tutelano da soli, un cuore impuro non arriverà mai a dire, simbolicamente, “apriti sesamo”.

Il maestro di saggezza, anche volendo, non potrà mai trasmettere la propria conoscenza all’allievo impuro, semplicemente perché questi comunque non la capirebbe e non potrebbe “sfruttarla” a proprio vantaggio. Tutto quello che può fare il sapiente è lasciare qualche segno sulla tela, qualche spunto e suggerimento. Frasi, parole, disegni e musiche sono gli elementi che per analogia possono consentire l’accesso alla comprensione del grande mistero dell’uno e dell’armonia. E anche quando un maestro lascia “verità nascoste in evidenza”, per parafrasare Zolla, queste risulteranno incomprensibili alle persone “di tenebra”. Occorre sempre tenere bene a mente che la magia e la ritualità connessa sono comunque discipline pratiche, il cui terreno di applicazione è il “sé interiore”.
Bruno scrive numerose opere a Londra. Lascia dei “segni”.
Compone tutti i dialoghi italiani e stabilisce continui, utili contatti per far germogliare il seme della tolleranza.
È molto probabile, come abbiamo già visto, che abbia incontrato Shakespeare. E sono ormai in molti a credere che il mutamento dei contenuti delle opere del drammaturgo, a partire dal 1583, sia dovuto proprio ai contatti con il filosofo.
L’italiano è in continuo rapporto con il cenacolo culturale vicino alla regina Elisabetta e a Sidney. Bruno imprime in questo mondo il suo estremismo magico. Londra diventa la capitale più aperta d’Europa, la città dove convergono gli intellettuali più illuminati.
Siamo ormai al 1585 e Bruno non può prevedere cosa accadrà nel 1618, inizio della guerra trentennale, ma teme il peggio. Agisce e scrive di continuo e riprende i viaggi lasciando la sicura Inghilterra, da dove nessuno l’ha cacciato. È una specie di apostolo, deve far germogliare i buoni fiori dell’ermetismo magico. A Londra ha fatto un ottimo lavoro. I suoi libri circolano dappertutto. Grazie alla sua opera, Federico V, di cui abbiamo già parlato, potrà trasformare per sette anni il Palatinato nel regno della ricerca e della tolleranza.
Il filosofo ritorna per breve tempo a Parigi, poi giunse a Praga e qui gli arriva l’invito del Mocenigo. Cade nella trappola e si reca a Venezia. Sarà consegnato all’Inquisizione.
In molti hanno descritto il processo e gli atti, almeno quelli conosciuti, ed è inutile soffermarcisi. Per noi è importante che Bruno non abbia ceduto. Non rinnegherà mai le proprie idee. Eppure è sempre stato cosciente delle conseguenze di quell’ostinazione e sa che l’aspetta il rogo. Ma evidentemente ha voluto fare della sua vita un esempio.

E quel rogo del 17 febbraio arde ancora in molte coscienze.

La Grande Madre — Dove si racconta di alcuni incontri con Elémire Zolla e con Giorgio Colli e dove tornano i “segni”

«Chiunque berrà a questa coppa sarà immediatamente assalito dal desiderio di Afrodite dalla splendida ghirlanda.»

O. MURRAY, La Grecia delle origini.

 

Sono sempre stato un lettore di Zolla e per anni ho sperato di conoscerlo. L’occasione si presentò nel 1977. In quegli anni ero responsabile delle trasmissioni radiofoniche del DSE diretto da Luciano Rispoli con la collaborazione di Enrico Gabutti, incarico che, grazie alla loro fiducia, potevo svolgere in massima autonomia. Con me lavorava Laura Fortini che, con una semplice telefonata, mi mise in contatto con il filosofo. In un minuto presi accordi per una serie di conversazioni radiofoniche sull’alchimia.
Zolla, la cui fama era già riconosciuta nel mondo, accettò senza remore di legare il suo nome a una serie di trasmissioni dirette da un giovane programmista quale ero io all’epoca. Devo dire con obiettività che questa è una caratteristica dei grandi pensatori. Non credono mai che qualcosa possa sminuirli. Si preoccupano soltanto di aver modo di esprimere compiutamente il proprio pensiero.
Mentre, settimana dopo settimana, realizzavamo il programma in diretta telefonica, decisi di andare a trovarlo. Detto, fatto.
Mi recai quindi nella sua abitazione di allora, sull’Aventino a Roma. Stava al piano terra di un albergo. Desidero raccontare di questo incontro con una persona eccezionale, in ogni senso, soltanto un piccolo episodio. Apparentemente piccolo.
Le stanze che occupava pullulavano di gatti. A un certo punto non si trovava più una chiave. Allora, mentre i felini vagavano dappertutto, tra i libri, sul tavolo, sul letto, sulle mensole, sulle sedie e tra le nostre gambe, disse con la massima naturalezza a una micetta: «Mi aiuti a trovarla?». Pochi secondi dopo la creaturina cominciò a giocherellare con un foglio sul tavolo di lavoro del professore. E lui, subito: «Oh, grazie. Alzò la carte e sotto c’era la chiave.
Semplicissimo.
Non era l’animale ad aver “trovato” l’oggetto. Era stato Zolla a leggere il “segno” della zampetta giocosa.
Non desidero aggiungere altro: i suoi libri parlano di questo uomo di conoscenza. Basta leggerli. Magari anche “attraverso”, e tutta la simbologia sul telaio del Femminile l’ho tratta da lui e va letta come una citazione, un omaggio alla sua sapienza.

 

In quello stesso anno ho incontrato un altro filosofo, Giorgio Colli, e anche con lui ho realizzato una serie di conversazioni radiofoniche sul tema della sapienza greca. Per Colli doveva essere collocata non da Socrate in poi, come comunemente veniva fatto, ma da Socrate andando indietro nel tempo. Insomma, la sapienza era di quelli che non scrivevano o quasi. Per comprendere il suo pensiero basta leggere La nascita della filosofia e anche La sapienza greca.
Ho cominciato ad ammirarlo leggendo il primo dei suoi testi che ho appena citato. L’avevo con me mentre mi trovavo a Visso, un paese del centro Italia coperto dalla neve. Ero lì per una breve vacanza a casa di un giovane valentissimo, Roberto Nardi. Dopo averne divorato le pagine, come preso da un impulso irresistibile, ero uscito fuori nella neve. Avevo vagato per ore nella campagna a ripensare a quanto avevo appena letto. Mi sentivo a casa. Il Dioniso dio dell’estasi, descritto da Colli, mi aveva fatto toccare un mondo che sentivo mio e che non ero riuscito fino ad allora a identificare pienamente. Erano ormai quasi dieci anni che frequentavo intellettualmente la magia e l’ermetismo, ma mi mancava l’aggancio con la profondità dei misteri eleusini, con quella abissalità del Dioniso del cuore che Colli mi aveva restituito in assoluta pienezza.
Ero tornato a casa bagnato fino al midollo ma con una certezza. Dovevo conoscere quell’autore. Anche in questo caso fu facilissimo. Una semplice telefonata. Fu ancora la brava Fortini a farmi da tramite.
Il filosofo abitava sulle colline sopra Firenze, in una casa rinascimentale dove il genio di quest’uomo, mi piace pensarlo, trovava l’ambiente ideale per i suoi studi. Anche per Colli non credo sia giusto dare definizioni, è uno di quegli intelletti universali che si comprendono soltanto leggendo e rileggendo le loro opere. Basti dire che di fatto ha rivoluzionato il nostro modo di concepire la filosofia greca. Inoltre ha consentito il riaprirsi della conoscenza nei confronti di Nietzsche, curando con Mazzino Montinari l’edizione organica della sua opera in anni in cui una certa pruriginosità ne vietava addirittura la pubblicazione nel nostro paese.
Quando me lo trovai davanti provai una profonda felicità. Avrei voluto sommergerlo di complimenti, ma invece non dissi nulla. Parlammo esclusivamente dei contenuti della trasmissione radiofonica che avremmo registrato, in varie fasi, nella sua abitazione. In uno di questi appuntamenti mi scrisse una dedica su uno dei suoi volumi, il primo dedicato a La sapienza greca. “All’alunno dei misteri”, queste le sue parole per me. È una delle cose che ho più care.
Purtroppo Colli morì poco tempo dopo e non poté concludere il suo lavoro dedicato alla sapienza greca, il terzo volume infatti è stato curato da uno dei figli. Anche il ciclo delle conversazioni per la radio rimase a metà, ma ebbe comunque un grande successo di pubblico.
La notizia della sua morte me la diede un mio studente, Paolo Fiocca, a sua volta morto prematuramente. Provai un dolore acutissimo. E ancora adesso sento il vuoto che ha lasciato. Magari non avrei avuto altre opportunità di frequentarlo, ma mi sarebbe stato sufficiente il suo lavoro. Una perdita davvero enorme per la cultura italiana.
Ebbi occasione, in compenso, di frequentare per un periodo di tempo suo figlio Marco, che un giorno, in treno, mi confidò una cosa bellissima. Gli avevo chiesto se il padre gli mancasse. Non mi sentii indelicato nel chiedergli una cosa simile, perché la sua assenza pesava anche sulla mia vita e in nome dell’affetto mi sentivo autorizzato a porgli quella domanda. Mi rispose che «Essergli stato vicino era come aver avuto modo di frequentare Spinoza», un altro grande filosofo che sostiene che tutto quello che conduce all’uno è bene e quello che allontana dall’uno è “non bene”. Poi mi raccontò un episodio della sua vita di ragazzo, con il padre.
Giorgio Colli usava fare apparecchiare la tavola, oltre che per sé e per i suoi familiari, anche per Platone e Aristotele.
Ecco, credo che questo sia il miglior aneddoto per ricordare questo studioso. Il mondo greco era presente in lui senza separazioni temporali.
C’è di più. In questo che sembra un piccolo vezzo, si vede tutto un universo, dove passato e presente coesistono e dove le intelligenze legate ad altri tempi interagiscono con il tessuto vivente in una armoniosa unitarietà.
Se Colli in qualche modo “viveva” con Platone e Aristotele, devo dire che io, nel mio piccolo, non ho mai smesso di vivere con lui, tanto è presente in me il suo ricordo.
Se le idee di Platone sono reali, come credo, spero un tempo di potermi riavvicinare, con umiltà, alla sua e a quella di persone come lui.
Amo pensare che non si tratti soltanto di una speranza.

La Grande Madre — Dove si giunge a Chartres e si viene a conoscenza dei misteri della cattedrale grazie a un enigmatico signore

La cittadina si trova esattamente a novantasei chilometri da Parigi. È tutta strade incassate, con improvvise aperture su facciate policrome, che si rincorrono a comporre un mosaico medievale restituito immutato dal tempo. Eppure è come se non esistesse. È come risucchiata dalla cattedrale. Esiste solo e soltanto lei: nelle immagini pubblicitarie, nei libri d’arte e nella memoria delle persone che qui giungono esclusivamente per ammirarla, fotografarla e studiarla. Ed è giusto che sia così. Perché il tempio colpisce con una sua forza interiore. È lì come a dire: «Hai mai visto niente di più assoluto?».
Ci sono mille chiese più grandi, ci sono mille costruzioni più imponenti, ci sono mille vestigia più antiche, ma forse nessuna respira di vita propria come questo edificio, che sembra rimandare ai reconditi significati nascosti tra gli anfratti fisici e psichici di ciò che appare. Sì, c’è l’architettura, ci sono i dipinti, le vetrate, le sculture, ci sono gli archi e le volte. Ma tutto è quasi insignificante rispetto alle sotterranee eloquenze che questa “casa dell’altrove”, come ebbe a dire François Chatelet, sembra proprio emanare da sé.
Le troupe della RAI, a parte Lavoretti, sono disincantate. Hanno visto di tutto, sono andate ovunque. Quindi non sono facilmente emozionabili. Eppure i quattro che erano lì con me rimasero un attimo interdetti di fronte a questo enigma di pietra lanciato attraverso i secoli come un rebus da decifrare. Un attimo, il loro stupore durò solo un attimo, ma bastò per farmi capire che non ero l’unico questa volta a provare strane sensazioni.
Eravamo però soltanto all’inizio.
Avevamo tutti i permessi possibili e immaginabili – la burocrazia è uguale in ogni paese – e quindi iniziammo a girare il nostro documentario.
Eravamo arrivati il 15 giugno e per sei giorni lavorammo senza interruzione. Riprendemmo anche quella che viene definita da tutte le guide del mondo, in tutte le lingue, la più divertente curiosità della costruzione. La famosa “pietra baciata dal sole”.
Infatti all’interno, nella navata laterale ovest del transetto sud, è ben visibile una pietra rettangolare, incastrata di sbieco rispetto a tutte le altre. E bianca, mentre il muro attorno è grigio scuro, ed è incorniciata da un metallo color oro. Tra le 12,45 e le 12,55 del 21 giugno, il sole si affaccia dalla vetrata di saint-Apollinaire e un suo raggio si incunea puntualmente, da quasi novecento anni, attraverso una minuscola apertura quadrata nell’immensa composizione dei vetri e va a colpire proprio quella pietra bianca, che in questo modo diventa un unico, piccolo, punto luminosissimo in tutto l’ambiente in penombra.
Erano appunto le tredici di quel 21 giugno quando mi sentii toccare leggermente la spalla.
Mi voltai. Davanti a me c’era un signore sui cinquant’anni, elegantemente vestito, con un vago sorriso sulle labbra.
«Ha percepito nulla di strano?» mi chiese con aria ammiccante in perfetto italiano. Lo guardai e pensai che fosse un professore del mio paese venuto in gita, magari con i suoi studenti.
Mi sbagliavo, eccome se mi sbagliavo. Ma in quel momento risposi in modo affrettato e ovvio: «Be’, il raggio di sole che illuminino la pietra angolare».
«E non le pare curioso che “qualcuno”, nell’edificare questo serissimo tempio, abbia praticato un foro microscopico in una sacra vetrata e che “qualcun altro” abbia poi collocato un’unica pietra in modo asimmetrico rispetto a tutte le altre e che ancora un ennesimo “qualcuno” l’abbia quindi dipinta di bianco e incorniciata con una striscia d’oro?» «Certamente è una straordinaria curiosità.» Risposi prontamente e, devo dire, anche con una certa petulanza.
Mi guardò con aria assorta. Quindi aggiunse con un filo di voce: «Le pare davvero logico e possibile che nel 1200 chi ha edificato Chartres si lasciasse andare a dei giochini con il solo intento di lasciare ai posteri una curiosità?».
Per la prima volta mi resi conto che la mia spiegazione e quindi quelle, diciamo così, ufficiali, non erano affatto “spiegazioni”.
In effetti, pensai, qual era l’interesse vero di chi aveva predisposto tutto quel complesso meccanismo? E cosa voleva dirci attraverso i secoli?
«Bene» aggiunse il mio interlocutore «vedo che comincia a balenarle qualche dubbio. Adesso penserò io a centuplicarglieli.»
Ciò detto mi prese per un braccio e mi portò all’aperto, nella splendida luce estiva che da queste parti sembra ridipingere ogni cosa ravvivando i colori con un interiore inesprimibile sfavillio. Mi fece segno di sedermi su un gradino e mi si mise a fianco.
«Può dedicarmi cinque minuti?»
«Certamente.»
«Ottimo, mi segua attentamente.»
Appoggiai i gomiti sullo scalino superiore a quello dove mi ero accovacciato e mi predisposi all’ascolto.
«Cerchiamo di dare dei connotati a quei “qualcuno” di cui parlavo prima. Vediamo: il primo, quello che ha praticato il buco, è un vetraio, anzi un maestro vetraio di quel tempo. Appartenente perciò a una corporazione ricca, potente e temutissima nel XIII secolo. Quindi non è una persona qualsiasi. Il secondo, quello che ha messo la pietra, è un lastricatore. Di un tipo particolare, però. Del gruppo ristrettissimo che può lavorare nelle cattedrali. Chi godeva di questo privilegio doveva essere un discendente diretto di una famiglia che, da almeno dieci generazioni, lavorava nelle chiese cristiane. Dunque neppure questo signore è una persona ordinaria. Ma non finisce qui. Infatti tutti e due questi amici hanno agito alle dipendenze di una persona che conosce alla perfezione il movimento dei pianeti. Perché soltanto quest’ultimo sarebbe stato in grado di indicare l’esatto momento in cui il sole si sarebbe incuneato tra i vetri per raggiungere la pietra sul muro interno. Questi deve essere per forza di cose un astronomo. Nel 1200 si dà il caso che i conoscitori del movimento dei pianeti fossero pochissimi e stimati più degli stessi nobili. Considerati al pari degli abati e dei principi. A maggior ragione anche il nostro terzo “qualcuno” non è un uomo di tutti i giorni, anzi.»
Si concesse un attimo per dirmi: «Mi segue fin qui?».
«Perfettamente.»
«Che strano, tre maestri di quel calibro che si mettono insieme e agiscono di concerto per lasciare ai posteri una semplice curiosità. E poi, a ripensarci bene, non sono soltanto tre i nostri misteriosi amici. Occorreva infatti chi sapesse inclinare la pietra bianca in modo così perfetto che non si notasse, se non quando fosse stata raggiunta dal sole, in quegli unici momenti nell’arco dell’anno intero. E sempre costui ha fatto in modo che la parete, in cui ogni millimetro quadrato corrisponde perfettamente a un gioco di spinte e controspinte, non subisse né allora, né mai, il più piccolo danno da quel mancato allineamento. Perciò il quarto della nostra congrega doveva essere un geometra. Ma non basta. Non è affatto finita qui. È impossibile che a quei tempi un capo cantiere, per quanto stimato, non agisse che d’accordo con il suo superiore diretto. Ovvero con l’architetto di tutto l’edificio.
«Insomma i nostri creatori di curiosità erano ben in cinque. Un lastricatore, un vetraio, un astronomo, un geometra e un architetto. Cinque grandi professionalità che si mettono insieme e si accordano per realizzare un gioco. Mai sentita un’idiozia simile.»
Stavo domandandomi come avessi fatto a non pensarci da solo, quando lui riprese a parlare di getto. «Il 21 giugno, la data di oggi, corrisponde all’ingresso dell’estate, alla ritrovata pienezza della natura rigogliosa. In alchimia, la grande scienza dimenticata, corrisponde alla cosiddetta “rubedo”, cioè al recupero, a livello individuale, della piena e vera personalità, ovvero alla conquista dell’armonia. E poi c’è da considerare l’ora. Il raggio che abbiamo visto poco fa è penetrato tra le 12,45 e le 12,55. Questi minuti corrispondevano nel XIII secolo al perfetto mezzogiorno astronomico. Perché dunque i cinque professionisti, evidentemente in sintonia con tutti quelli che lavoravano a Chartres, hanno voluto così macroscopicamente sottolineare proprio le dodici del 21 giugno, o meglio, di tutti i 21 giugno di tutti gli anni a seguire? Non basta il semplice evento dell’ingresso dell’estate o anche la simbolica fase, seppur importante, della raggiunta armonia interiore rappresentata dalla “rubedo”. Ci deve essere qualcos’altro, qualcosa che era considerato da quei signori, e da tutte le centinaia di operai e maestranze, più importante del rinnovamento rituale della natura e dell’uomo. Che cosa sarà mai accaduto, a metà giornata del 21 giugno del 1200, da dover essere immortalato per sempre nella pietra
e nel vetro dai maestri edificatori della cattedrale?»
Rimasi con il fiato sospeso, perché lui si era improvvisamente interrotto.
«Lei lo sa?» chiesi precipitosamente.
«Credo di sì.»
Allora mi alzai e lo guardai come per la prima volta. Mi ero ingannato. Non era un professore. E forse non era neppure italiano, a dispetto della padronanza della lingua.
«Adesso non si chieda chi sono» disse quasi leggendomi nel pensiero, «licenzi per oggi la sua troupe e mi dedichi ancora del tempo, perché devo farle un bel racconto, come una favola vagheggiata da un vecchio…»
Si interruppe ancora un secondo, e facendosi una bella risata, insospettabile come slancio e forza, continuò gioiosamente: «…che poi non è tanto vecchio, o sì. Che ne dice?».
«Non saprei, prima mi sembrava un uomo di… di… diciamo così, mezza età. Ma ora non so davvero.»
«Già, lei credeva magari che fossi, che so, un insegnante. Vero?» e si interruppe ancora scoppiando in una risata improvvisa. Aveva capito bene il mio sconcerto. Sia per il racconto, sia per il fatto che per la terza volta sembrava indovinare le mie mute considerazioni. Ma non mi lasciò tregua. Come se avessi accettato mi prese ancora sottobraccio, obbligandomi ad alzarmi, e mi fece camminare lungo il viale che conduceva al centro del paese.
Passeggiammo per circa un’ora. Poi mi condusse dietro il grande edificio della cattedrale. Proprio davanti a un pozzo chiuso da una grande grata di ferro.
«Si dice» prese a raccontarmi «che fosse caro alle sacerdotesse druide. Che pochi sanno essere state per i celti molto più importanti dei loro colleghi uomini. Pensi, ogni anno vengono centinaia di migliaia di turisti per vedere la cripta, per la verità non così bella, e quasi nessuno si sofferma qui davanti. E pensare che di questo pozzo narrano molte leggende. E considerato un luogo di miracoli e nessuno ci viene mai. Strano, no? A meno che non si dia retta a quel detto che vuole le anime brute e ignoranti cieche e incapaci di cogliere ciò che di meraviglioso si cela nei posti particolarmente carichi di energie positive. Non si spiega che in questo modo la disaffezione dei turisti anche per il labirinto raffigurato sul pavimento del tempio e che pochissimi degnano appena di uno sguardo. Lei lo ha visto questo dedalo?»
Eccome se l’avevo visto. Era quello disegnato sul foglio datomi dalla Colombina veneziana e, mentre stavo per raccontargli l’inspiegabile episodio che già vi ho descritto, lui mi interruppe ancora. Ma senza parole. Mi fece segno con il dito indice di tacere. Rimasi interdetto. Ma mi sorrise in un modo talmente rassicurante e dolce che, pure senza comprendere i motivi per quella richiesta di silenzio, battei le palpebre in cenno di assenso. Allora mi invitò a sedermi sulla bocca coperta del pozzo druidico e, una volta assicuratosi che stavo ben comodo, iniziò a parlare.
Questo è il resoconto di quanto mi sentii dire all’inizio di quell’estate francese piena di incanti e segreti.

Bibliografia consigliata

Sulla cattedrale di Chartres e su i suoi segreti è utile Louis Charpentier, I misteri della cattedrale di Chartres, Arcana, 1972.
Sulle cattedrali gotiche è impossibile prescindere da Fulcanelli, Il mistero delle cattedrali, Mediterranee, 1972 e Le dimore filosofali, stesse edizioni, 1973.
Su Fulcanelli è intrigante la lettura di Louis Pauwels e Jacques Bergier, Il mattino dei maghi, Mondadori, 1965, pagg.122-125.
Sul rapporto tempio-magia è da ricordare sempre di Louis Pauwels e Jacques Bergier, L’uomo eterno, la storia umana alla luce della ragione fantastica, Mondadori, 1972 e precisamente il capitolo: “La musica del battello dei giganti”.

La Grande Madre — Dove si parte per Chartres grazie a una Colombina veneziana

Sono state tre le donne della mia vita. Laura, la mia prima moglie, Donatella Scatena, la seconda, e Stefania, con cui ho soltanto convissuto. Con tutte sono stato a Venezia e sempre mi è accaduto “qualcosa” di strano.
Così nel 1968 un evento sconcertante mi obbligò a recarmi a Chartres. Questo è il racconto fedele, per quanto possano esserlo i ricordi, di come ricevetti quella sorta di comando.
Nell’anno della contestazione studentesca la laguna non era di moda e chi ci andava era considerato poco meno di un cretino. Avevo ventitré anni e da qualche mese ero entrato con un buon contratto alla RAI. Mi sembrò un miracolo. Per questo ero felicissimo. E chi non lo sarebbe stato al posto mio? Avevo la possibilità di un lavoro stabile e per di più come programmista nella maggior azienda culturale e informativa d’Italia. E, come se la manna non fosse sufficiente, avrei viaggiato di continuo.
Era dicembre e dovevo realizzare un servizio nell’istituto del Professor Zennaro che tentava un esperimento di scuola a “tempo pieno”, a quell’epoca un fatto quasi eccezionale. Laura era in stato interessante e decisi di portarla con me. Scendemmo dal treno a piazzale della Ferrovia alle otto di sera. Uscimmo dalla stazione ed entrammo in quel sogno che era una Venezia piena di nebbia e del tutto abbandonata. Non l’avevamo mai vista e ci sembrò fantastica. I banchi opalescenti andavano e sparivano come soffiati dalla bocca di un dio gentile e facevano improvvisamente apparire vestigia e case putrescenti. Da una finestra si intravedevano tende strappate, da un’altra stipiti divelti e ogni tanto una luce fioca lasciava indovinare un interno con una vita dimessa e malinconica. Tanto più struggente se confrontata con chissà quale magnificenza del passato. Sì, sembrava di attraversare con il traghetto una dimensione onirica. Poi sulla nostra destra si delineò un giardino protetto in parte da un muro sbrecciato. Nel mezzo la statua di un angelo con una faretra. Come una folgorazione ci rapì il cuore e Laura mi disse trasognata: «Sembra l’arcangelo Michele».
Probabilmente non era vero e non seppi mai che cosa autenticamente raffigurasse. Magari un normale cupido. Ma la creatura che aspettavamo nacque maschio e si è poi chiamato Michele.
Scendemmo in questa aria di impalpabile vagheggiamento alla Salute e da lì andammo alla pensione Cici, in calle della Kabalà. Quasi un presagio, questo nome, di quello che ci sarebbe accaduto di lì a poco. Cominciò con l’arredo. La stanza in affitto era satura di antichi ricordi, non nostri, ma che ci sembravano tali. Ogni oggetto improvvisamente cominciò a evocarci pensieri che non ci appartenevano, ma che si riverberavano su di noi come in un infinito effetto specchio. In verità, non eravamo completamente in noi. Ubriachi di un senso inesprimibile che non riuscivamo neppure per un istante a identificare. Quasi non ci parlammo, tanto eravamo presi da un’emozione fortissima e sconosciuta, mai provata prima. Non potemmo cenare subito. E senza concordare nulla, decidemmo di uscire. La nebbia era ancora più densa e copriva praticamente ogni cosa. Alla vista nulla era concesso. Andammo trascinati da una percezione stringente, vincolante. Proseguì con la musica. La sentimmo leggera. Una pianola persa tra mura e acque. Seguirla fu facile.
Ci trovammo così ai piedi di un pontile. Non vedevamo il fondo. Quindi un soffio di leggerissima brezza. Così al centro della costruzione la scorgemmo. Una Colombina. Una maschera? Forse. Ma non avevamo la mente per porci domande. Era una sorta di epifania. Non osavamo muoverci. Fu lei a scendere i gradini. Ci si avvicinò e senza dire una parola mi porse un biglietto. Poi risalì e scomparve risucchiata dalla stessa dimensione onirica da cui era emersa. Rimasi con il foglietto in mano. Solo dopo alcuni momenti guardai di cosa si trattava. Era un disegno circolare con molti percorsi al suo interno. Laura mi disse: «Sembra un labirinto». Le sue parole svegliarono entrambi.
Tornammo indietro estasiati da quell’incontro, che giudicammo soltanto di buon augurio per la nostra vita. Invece fu determinante. Ma allora non lo sapevo. Capii tutto solo tre anni dopo, per puro caso.
Antonio Di Raimondo, responsabile della rubrica culturale TVM, spazio di aggiornamento culturale del mattino dedicato ai giovani di leva, decise di mandarmi a Chartres per realizzare un documentario sulla cattedrale francese. Felicissimo dell’incarico andai a riferirlo al mio collega, ben più autorevole di me, Sandro Meliciani. Ero nella sua stanza a fantasticare sul viaggio, quando da una tasca mi cadde un pezzo di carta. Non sapevo assolutamente di aver riposto in quell’indumento il foglietto che mi aveva dato la Colombina di Venezia. Anzi, non credevo neppure di averlo ancora. Lo avevo cercato a lungo, rassegnandomi infine all’idea di averlo perso. Invece il disegno era per terra, nell’ufficio al terzo piano di via Novaro. Mentre lo guardavo sbalordito, Meliciani si chinò e lo raccolse. Osservandolo sorrise: «Vedo che ti sei già documentato. Questo è il labirinto rappresentato in un mosaico a Chartres. Pensa, nessuno ha mai saputo a che cosa servisse, né che cosa rappresentasse. Non ci crederai, ma è davvero un mistero».
Che dire. Non feci parola al mio collega, tanto colto quanto incredulo, dell’incontro veneziano. E perché poi fare parola? Per farmi deridere, come succede a tutte le persone che si imbattono nella dimensione della “brillantanza”? Tacqui. Ma andai a Chartres. Partii con l’immancabile amico e compagno di lavoro Ezio Lavoretti, un operatore di grande bravura e di grande sensibilità.Aveva un notevole fascino congiunto a un’intuizione prodigiosa. Di lui si narravano aneddoti straordinari, come la dolce storia d’amore con Anna Magnani. Ma Lavoretti non ne fece mai parola. Certamente, conoscendolo, non ci sarebbe stato nulla di strano se la grande attrice avesse davvero avuto in gioventù una cotta per un uomo al tempo stesso tanto schivo e vibrante.
Ecco, le sue qualità silenti sono state per me di grande aiuto nei viaggi, che vedremo anche in seguito, alla scoperta dei segreti “luccichii” che molti luoghi custodiscono. Percepibili soltanto da chi possiede un poco di quella vista “occulta”, di cui spesso scrive Elémire Zolla, un maestro di conoscenza, come ne Le meraviglie della natura o nel recente Lo stupore infantile.
La brillantanza è come uno sguardo “obliquo”. Un misto di intuizione, curiosità e predisposizione alla meraviglia. Facoltà che hanno quasi tutti i bambini, ma che l’educazione tende ad annebbiare. Non so perché in me non sia andata persa. L’ho attribuita alla mia predisposizione alla mano sinistra, ovvero alla Luna. Sono infatti ambidestro. Ma forse questa specie di qualità è più semplicemente da attribuire al mio infantilismo cronico che, malgrado le ovvie controindicazioni, mi consente, però, di non nutrire pregiudizi e di cogliere le tenui vibrazioni che emanano tutte le cose, animate e inanimate, presenti nel creato.
E proprio così: tra le cose che ho appreso negli anni di lavoro, di ricerca, di studio e di osservazione, c’è sicuramente quella capacità di percepire il mondo come animato. Non è un atteggiamento razionale, tutt’altro, è sentire l’anima in ogni essere, sia esso pianta, sasso o persona. È quest’anima che unifica il mondo e che lo rende uno. Credo fermamente in quello che affermava Spinoza: tutto è Uno e quello che porta all’unità è bene, mentre quello che divide conduce alla lontananza dal bene. Se si potesse applicare questo elementare, semplicissimo principio ai movimenti culturali e politici, si disporrebbe di un ottimo metro di giudizio con cui valutare idee e uomini nella storia passata e presente. D’altronde la magia, di cui parleremo spesso, non è che la ricerca continua e incessante dell’unità, sia interiore sia esteriore. Certo, il magico non si esaurisce in questa facile formula, ma è “anche” questo desiderio di Uno. Senza rinnegare però il molteplice. L’Uno coesiste nei molti e i molti non sarebbero tali se non ci fosse una tela di Penelope a riunirli. E anche questo è un concetto espresso da Zolla nella sua ultima fatica, La nube del telaio.
Ma è ora di tornare a Chartres e alle sue meraviglie.

La Grande Madre — Dove si ricorda di una passeggiata alle falde del Vesuvio e dove compare una zingara

Ho sempre avuto un buon rapporto con le donne. Sarà perché sono cresciuto in mezzo a loro. Infatti nella casa di Boscoreale, alle pendici del Vesuvio, vivevo con mia nonna Carla, che ho sempre chiamato mamma perché avevo preso il suo latte, come ho già raccontato, e con le zie Sandra e Felicetta. Un po’ in tutto il napoletano le donne sono le padrone della casa; da noi questo era vero in modo particolare. Gli uomini c’erano, eccome, ma nel vivere quotidiano finivano per essere figure sbiadite. Eppure mio nonno Alfonsino era sindaco del paese, comunista accanito, e vero rivoluzionario. Portò infatti l’acqua ai vasci, alle grotte abitate ancora negli anni cinquanta da centinaia di persone, togliendola però ai benestanti della zona e soprattutto al barone Oliva. Insomma quasi una rivoluzione. Anche il figlio, mio zio Angelo, aveva un caratterino niente male; alto, grosso, un gigante muscoloso. Comunque non contavano né lui, né il padre. C’erano e non c’erano, almeno per me che dormivo spesso tra la mia “mamma” e Sandra con sogni popolati di sesso familiare radioso. Come i loro immensi seni che vedevo e sentivo quasi cuscini del paradiso. Questo servì a togliermi per sempre ogni problema con l’altro sesso, in contrasto con qualche facile teoria psicanalitica che sicuramente avrebbe visto in quella supposta “promiscuità” chissà quale insidia per il bambino che allora ero.
Dunque armonia e serenità da parte mia in ogni contatto con le donne. E non sarà stato certamente un caso che a nominarmi direttore di RAIDUE sia stata proprio una donna, la signora Moratti, ma questa è una storia che qui non interessa davvero.
Dicevo dunque dei buoni rapporti da me sempre intrattenuti con le signore di tutte le età. Così non ebbi alcun sussulto particolare quando a sei anni incontrai nel centro del bosco, che dal paese portava al Vesuvio, la signora Maria, una zingara. Andò così.
Camminavo da solo in pieno sole primaverile, appena dopo pranzo. Avevo superato da tempo la bella villa pompeiana che compare in tutti i libri di storia dell’arte, ma che a me e ai miei amici serviva per i giochi di guerra, e andavo per il solito sentiero che portava alla bocca del vulcano, quando un merlo si mise a zampettare sul mio cammino. Anche in seguito, sulle Dolomiti, mi è successa la stessa cosa. Solo che ero grande e non mi misi a seguirlo. “Questa volta non ho il coraggio” pensai in montagna. Ma allora, invece, gli andai dietro, fuori dal sentiero. Lui a passettini veloci, io quasi di corsa. Non c’era alcun motivo per quell’inseguimento, ma ero spinto da un impulso. Non era neppure curiosità, ma qualcosa dentro mi suggeriva di proseguire. Guardavo fisso l’uccello e non so bene per quanto andai, comunque per un bel pezzo. La vegetazione si faceva più fitta e appoggiai male un piede su di una radice. Caddi. Mi rialzai subito. Ma il merlo era sparito. Lo cercai con lo sguardo, anche dietro di me, da dove ero venuto. Già, ma da dove ero arrivato? Non c’era sentiero e mi resi conto di aver perso la strada. Tentai di tornare sui miei passi, ma dopo un’ora ancora non avevo trovato nessun punto di riferimento. Non ero inquieto, non avevo paura: mi dispiaceva soltanto per mia nonna. Le avevo detto che non sarei stato fuori a lungo e non volevo che si preoccupasse. Passò altro tempo, ancora non ero riuscito a rintracciare il sentiero, e cominciavo a stare in pensiero. Non per me, ma per “mamma”, appunto.
L’ansia mi colse quando mi accorsi che il sole cominciava a sfiorare le cime degli alberi. Stava davvero facendosi tardi. Avevo una stretta allo stomaco e quasi quasi mi veniva da piangere. Poi la vidi.
Era ferma in mezzo a una piccola radura tra gli alberi. Una vecchia enorme. Così mi apparve. Una liberazione. Corsi verso di lei e mi buttai tra le sue gonnellone, abbracciandole le gambe.
Mi sollevò e allora le cinsi il collo. Era gigantesca.
«Chi sii?» mi disse. Le spiegai del merlo e che mi ero smarrito. Allora allungò le braccia per vedermi meglio. Mi teneva sospeso davanti al suo faccione rugoso. Poi chiuse gli occhi e mi avvicinò al suo seno. Quasi cullandomi. Senza dire una sola parola mi accompagnò al sentiero. Da lì sapevo come tornare dai miei.
«Mo’ vavattenne» mi sussurrò «ma non ai rìcere a nisciune che m’hai ‘ncuntratata, va bbuono?»
«Sì.»
Andai via, ma dopo pochi metri risentii la sua voce.
«Tu hai da sta’ sempre cu nuie, nun te scurda’.»
Mi voltai, la salutai e tornai a casa senza ovviamente capire il significato di quel «Tu devi stare sempre con noi, non dimenticarlo». Soltanto dopo molti anni ne compresi, forse, il senso. Ma ne parleremo in seguito, per ora è meglio rimanere a Boscoreale.
Mia nonna per poco non mi mangiò vivo. E per la prima volta mi spedì a letto senza cena.
Ero nel lettone a occhi aperti. Stavo ripensando a quella donna, di cui non avevo fatto parola, vestita con gonne ampie sovrapposte, con un fazzolettone in testa e grandi orecchini, senza dubbio una zingara, quando sentii la porta che si apriva. Feci finta di dormire. Era zia Sandra con pane e salame. Gioia e baci. Poi zitti zitti, per non farci sentire, ci mettemmo tutti e due sotto le coperte.
«Ma perché la mamma si è tanto arrabbiata? Altre volte sono stato via per un bel pezzo.»
«Oggi è diverso» mi disse. «Dietro la casa dei romani, in un accampamento di zingari, la moglie del loro capo ha ucciso il marito e poi è scappata nel bosco. Per questo la mamma si è arrabbiata. Ha avuto paura che tu l’avessi incontrata.»
Non fiatai. Ricostruii tutto nei giorni successivi, interrogando i miei amici e mio nonno. Un poco alla volta venni a sapere di Maria, la gitana napoletana, che aveva sgozzato il marito. Ma lo aveva fatto dopo che l’uomo aveva sferrato un terribile calcio al loro figlio più piccolo, rompendogli una gamba. Era l’ennesima di mille e mille brutalità. Soltanto che questa volta la donna si era ribellata e aveva sferrato il colpo mortale. Poi era fuggita nei boschi, proprio dove l’avevo incontrata io. Perché non mi aveva fatto niente? Perché mi aveva lasciato andare? Come aveva potuto fidarsi della parola di un bambino? E che cosa significava quella frase che quasi mi aveva gettato dietro come un suggerimento e un vincolo allo stesso tempo? Non sono mai riuscito a trovare una risposta convincente, almeno a livello razionale. Ma credo di aver capito qualcosa soltanto molti anni dopo. Ma anche di questo parlerò in seguito. In ogni caso Maria era una ribelle. La prima che incontrai nella mia vita. La cercarono con accanimento per giorni e giorni, poliziotti e carabinieri, ma che io sappia non la presero mai. Comunque da sempre gli uomini hanno dato una caccia feroce alle donne che a un certo punto della loro esistenza si sono rifiutate di portare il giogo.
Basti pensare al cosiddetto mito delle baccanti e delle amazzoni. Giorgio Galli nel suo Cromwell e Afrodite afferma che in un’età compresa tra il 1000 e il 700 avanti Cristo ci fu una spaventosa rivolta di donne in Grecia, nei pressi di Atene. È storia, non leggenda. Ci fu una lotta sanguinosa e soltanto dopo strenui combattimenti le ribelli furono sterminate. Il ricordo di quell’evento fu così terrifico che gli uomini ci costruirono sopra un mito. Appunto quello della rivolta delle amazzoni che invasero l’Ellade e che per poco non occuparono Atene. Fu l’intervento provvidenziale di Ercole, Teseo e Giasone, vale a dire degli eroi più significativi del pantheon leggendario, a scongiurare la capitolazione delle città.
Pensate, tutti gli eroi coalizzati contro le donne. Dovevano davvero rappresentare un pericolo assoluto per gli uomini che hanno creato questo racconto mitologico in seguito all’evento che Galli considera storico e quindi accaduto. Il problema è capire il perché di tanta paura. Anche se nella risposta troveremo una porta segreta che condurrà a un vero mistero. Non il primo, non l’ultimo, di questo viaggio verso l’ignoto femminile.
Devo soltanto aggiungere una piccola cosa. Nel 1969 andai a realizzare un servizio per la rubrica Scuola aperta. Riguardava un nuovo esperimento didattico che vedeva per la prima volta l’integrazione tra bambini napoletani della piccola borghesia con loro coetanei rom, vale a dire zingari.
Dopo tre giorni di riprese mi ero fatto apprezzare dalla comunità nomade e uno di loro mi disse di andare al campo perché c’era una signora che voleva vedermi. Andai e dentro una confortevole roulotte mi trovai davanti una donna vecchissima. Mi fece avvicinare e, senza una parola, mi diede un seme di melograno trafitto da una spilla da balia.
Mi spiegarono che nel linguaggio rom è un dono simbolico per chi sa mantenere un segreto.

La Grande Madre — Dove si va alla ricerca della città di Troia e si narra di un sogno misterioso

L’Iliade ha fatto improvvisamente irruzione nella mia vita quando frequentavo la prima media alla Massimo D’Azeglio a Roma. Fu come una vampa. Mi bevevo i canti come un nettare e i miei soldatini, cowboy e pellerossa, diventarono troiani e pellerossa. Mia madre Antonella disegnava molto bene e le facevo copiare le illustrazioni del libro di testo. Enucleavo il guerriero acheo e quindi quello di Ilio e ci giocavo alle figurine. Poi imparai a memoria l’intero poema e sistematicamente interpretavo tutte le parti. Il professore di lettere, Porciello, pensava che fossi un po’ matto, ma si beava di questo studente un poco invasato, ma tutto sommato eccezionale per passione. E infatti si trattava di una sorta di incantamento. Motivato, però. Perché il mio trasporto era tutto per Ettore e per i suoi. Mi colpiva qualcosa di questo eroe, ma non avrei saputo dire esattamente che cosa. Ero dalla loro parte e basta. Come mi era già capitato con i pellerossa. Tutti i miei amici tifavano per le giubbe blu, per i vaccari e invece io, in perfetta solitudine, parteggiavo per gli sconfitti di sempre. Soltanto molto più tardi ho compreso il significato di questo mio moto dell’anima. Accadde quando avevo ventisette anni e lavoravo per la RAI.
Per la mia azienda – era il 1972 – andai a girare un documentario sulle rovine di Troia. Allora il servizio pubblico produceva grandi momenti di cultura ed era del tutto naturale che un suo “programmista”, allora era questa la mia qualifica, andasse con tutta la troupe per un mese intero in Medio Oriente. Quello che contava era il prodotto, che doveva essere di grande qualità, altrimenti il mio capo servizio di quegli anni, lo storico Furio Sampoli, mi avrebbe potuto levare la pelle.
Dunque andai a Troia, o meglio a Hissarlik, dove Schliemann tra il 1871 e il 1890 aveva condotto, contro tutti i pareri degli esperti, gli scavi che lo portarono a scoprire l’antica Ilio e il tesoro di Priamo.
Il mio operatore era il compianto Ezio Lavoretti che fu subito contagiato dal mio stato psichico. Delirante. Non mi sembrava vero di trovarmi là dove i “miei” guerrieri avevano combattuto. Mi immaginavo le battaglie, oppure i duelli tra i maggiori campioni dei due schieramenti. Qui vedevo Priamo, là Ecuba. Su quel sasso c’era Andromaca, su quella sporgenza Cassandra mentre profetizzava e su quell’altra versava lacrime di impotenza di fronte alla cecità dei suoi compatrioti. Erano soprattutto le donne a colpirmi in questo invasamento. Una commozione interiore che ritrovai molto simile nel racconto che mi fece anni dopo Giorgio Colli del suo primo viaggio a Eleusi nei pressi di Atene, ma questa è un’altra storia che racconterò poi.
Dunque erano le signore di Ilio a venirmi in mente. Non ci feci troppo caso. Almeno fino a notte.
Quando cominciai a sognare.
Per la verità ero abituato a fare viaggi onirici molto complessi. Un po’ come andare al cinema. Vedevo spesso vere e proprie scene di massa collegate nel tempo. Come un assalto al treno nel Far West o l’edificazione di un immensa torre a opera i schiavi appartenenti a un’epoca non meglio definibile di un vago passato remoto. Un andare con Morfeo per avventure, mai però angosciose. Guardavo da lontano, appunto come o spettatore. Questa volta però fu del tutto diverso.
Non so da quanto tempo ero assopito, ma improvvisamente avvertii un rumore leggero. Aprii gli occhi, così credetti, e ai piedi del letto c’era una splendida signora con abito di veli. Trasalii spaventato. L’albergo era poco più di una locanda e immaginai mille cose contemporaneamente. Il padrone aveva potuto lasciar salire una prostituta, oppure c’era una pazza nella mia stanza. Ma l’inquietudine durò solo un attimo. Fino a che lei non mi parlò.
«Vedi, era solo. Troppo solo.»
Non disse altro. Rimase ferma, con un’espressione di indicibile malinconia. La mente come rapita da immagini lontane, irrimediabilmente perse. Intuii chi poteva essere e con quel pensiero fui invaso da una sottile e struggente tristezza. Il suo stato d’animo si riverberò come in uno specchio in me. Ci guardavamo muti e, mentre mi sembrava che una parte di me si sciogliesse in un’acqua tenue e lenta, ecco che la donna cominciò a dissolversi. Non lo volevo, ma non potevo far nulla. Come una tela secolare gradatamente svanisce alla luce, la dolce signora si stemperava davanti ai miei occhi fino a scomparire del tutto. Allora piansi senza ritegno. Come quando da bambino vedevo mia madre andare via con il treno alla stazione di Napoli. Per colpa del lavoro stava poco con me. Arrivava, si fermava poco e poi ripartiva subito. Neanche era apparsa che subito spariva. A nulla valsero allora le suppliche, a nulla servirono ora.
Poi avvertii forte una pressione sul braccio. Mi guardai le dita, erano strette nella mano di Ezio Lavoretti.
«Che ti succede?» mi disse. «Hai fatto un brutto sogno?»
Ritornai in me e lo rassicurai. Anche se istintivamente cercai con lo sguardo la creatura che in qualche modo mi aveva fatto visita.
Quando il mio amico e compagno di lavoro uscì, mi avvicinai alla finestra che dava sulla piana della città sepolta. Era quasi l’alba e guardando le pietre cercai le mitiche Porte Scee. Là dove Andromaca aveva inutilmente tentato di fermare il suo sposo Ettore, scongiurandolo di non andare in battaglia. Soltanto il tentativo di individuare quel posto mi procurò ancora commozione, ma composta. Struggimento silente. Tenue, languido. Riflessivo.
Finalmente però in quel chiarore capii perché da ragazzo avevo tanto amato i troiani. Fu quella presenza a illuminarmi. Fu quel simulacro, che credetti di identificare nella moglie più tenera e innamorata di sempre, a portarmi in una strada dentro di me che mi permise di comprendere. Perché era lei che avevo sognato: Andromaca.
Nell’attimo onirico che cosa mi aveva sussurrato? Ma sì, mi aveva raccontato della solitudine di Ettore.
Soltanto Afrodite gli era favorevole. Tutti gli altri dèi erano avversi fino all’odio. Per prima Atena, rimproverata tre secoli dopo da Poseidone nelle Troiane di Euripide. «Perché sei così smodata nei rancori?» le dice. In effetti il livore l’acceca. Ma che cosa aveva fatto poi il figlio di Priamo? Apparentemente nulla. Ma riandai a quanto Omero aveva scritto e compresi che l’eroe aveva compiuto davvero una terribile eresia. Proprio lì, alle Porte Scee. Mentre sua moglie lo pregava in nome dell’unico loro figlio, Astianatte, di astenersi dal combattimento, lui rispondeva che non aveva il coraggio di tradire i compagni. Ma non era questo il vero motivo del suo rifiuto. No. Il combattente in realtà non voleva supplicare gli dèi crudeli. Anche H.I. Marrou aveva ben visto nella sua Storia dell’educazione nell’antichità che cosa si agitava nel cuore di quell’uomo. Non ha colpe, eppure il fato lo ha spinto a una guerra indesiderata e senza speranza. Conosce perfettamente il suo destino. Tutti i congiunti saranno uccisi. Suo figlio precipitato dalle torri e la sua amatissima donna addirittura fatta schiava dal suo peggiore nemico. Nulla gli sfugge. Ma è innocente. Non ha compiuto misfatti per meritare una simile sorte. Per questo non vuole chiedere pietà a quelle divinità crudeli che giocano con la vita degli uomini. “Siamo trastulli nelle loro mani” sembra dire “ma almeno intendo salvare l’onore”.
Eresia pura.
Simile a quella del mago rinascimentale che volle armonizzarsi con la natura, con il creato, cambiandogli però valenza. Il mondo è preda della sopraffazione, occorre mutarlo in armonia.
Eresia pura mettersi al posto del dio vendicativo.
Ettore non giunse a tanto, ma ci andò molto vicino. Il problema era per me capire in nome di che cosa rifiutava di piegarsi.
Questo era il punto.
Riandai con la mente ai due campi avversi. Quelli degli achei e dei troiani.
Tra i greci venuti dal mare non compaiono mai donne, neppure nei ricordi. Soltanto Briseide, una schiava che i potenti si contendono come un oggetto.
Achille se la vede portare via da Agamennone e si adira, è vero, eppure non è per amore, neppure per affetto. È soltanto per l’offesa ricevuta. Insomma il dispiacere, se pure ci fu, era soltanto di Achille per Achille. Ovidio, infatti, nella terza delle sue Epistulae così immaginò che Briseide scrivesse al Pelide: «…sono lontana da tante notti e tu non mi reclami; indugi… ma tieniti la tua fama di amante appassionato!… Quali colpe ho commesso per diventare così insignificante per te Achille? Dove è fuggito così velocemente lontano da noi il volubile amore? …Ho visto le mura di Lirnesso distrutte dalla tua furia guerriera, e io ero parte importante della mia patria; ho visto cadere tre uomini, accomunati dallo stesso destino di nascita e di morte: tre guerrieri che avevano la stessa madre. Ho visto mio marito, steso sul terreno cruento, con tutto il suo corpo, agitare il petto insanguinato. Tu, da solo, sei bastato a ripagarmi di tante perdite; tu eri per me signore, marito e fratello…»
Ben altro è l’atteggiamento di Ettore di fronte ad Andromaca, quando alle Porte Scee lei gli dice esattamente le stesse cose. Infatti gli confida che lui è tutto il suo mondo, appunto padre, madre e fratelli. Ma, a differenza di Achille, il capo dei troiani si commuove e mostra compassione per la moglie. Il motivo? È semplicissimo, l’ama. Così come Priamo ama Ecuba e Paride Elena. La stessa Cassandra, la veggente, è adorata dai fratelli.
A Troia le donne sono protagoniste, non oggetti sessuali. Non a caso a difendere la città giungono le amazzoni, ostili a tutti tranne agli abitanti di Ilio. Evidentemente sapevano che in quella città c’era qualcosa di diverso rispetto a tutte le altre del mondo greco. Ma che cosa? È quanto capii davanti alla finestra che dava su quella piana rischiarata dall’alba, dove una volta si innalzavano splendide le insegne di Troia, l’ultimo regno dove ancora sopravviveva il ricordo del matriarcato.
Bastava rifletterci.
I troiani erano amici dei cavalli, e il quadrupede, come Bachofen ha dimostrato, è un simbolo femminile. Erano protetti da Afrodite, dea dell’amore e del Femminile per antonomasia. E inoltre i troiani accettavano le donne veggenti, appunto Cassandra, mentre tra gli Achei erano gli uomini ad avere la possibilità di esprimere questa dote.
Ecco perché le donne guerriere, anche loro amiche dei cavalli, si allearono con gli eredi di Teucro. Riconobbero in loro la valenza del matriarcato.
Ripensai ancora a Ettore. Oltre a odiare la guerra, come tutte le donne in ogni luogo e in ogni tempo, mostrava sempre pietà e magnanimità. E mi venne in mente che quelle doti, quasi venti secoli dopo le aveva Lancillotto del Lago. Le praticava in ogni azione quotidiana. Ovvero agiva sempre con pitie e largesce come giustamente ha affermato Köhler nel suo L’avventura cavalleresca. Ovvero il cavaliere della Tavola Rotonda assunse in sé, come costume, alcune qualità che sono mediate dal mondo femminile. Non a caso tutto il ciclo poetico di re Artù canta di cavalieri che hanno accolto in sé il Femminile come propria anima.
Non ebbi più dubbi.
Ettore era stato da sempre anche il mio eroe perché apparteneva al mondo magico del Femminile. Ovvero, era dalla parte della tolleranza, degli affetti, della natura, del rispetto, del rifiuto della violenza, dell’accoglienza e del mistero.
Quando finimmo le riprese seppi anche finalmente da che “parte” ero sempre stato e da che “parte” sarei sempre rimasto. Da quella “parte” dove si trovava anche Apuleio, quando nelle Metamorfosi lancia la sua invocazione attraverso i secoli: «Madre di tutta la natura, sovrana di tutti gli elementi, origine e principio dei secoli, divinità suprema, regina dei Mani, prima fra i celesti, prototipo degli dèi e delle dee [proteggici]».

La Grande Madre — Introduzione

Tutto cominciò alle cinque di un mattino del 1945, quando decisi di nascere causando interminabili doglie a mia madre. Ero grosso e quindi dopo alcune ore di travaglio, alle cinque appunto, il medico si stufa e decide di ricorrere al forcipe. Mi prende per la testa e mi tira fuori. Così facendo, però, ne esco con il cranio un po’ allungato.
Poi mi prende per i piedi, perché stentavo a respirare, ma non calcola bene le distanze e mi fa sbattere contro il lettino. Un po’ lo strumento ostetrico, un po’ l’urto, un po’ la natura, e la mia faccia non ne giovò certo. Tanto è vero che la mia povera mamma quando mi vide si impressionò e lanciò il fatidico urlo: «Non voglio vederlo, è troppo brutto!».
Be’, come inizio niente male. Finisco così da mia nonna Carla. È lei a darmi il latte al suo seno, non materno, ma “nonnerno”.
Sì, avete letto bene. È stata mia nonna ad allattarmi perché anche lei aspettava un bambino. La differenza d’età con mia madre era di appena diciotto anni e a sua volta lei mi ha partorito a diciassette. Purtroppo il bimbo di mia nonna morì dopo il parto. Per questo io riesco a succhiare al suo seno. Già questo credo sia un caso unico al mondo.
Ma c’è dell’altro.
Da questo momento in poi, in tutte le occasioni importanti della mia vita, compare il nome di questo neonato “caro agli dèi” invece del mio. Quando la RAI mi fa il primo contratto, quando scrivo il mio primo articolo per una testata, quando mi laureo, ecco che invece di Gabriele appare scritto il suo nome. Anche quando ho condotto la prima diretta è apparso in sovrimpressione al posto di quello giusto. Ci sono abituato e mi stupisco ormai quando non capita.
Come mi sono assuefatto a questa stranezza, ho affrontato con lo stesso spirito numerose altre occasioni che mi si sono via via presentate, fino al giorno in cui ha fatto irruzione, appunto, nel mio vivere quella dimensione che gli anglosassoni chiamano “brillantanza”.
Nel 1968 decido di sposarmi. Faccio le pratiche (inutile dire che devo fare i documenti due volte perché scrivono il mio nome di battesimo errato con il solito scambio) e quindi con la mia futura moglie, da cui sono oggi divorziato, decidiamo di andare a comprare le fedi nuziali.
Ci troviamo casualmente in via Nomentana a Roma e altrettanto casualmente entriamo nella prima oreficeria che incontriamo sul cammino. Al banco c’è un anziano signore. Diamo i nostri nomi e, quando dico il mio, il padrone se ne esce con un: «Lei è per caso parente di Arturo La Porta?». Gli dico di sì e lui immediatamente aggiunge: «Ma lo sa lei che suo padre e sua madre hanno comprato le fedi proprio da me?».
Quanti gioiellieri ci sono a Roma? Come ha fatto quell’uomo a ricordarsi? Perché si rammentava proprio di papà? Credo sia inutile tentare di dare una spiegazione. Come è altrettanto inutile tentare di spiegare ciò che mi accadde al Salone del libro di Torino, nel 1990.
Sono da sempre un ammiratore di Hugo Pratt. Lo incontro e sono emozionato, felice.
E non do peso al fatto che lui mi si rivolge subito con un «Ciao, da quanto tempo». Poi parliamo con grande intensità di esoterismo e al momento di salutarsi lui mi fa una dedica sul suo libro Il romanzo di Criss Kenton.
Ma invece della firma fa un disegno.
Il volto di profilo di un indiano irochese che porta un grande orecchino, con sopra incastonato un cerchio con la croce di re Salomone. Ovvero il sigillo di Geova con un agnello al centro. Ebbene io da anni portavo al collo un talismano: un pendaglio con sopra impressa la croce di re Salomone. Mi stupisco e gli racconto della “coincidenza”.
Mi guarda a lungo e sussurra: «Niente di nuovo sotto il sole». Ovvero mi cita una frase di Giordano Bruno, una delle mie preferite: io sono un biografo di questo filosofo.
Coincidenze. Come quelle che mi inducono a ventitré anni a sognare un grande portone in via Arbia a Roma. Una voce mi dice di andare. Il giorno dopo mi reco sul luogo e “casualmente” incontro un uomo che mi chiede un fiammifero per la pipa. Scambiamo due parole, ci attardiamo, facciamo amicizia e questo signore diventa determinante nella mia vita. Mi fa scoprire la filosofia emetica e tutto un universo che mi porto dentro. Mio figlio porta il suo nome, Michele.
Che in ebraico vuol dire: chi è come Dio? Per rispondere occorre un poco di “brillantanza”, come per leggere questo libro che ha un solo vero scopo. Rivelare una dimensione parallela, e spesso nascosta, della realtà. La storiografia ufficiale ha sistematicamente cancellato i ricordi del mondo magico perché giudicato irrazionale, quindi indegno di esistere. Cercheremo invece di mettere in evidenza questo universo sconosciuto e spesso perseguitato, sia a livello psichico che fisico. È un lungo viaggio verso una forma di conoscenza che si esprime con concetti non necessariamente obbedienti alla logica di causa ed effetto, ma non per questo meno potenti dello scientismo. Si avvale anche dell’intuizione, che spesso non rispetta né spazio né tempo. A questo punto, però, si rende necessaria un’avvertenza. Stiamo per entrare in un mondo femminile. Perché la magia è femminile, splendidamente femminile. Occorre intendersi su questo elemento: femminile. Per ora è importante comprendere che non si tratta di una qualità esclusivamente delle donne, ma di una facoltà dello spirito. È la tolleranza, è la capacità di abbandono e di tenerezza, è la curiosità verso il nuovo, è l’accettazione del diverso, del debole, dello straniero. È l’energia che guida il mondo. È il sentimento dolce e rutilante, forte e languido, erotico e avvampante che sussurra alle creature il mistero della vita. È la Luna, è Artemide, è Persefone, è Iside, è Ishtar, è la madre che osserva, riflette, ama e non giudica. È la nostra capacità di intendere e di comprendere, priva di pregiudizi e di rancori. È l’energia raggiante che si dispiega benevola sulle creature. È la possibilità di un mondo privo di lotte e odi. È la pace della mente e del corpo. È la follia, la conoscenza. È contemporaneamente luce e buio, notte e giorno. È la possibilità del mutamento e della trasformazione. È insomma la parte migliore di noi, che la storia della violenza patriarcale ha soffocato per privilegiare il sangue e la lotta all’estasi dell’intuizione radiosa.
Il viaggio è dunque un itinerario sia esteriore sia interiore. Nella storia vedremo dove e quando il Femminile, che correderemo di maiuscola in segno di rispetto, è riuscito a emergere o a lasciare tracce simboliche in pittura, scultura, filosofia, letteratura, poesia e politica. E una volta evidenziati questi momenti, ecco che l’itinerario diventerà anche sotterraneo, verso l’elemento psichico più recondito. Perché Femminile è anche l’inconscio, sia individuale sia collettivo. Scoprendo l’oscura trama di questo millenario movimento, faremo anche dei ritrovamenti nella nostra città interiore. Scopriremo la città dei gioielli celata tra la vegetazione del rimosso e dell’oblio. Scopriremo il tesoro perduto che non sapevamo di possedere e che invece era soltanto in attesa di una principessa che tramutasse l’orrido apparente in un folgorante essere manifesto.
È un viaggio tra folgori, lampi, acqua, squarci e vampe. Tra persecuzioni e indomite resistenze. È scoprire il sotterraneo del cuore. È ascoltare la musica che l’orecchio cupo non riusciva a percepire più.
È, insomma, Femminile.
Sognare, forse. Ma che le interiorità erranti ci siano propizie.