La tempesta

Qualche volta il destino assomiglia a una tempesta di sabbia che muta incessantemente la direzione del percorso. Per evitarlo cambi l’andatura. E il vento cambia andatura, per seguirti meglio. Tu allora cambi di nuovo, e subito di nuovo il vento cambia per adattarsi al tuo passo. Questo si ripete infine volte, come un…a danza sinistra col dio della morte prima dell’alba. Perché quel vento non è qualcosa che è arrivato da lontano, indipendente da te. E’ qualcosa che hai dentro. Quel vento sei tu. Perciò l’unica cosa che puoi fare è entrarci, in quel vento, camminando dritto, e chiudendo forte gli occhi per non far entrare la sabbia. Attraversarlo, un passo dopo l’altro. Non troverai sole né luna, nessuna direzione, e forse nemmeno il tempo. Soltanto una sabbia bianca, finissima, come fatta di ossa polverizzate, che danza in alto nel cielo. Devi immaginare questa tempesta di sabbia. E naturalmente dovrai attraversarla, quella violenta tempesta di sabbia. E’ una tempesta metafisica e simbolica. Ma per quanto metafisica e simbolica, lacera la carne come mille rasoi. Molte persone verseranno il loro sangue, e anche tu forse verserai il tuo. Sangue caldo e rosso. Che ti macchierà le mani. E’ il tuo sangue, e anche sangue di altri.
Poi, quando la tempesta sarà finita, probabilmente non saprai neanche tu come hai fatto ad attraversarla e a uscirne vivo. Anzi, non sarai neanche sicuro se sia finita per davvero. Ma su un punto non c’è dubbio. Ed è che tu, uscito da quel vento, non sarai lo stesso che vi è entrato. Sì, questo è il significato di quella tempesta di sabbia

F.Kafka

Eccomi qui…

Sono libero, penso. Eccomi qui, libero e solo come una nuvola che fluttua nel cielo.
Kafka

La tempesta

Quαndo lα tempestα sαrà finitα, probαbilmente non sαprαi neαnche tu come hαi fαtto αd αttrαversαrlα e α uscirne vivo.
Anzi, non sαrαi neαnche sicuro se siα finitα per dαvvero.
Mα su un punto non c’è dubbio, ed è che tu, uscito dα quel vento, non sαrαi lo stesso che vi è entrαto.
(Kafka)

Omaggio a K.

Omaggio a K.

J. a Babele


Non c’era un’anima in giro. Probabilmente erano tutte a dormire, o buttate in qualche locale aperto fino a tardi: ce n’erano così tanti che J. aveva l’imbarazzo della scelta, se solo avesse voluto. Ma quella sera non aveva proprio nessuna voglia di trascorrere le ore notturne nell’ennesimo pub che offriva da bere gratis. Ne era annoiato. Quella sera una strana nostalgia si era impadronita di J.

Vagava a vuoto nelle strade, senza una meta precisa, aveva deciso di non tornare a casa, aveva il passo altalenante e indeciso. Portava il piede destro in avanti quasi a voler saggiare la resistenza dell’aria, poi lo fermava, lo riponeva indietro e di scatto muoveva il sinistro, piroettava sulla punta e si ritrovava a fare un inchino al muro, un ginocchio piegato, l’altro appena, dove un manifesto mezzo stracciato recitava “…il Governo annuncia la Grande Riforma…i lavori inizieranno a br…- qui c’era uno strappo- Benedite questo Governo…” Ma non erano le scritte del manifesto ad aver attirato l’attenzione di J. : a quelle era abituato fin da quando abitava la Città, ormai da centocinquant’anni circa. Gli occhi di J. si erano invece soffermati sul simbolo rosso che campeggiava per tutto il foglio: un triangolo dalle punte spezzate, contornato da un cerchio. Il simbolo dei terroristi, i ribelli, qualcuno li chiamava anche la “resistenza” o “polverizzatori”. Non era poi un mistero: da tempi immemorabili la Città subiva periodici attacchi terroristici da parte di questi fanatici ansiosi di rovesciare il Governo. Qualcuno aveva addirittura avanzato l’ipotesi che si trattasse di un complotto governativo per raccogliere i fanatici e farli fuori dall’interno del nucleo terroristico. Le favole erano tante al proposito, e ormai in 150 anni J. ne aveva sentite di tutti i colori. “Poveri bastardi – mormorò tra sé e sé – tanta fatica e non riescono mai far nulla alla fine”.

Continuò il suo tragitto, attraversò qualche incrocio, non guardava nemmeno i manifesti che si facevano sempre più numerosi sui muri, tutti a favore dell’operato politico del Governo. Si accorse che stava andando verso il centro della Città, quindi imboccò una delle strade parallele alla Grande Via. In un quarto d’ora si ritrovò davanti al Ministero. Il Palazzone (così lo chiamavano) campeggiava maestoso. Era quanto di più grande si potesse ammirare in tutta la Città, la sua area occupava chilometri e chilometri quadrati e una cupola immensa, tutta in oro zecchino lo sovrastava e lo chiudeva a un’altezza che in certe giornate particolarmente nebbiose l’occhio nudo non sarebbe riuscito nemmeno a indovinare dove si trovasse la cupola.

Ai lati del cancello d’entrata, maestoso anch’esso, in oro massiccio, due guardie erano di turno. Si avvicinò passo deciso verso una di esse.
“Voglio parlare con il vostro capo.”
“Michele è occupato in questo momento, non può ricevere.” – rispose quella non posando neanche il suo sguardo su di lui, ma continuando a guardare diritto davanti a sé, impassibile.
“No, non con il Capo Guardiano. Con il Principale.”
“Ah, Lui è sempre disponibile” – La Guardia batté in terra. Il grande cancello si aprì. J. spalancò la bocca, stupito. Non credeva fosse così semplice. Perché in 150 anni non ci aveva mai pensato? Forse era troppo distratto dalla novità che sulle prime quel posto rappresentava per lui, anima novella.
“Dove si trova?” – chiese alla guardia.
“Ultimo Piano, Cupola. Salga a piedi. L’ascensore è fuori uso da tempo.” J. varcò l’ingresso, pronto a percorrere l’ampio viale che lo portava fino all’atrio del Palazzone. Solo dopo molti anni avrebbe capito la risatina che la Guardia aveva fatto, non appena il cancello si era richiuso alle sue spalle.

Passarono mille anni. J. si buttò per l’ennesima volta su un gradino a riposare. Le scale erano affollatissime. In alcuni punti aveva impiegato molta difficoltà e giorni interi solo per finire una rampa. L’andirivieni era pazzesco. Perlopiù si trattava di anime che avevano perso ogni speranza di raggiungere la Cupola. Nessuno però sembrava volesse tornare indietro. O proseguivano o stavano fermi per anni sullo stesso gradino. J. si trovava adesso su una rampa particolarmente meno affollata delle altre. Contava di essere arrivato molto in alto, ma non sapeva quanto. Quasi rimpiangeva la Città. Chissà se le cose erano cambiate lì fuori. Probabilmente no. Non cambiavano mai. “è come Babele…” Una voce lo fece sussultare. Si voltò. Un cieco che stava parlando da solo, ma sembrava si rivolgesse a lui. Era seduto, coperto di qualche straccio sulle parti intime, magro, magrissimo che quasi gli si vedevano le costole, i capelli argentei. “Non arriveranno mai, capisci?” “Tu hai perso ogni speranza” – gli disse J. “Si, è vero! – disse il cieco – Io ho perso ogni speranza nel genere umano, nel genere che ho creato. Credi abbia edificato io questa città, questo palazzone? Siete stati voi esseri umani a volere tutta questa burocrazia…” “Tu…tu sei ….No, non può essere…” – ma d’improvvisò J. si sentì gelare, cadde a terra, in ginocchio, dinanzi al cieco, tutti passavano avanti e sembravano non far loro caso. “Non si curan di noi, eh? Guardano e passano…I loro occhi non sanno guardare che la Cupola, hanno dimenticato l’essenziale – proseguiva il Cieco – si, J. sono io Colui che tu cerchi. Ponimi le domande che desideri”
J. fu preso da una gioia mista a rabbia, in un vortice di ansietà e frenesia: aveva un sacco di domande da fargli.
“Perché tutte queste promesse? Avevi promesso di costruire Paradiso e Inferno. E invece non sono nemmeno iniziati i lavori. Perché ci prendi in giro? Nelle nostre vite precedenti abbiamo meritato…”
“Avete meritato il dubbio. Sciocchi! Questo è il vostro inferno. L’indecisione, la burocrazia, la lenta morte, l’agonia suprema. Il vero paradiso l’avevate tra le mani e pochi di voi hanno saputo riconoscerlo e viverlo.”
“La vita terrena, quello era il paradiso? Ma dai…con tutte quelle guerre, quelle sofferenze…”
“Solo dolore? – lo interruppe il Cieco – E se anche fosse solo dolore è nulla paragonato a questa insensata follia alla ricerca di una cupola … che non c’è.”
“Cosa devo fare per andare in Paradiso? Dov’è?”
“Devi ricordare J. La chiave sta nella memoria. Devi ricordare ogni singolo istante della tua vita terrena. Non tralasciarne nemmeno un secondo. Quando avrai ricordato, avrai capito.”
“Come accadrà?”
“Ricorda J. Non lasciarti andare all’Oblio.”
J. stette in silenzio. Voleva chiedergli chi fossero i ribelli, perché fra tutti proprio lui…Ma di colpo sentì l’odore del caffè e il bricco fischiare.

“Amore, il caffè è pronto. Che dici? Sarebbe ora di spegnere il fornello?”
J. fissava un punto vuoto. Poi si riscosse. Sua moglie Clara aveva spento il fornello e versava il caffè bollente nella tazzina. “Sei strano stamattina, amore, che hai?”
“Ho fatto un sogno…” – mormorò.
“Un bel sogno?”
“Non so, forse non è così importante…”
“Se non lo ricordi, non è importante…– rispose Clara – Adesso bevi, sennò farai tardi al lavoro e farai fare tardi anche a me.” Lo baciò.
“Vado a vestirmi. Se esci per ultimo chiudi la porta e spegni il televisore.”
“Si…” – rispose J. Bevve il caffè e andò a cambiarsi d’abito.

La gabbia e l’uccello (la mia interpretazione)

La gabbia rappresenta i nostri nodi complessuali più potenti dai quali è impossibile uscirne se non attraverso anni di lotte. In realtà, questi grumi psichici, sono dotati di una propria autonomia e ci avviluppano completamente.
Siamo talmente condizionati che accettiamo anche una gabbia stretta, maleodorante e piena di “escrementi” psichici. Tutto questo pur di non affrontare una “vita nova”. Volare e liberarsi in un mondo anch’esso libero ma che, senza la protezione della nostra gabbia, avvertiamo come infinitamente pericoloso.

GRAZIE A TUTTI PER AVER PARTECIPATO COSì ATTIVAMENTE A QUESTO MIO “ESPERIMENTO”…
Ne faremo degli altri. Le vostre analisi mi hanno entusiasmato.

Un abbraccio
Gabriele

Vi invito…

Vi invito a commentare questi due post:

1 Cosa vuol dire Kafka quando dice che: “La gabbia andò in cerca di un uccello”.

2 Cosa vi suscitano questi versi di un poeta indiano:

(…) dopo l’amore
amorosamente
la contemplava.

La scelta

Cari amici, cosa vi spinge nella scelta di un libro? Vi “guida” l’immagine della copertina? L’incipit? L’argomento? L’autore o il titolo? Quali sono le letture che vi hanno “folgorato”? Nei romanzi, ad esempio, quanto trovate determimante l’incipit? Io, spesso, è dopo la sua lettura che decido se proseguire o abbandonarlo.

Alcuni esempi…

IL PROCESSO
Qualcuno doveva aver calunniato Joseph K. perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato.

IL CASTELLO
Era tarda sera quando K. arrivò. Il paese era affondato nella neve. La collina non si vedeva, nebbia e tenebre la nascondevano, e non il più fioco raggio di luce indicava il grande Castello. K. si fermò a lungo sul ponte di legno che conduceva dalla strada maestra al villaggio, e guardò su nel vuoto apparente.

CENT’ANNI DI SOLITUDINE

Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendìa si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio

IL DESERTO DEI TARTARI

Nominato ufficiale, Giovanni Drogo partì una mattina di settembre dalla città per raggiungere la Fortezza Bastiani, sua prima destinazione.
Si fece svegliare ch’era ancora notte e vestì per la prima volta la divisa da tenente. Come ebbe finito, al lume di una lampada a petrolio si guardò allo specchio, ma senza trovare la letizia che aveva sperato. Nella casa c’era un grande silenzio, si udivano solo piccoli rumori da una stanza vicina; sua mamma stava alzandosi per salutarlo.
Era quello il giorno atteso da anni, il principio della sua vera vita.