Cinema da non perdere: “Dheepan” di Jacques Audiard

DHEEPAN_Still

Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, “Dheepan” di Jacques Audiard si troverà ancora per poco nelle sale italiane, ma è assolutamente da non perdere. Il protagonista, il Dheepan del titolo, è un ex combattente delle Tigri Tamil (Jesuthasan Anthonythasan, ex bambino soldato fuggito dallo Sri Lanka e diventato scrittore) che per fuggire dalla guerra civile dello Sri Lanka e chiedere asilo politico in Francia, forma una finta famiglia con una giovane donna, Yalini, e una bambina di nove anni, Illayaal. I tre si trasferiscono nella banlieu parigina, violenta e malfamata, e trovano rifugio in un agglomerato, dove Dheepan lavora come guardiano tuttofare. Yalini fa la badante ad un anziano, mentre la bambina frequenta una scuola e, superate le difficoltà iniziali, si inserisce molto bene. In questa normalità illusoria, quasi si convincono di essere una vera famiglia. Una routine rotta però dai traffici delle bande criminali del posto e le loro regole. Quando verranno coinvolti in una brutale esplosione di violenza, i fantasmi del passato torneranno a tormentare Dheepan e occorrerà prendere una decisione, se rimanere insieme o separarsi.
Jacques Audiard, regista de “Il profeta” e “Un sapore di ruggine e ossa”, con “Dheepan” rende un omaggio all’amore e alla possibilità delle persone che hanno subito grossi traumi di rifarsi una vita. I protagonisti del film all’inizio fanno addirittura fatica a parlare tra di loro e non per questione d’idioma, che è lo stesso, ma perché non si conoscono. Sono degli estranei l’uno per l’altro, i quali si ritrovano a vivere in un mondo nuovo, che si accorgono essere non tanto diverso da quello che hanno lasciato. Audiard mira a raggiungere lo spettatore, coinvolgendolo emotivamente e a partecipare attivamente alle vicende dei personaggi, attraversando con loro l’inferno della violenza e le rispettive trasformazioni: quella esteriore che ha a che fare con l’emigrazione e l’integrazione sociale, l’altra quella intima, domestica e interiore. Il regista affida ai gesti, agli sguardi, ai silenzi dei personaggi lo snodarsi della storia con asciuttezza e un certo sotto tono che rendono il film un esempio di linguaggio e di stile cinematografico.

Clara Martinelli

Annunci

Cinema: “Un amico molto speciale”

Comincio con una parentesi: la definitiva, meritatissima consacrazione di Jacques Audiard (sceneggiatore e regista francese) arrivò con “Il profeta” (Un prophète, 2009), vincitore del Grand Prix Speciale della Giuria del 62º Festival di Cannes e di nove Premi César, nonché candidato all’Oscar al miglior film straniero. A mio modesto avviso un film da vedere e capisco se non ne avete sentito parlare perché in quel periodo eravate distratti da altro (in fondo il 2009 era l’anno internazionale delle fibre naturali). Ecco. A distanza di un lustro o poco più ritrovo il profeta (Tahar Rahim) che si inerpica sui tetti, impegnato in furti improbabili insieme a un bambino (Victor Cabal, straordinario) nella commedia favolistica “Un amico molto speciale” (Le père Noël) di Alexandre Coffre, nelle sale dal 4 dicembre. “È una commedia che gioca con la simbologia del Natale – spiega nelle note di produzione il regista -. C’è un lato irriverente che riesce a divertire senza però offuscare mai l’immagine del Natale e di Babbo Natale. Ma la modernità scaturisce soprattutto dal percorso che compiono i due protagonisti”. In effetti la pellicola commuove e diverte, è piena di simboliche carezze, scambi affettivi ma anche di situazioni che rasentano la surrealtà eppure non intaccano la delicatezza con cui pian piano si costruisce e matura la relazione tra i due: un bambino adulto e un adulto che ha preservato la sensibilità del suo bambino interiore. Tahar dice di aver trovato rifugio dalla noia di Belfort (città natale) nel cinema, guardando fino a 5 film a settimana durante la sua gioventù, un’abitudine che ha dato vita e alimentato la sua passione per l’arte cinematografica. Bistrattata dal senso comune in chiave esclusivamente “dispregiativa”, la noia può essere evidentemente anche uno stato d’animo “altamente produttivo”, ne deduco. Ho letto che Il regista ha fatto leggere la sceneggiatura allo psichiatra infantile Olivier Tarragano. Quindi per questa volta termino “tirando acqua al mio (e/o al suo) mulino”: si percepisce che in questo film così “inconsueto” c’è lo zampino di un bravo cultore dei percorsi dell’animo umano.

Massimo Lanzaro