Emergency Exit: un documentario itinerante sui “cervelli in fuga” dall’Italia

L’Italia, così piena di bellezze culturali, spirituali, storiche e artistiche, eppure così in crisi. Una crisi a causa della quale, un’intera generazione – quella tra i 25 e i 40 anni – sta letteralmente ‘sanguinando fuori’ dai nostri confini.Un numero sempre maggiore di giovani Italiani è costretto per forza di cose a lasciare l’Italia. Non per spirito cosmopolita o per ambizioni di successo, ma semplicemente per avere l’opportunità di un futuro migliore (o quantomeno dignitoso). Un futuro che, nonostante sacrifici, anni di studio ed impegno, in Italia sembra difficile da immaginare, oggi. E un Paese senza giovani è anche un Paese che, alcuni dicono, non ha futuro.Il tema del lavoro nella stringente attualità si è insidiato nel lavoro della giovane regista pugliese Brunella Filì: Emergency Exit è un documentario itinerante che osserva e parla con giovani studenti o ex studenti italiani emigrati all’estero (Europa e America – le città coinvolte sono Bergen, Wien, Londra, Parigi, Tènerife, New York), purtroppo sempre più unica effettiva fonte di lavoro – che in più valorizzi e che sia affine a ciò che si è studiato.Il documentario, che è partito quasi come un gioco e che poi si è trovato coinvolto in un chiacchierio mediatico (la BBC se n’è interessata) e quindi in una reale produzione, trova il suo punto di forza in quello che avrebbe potuto essere anche il suo limite più grande: la stretta vicinanza della regista all’argomento e la netta partecipazione emotiva che tuttavia si fa razionale e attenta, osservatrice in modo particolare dei dettagli, tutti i piccoli gesti e gli oggetti che più di tante parole possono trasmettere dei messaggi.Secondo le ultime statistiche sulle migrazioni, in Italia il numero degli emigranti – il cui 70% sono giovani laureati – ha superato quello degli immigrati da Paesi meno industrializzati del nostro. Dal 2010 ad oggi sono oltre 70.000 all’anno i giovani italiani che, a malincuore, fanno le valigie per l’estero. Non solo ‘cervelli’ o ricercatori, ma anche ragazzi laureati e professionalmente qualificati che desiderano un’esistenza normale, un lavoro, uno stipendio, la possibilità di crearsi una famiglia e una vita indipendente non precaria.Da queste motivazioni – racconta la regista – è partito anche il nostro viaggio attraverso l’Europa: Parigi, Vienna, Londra e molte altre città. Poli d’attrazione dove ricomporre i pezzi di una realtà affettiva, professionale, culturale e nazionale in conflitto con le proprie aspirazioni, ideali, meriti; giovani esistenze alla ricerca di un’identità generazionale smarrita, frammentata fra i problemi di un paese meraviglioso, ma economicamente e politicamente fermo da oltre un decennio.“In questo docu-trip ho deciso di incontrarli di persona, per raccontare attraverso la telecamera le loro storie, i loro sogni, le loro paure, le loro speranze, ma anche la loro quotidianità. Lontani da casa, sradicati, per cercare un futuro migliore, un’uscita d’emergenza”.Sei storie di ‘ordinaria separazione’, un’unica incombente domanda finale: è ancora possibile immaginare un futuro in Italia? Una domanda che ha verosimilmente senso porsi.

Massimo Lanzaro

P.s.: su www.emergencyexit.it è possibile accedere a tutte le informazioni sul progetto, oltre che lasciare i propri commenti e le proprie storie.

 

CAPUT LUCIS: dal 30 luglio al 4 agosto torna il grande spettacolo

Cari amici, a partire da questa sera, 30 luglio 2009, inizia la settima edizione di “Caput Lucis”, il Campionato Mondiale d’Arte Piromusicale: una grandiosa e consolidata manifestazione che mette in scena avvincenti coreografie di fuochi, progettate ed eseguite dai migliori maestri del mondo, la cui principale caratteristica è la perfetta sincronia tra l’esibizione pirotecnica e musica di accompagnamento. Quest’anno l’evento vedrà protagoniste cinque nazioni: l’Italia, vincitrice della scorsa edizione e campione in carica, la Croazia, l’Ucraina, la Spagna e l’Inghilterra. La manifestazione, organizzata dalla società Adverta, è ospitata negli spazi del Fashion District Outlet di Valmontone. Nel corso delle 6 giornate è previsto un nutrito programma: concerti, cabaret, intrattenimento culturale e ludico. All’interno di questo contesto curerò e condurrò, per il secondo anno consecutivo, un talk show in diretta, con la partecipazione di numerosi ospiti. Un dibattito che coinvolgerà attivamente tutti gli spettatori parlando di temi di attualità e cultura con un linguaggio accessibile a tutti, alternando gli scambi di idee a momenti d’intrattenimento, con l’accompagnamento musicale, gli interventi di comici e prestigiatori ospiti delle serate. Un’occasione per fermarsi a riflettere prima di lasciarsi incantare dalla notte di luce, suoni e colori di “Caput Lucis”.

FRANÇOIS VILLON, IL POETA DELL’ENIGMA ovvero DELL’IDENTITÀ NASCOSTA E DELLA PAURA DELL’ERESIA

Un Ebreo con un’oca è praticamente un uomo morto. Bene che gli vada, ed è raro, gli tagliano la mano destra, altrimenti lo inchiodano «come Gesù Cristo» a espiazione dei peccati e il pennuto è subito preparato per il fuoco e arrostito, ovviamente «per la gloria di nostro Signore». I delitti denunciati sono oltre centomila all’anno, quindi la stima è irrisoria rispetto alla realtà.

È la Parigi della seconda metà del Quattrocento, dove i criminali si nascondono ovunque e la violenza è pane quotidiano. Gli omicidi e gli stupri sono cosi ordinari che non vengono neppure citati nei rendiconti della «sicurezza», a meno che non riguardino personaggi altolocati e il clero.

Le prostitute sono quattromila, i lenoni, i malversatori, gli aguzzini, gli strozzini e i frequentatori abituali delle carceri sono oltre ventimila. E questo su una popolazione globale di trecentomila anime.

Tre persone su dieci hanno dunque a che vedere con la giustizia e non si tiene conto dei tagliagole al servizio dei nobili. Sotto la protezione di un conte o di un marchese si gode infatti una quasi totale impunità. La notte è abitata da questi sgherri con licenza di offendere, ferire, colpire, rubare, torturare. Dopo il tramonto, ogni donna sorpresa per strada è un bottino offerto al primo smargiasso, e un «giudeo» può essere colpito con sassi, con mazze o addirittura trafitto da spada o pugnale anche di fronte ai pur temuti e odiati sbirri. Un incubo. Non basta essere forti o valenti con le armi. Se non si è in gruppo, si ha la certezza di essere aggrediti e sventrati anche solo per sadico divertimento. Per questo si esce in compagnia. Ognuno si aggrega agli uomini del nobile o dell’alto prelato a cui fa riferimento. Come piccole schiere vandaliche si cammina, si insulta, si cerca il capro da sacrificare.

Capita sempre qualcuno che, per necessità, è dovuto uscire. Allora comincia la festa. Se è un vecchio, gli si incendiano le vesti per il gusto di vederlo correre; se è una donna anziana, le si aizzano contro i cani; se è giovane, la si violenta tutti insieme e poi la si sgozza; se è un villano, gli si conficcano a forza nello sfintere gli ortaggi; se è un bambi­no gli si mozzano le orecchie o il naso; se è una fanciullina, la si sequestra per venderla ai mezzosangue che commerciano con i mori.

È in questo inferno che vive François Villon, uno dei massimi poeti di tutti i tempi. Una vera e propria leggenda.

Perché? Pierre Champion ha scritto su di lui la prima biografia romanzata della storia della letteratura. Poi ne sono seguite almeno una ventina. Tutte più o meno credibili e tutte affascinanti. Il personaggio è un vero e proprio mistero. Anzi, un rebus che lo stesso poeta, nelle sue opere maggiori, Lascito e Testamento, ha voluto contribuire a costruire. Infatti nei suoi versi immortali dà precisi riferimenti.

È uno studente così povero che di più non si può, nero come una mora e magro come una chimera. Uno «scolaro» del quartiere latino che studia senza profitto e frequenta cattive compagnie. Da qui ubriacature, furti e prigione. Lui stesso dice che è entrato e uscito da quella terribile di Meung. Insomma un vero e proprio poeta maledetto, anzi, il primo in assoluto. Da qui il mito. Di più, una malia che ha attratto ammiratori-letterati di ogni tempo, tutti a cercare di scoprire la sua vera identità. E sì, perché in realtà su di lui, malgrado le «tracce» lasciate a bella posta nei suoi versi, non si sa un bel niente: sparisce dopo aver creato quel capolavoro del Testamento.

La scomparsa in sé non dovrebbe troppo meravigliare. È un delinquente, di genio, ma sempre delinquente e per di più recidivo. Non ce l’ha fatta a scappare una volta di più e la giustizia l’ha appeso. Non è forse lui che ha scritto che diversi suoi amici sono stati condannati a morte? Inoltre, si ha notizia di un «François des Loges autrement dit Villon» in una lettera di remissione, firmata da Carlo VII, nella quale lo si scagiona da un fosco delitto in cui è stato ucciso un prete. In un’altra lettera, sempre firmata da Car­lo VII, è citato un François de Montcorbier, maître des arts, che viene sollevato da responsabilità sempre per lo scannamento di un prelato. Quindi c’è da scegliere. O questo o quello, o «des Loges» e «de Montcorbier», sempre di lui si tratta. Di quel poeta secco, nero, povero, studente, coinvolto in un giro losco di denari e pugnalate.

E allora? Cosa c’è da sapere di più? Molto, moltissimo.

Per cominciare, Villon scrive in jargon, una sorta di gergo di malaffare, ma ogni rigo trasuda una cultura letteraria eccezionale. Molto al di sopra di quella di uno studente o anche di un maître des arts. Da qui l’ipotesi recentissima che si tratti di un personaggio, forse di grande prestigio sociale ed economico, che si nasconde dietro una sorta di maschera saturnina molto in voga nell’Umanesimo. Insomma, una specie di travestimento con cui si mostra ai contemporanei e soprattutto ai posteri per farli impazzire.

Una trovata teatrale straordinaria. Un uomo potente e coltissimo che si rappresenta come un vero e proprio attore da palcoscenico: una falsa identità, una falsa professione, una falsa povertà, una falsa fedina penale e una falsa galera.

Solo i versi eterni sono veri.

Per generazioni, i critici sono caduti nella trappola, ma adesso alcuni hanno scoperto l’inganno e finalmente hanno svelato la doppia identità del poeta. Tutto chiaro, finalmente. È un grande doppiogiochista. Ha teso un tranello in cui tutti sono rimasti impigliati per anni e anni. Ma ora tutto sembrerebbe svelato grazie a un lavoro di revisione filologica dei testi e delle fonti,

E invece no.

Ecco perché l’Hermes è approdato in questa Parigi plumbea rigurgitante di ombre. Il mistero di Villon rimane immutato. Almeno fino a ora. E merita di essere scoperto. Una volta per tutte. Ma occorrono i soliti occhi privi di pregiudizi e remore e soprattutto il solito grimaldello che i marinai curiosi si portano dietro sin dall’inizio di questo itinerario. Per aprire versi ermeticamente chiusi, occorre infatti la chiave giusta, quella ermetica.

A ben vedere, nel disvelamento della vera identità di Vil­lon potente, ricco e istruito, manca la motivazione della ma­schera.

Perché un uomo altolocato, di cospicui mezzi e cultura, avrebbe messo su una simile messinscena? Per puro godimento, rispondono i critici più avveduti, e per un gusto tipicamente d’epoca: la rappresentazione fine a se stessa, il ludus della maschera saturnina, l’uomo nero e magro e povero e sfortunato che, nella seconda meta del Quattrocento, era molto in voga in Francia e in Italia.

In verità è un movente veramente debole.

Ma come? Un poeta perfettamente conscio del proprio valore, che deride i suoi contemporanei che si cimentano con i versi, si condanna all’oblio eterno soltanto per un divertimento alla moda? Se così fosse, un suo contemporaneo avrebbe lasciato un appunto, una lettera, uno schizzo, un motto, un sonetto sulla vera identità di quel geniale dissacratore.

Invece nulla. Solo le lettere di remissione di Carlo VII.

Evidentemente, nell’artista che si nasconde sotto lo pseudonimo di François, ovvero «il francese», Villon, ovvero «l’arguto», è necessario l’anonimato assoluto per cause ben più forti e gravi del semplice divertimento letterario.

Lui sapeva che nei suoi versi c’era qualcosa di terribile agli occhi dei suoi contemporanei. Di qui il travestimento e la falsa pista dello studente impelagato con la legge. Oggi non si riesce più a cogliere l’autentica valenza misteriosa delle sue composizioni. Nel Quattrocento, invece, non era così.

L’uomo celato sotto i panni di Villon sapeva perfettamente che alcuni suoi concittadini avrebbero letto nel giusto senso i suoi scritti. Alcuni ne avrebbero tratto giovamento, ma altri vi avrebbero visto eresia e componenti demoniache. Perché è di questo che si tratta.

I versi sono un capolavoro poetico, ma sono anche un bando, un manifesto ermetico diffuso nei secoli. Un paradigma magico proposto agli uomini delle generazioni a venire.

È per sciogiere questo enigma che il nostro battello approda a Parigi.