Affrontare il proprio dolore

Ogni dipendenza *alcol, cibo, droga o persona * nasce da un rifiuto inconsapevole di affrontare e di attraversare il  proprio dolore. Questo è il motivo per cui, dopo che l’euforia iniziale è passata, vi è tanta infelicità, così tanto dolore nelle relazioni intime. Sono queste che portano fuori il dolore e l’infelicità che è già in voi”.

Eckhart Tolle

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Infelicità degli esseri umani

Ho scoperto che tutta l’infelicità degli esseri umani deriva da una sola cosa, e cioé da non saper restarsene tranquilli in una stanza.”

Blaise Pascal

Ripetizione

Il tempo umano non ruota in cerchio ma avanza veloce in linea retta.
E’ per questo che l’uomo non può essere felice, perché la felicità è desiderio di ripetizione.
Milan Kundera

La mancanza

La mancanza di qualcosa che si desidera è una parte indispensabile della felicità.
Bertrand Russell

L’uomo coltiva la propria infelicità…

L’uomo coltiva la propria infelicità per avere il gusto di combatterla a piccole dosi.
Essere sempre infelici, ma non troppo, è condizione sine qua non di piccole e intermittenti felicità.
Eugenio Montale, Farfalla di Dinard

L’infelicità al tempo dello spread. Interessante riflessione dell’amico Raffaele La Capria

Bolli, multe, conguagli: il vocabolario molesto della crisi

Si parla di ricchezza e felicità e ci si domanda se la ricchezza rende felici. Felicità è un parola troppo grande, comprende troppe cose, e certamente è incommensurabile con la ricchezza. Tuttavia, anche a rischio di apparire banale, penso che a me basterebbe poco per essere più spensierato. E chi è spensierato è probabile che afferri, se gli si presenta, quel tanto di felicità che la vita può concedere. Ho detto che a me basterebbe poco. Quanto? Beh il quanto è soggettivo, dipende dalla situazione, dalle circostanze. Se uno ha una grave malattia da curare, se uno ha più persone a carico, e così via, tutto questo va messo in conto per stabilire quanto. Ma c’è anche un dato oggettivo, per esempio l’appartenenza a una certa classe sociale, mettiamo il ceto medio, pesantemente tassato in quanto tale, con tutti gli obblighi che impone, obblighi che se non li osservi ti complicano la vita con conseguenze talvolta disastrose. La pensione che ricevi crea anch’essa differenze e spesso delle vere e proprie ingiustizie che ti mettono in uno stato di aperta ribellione contro il sistema che le ha determinate. Quando ho letto il libro La Casta di Stella e Rizzo, mi si sono rizzati i capelli in testa. Se a tutti gli italiani quel libro ha fatto l’effetto che ha fatto a me, direi che saremmo pronti a una rivoluzione simile a quella francese contro la Versailles dei privilegiati che prendono pensioni dieci e venti volte superiori alla mia. Sono sicuro che nessuno di questi privilegiati sia felice in proporzione all’entità della sua pensione, probabilmente sono più felice io, ma certo da un punto di vista pratico, il privilegiato sta meglio di me.

Mai come oggi in tempo di crisi si parla tanto di soldi. Si dice che parlare di soldi sia volgare: ebbene, oggi viviamo nell’era della volgarità. Non si parla d’altro che di soldi, di spread, di debito pubblico, di finanza e finanziamenti, di default, che poi sarebbe il fallimento, (ma dire default forse attenua l’impatto con la parola), e insomma di farcela o non farcela ad arrivare alla fine del mese. Si parla di tutto questo, ma non si sa bene di che si parla quando se ne parla, resta solo il disagio. Il disagio non è solo quello della nazione ma anche quello del singolo che non sa più a che santo votarsi, non sa quali sono le forze che lo dirigono e che lo portano verso quell’abisso che viene puntualmente evocato come uno spauracchio. Mai come oggi il cittadino comune viene sballottato di qua e di là, mai come oggi il cittadino di classe medio borghese, in cui m’identifico, quello per intenderci che paga le tasse, è stato più indifeso e in balia delle altrui pretese. E non parlo soltanto dell’affitto troppo alto, della luce, del gas, del telefono, della benzina troppo cari (come fai a dire è troppo caro, pagare non posso?), parlo anche del suo essere indifeso di fronte a tutti coloro che fanno parte di una corporazione, che oggi sono potenti come nell’antichità lo erano i sacerdoti o i militari. Parlo dei notai, degli avvocati, dei medici, dei dentisti, dei commercialisti et similia. Di costoro il cittadino medio borghese indifeso ha bisogno, ma anche a loro come può dire: la tua tariffa è troppo alta, non ce la faccio a pagarla? Come fa il cittadino indifeso a controllare se è giusto quel che loro mettono nel conto? Chi può discutere la parcella di un avvocato, la notula di un notaio, la distinta spese di un commercialista? Non puoi, sei nelle loro mani, sei tu che li hai scelti, il mercato è il mercato e li fa lui i prezzi, e così via. Ecco sono queste le forze che sballottano il povero cittadino comune, soprattutto oggi che c’è disperazione economica e mancanza di moneta corrente.

 Si dirà che sto scoprendo l’acqua calda. Lo so, lo so, dico cose ovvie, ma io voglio solo far notare che chissà dove, chissà come, chissà perché, c’è sempre qualcosa di burocratico tra te e i pochi soldi che hai in tasca, sia esso il bollo, la bolletta, la percentuale, l’assicurazione, l’ingiunzione, la multa, il conguaglio, c’è sempre qualcosa che si intromette e cerca di portarteli via fino all’ultimo, e rende per te difficile non dico la felicità, che è chieder troppo, ma quello stato di serenità necessario a ogni uomo per dare il meglio di sé, e soprattutto a un artista o a uno scrittore consente di lavorare senza troppe di queste zanzare che continuamente lo punzecchiano.

L’indifeso cittadino comune, chi lo difenderà da tutte le forze burocratiche o corporative cui accennavo, e persino dallo Stato stesso quando impone tasse o tariffe demenziali? Sua difesa dovrebbe essere una democrazia funzionante che a tutti dovrebbe garantire pari diritti e pari opportunità in cambio di pari doveri. È lui, il cittadino indifeso, che elegge i suoi difensori votando per questo o quel partito, per questo o quel politico da cui si sente rappresentato. La sua vera difesa dovrebbe essere lo Stato di diritto, e dovrebbe essere lo Stato di diritto a garantirgli la possibilità, qualora si presentasse, di essere felice. Dovrebbe. Ma lui non appartiene a nessuna lobby e dunque per lui la cosa è più complicata. Eppure il diritto a perseguire la felicità è essenziale, è uno dei primi articoli della Costituzione americana, dopo il diritto alla vita e quello alla libertà.

Raffaele La Capria

Felici o infelici

Si è felici o infelici per una quantità di motivi che non appaiono, che non si dicono e che non si possono dire.

Nicolas de Chamfort, “Massime, pensieri, caratteri e aneddoti“, a cura di Bruno Nacci, Giunti, 1997.