La Grande Madre — Giordano Bruno, il mago irascibile, il filosofo dell’immaginazione

Un post del 2009 
Un tornare indietro, nel progredire ancora….

«Un’unica forza, l’Amore, unisce infiniti mondi e li rende vivi»

Giordano Bruno (1548-1600)

Non sono stato io a incontrare Giordano Bruno, ma fu lui a venirmi incontro. È successo per caso, quando ero ancora un ragazzo. Mi chiesero: «Che filosofo preferisce?» e io per darmi un contegno e per non citare sempre gli stessi, i notissimi, feci il suo nome. Non avevo letto neppure un rigo e nel programma liceale ancora non l’avevamo toccato. Al buio.

Da allora mi è rimasto dentro. È impossibile toccarlo senza che lui ti avvolga, definitivamente. Un po’ come i miti secondo Hillman, «Non toccarli se non vuoi che ti ritocchino». Grande verità. Basta farne l’esperienza per comprendere come tutto questo sia reale. Lo dissi anche un giorno, credo fosse il 1991, a Michele Ciliberto, notissimo studioso bruniano e autore di un fondamentale testo sulla sua filosofia. Dunque ero con il professore per preparare un’arringa di difesa del filosofo e letterato nolano. Qualche giorno prima uno studioso inglese aveva accusato Bruno di essere stato una spia della regina Elisabetta. Allora la città di Nola organizzò un dibattito pubblico ma me e quel “pensatore” anglosassone. Ciliberto faceva parte della giuria. Ebbi la meglio sul povero pseudo storico: lo misi subito all’angolo in quanto tutte le sue prove consistevano in alcune lettere che Bruno avrebbe segretamente mandato a Elisabetta I relative a movimenti e trame dei cattolici. Ebbene, non aveva compiuto la perizia calligrafica. Le lettere insomma non erano neppure di Bruno. Una cantonata imbarazzante. La stampa diede qualche attimo di celebrità al “ricercatore”, ma credo che ormai nessuno si ricordi di lui. È la classica fine di chi cerca notorietà infangando il nome dei grandi. Tornando a Ciliberto, fu in quell’occasione che mi chiese, in una splendida mattinata di sole davanti a un ristorante sopra la città di Nola, come mai amassi tanto Bruno. Gli risposi che l’avevo toccato per caso e che non mi aveva più abbandonato. «È successo così anche a me» mi rispose.

Giordano Bruno è il più grande mago rinascimentale. Anche Giorgio Galli ha affermato che i filosofi ermetici del 1500 sono stati gli unici alleati del pensiero Femminile; Bruno quindi, a sua volta, sarebbe un sostenitore di questa cultura alternativa, che si esprime soprattutto mediante la magia.
Siamo di fronte a un pensiero vastissimo la cui somma importanza è però essenzialmente ascrivibile all’ambito ermetico-esoterico, come ha evidenziato, appunto, Frances Yates, mentre in Italia questa componente è stata quasi del tutto trascurata.
La vita di Giordano Bruno é essa stessa “esemplare” in relazione al nostro discorso. È un racconto vero che serve a portare alla luce lo scrigno occultato del Femminile arcano. Per questo è utile ripercorrerla. È un viaggio straordinario da compiere tutti insieme. Una profonda malinconia e una grande gioia di vivere. Giordano Bruno vive tra questi due opposti stati d’animo. Cerca continuamente il dialogo, ma trova solo i volti arcigni del bigottismo. Calvinisti, protestanti, riformati, anglicani e cattolici sono tutti della stessa pasta fondamentalista, alla fine del Cinquecento.
Il Rinascimento purtroppo appare lontano. Ha messo le gemme con Pico della Mirandola, con Marsilio Ficino e il grande Lorenzo. Poi è germogliato sotto la forte influenza del Simposio di Platone e del suo inno all’amore e alla vita. Ed è infine ripiegato, dopo un breve periodo di assestamento, grazie agli odi di religione. E il manto nero che ricopre la mente dei bigotti a intristire Bruno, lui che è un mago e tale ha voluto essere per tutta la vita. Con ciò che ne consegue. Quindi la chiesa l’ha aborrito in quanto eretico e una componente del pensiero marxista l”ha sottovalutato perché da sempre diffida di chiunque si occupi di filosofia ermetica e di occultismo, giudicate tendenze di destra. Personalmente mi rifiuto di avallare questa visione, che ha portato una certa sinistra a bandire personaggi come Giordano Bruno e scrittori come Tolkien.

Bruno comunque è un mago. È utile ripeterlo perché tutta la sua vita è immersa in un’aura di mistero e di fascino. E in buona parte deve essere ancora interpretata. I continui viaggi, le lezioni, i dialoghi con i grandi del tempo sono forse più significativi degli scritti, almeno di quelli in chiave “essoterica”. Cerchiamo perciò di andare al di là della coltre gettata dagli ignoranti – veri o finti – e vediamo nella tela di questo scampolo di Rinascimento la storia di un uomo vivo, allegro, coltissimo, amante del vino, dell’amicizia, della creatività e, come ovvio coronamento, di Eros, il padre di tutti gli dèi. Senza dimenticare che ci troviamo di fronte a una persona coraggiosa fino all’inverosimile e capace di ogni sacrificio pur di mantenersi coerente.

Nel 1572 Bruno ha ventiquattro anni ed è ordinato sacerdote. Proviene da una famiglia della piccola nobiltà di Nola. Sua madre, Fraulissa Fravolino, è dotata di un ingegno vispo, curioso e duttile. A quindici anni ha preso l’abito domenicano e a diciannove ha già iniziato a criticare la curia vaticana. Dal 1572 al 1575 Bruno, il cui nome di battesimo è Filippo mentre Giordano è quello assunto da frate, passa i migliori anni della sua burrascosa vita. Studia la teologia e l’arte della memoria, di cui, da sempre, i domenicani, quelli del suo ordine, sono i principali esperti in Europa. Si tratta di un’antichissima disciplina che aiuta ad associare immagini e concetti. Della sua efficacia testimoniano Pico della Mirandola e lo stesso Bruno che da questi studi ricava il massimo profitto. Sembra accertato che ricordasse tutto in modo indelebile. Gli bastava consultare un libro per non dimenticarlo mai più. Quindi la sua cultura, con gli anni, diventò sterminata. Pensate ai vantaggi, anche per una persona qualunque, di poter rammentare dalla A alla Z tutto quanto si è letto durante la vita.

La felicità di Bruno ha corso breve. Nel 1576 viene raggiunto dalla prima accusa di eresia. Non è una voce o un rimprovero, ma una vera ingiunzione. A quell’epoca significava subire un interrogatorio iniziale della durata di uno o due giorni e poi, in caso di resistenza alle accuse, essere trasportato nella sala delle “domande” dove giungeva un signore vestito di nero accompagnato da un aiutante. Contemporaneamente facevano il loro ingresso frusta, tenaglie opportunamente infuocate, cavadenti, magli e altri strumenti per spaccare le ossa.
Bruno conosce la “procedura” e fugge immediatamente.
Iniziano così i suoi pellegrinaggi.

È solo, è giovane, ha indosso soltanto il saio che deve necessariamente abbandonare. E ormai spretato, condizione assai pericolosa perché chiunque può denunciarlo per ricevere una congrua ricompensa.
La sua prima tappa è Roma, dove una diceria lo vuole partecipe dell’assassinio di un prete. Un perfetto esempio di falso perpetuato nel tempo. Nessuno sa chi fosse quel prete, di cui non è stato tramandato il nome in alcun atto o documento. Non sono noti neppure la data dell’omicidio e il luogo dove sarebbe avvenuto. Non si conoscono nomi di testimoni, di accusatori e neanche dei giudici. Ciò nonostante su molti libri si continua a leggere di questa ignominia. Una vera diceria da untore sopravvissuta nei secoli.
Comunque sia, a maggior ragione, Bruno deve proseguire nella sua fuga. Ecco Genova, Nola, Savona, Torino, Ginevra, Parigi, Londra, Württemberg. Poi ancora Praga, Helmstad, Francoforte e infine Venezia, nel 1590.
Sono quattordici anni di peregrinazioni incessanti. Sempre povero e solo. Sempre spretato ed eretico, sempre studioso e insegnante di filosofia nelle università delle città dove si sofferma, che poi sono le migliori del mondo. Sempre accolto a corte. A Parigi, a Londra, a Praga.
Un sapiente itinerante che cerca ospitalità e rifugio. Scrive, pubblica finché l’Inquisizione lo ghermisce a Venezia per il tradimento dell’infido Mocenigo.
Questo è, in sintesi, tutto ciò che si sa di lui.
Eppure, qualcosa sfugge.

Rivediamo un momento questa cronaca “ufficiale” della sua vita. Bruno, dunque, è un perseguitato, eretico e squattrinato, che vaga per l’Europa. Fin qui nulla di strano, ce ne sono stati tanti altri e molti ancora ne verranno dopo di lui. Ma appunto costoro “vagano”, non hanno un itinerario né una meta. Cercano asilo e quando lo trovano non guardano tanto per il sottile. Trangugiano angherie in cambio di un tetto e di una mensa. Ben contenti di non essere riconosciuti – sono eretici, non dimentichiamolo – e del tutto lieti di non finire in una segreta o in mano al torturatore. Bruno invece ovunque vada viene accolto con tutti gli onori e gli si affidano le cattedre più prestigiose. A uno spretato si assegnano quindi le materie di maggior prestigio culturale e politico.
E un assurdo che contravviene a qualsiasi logica.
Non solo, a Parigi e a Londra frequenta assiduamente la ristrettissima cerchia dei reali.
Bruno riesce sempre, ovunque si trovi, a pubblicare le sue opere di filosofia e di magia. E questo, nonostante che la filosofia ermetica sia perseguitata da tutte le religioni e confessioni.
Dovremmo forse iniziare a chiederci da chi sia continuamente “accolto”.
Nel 1576, all’inizio delle peregrinazioni, è un perfetto sconosciuto. Perché dunque le autorità dei vari paesi, in cui si sofferma, avrebbero dovuto dargli incarichi importantissimi?
È evidente che si muove come su un circuito preordinato. Si reca dove sa di poter andare. Il mago, definiamolo così perché è l’unico modo davvero corretto per identificarlo, percorre rotte sicure. Deve esistere una confraternita, un gruppo, un’associazione, chiamiamola come vogliamo, che gli tesse una tela su cui possa muoversi senza timori. Che riconosce in lui il rappresentante di un sapere alternativo e giusto, gli apre perciò tutte le porte.
La coerenza del nolano, la forza con cui afferma le proprie idee, che poi sono quelle magico-ermetiche, unitamente a un’assoluta incapacità di ipocrisia, gli rendono ostili i bigotti e le autorità religiose. Ma questo avviene “dopo” l’accoglienza.
È un’ipotesi che potrebbe costringerci a rivedere tutta la storia culturale di questo periodo. Dobbiamo necessariamente ipotizzare che sia esistita una segreta associazione di menti aperte e antifondamentaliste, che gli consentiva i movimenti e che lo proteggeva in ogni situazione.
Prima abbiamo detto che Bruno, al momento della sua fuga iniziale, non era un personaggio noto, almeno non a tutti. Ma sicuramente doveva essere conosciuto ai membri di questo “gruppo” di cui finora la storia ufficiale non si è mai occupata. Perché costoro sapessero chi era, Giordano Bruno doveva essere in contatto con loro da molto tempo prima dei cosiddetti “vagabondaggi”. Era stato affiliato dalle persone che professavano la luce del bene e della conoscenza?
È certo che dovunque Bruno giunga lascia come un “segno”. Tanto è vero che in ogni città da lui toccata sorgono congreghe che possiamo paragonare a logge massoniche. Forse quella misteriosa associazione confidava nelle sue capacità di entusiasmare gli animi e organizzare la gente intorno a sé. Qualcosa di simile è accaduto, molto tempo dopo, anche a Casanova, e a Cagliostro.
Comunque i suoi spostamenti e l’ospitalità “innaturale” che riceve richiamano alla memoria i nove Cavalieri Templari e la quanto meno generosa accoglienza riservata loro da re Baldovino di Gerusalemme.
Dobbiamo ipotizzare, finalmente, l’esistenza di una sorta di cerchia di eletti da sempre “nascosta”, che tenta di scongiurare le persecuzioni dei fanatici religiosi, che propugna la libertà di espressione e di ricerca? Forse un gruppo, che oggi definiremmo “di scienziati”, all’esplorazione di campi del sapere a quell’epoca vietati e del tutto ignoti alle masse. Una congrega “coperta”, perché in quei secoli di oltranzismo non è davvero possibile dichiarare simili intenti alla luce del sole.
Affronta inoltre campi che le moltitudini devono ignorare, e questo è forse il più fitto di tutti i misteri. Perché al sapere-potere non possono accedere quelle persone che non si sono purificata l’anima, per usare un’immagine del Dolce stilnovo.
È una questione fondamentale, uno dei massimi arcani della nostra storia. Per questo è utile continuare il racconto di Giordano Bruno e cercare di vederne la “trama”.

Bene e male

…Male è tutto ciò che divide, che blocca o cerca di bloccare il flusso, mentre Bene è ciò che unifica, che scorre nel grande flusso della vita e della storia, con la coscienza di essere nulla più che una fragile fibra dell’universo

Giuliano Boaretto e Giorgio Galli

La Grande Madre — Dove si ricorda di una passeggiata alle falde del Vesuvio e dove compare una zingara

Ho sempre avuto un buon rapporto con le donne. Sarà perché sono cresciuto in mezzo a loro. Infatti nella casa di Boscoreale, alle pendici del Vesuvio, vivevo con mia nonna Carla, che ho sempre chiamato mamma perché avevo preso il suo latte, come ho già raccontato, e con le zie Sandra e Felicetta. Un po’ in tutto il napoletano le donne sono le padrone della casa; da noi questo era vero in modo particolare. Gli uomini c’erano, eccome, ma nel vivere quotidiano finivano per essere figure sbiadite. Eppure mio nonno Alfonsino era sindaco del paese, comunista accanito, e vero rivoluzionario. Portò infatti l’acqua ai vasci, alle grotte abitate ancora negli anni cinquanta da centinaia di persone, togliendola però ai benestanti della zona e soprattutto al barone Oliva. Insomma quasi una rivoluzione. Anche il figlio, mio zio Angelo, aveva un caratterino niente male; alto, grosso, un gigante muscoloso. Comunque non contavano né lui, né il padre. C’erano e non c’erano, almeno per me che dormivo spesso tra la mia “mamma” e Sandra con sogni popolati di sesso familiare radioso. Come i loro immensi seni che vedevo e sentivo quasi cuscini del paradiso. Questo servì a togliermi per sempre ogni problema con l’altro sesso, in contrasto con qualche facile teoria psicanalitica che sicuramente avrebbe visto in quella supposta “promiscuità” chissà quale insidia per il bambino che allora ero.
Dunque armonia e serenità da parte mia in ogni contatto con le donne. E non sarà stato certamente un caso che a nominarmi direttore di RAIDUE sia stata proprio una donna, la signora Moratti, ma questa è una storia che qui non interessa davvero.
Dicevo dunque dei buoni rapporti da me sempre intrattenuti con le signore di tutte le età. Così non ebbi alcun sussulto particolare quando a sei anni incontrai nel centro del bosco, che dal paese portava al Vesuvio, la signora Maria, una zingara. Andò così.
Camminavo da solo in pieno sole primaverile, appena dopo pranzo. Avevo superato da tempo la bella villa pompeiana che compare in tutti i libri di storia dell’arte, ma che a me e ai miei amici serviva per i giochi di guerra, e andavo per il solito sentiero che portava alla bocca del vulcano, quando un merlo si mise a zampettare sul mio cammino. Anche in seguito, sulle Dolomiti, mi è successa la stessa cosa. Solo che ero grande e non mi misi a seguirlo. “Questa volta non ho il coraggio” pensai in montagna. Ma allora, invece, gli andai dietro, fuori dal sentiero. Lui a passettini veloci, io quasi di corsa. Non c’era alcun motivo per quell’inseguimento, ma ero spinto da un impulso. Non era neppure curiosità, ma qualcosa dentro mi suggeriva di proseguire. Guardavo fisso l’uccello e non so bene per quanto andai, comunque per un bel pezzo. La vegetazione si faceva più fitta e appoggiai male un piede su di una radice. Caddi. Mi rialzai subito. Ma il merlo era sparito. Lo cercai con lo sguardo, anche dietro di me, da dove ero venuto. Già, ma da dove ero arrivato? Non c’era sentiero e mi resi conto di aver perso la strada. Tentai di tornare sui miei passi, ma dopo un’ora ancora non avevo trovato nessun punto di riferimento. Non ero inquieto, non avevo paura: mi dispiaceva soltanto per mia nonna. Le avevo detto che non sarei stato fuori a lungo e non volevo che si preoccupasse. Passò altro tempo, ancora non ero riuscito a rintracciare il sentiero, e cominciavo a stare in pensiero. Non per me, ma per “mamma”, appunto.
L’ansia mi colse quando mi accorsi che il sole cominciava a sfiorare le cime degli alberi. Stava davvero facendosi tardi. Avevo una stretta allo stomaco e quasi quasi mi veniva da piangere. Poi la vidi.
Era ferma in mezzo a una piccola radura tra gli alberi. Una vecchia enorme. Così mi apparve. Una liberazione. Corsi verso di lei e mi buttai tra le sue gonnellone, abbracciandole le gambe.
Mi sollevò e allora le cinsi il collo. Era gigantesca.
«Chi sii?» mi disse. Le spiegai del merlo e che mi ero smarrito. Allora allungò le braccia per vedermi meglio. Mi teneva sospeso davanti al suo faccione rugoso. Poi chiuse gli occhi e mi avvicinò al suo seno. Quasi cullandomi. Senza dire una sola parola mi accompagnò al sentiero. Da lì sapevo come tornare dai miei.
«Mo’ vavattenne» mi sussurrò «ma non ai rìcere a nisciune che m’hai ‘ncuntratata, va bbuono?»
«Sì.»
Andai via, ma dopo pochi metri risentii la sua voce.
«Tu hai da sta’ sempre cu nuie, nun te scurda’.»
Mi voltai, la salutai e tornai a casa senza ovviamente capire il significato di quel «Tu devi stare sempre con noi, non dimenticarlo». Soltanto dopo molti anni ne compresi, forse, il senso. Ma ne parleremo in seguito, per ora è meglio rimanere a Boscoreale.
Mia nonna per poco non mi mangiò vivo. E per la prima volta mi spedì a letto senza cena.
Ero nel lettone a occhi aperti. Stavo ripensando a quella donna, di cui non avevo fatto parola, vestita con gonne ampie sovrapposte, con un fazzolettone in testa e grandi orecchini, senza dubbio una zingara, quando sentii la porta che si apriva. Feci finta di dormire. Era zia Sandra con pane e salame. Gioia e baci. Poi zitti zitti, per non farci sentire, ci mettemmo tutti e due sotto le coperte.
«Ma perché la mamma si è tanto arrabbiata? Altre volte sono stato via per un bel pezzo.»
«Oggi è diverso» mi disse. «Dietro la casa dei romani, in un accampamento di zingari, la moglie del loro capo ha ucciso il marito e poi è scappata nel bosco. Per questo la mamma si è arrabbiata. Ha avuto paura che tu l’avessi incontrata.»
Non fiatai. Ricostruii tutto nei giorni successivi, interrogando i miei amici e mio nonno. Un poco alla volta venni a sapere di Maria, la gitana napoletana, che aveva sgozzato il marito. Ma lo aveva fatto dopo che l’uomo aveva sferrato un terribile calcio al loro figlio più piccolo, rompendogli una gamba. Era l’ennesima di mille e mille brutalità. Soltanto che questa volta la donna si era ribellata e aveva sferrato il colpo mortale. Poi era fuggita nei boschi, proprio dove l’avevo incontrata io. Perché non mi aveva fatto niente? Perché mi aveva lasciato andare? Come aveva potuto fidarsi della parola di un bambino? E che cosa significava quella frase che quasi mi aveva gettato dietro come un suggerimento e un vincolo allo stesso tempo? Non sono mai riuscito a trovare una risposta convincente, almeno a livello razionale. Ma credo di aver capito qualcosa soltanto molti anni dopo. Ma anche di questo parlerò in seguito. In ogni caso Maria era una ribelle. La prima che incontrai nella mia vita. La cercarono con accanimento per giorni e giorni, poliziotti e carabinieri, ma che io sappia non la presero mai. Comunque da sempre gli uomini hanno dato una caccia feroce alle donne che a un certo punto della loro esistenza si sono rifiutate di portare il giogo.
Basti pensare al cosiddetto mito delle baccanti e delle amazzoni. Giorgio Galli nel suo Cromwell e Afrodite afferma che in un’età compresa tra il 1000 e il 700 avanti Cristo ci fu una spaventosa rivolta di donne in Grecia, nei pressi di Atene. È storia, non leggenda. Ci fu una lotta sanguinosa e soltanto dopo strenui combattimenti le ribelli furono sterminate. Il ricordo di quell’evento fu così terrifico che gli uomini ci costruirono sopra un mito. Appunto quello della rivolta delle amazzoni che invasero l’Ellade e che per poco non occuparono Atene. Fu l’intervento provvidenziale di Ercole, Teseo e Giasone, vale a dire degli eroi più significativi del pantheon leggendario, a scongiurare la capitolazione delle città.
Pensate, tutti gli eroi coalizzati contro le donne. Dovevano davvero rappresentare un pericolo assoluto per gli uomini che hanno creato questo racconto mitologico in seguito all’evento che Galli considera storico e quindi accaduto. Il problema è capire il perché di tanta paura. Anche se nella risposta troveremo una porta segreta che condurrà a un vero mistero. Non il primo, non l’ultimo, di questo viaggio verso l’ignoto femminile.
Devo soltanto aggiungere una piccola cosa. Nel 1969 andai a realizzare un servizio per la rubrica Scuola aperta. Riguardava un nuovo esperimento didattico che vedeva per la prima volta l’integrazione tra bambini napoletani della piccola borghesia con loro coetanei rom, vale a dire zingari.
Dopo tre giorni di riprese mi ero fatto apprezzare dalla comunità nomade e uno di loro mi disse di andare al campo perché c’era una signora che voleva vedermi. Andai e dentro una confortevole roulotte mi trovai davanti una donna vecchissima. Mi fece avvicinare e, senza una parola, mi diede un seme di melograno trafitto da una spilla da balia.
Mi spiegarono che nel linguaggio rom è un dono simbolico per chi sa mantenere un segreto.

Nell’Interiorità di Anima — “Bene”

Interroghiamoci ora sul concetto di “Bene” e sulle sue estensioni…

Bene (1)

Il bene non è un oggetto di conoscenza, ma una parte della nostra soggettività che chiede di essere vissuta: scoperto dal cuore, che lo desidera, incontra la nostra volontà e la fortifica.

Ann e Barry Ulanov, Cenerentola e le sorellastre. Sull’invidiare e l’essere invidiati, Moretti e Vitali, 2004, pag. 136

Bene (2)

… Tutte le cose quanto più sono dotate di misura, di forma e di ordine, tanto più sono buone sotto ogni riguardo; invece, quanto meno sono dotate di misura, di forma e di ordine, tanto meno sono buone.

Sant’Agostino, La natura del bene, a cura di Giovanni Reale, 3, Rusconi, 1995, pag.119

Bene e bello

Soltanto chi ha visto il Bene comprende in quale senso io dica che esso è bello.

Plotino, Enneadi, I 6, 7, in Breviario di Plotino, Rusconi, 1997, pag. 61

Bene e libertà

Ciò che opera conforme al Bene a maggior ragione è libero.

Plotino, Enneadi, VI 8, 4, in Breviario di Plotino, Rusconi, 1997, pag. 168

Bene e male (1)

Se qualcuno dirà che il Bene non esiste, non esisterà nemmeno il male, e perciò qualsiasi cosa sarebbe indifferente per la nostra scelta; ma questo è impossibile! Le cose che chiamiamo beni risalgono a Lui, ma il Bene non risale a nulla.

Plotino, Enneadi, VI 7, 23, in Breviario di Plotino, Rusconi, 1997, pag. 166

Bene e male (2)

… Male è tutto ciò che divide, che blocca o cerca di bloccare il flusso, mentre Bene è solo ciò che unifica, che scorre nel grande flusso della vita e della storia, con la coscienza di essere nulla più che una fragile fibra dell’universo.

Giuliano Boaretto e Giorgio Galli, Alba magica, Edizioni della Lisca, 1996, pag. 34

La Grande Madre

La Grande Madre è uno dei gangli della filosofia ermetica e junghiana. Da oggi cominciamo a trattare alcuni punti salienti.

Questo itinerario attraverso i secoli ha un solo scopo: tentare di comprendere il magico Femminile. Quell’arcano che, secondo Giorgio Galli, di tanto in tanto riemerge come al tempo delle baccanti, di Cesare e Cleopatra, delle streghe, del Rinascimento magico e attraverso alcuni momenti davvero misteriosi della storia occidentale. Parliamo dei Templari, di Bernardo di Chiaravalle, di Giovanna d’Arco, di Casanova e di altri personaggi che, per lo più inconsapevolmente, affermavano il Femminile credendo di fare soltanto ermetismo. Perché la filosofia ermetica può essere letta prevalentemente in questa chiave, sebbene molti dei suoi praticanti non sapessero che affermando l’una sancivano anche l’altra.
Inoltre dobbiamo capire anche che le cosiddette “storie” di vita vissuta o eventi con caratteristiche oscure sono da interpretare in chiave simbolica. Insomma, alcuni straordinari e misteriosi episodi devono essere letti come attimi esemplificatori di profondi contenuti. La vita come simbolo. Così va anche interpretata, per esempio, la vicenda terrena di un Giordano Bruno. Pensate, le opere di questo filosofo sono in chiave ermetica, ovvero hanno vari significati nascosti, e la sua stessa esistenza va reintepretata come monito e come simbolizzazione dei contenuti del Femminile.
Avventura, amore, morte, lotte e battaglie devono essere viste come una rosa. Un petalo esterno ha un significato, quello più interno un altro più complesso, e così via fino al cuore.
Il cuore: senza la sua valenza è impossibile comprendere questo viaggio. Non si legga soltanto con l’intelletto, ma anche, e soprattutto, con la forza del sentimento. Questo percorso non è per i finti accademici, ma per le persone che non hanno pregiudizi. Non intendo fare bella figura con quei pedanti che snervano i significati con spocchiosa supponenza. Desidero soltanto restituire, senza enfasi, quello che credo di aver appreso, ciò che ho direttamente vissuto.

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La Grande Madre Iside

Io sono tutto ciò che fu, che è e che sarà…
E nessuno dei mortali riusci mai a scoprire.

Tempio di Sais – Alto Egitto

la-grande-madre-iside1

O Regina del Cielo,
O Benedetta Iside
O Madre Celeste,
Tu che in ogni tempo sei salvatrice
dell’umana specie
Tu che nella Tua grande generosità
porgi aiuto ai mortali
Tu la cui bocca, Madre, sa pronunciare gli Incantesimi
Nutrimi,
Abbi cura di me e confortami.
Aiutami a ritrovare le parti disperse della
mia personalità spirituale,
come hai cercato e ritrovato le parti disperse
del tuo Sposo Divino.
Sorreggimi nelle avversità
Proteggimi con il Tuo Amore Benevolo
Guidami verso la Tua Luce
Tutto il Creato Ti venera e Ti invoca
O Regina del Cielo
O Benedetta Iside
O Madre Celeste.

L’immagine e i testi su Iside sono tratti da Ada Pavan Russo, Iside: Promessa di Immortalità, Ed. Tempio di Iside.