“Il racconto dei racconti”, il valore alchemico del film di Garrone

IL-RACCONTO-DEI-RACCONTI-garrone-770x498Per andare a vedere “Il racconto dei racconti” , il film diretto e adattato da Matteo Garrone con Edoardo Albinati, Ugo Chiti e Massimo Gaudioso, in concorso al festival del cinema di Cannes e attualmente nelle sale, bisogna prepararsi ad entrare in un mondo fantastico. Un universo che ci ricorda quello dell’infanzia, quando i nostri genitori ci raccontavano delle favole prima di andare a dormire. Orchi, fate, streghe, castelli, principesse, re e regine popolano lo schermo per tutta la durata del film, reso autentico dai costumi, dalle location e dalle scenografie utilizzate. Quello narrato è il mondo descritto dal napoletano Giambattista Basile agli inizi del Seicento, il quale ha raccolto in un volume cinquanta fiabe dell’antica tradizione orale popolare. Si tratta di “Lo cunto de li cunti ovvero lo trattenemiento de peccerille”, nota anche con il titolo di “Pentamerone”, ed è la più antica del genere fiabesco, anzi diciamo che lo ha proprio creato. Dal capolavoro di Basile hanno attinto autori europei quali Charles Perrault, i fratelli Grimm e Hans Christian Andersen. Favole famosissime come “Cenerentola”, “Il gatto con gli stivali” e “La bella addormentata nel bosco” sono state tratte dal “Cunto de li cunti”, che pubblicato postumo tra il 1634 e il 1636 dalla sorella di Basile, cadde presto nel dimenticatoio. Garrone, che ha il merito di averlo riportato all’attenzione del grande pubblico (prima era appannaggio soltanto di pochi studiosi o di chi era interessato all’argomento) per realizzarlo ha dovuto fare sforzi enormi, sia dal punto di vista economico (ha dovuto chiedere i finanziamenti alle banche estere, perché quelle italiane non glieli hanno concessi), sia da quello narrativo e scenografico.  Non è stato facile per lui e gli sceneggiatori scegliere quali delle cinquanta storie raccontare. Alla fine hanno deciso per tre di esse (La regina, La pulce, Le due vecchie) dove sono protagoniste le donne, colte in tre fasi diverse della vita: una giovane principessa, una madre troppo attaccata a suo figlio, una vecchia povera ed ingenua. Il film  si apre con la storia della regina di Selvascura, interpretata da Salma Hayek, ossessionata dall’idea di voler avere un figlio. Una notte, un negromante suggerisce a lei e al marito di far uccidere un drago marino. Mangiando il cuore della bestia, cotto da una vergine, la regina sarebbe rimasta incinta. E così avviene. Ma anche la sguattera che ha preparato il pasto, aspirando i vapori della pentola, ha lo stesso effetto. Si ritova ad aspettare un bambino che, una volta nato, si scopre essere identico a quello della nobildonna. I due bambini crescono come gemelli molto legati tra loro, ma la regina, gelosa in modo viscerale del figlio, li farà allontanare. L’altra storia parla del lussurioso re di Roccaforte (Vincent Cassel) che, sempre alla ricerca di nuove prede, s’invaghisce di una voce di donna che sente dall’alto del suo castello. Pensando che si tratti di un belllissima ragazza, la va a cercare nella poverissima casa dove l’ha vista entrare. In realtà, non si tratta di una giovane, ma di una vecchia lavandaia che, pensando di approfittare dell’infatuazione del sovrano, escogita un trucco per trarlo in inganno. Una fata l’aiuterà nel suo intento. La terza protagonista del film è Viola (Bebe Cave), la figlia del re di Altomonte (Toby Jones). In età da marito, chiede al padre di farle conoscere un pretendente. Curiosa di conoscere il mondo, vuole sposarsi per lasciare il castello. Il sovrano, che vuole trattenere la figlia al suo fianco, propone ai probabili futuri sposi un’indovinello irrisolvibile. Ed infatti, nessuno riesce ad indovinare il quesito posto, tranne un orco. L’editto del re non ammette deroghe e così Viola, al colmo della disperazione, sarà costretta a partire con il mostro. Il libro di Basile è ambientato in Basilicata e in Campania, Garrone invece ha ambientato il film in location altamente evocative, come Castel del Monte e le gole di Alcantara, utilizzando scenografie dalla vegetazione lussuraggiante, rocce e acqua. I colori usati per i costumi consistono in tutte le variazioni del rosso, del verde e del bianco. Una bellissima e valida trasposizione che apre le porte dell’universo magico e alchemico, al quale Giambattista Basile era probabilmente appartenuto, anche soltanto come messaggero, e la cui opera è pregna. Effettuando una piccola indagine si scopre che l’autore apparteneva all’Accademia degli Oziosi, fondata nientemeno che dal napoletano Giambattista Della Porta, scienziato, filosofo, alchimista, commediografo, già noto per l’aver creato l’Accademia dei Segreti, fatta chiudere dall’Inquisizione perché sospettata di occuparsi di argomenti occulti. Inoltre, i racconti non erano destinati ai bambini, nonostante il titolo li menzionasse, ma era formulato per un pubblico adulto ed era pensato per essere rappresentato nelle corti di quel periodo. I temi dominanti sono la trasformazione anche fisica di tutti i protagonisti e il viaggio che li inserisce in una realtà dinamica e attiva, in continua evoluzione. Un percorso, un’esperienza di crescita o meglio un processo di liberazione spiritualera come trasmutazione alchemica. Tutti, prima del termine di ogni racconto cambiano sempre la propria condizione, il proprio status. Passano dalla povertà alla ricchezza, dalla solitudine al matrimonio, dalla bruttezza alla bellezza. Lo stesso lo ritroviamo nel film di Garrone che, come lui stesso ammette di “aver lasciato intatti i temi e i sentimenti fondamentali del libro”. Il regista ha sempre dimostrato un interesse profondo verso le possibilità di trasformazione dell’essere umano sia fisica che psicologica nei suoi lavori precedenti. Si ricordano “Primo amore”, dove la protagonista diventa anoressica per amore del suo uomo, e “Reality”, nel quale un pescivendolo viene risucchiato dal vortice dell’universo fantastico della sua follia. Garrone, mentre era alle prese con la sceneggiatura di questo film, leggeva le “Metamorfosi” di Ovidio. Coincidenze?

Clara Martinelli

Porto IV

Alberto Magno è un santo, filosofo e maestro nientemeno che di Tommaso d’Aquino, pietra miliare della conoscenza e della teologia religiosa cattolica. Ebbene ha scritto il De Alchimia, un altro di quei centomila testi smarriti nei meandri della conoscenza del mondo razionalista. In questo scritto ricorda a tutti i giovani ricercatori di qualsiasi campo che non esiste sventura peggiore che il dover vivere presso re, imperatori o principi e lavorare per loro, perché «non finiranno mai di domandarti come va l’Opera. E nella loro furia ti chiameranno imbroglione o furfante e causeranno sempre delle pene. E se non arriverai a buon risultato, proverai la loro collera. Se invece riuscirai, ti terranno in prigionia eterna per farti lavorare per loro esclusivo tornaconto».

Ecco uno dei motivi per cui in tutti i testi di alchimia si predica il silenzio. E un cinese, dieci secoli prima di Alberto Magno, che pure è nato alla fine del 1100 d.C., ammoniva: «Farai una mostruosità se svelerai ai soldati o ai potenti il segreto della tua arte. Assicurati che non ci sia neppure un insetto nella stanza dove tu lavori!».

Il problema è sempre lo stesso, evitare che gli egoisti, i potenti e i politici, che sono tra i peggiori, mettano le mani sulle scoperte sia scientifiche che umanistiche. Nel primo caso, le usano per distruggere; nel secondo per deridere e scempiare. L’Alchimia, questa sconosciuta, insegna due strade: la ricerca del sé profondo e della conoscenza e quella della sperimentazione. «Tanto scopri all’interno, tanto scopri all’esterno,» ecco il suo motto, incomprensibile alle orecchie dei mercanti e dei ricercatori d’oggi, succubi di una ricerca del guadagno a ogni costo dei mercanti dalle orecchie crudeli. Vedi l’ingegneria genetica. Ma occorre ricordare come gli alchimisti del passato, oltre allo studio dell’interiorità, abbiano anche raggiunto, senza curarsene troppo, risultati pratici.

Come Raimondo Lullo, che nel Trecento arriva alla composizione del bicarbonato di potassio. E Teofrasto Paracelso, che nel Cinquecento descrive lo zinco e introduce l’uso dei composti chimici in medicina. E nel Seicento Giambattista Della Porta prepara l’ossido di stagno. Sempre nei primi anni del Seicento Johannes Baptista van Helmont riconosce per primo l’esistenza dei gas, Nella stessa data, l’alchimista Basile Valentin, di cui nessuno conosce la vera identità, scopre l’acido solforico e l’acido cloridrico. Nel 1650 Rudolf Glaber, invece, trova il solfato di sodio e dieci anni dopo è la volta di un altro sapiente nascosto sotto il nome di Brandt, che trova la composizione del fosforo. Ai primi del Settecento è Giovanni Federico Böttger a fabbricare per primo la porcellana.

Sono soltanto alcuni esempi, perché se ne potrebbero aggiungere tanti altri. Come lo stesso Alberto Magno, che descriveva compiutamente la composizione chimica del cinabro, della biacca e del minio. Quindi gli alchimisti sanno come ricercare «sul campo» in modo empirico. Ma di queste scoperte a loro importa ben poco. Nel loro cuore c’é un altro desiderio, scoprire l’oro e la trasmutazione del piombo. Una pubblicità razionalista ha deriso da sempre «questa pretesa». Non sapendo che quell’oro è da intendere ovviamente in senso simbolico: oro = saggezza. Invece tutti continuano a deridere gli antichi alchimisti, la trasformazione del piombo in oro. Figurarsi! Cose da imbroglioni!

Si è già visto che i testi di alchimia sono circa centomila, se non di più. Ebbene, secondo i razionalisti, si suppone che centomila testi siano stati scritti per gabbare il prossimo. In questa supposizione c’è davvero puzza di raggiro.

Bisogna sapere perché si vuole tenere lontano l’uomo di oggi da quella antica sapienza.