Il salice

Io crebbi in un silenzio arabescato,
in un’ariosa stanza del nuovo secolo.
Non mi era cara la voce dell’uomo,
ma comprendevo quella del vento.
Amavo la lappola e l’ortica,
e più di ogni altro un salice d’argento.
Riconoscente, lui visse con me
la vita intera, alitando di sogni
con i rami piangenti la mia insonnia.
Strana cosa, ora gli sopravvivo.
Lì sporge il ceppo, e con voci estranee
parlano di qualcosa gli altri salici
sotto quel cielo, sotto il nostro cielo.
Io taccio… come se fosse morto un fratello.

         Anna Andreevna Achmatova

 

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Credo in te, anima mia

Credo in te, anima mia, 
l’altro che io sono non deve umiliarsi di fronte a te,
 e tu non devi umiliarti di fronte a lui.
 Ozia con me sull’erba, 
libera la tua gola da ogni impedimento,
 né parole, né musica o rima voglio,
 né consuetudini né discorsi, 
neppure i migliori, soltanto la tua calma voce bivalve,
 il suo mormorio mi piace.

Penso a come una volta giacemmo,
 un trasparente mattino d’estate, 
come tu posasti la tua testa 
di per traverso sul mio fianco 
ti voltasti dolcemente verso di me,
 e apristi la camicia sul mio petto, 
e tuffasti la tua lingua sino al mio cuore snudato,
 e ti stendesti sino a sentire la mia barba,
 ti stendesti sino a prendere i miei piedi.

 Veloce si alzò in me 
e si diffuse intorno a me la pace e la conoscenza 
che va oltre ogni argomento terreno, 
io conosco che la mano di Dio è la promessa della mia,
 e io conosco che lo spirito di Dio
 è il fratello del mio, 
e che tutti gli uomini mai venuti alla luce 
sono miei fratelli e le donne sorelle ed amanti,
 e che il fasciame della creazione è amore,
 e che infinite sono le foglie rigide o languenti nei campi,
 e le formiche brune nelle piccole tane sotto di loro,
 e le incrostazioni muschiose del corroso recinto, 
pietre ammucchiate, sambuco, verbasco ed elleboro.

Walt Whitman

 

 

I due orfani

«Fratello, ti do noia ora, se parlo? »
«Parla: non posso prender sonno». «Io sento
rodere, appena… » «Sarà forse un tarlo… »
«Fratello, l’hai sentito ora un lamento
lungo, nel buio? » «Sarà forse un cane… »
«C’è gente all’uscio… » «Sarà forse il vento… »
«Odo due voci piane piane piane… »
«Forse è la pioggia che vien giù bel bello».
«Senti quei tocchi? » «Sono le campane».
«Suonano a morto? suonano a martello? »
«Forse… » «Ho paura… » «Anch’io».
«Credo che tuoni:
come faremo? » «Non lo so, fratello:
stammi vicino: stiamo in pace: buoni».

«Io parlo ancora, se tu sei contento.
Ricordi, quando per la serratura
veniva lume? » «Ed ora il lume è spento».
«Anche a que’ tempi noi s’aveva paura:
sì, ma non tanta». «Or nulla ci conforta,
e siamo soli nella notte oscura».
«Essa era là, di là di quella porta;
e se n’udiva un mormorìo fugace,
di quando in quando».
«Ed or la mamma è morta».
«Ricordi? Allora non si stava in pace
tanto, tra noi… » «Noi siamo ora più buoni… »
«ora che non c’è più chi si compiace
di noi… » «che non c’è più chi ci perdoni».

Giovanni Pascoli

Natale

Natale. Guardo il presepe scolpito,
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure di legno: ecco i vecchi
del villaggio e la stella che risplende,
e l’asinello di colore azzurro.
Pace nel cuore di Cristo in eterno;
ma non v’è pace nel cuore dell’uomo.
Anche con Cristo e sono venti secoli
il fratello si scaglia sul fratello.
Ma c’è chi ascolta il pianto del bambino
che morirà poi in croce fra due ladri?

Salvatore Quasimodo

Porto XV

Annibale Paloscia è caporedattore presso i servizi culturali dell’agenzia ANSA. È uno dei giornalisti più stimati in Italia e ha insegnato a generazioni di reporter come diventare cronisti avveduti, capaci, ma soprattutto onesti.

A otto anni la sua vita è stata salvata dal fratello più grande, morto qualche giorno prima. Non è una battuta simbolica, ma un fatto realmente accaduto.

I genitori di Annibale, durante la guerra, mandano il figlio maggiore in Puglia nel tentativo di «salvarlo» dalle retate dei nazisti. Purtroppo il ragazzo muore per un banale accidente. La notizia arriva a Roma in ritardo di qualche giorno, dato lo stato delle comunicazioni in Italia.

Quando la famiglia l’apprende, lo sconforto è terribile e una zia di Annibale si affaccia alla finestra per chiamarlo. Lui stava giocando con alcuni bambini con un oggetto che ha trovato da poco. Sente le grida e si precipita verso casa. Fa pochi passi e un’esplosione terribile dilania i suoi amici. Annibale rimane illeso. La «cosa» con cui stavano giocando era una bomba a mano.

Così Annibale, per fortuna di tutti coloro che hanno avuto il piacere di conoscerlo e di apprezzarlo è stato tratto in salvo dal fratello. La morte sembra aver avuto pietà: ha preso un Paloscia, ma ne ha lasciato un altro.