Origini di Halloween

“Lo storico Nicholas Rogers, ricercando le origini di Halloween, nota che mentre “alcuni studiosi hanno rintracciato le sue origini nella festa romana dedicata a Pomona – dea dei frutti e dei semi – o nella festa dei morti chiamata Parentalia, Halloween è più tipicamente collegata alla festa celtica di Samhain, originariamente scritto Samuin (pronunciato sow-an o sow-in)”. Il nome della festività, mantenuto storicamente dai Gaeli e dai Celti nell’arcipelago britannico, deriva dall’antico irlandese e significa approssimativamente “fine dell’estate”.

Secondo il calendario celtico in uso 2000 anni fa tra i popoli dell’Inghilterra, dell’Irlanda e della Francia settentrionale, l’anno nuovo iniziava il 1° novembre. Questo giorno coincideva con la fine della stagione calda, celebrata la notte del 31 ottobre con la festa di Samhain. Per un popolo essenzialmente agricolo come i Celti, l’arrivo dell’inverno era associato all’idea della morte e si credeva che gli spiriti esercitassero il loro potere sui raccolti dell’anno nuovo. La festa di Halloween è dunque legata al mondo della natura, per quanto lo spiritismo apparisse contrario ai principi del Cristianesimo che si stava diffondendo nel nord Europa. Nell’VIII secolo, Papa Gregorio III spostò la data di Ognissanti dal 13 maggio al 1° novembre facendola seguire dalla Commemorazione dei Defunti, creando così una continuità cristiana con la festa di Samhain allo scopo di scalzarla dalla cultura popolare (la festa del 1° novembre divenne di precetto nell’840).

Secondo l’Oxford Dictionary of English folklore: “Certamente Samhain era un tempo per raduni festivi e nei testi medievali irlandesi e quelli più tardi del folclore irlandese, gallese e scozzese gli incontri soprannaturali avvengono in questo giorno, anche se non c’è evidenza che fosse connesso con la porte in epoca precristiana, o che si tenessero cerimonie religiose paganeI miti irlandesi che menzionano Samhain furono trascritti dai monaci cristiani tra il X e l’XI secolo, cioè circa 200 anni dopo che la Chiesa Cattolica aveva inaugurato il giorno di Ognissanti ed almeno 400 anni dopo che l’Irlanda era stata cristianizzataNegli ultimi anni, comunque, la festività di Halloween ha preso un carattere molto più consumistico e moderno. Festeggiamenti che durano interi weekend sono ormai tipici in tutti gli stati di influenza anglofona. Così quindi in Stati Uniti, Irlanda, Australia e Regno unito, Halloween viene festeggiato come una “festa del costume”, dove party in maschera e festeggiamenti tematici superano il tipico valore tradizionale del “dolcetto o scherzetto”, per dar vita ad una nuova tradizione di divertimento, tipica di una gioventù cresciuta.”

Da Wikipedia

Tu me fais tourner la tête…

Cari amici, sento sullo sfondo della nostra Saffo di Francia, anche quando canta pezzi allegri, un pianto, sottile, ineffabile, continuo…

L’immaginazione ermetica IX

Torniamo all’arrivo di Giordano a Parigi (vedi articolo precedente). Finalmente è a diretto contatto con un ampio cenacolo di intellettuali, lettori, nobili, guerrieri, che condividono i suoi stessi princìpi. È davvero come essere giunti alla casa paterna, sempre desiderata e mai abitata. Bruno è felice, si forma subito una schiera di allievi, tutti nobili del seguito di Enrico III, e persino l’erede al trono lo segue come un’ombra, dovunque. È il suo più attento studente sia quando impartisce lezioni all’università, sia allo Studio del re, sia all’accademia della nazione. In breve tempo il filosofo dà alle stampe tre opere, De umbris idearum, Cantus circaeus, De compendiosa architectura (soprattutto il De umbris e il Cantus sono essenziali per capire la particolarissima tecnica della memoria del filosofo). Inoltre pubblica una commedia in volgare, il Candelaio. Questa sarà una prassi ricorrente del filosofo: scrivere testi in latino, che contengano i princìpi pratici dell’ermetismo, ovvero volumi da cui il lettore possa evincere tecniche e rituali, e poi, accanto a questi, libri con i princìpi teorici, filosofici, della sua concezione del mondo. Insomma Bruno dà la pratica unitamente alla teoria, probabilmente per mostrare quanto i princìpi tecnici della “sua” arte della memoria avessero come supporto una profonda concezione culturale, risalente addirittura, a suo dire, agli antichi egizi.

Riflettendo sul comportamento di questo sognatore si prova un sentimento di ammirazione, non fosse altro per la sua ingenuità politica. Rispetto agli ingegni in qualche modo a lui similari, come Lullo, Moro, Bacone, il nolano non mostra un briciolo di prudenza. Ovunque dichiara subito le proprie intenzioni, attacca i fanatici, chiunque essi siano, i finti professori, gli accademici di parte, insomma tutti quelli che, secondo lui, osteggiano l’unità delle genti. E le conseguenze non si faranno mai attendere troppo. (Occorre non fraintendere la carica del filosofo quando contesta gli uomini di scienza. La sua non era mai aggressività dovuta alla necessità di difendere posizioni e privilegi che del resto aveva già sin dai tempi di Ginevra, purché si fosse mostrato più accorto, ma una precisa esigenza di smascherare, a suo dire, tutti gli avversari della “prisca teologia”, ovvero della religione degli antichi padri, forse identificati fantasticamente con gli egizi, che non vedevano differenze di credo tra gli uomini. In questo Bruno si mostra un vero e proprio missionario dell’onirismo ermetico.)

Di fronte a Enrico III dà un saggio delle sue capacità di memoria e di cultura, rispondendo ai quesiti che gli pongono oltre cento professori, quasi tutti seguaci del Guisa o oltranzisti protestanti. Fa un’eccellente figura, nessuno può stargli alla pari, ma gli odi si inaspriscono. Perché lui non è né cattolico, ne protestante, né ugonotto, né calvinista, né altro. È un visionario di ispirazione ermetica, ancorché simpatico a noi contemporanei. Certo, calandosi nei panni dei dottori dell’epoca, non doveva certo essere divertente, per loro, sentirsi accomunati a lucertole, cercopitechi, gufi, insomma a tutto un bestiario che incarnava ignoranza e cecità. La scena avvenuta innanzi a Enrico deve essere stata poi particolarmente sublime. Da una parte una folla di pretesi sapienti, con le loro palandrane, compunti nel ruolo di “professi” di ogni disciplina, tutti intenti a scartabellare volumoni per trarre quesiti impossibili, e dall’altra un omino furente e ironico, sempre pronto alla battuta, padrone di ogni argomento. Probabilmente proprio in questa occasione cominciano a diffondersi le prime accuse di magia. Quando, nei giorni successivi al memorabile scontro, le invettive giungono all’orecchio del filosofo, riferite dal Delfino preoccupato per la sorte del suo ormai maestro prediletto, la reazione è in tutto e per tutto, degna del suo temperamento meridionale. Una risata seguita da un’affermazione decisa. Ma certo che è accusato di magia, chi lo dice ha perfettamente ragione, perché in effetti è un mago, e che altro se no? Non lo era forse Ermete Trismegisto? E prima di lui Mosè? E tutti i grandi padri della filosofia greca, Socrate e Platone primi fra tutti? Per tacere di Plotino, Porfirio e del più grande di tutti, Virgilio stesso, «il savio gentil che tutto seppe». E per fortuna, in questa occasione, Bruno non accomuna, nella tradizione ermetica, anche Cristo e Maometto, cosa che invece farà qualche anno dopo a Venezia, di fronte a un esterrefatto Mocenigo. Questa è un’altra delle grandi allucinazioni, anche se con qualche attento riferimento ad alcune fonti, degli ermetici. Anche Marsilio Ficino, Pico della Mirandola, Leon Battista Alberti e segretamente il Poliziano amavano trovarsi dei “padri” che condividessero le teorizzazioni dell’ermetismo. Ficino afferma, come si è già visto negli articoli precedenti, che la magia, qualora sia «naturalis», non è difforme dal cristianesimo (Eugenio Garin, La disputa sull’astrologia, cit., pag. 97 e segg.)! Ed è quindi logico, nel paradosso, che Bruno si spinga oltre Marsilio, da lui considerato come un maestro (F.A. Yates, L’arte della memoria, Einaudi, pag. 145 e segg.; a cura di G. Gentile, Opere italiane, I, Dialoghi metafisici, pag. 87 e segg.; Luigi Firpo, Scritti scelti di Giordano Brano e Tommaso. Campanella, edizione del 1968, “Introduzione”).

A sua volta Tommaso Campanella, seguace del filosofo, ma sarebbepiù proprio dire del mago di Nola, andrà oltre, teorizzando la magia come unica vera scienza unificante ogni credo di qualsiasi nazione e tempo.

L’erede al trono, dapprima perplesso, sentendo dalla bocca del suo ammirato maestro simili affermazioni, condivide immediatamente ogni proposizione “magica” e nell’ardore giovanile ne discute pubblicamente nei giorni successivi, anche alla presenza degli oltranzisti cattolici (James Leroy, “Trinity Road”, in Oxford Revue, pag. 100 e segg.). Forse sarà stato anche questo motivo a spingere Enrico ad affrettare i tempi della “missione” del filosofo italiano in terra inglese (I. Guerrini Angrisani, Introduzione al Candelaio, Rizzoli, pag. 28). Nel 1583 Bruno è in Gran Bretagna, dove a Oxford insegna nello Studio e stampa immediatamente altri tre trattati mnemonici, Ars reminiscendi, Explicatio triginta sigillorum, Sigillus sigillorum. Inoltre cura una riedizione del De umbris e del Cantus.

È circondato da amici fidati e da ammiratori: lo dimostra la diffusione capillare delle sue opere, l’importanza della cattedra affidatagli e i contatti con sir Sidney, il gran favorito della regina Elisabetta. Intorno alla sovrana, illuminata nelle cose di lettere e di scienza, oltre che nella diplomazia, esiste da tempo un gruppo di nobili permeati di esoterismo, i quali già conoscono bene sia le opere di Bruno, sia i neoplatonici fiorentini come Ficino e Pico della Mirandola (F.A. Yates, Giordano Bruno, cit., pag. 90 e segg.). È un vero e proprio partito della “pace”, con stabili contatti in Francia. Nobili di Enrico e di Elisabetta tendenti a trovare punti di tolleranza tra le diverse confessioni, al di là delle posizioni ufficiali.

Si potrebbe discutere a lungo se sia l’ermetismo a spingere costoro verso la reciproca comprensione o viceversa, anche se recentissime indagini tendono a preferire la prima ipotesi. Si è infatti già osservato come sia connessa all’ideologia neoplatonica un’istanza di universalità delle genti, in nome di un “bene” superiore ai singoli paesi (Philip Newton Stuart, The Sun and the Queen, Dumont, pag. 45 e F.A. Yates, Shakespeare, un nuovo tentativo di approccio, Einaudi, pag. 60 e segg.).

Anche a Oxford il particolare temperamento dell’uomo “venuto dal sud” ha modo di evidenziarsi quasi immediatamente. È la copia della dimostrazione avvenuta in terra di Francia, al cospetto di Enrico. Dottori in ogni disciplina si affollano per saggiare le doti culturali dell’italiano, segretamente speranzosi di metterlo in difficoltà. Forse tra loro si celano dei protestanti accesi, della stessa specie, in campo avverso, dei seguaci del Guisa (F.A. Yates, Giordano Bruno, cit., pag. 231). Anche qui Bruno raccoglie rancori e odi, e addirittura un’accusa di plagio dell’opera di Marsilio Ficino (ivi, pag. 232). Da quest’ultima si difende dichiarandosi seguace della magia naturalis del neoplatonico toscano, anche se in piena autonomia creativa. I suoi studi si spingono ben oltre Ficino, arrivando a contemplare una scienza assoluta, appunto l’ars memoriae. Ma non quella classica dei retori, bensì un nuovo tipo, a forte caratteristica magica.

L’Inghilterra è un paese dove da un decennio i cavalieri “della regina” studiano esoterismo, ma segretamente, così che a livello ufficiale le affermazioni di Bruno, malgrado un ambiente nobiliare in parte favorevole, non possono suscitare che scalpore. Il filosofo è invitato a Londra, ospitato direttamente in casa dell’ambasciatore francese Michele di Castelnau.

Qui vive forse il periodo più piacevole di tutta la sua vita, circondato da amici e ammiratori. Frequenta le personalità più di spicco della cultura inglese, tutti appartenenti al “partito della pace”, quali Greville, Walshingham, Giovanni Smith, Matteo Gwynn e il Florio. E forse addirittura Shakespeare e la sua compagnia di particolari attori e commedianti. (I contatti tra Bruno e il grande autore inglese sono stati appena accennati dalla Yates nell’opera già citata, ma meriterebbero davvero una pubblicazione a parte, anche perché la compagnia di Shakespeare è strettamente connessa al movimento rosacrociano.)

La Yates ha dimostrato ampiamente come l’ermetismo fosse in qualche modo il coibente tra il filosofo e tali personaggi, unitamente al disprezzo verso l’accademismo umanistico e l’aristotelismo grammarian. Anche Aquilecchia ha comprovato quanto un nuovo modello di scientia si affermasse in tali ambienti “progressisti” e come gli interessi anche astronomici dell’italiano stabilissero uno stretto rapporto con le personalità vicine alla regina. Così è spiegabile anche la scelta del «volgare per i dialoghi (italiani), il suo carattere innovatore, che allineandosi con la produzione scientifica vernacolare inglese, segna il distacco dalla tradizione classica trionfante negli ambienti accademici» (I. Guerrini Angrisani, op. cit., pag. 29). Insomma l’attività del filosofo incontrava i gusti, le tendenze, gli ideali di tale élite nobiliare che agiva contro la cultura accademica, operando su un piano «tendenzialmente popolare», come giustamente fa sempre notare Aquilecchia.

Bisogna anche aggiungere che, in tale affinità di ispirazioni, Bruno operava e scriveva in funzione di una esigenza innovatrice, da lui considerata come “componente ermetica”, per cui si ribella alla concezione aristotelica dell’universo, in modo più drastico di quanto non abbia mai fatto lo stesso Copernico (Giorgio De Pascalis, Copernico e Giordano Bruno – un confronto preferenziale, Ramo d’Oro, pag. 32).

Vedono le stampe, tra il 1584 e il 1585, La cena delle ceneri, De la causa principio et uno, De l’infinito – universo et mondi, lo Spaccio de la bestia trionfante, La Cabala del cavallo Pegaseo, De gli eroici furori.

La “nolana filosofia” attrae sempre più i cavalieri della regina, come è riscontrabile non solo nell’epoca bruniana, ma forse soprattutto dopo, «allorché le opere italiane del Bruno, stampate a Londra, furono in parte tradotte in inglese, quando il nome del filosofo era stato dimenticato in gran parte d’Europa (basti pensare a come il deismo inglese accolse l’insegnamento del Bruno tra Seicento e Settecento)» (I. Guerrini Angrisani, op. cit., pag. 32). Avendo stabilito rapporti così intensi, Bruno considera terminata la sua permanenza in Gran Bretagna e riparte per la Francia.

FRANÇOIS VILLON, IL POETA DELL’ENIGMA ovvero DELL’IDENTITÀ NASCOSTA E DELLA PAURA DELL’ERESIA

Un Ebreo con un’oca è praticamente un uomo morto. Bene che gli vada, ed è raro, gli tagliano la mano destra, altrimenti lo inchiodano «come Gesù Cristo» a espiazione dei peccati e il pennuto è subito preparato per il fuoco e arrostito, ovviamente «per la gloria di nostro Signore». I delitti denunciati sono oltre centomila all’anno, quindi la stima è irrisoria rispetto alla realtà.

È la Parigi della seconda metà del Quattrocento, dove i criminali si nascondono ovunque e la violenza è pane quotidiano. Gli omicidi e gli stupri sono cosi ordinari che non vengono neppure citati nei rendiconti della «sicurezza», a meno che non riguardino personaggi altolocati e il clero.

Le prostitute sono quattromila, i lenoni, i malversatori, gli aguzzini, gli strozzini e i frequentatori abituali delle carceri sono oltre ventimila. E questo su una popolazione globale di trecentomila anime.

Tre persone su dieci hanno dunque a che vedere con la giustizia e non si tiene conto dei tagliagole al servizio dei nobili. Sotto la protezione di un conte o di un marchese si gode infatti una quasi totale impunità. La notte è abitata da questi sgherri con licenza di offendere, ferire, colpire, rubare, torturare. Dopo il tramonto, ogni donna sorpresa per strada è un bottino offerto al primo smargiasso, e un «giudeo» può essere colpito con sassi, con mazze o addirittura trafitto da spada o pugnale anche di fronte ai pur temuti e odiati sbirri. Un incubo. Non basta essere forti o valenti con le armi. Se non si è in gruppo, si ha la certezza di essere aggrediti e sventrati anche solo per sadico divertimento. Per questo si esce in compagnia. Ognuno si aggrega agli uomini del nobile o dell’alto prelato a cui fa riferimento. Come piccole schiere vandaliche si cammina, si insulta, si cerca il capro da sacrificare.

Capita sempre qualcuno che, per necessità, è dovuto uscire. Allora comincia la festa. Se è un vecchio, gli si incendiano le vesti per il gusto di vederlo correre; se è una donna anziana, le si aizzano contro i cani; se è giovane, la si violenta tutti insieme e poi la si sgozza; se è un villano, gli si conficcano a forza nello sfintere gli ortaggi; se è un bambi­no gli si mozzano le orecchie o il naso; se è una fanciullina, la si sequestra per venderla ai mezzosangue che commerciano con i mori.

È in questo inferno che vive François Villon, uno dei massimi poeti di tutti i tempi. Una vera e propria leggenda.

Perché? Pierre Champion ha scritto su di lui la prima biografia romanzata della storia della letteratura. Poi ne sono seguite almeno una ventina. Tutte più o meno credibili e tutte affascinanti. Il personaggio è un vero e proprio mistero. Anzi, un rebus che lo stesso poeta, nelle sue opere maggiori, Lascito e Testamento, ha voluto contribuire a costruire. Infatti nei suoi versi immortali dà precisi riferimenti.

È uno studente così povero che di più non si può, nero come una mora e magro come una chimera. Uno «scolaro» del quartiere latino che studia senza profitto e frequenta cattive compagnie. Da qui ubriacature, furti e prigione. Lui stesso dice che è entrato e uscito da quella terribile di Meung. Insomma un vero e proprio poeta maledetto, anzi, il primo in assoluto. Da qui il mito. Di più, una malia che ha attratto ammiratori-letterati di ogni tempo, tutti a cercare di scoprire la sua vera identità. E sì, perché in realtà su di lui, malgrado le «tracce» lasciate a bella posta nei suoi versi, non si sa un bel niente: sparisce dopo aver creato quel capolavoro del Testamento.

La scomparsa in sé non dovrebbe troppo meravigliare. È un delinquente, di genio, ma sempre delinquente e per di più recidivo. Non ce l’ha fatta a scappare una volta di più e la giustizia l’ha appeso. Non è forse lui che ha scritto che diversi suoi amici sono stati condannati a morte? Inoltre, si ha notizia di un «François des Loges autrement dit Villon» in una lettera di remissione, firmata da Carlo VII, nella quale lo si scagiona da un fosco delitto in cui è stato ucciso un prete. In un’altra lettera, sempre firmata da Car­lo VII, è citato un François de Montcorbier, maître des arts, che viene sollevato da responsabilità sempre per lo scannamento di un prelato. Quindi c’è da scegliere. O questo o quello, o «des Loges» e «de Montcorbier», sempre di lui si tratta. Di quel poeta secco, nero, povero, studente, coinvolto in un giro losco di denari e pugnalate.

E allora? Cosa c’è da sapere di più? Molto, moltissimo.

Per cominciare, Villon scrive in jargon, una sorta di gergo di malaffare, ma ogni rigo trasuda una cultura letteraria eccezionale. Molto al di sopra di quella di uno studente o anche di un maître des arts. Da qui l’ipotesi recentissima che si tratti di un personaggio, forse di grande prestigio sociale ed economico, che si nasconde dietro una sorta di maschera saturnina molto in voga nell’Umanesimo. Insomma, una specie di travestimento con cui si mostra ai contemporanei e soprattutto ai posteri per farli impazzire.

Una trovata teatrale straordinaria. Un uomo potente e coltissimo che si rappresenta come un vero e proprio attore da palcoscenico: una falsa identità, una falsa professione, una falsa povertà, una falsa fedina penale e una falsa galera.

Solo i versi eterni sono veri.

Per generazioni, i critici sono caduti nella trappola, ma adesso alcuni hanno scoperto l’inganno e finalmente hanno svelato la doppia identità del poeta. Tutto chiaro, finalmente. È un grande doppiogiochista. Ha teso un tranello in cui tutti sono rimasti impigliati per anni e anni. Ma ora tutto sembrerebbe svelato grazie a un lavoro di revisione filologica dei testi e delle fonti,

E invece no.

Ecco perché l’Hermes è approdato in questa Parigi plumbea rigurgitante di ombre. Il mistero di Villon rimane immutato. Almeno fino a ora. E merita di essere scoperto. Una volta per tutte. Ma occorrono i soliti occhi privi di pregiudizi e remore e soprattutto il solito grimaldello che i marinai curiosi si portano dietro sin dall’inizio di questo itinerario. Per aprire versi ermeticamente chiusi, occorre infatti la chiave giusta, quella ermetica.

A ben vedere, nel disvelamento della vera identità di Vil­lon potente, ricco e istruito, manca la motivazione della ma­schera.

Perché un uomo altolocato, di cospicui mezzi e cultura, avrebbe messo su una simile messinscena? Per puro godimento, rispondono i critici più avveduti, e per un gusto tipicamente d’epoca: la rappresentazione fine a se stessa, il ludus della maschera saturnina, l’uomo nero e magro e povero e sfortunato che, nella seconda meta del Quattrocento, era molto in voga in Francia e in Italia.

In verità è un movente veramente debole.

Ma come? Un poeta perfettamente conscio del proprio valore, che deride i suoi contemporanei che si cimentano con i versi, si condanna all’oblio eterno soltanto per un divertimento alla moda? Se così fosse, un suo contemporaneo avrebbe lasciato un appunto, una lettera, uno schizzo, un motto, un sonetto sulla vera identità di quel geniale dissacratore.

Invece nulla. Solo le lettere di remissione di Carlo VII.

Evidentemente, nell’artista che si nasconde sotto lo pseudonimo di François, ovvero «il francese», Villon, ovvero «l’arguto», è necessario l’anonimato assoluto per cause ben più forti e gravi del semplice divertimento letterario.

Lui sapeva che nei suoi versi c’era qualcosa di terribile agli occhi dei suoi contemporanei. Di qui il travestimento e la falsa pista dello studente impelagato con la legge. Oggi non si riesce più a cogliere l’autentica valenza misteriosa delle sue composizioni. Nel Quattrocento, invece, non era così.

L’uomo celato sotto i panni di Villon sapeva perfettamente che alcuni suoi concittadini avrebbero letto nel giusto senso i suoi scritti. Alcuni ne avrebbero tratto giovamento, ma altri vi avrebbero visto eresia e componenti demoniache. Perché è di questo che si tratta.

I versi sono un capolavoro poetico, ma sono anche un bando, un manifesto ermetico diffuso nei secoli. Un paradigma magico proposto agli uomini delle generazioni a venire.

È per sciogiere questo enigma che il nostro battello approda a Parigi.

L’immaginazione ermetica VIII

Inizia per Giordano Bruno a partire dal 1576 un periodo di vagabondaggio (vedi articolo precedente) che lo porta a Genova, a Noli, dove impartisce lezioni private, a Savona, a Torino, a Venezia. Qui pubblica un’opera, De’ segni de’ tempi, andata perduta. Poi nuovamente ricomincia la peregrinazione, da Padova a Bergamo, dove rimette l’abito. (Tale fatto testimonia quanto Bruno fosse legato, nel suo profondo, all’ordine dei Domenicani. In effetti a Bergamo si rimette il saio non per convenienza, ma dopo una lunga notte di riflessione.) Chambery, poi Ginevra. Qui conosce i calvinisti da vicino, la loro “purezza di comportamento” lo colpisce profondamente e lo porta a aderire a tale confessione. È un terribile abbaglio. Perché la rigidità calvinista è lontanissima dalla grandezza e dalle aperture culturali di Bruno. Il mito della obbedienza, così proprio soprattutto dei cittadini ginevrini, è agli antipodi con l’irruenza del domenicano. Fra’ Giordano è un passionale, e questa caratteristica lo accompagnerà per tutta la vita. Sempre propenso allo scontro dialettico in nome della verità e della tolleranza. Curiosamente Giordano aggredisce costantemente gli accademici, accusandoli di “intolleranza”, con modi violenti sia nel linguaggio sia nei gesti. In lui i sentimenti si esprimono con foga. Forse è la certezza di dover insegnare la possibilità di un’esistenza migliore a spingerlo a compiere gesti estremi, là dove il proprio personale tornaconto avrebbe dovuto suggerirgli atteggiamenti più prudenti.

A Ginevra, in pochi mesi, si è guadagnato la fiducia universale, e la massima stima per la sua profonda cultura. Non c’è nessuno che possa competere con lui nella conoscenza delle Sacre Scritture, di Platone, di Aristotele, di Averroè. Un pizzico di savoir faire e avrebbe ottenuto un importante incarico nella università della città. Purtroppo, mentre il lettore dell’Accademia De La Faye sta leggendo, Bruno rileva ad alta voce venti errori dell’oratore. A Napoli, come a Roma, come in qualsiasi città cattolica, si sarebbe giunti a una disputa accesa. Non così a Ginevra, dove imperversano gli oltranzisti riformati. L’italiano viene strattonato e malmenato, issato a viva forza sulle teste degli studenti e scaraventato in strada; quindi è arrestato e costretto a ritrattare. Bruno è intimamente convinto di essere portatore di una rinnovata visione del mondo, basata sulla sperimentazione e sulla possibilità di dilatare la memoria e l’intelligenza dell’uomo. In sintonia, quindi, con le teorizzazioni ermetiche. Egli aggiungeva una carica umana, tutta particolare, nell’affermare tale idealizzazione, a discapito della sua stessa incolumità fisica. Anche a Londra riuscì a stento a sottrarsi alla “furia” di alcuni docenti, da lui paragonati alle lucertole, ovvero capaci di nutrirsi solo di insetti psichici.

Ginevra, la città che ospitava la “lungimiranza religiosa” e la “pazienza evangelica”, lo allontana. Costretto a ripartire, Bruno giunse a Tolosa in quello stesso 1579. Qui in pochi mesi diventa pubblico lettore di filosofia, un incarico che ricoprirà anche a Parigi e a Londra. È la cattedra più importante a cui un accademico possa aspirare ed è assolutamente sconcertante che venga affidata a uno straniero, per di più appena giunto in città. La stessa cosa si ripeterà appunto in Francia e Inghilterra. L’ingegno straordinario di Bruno non basta a giustificare l’acquisizione continua di ruoli così importanti, soprattutto se si tiene conto del livello sociale a cui Giordano ormai appartiene, ovvero infimo. È un ex frate, per di più accusato di eresia, senza mezzi, contatti, potere. Non è ragionevole credere che, solo grazie a una “intelligenza superiore”, possa aver acquisito tale mandato. È lecito supporre una sua personale rete di amicizie di cui nulla è stato tramandato, e alcune sue “dimostrazioni” di capacità intellettuali (F.A. Yates, Giordano Bruno e la tradizione ermetica, Laterza, 1981, pag. 167; I. Guerrini Angrisani, Introduzione al Candelaio, Rizzoli, pag. 28). Passano pochi mesi e, a causa di un’inspiegabile irrequietezza, Bruno riprende a viaggiare, e nell’estate del 1581 è a Parigi. (L’irrequietezza bruniana è un classico falso del radicalismo romantico a sfondo anticlericale. Si vuole vedere in questo filosofo un antesignano del “tormento” del poeta-vate-sapiente: si vedano i rari scritti in proposito di Carducci. Sono davvero risibili, si fa del nolano un propugnatore della libertà politica del XIX secolo, quando invece era un tenace sostenitore e divulgatore della “prisca teologia”, di un ritorno a concezioni e idee, in campo politico, ispirate alla Repubblica di Platone, ovvero assolutamente e rigidamente classiste.) Qui la sua “fama” si consolida; ottiene un posto di lettore “straordinario e provvisionato” allo Studio parigino. Si crea amicizie e dà un saggio di memoria innanzi a Enrico III, che gode della sua ammirazione quale principe colto e liberale, generoso e pacifista. Pare che il Bruno frequentasse gli ambienti di corte, facesse parte cioè di quel circolo di moderati politiques attorno ai Valois che, pur essendo cattolici, nutrivano simpatie per i protestanti, dati gli eccessi locali della Lega diretta dai Guisa appoggiati dalla Spagna. (Il duca di Guisa è in effetti un fanatico religioso, oltre che un tenace uomo d’arme. Il suo vero obbiettivo non è la corona, come alcuni storici hanno affermato, ma l’annientamento dei protestanti. Quando nel 1584 si farà propugnatore della Lega Santa, unitamente al cardinale di Lorena, per “estirpare l’eresia” arriverà ad accusare, con il Manifesto Peronne, il suo stesso re di essere un miscredente. Invettiva che costerà a entrambi la vita. Nel 1588, infatti, il re li farà assassinare da alcuni seguaci, a loro volta fanatici ugonotti.) Insomma fra’ Giordano si unisce a un gruppo di nobili colti, che condividono con lui l’ideologia della universalità.

Appena sette mesi prima, nel gennaio del 1581, lo stesso Enrico ha fatto suonare delle melodie a corte, presenti sia i cattolici, sia i protestanti, in particolar modo gli ugonotti. Le musiche sono anonime, al di là di ogni supposizione, e si basano su suoni di flauti di canna, di arpa e di voci esclusivamente femminili, ed è la prima volta, in assoluto, che delle donne cantano in pubblico. Tali elementi sono per noi importantissimi, perché ci permettono di inquadrare il senso della rappresentazione in direzione delle concezioni ermetiche. Infatti gli strumenti sono quelli di Dioniso e di Apollo, e il Neoplatonismo alessandrino ha sempre voluto riunire le sfere cultuali delle due divinità in una visione unificante, detta appunto ermetica. Anche il canto femminile si inserisce nel contesto della ideologia di Ermete Trismegisto. Il filosofo di Nola si introduce perciò tra persone che conoscono le filosofie a cui lui stesso si ispira. Non solo, tutti credono che simili princìpi possano modificare gli animi degli uomini, e addirittura sanare le guerre di religione che avvelenano la Francia (F.A. Yates, Astrea, Einaudi, pag.201 e segg. Stando alle ricerche di questa studiosa, la cerimonia ebbe anche efficacia, perché per un brevissimo periodo di tempo gli ugonotti e i cattolici sembrarono trovare alcuni momenti di intesa, basati su teorie della musicalità nella antica Grecia. Si arrivò persino a creare una commissione di studi per reperire quale fosse il vero timbro musicale presso gli ateniesi del VI secolo avanti Cristo. Poi gli eventi spazzarono via ogni cosa.)

Tornando alla rappresentazione sonora, si trovano in essa momenti spettacolari in apparenza, che invece nascondono profondi significati, e tutti correlati a Bruno, che in quel momento è ancora a Tolosa. Infatti, mentre i musici deliziavano gli animi, dietro, sullo sfondo dell’improvvisato palcoscenico, sfilavano alcuni dipinti sorretti da servi. Rappresentano simboli zodiacali, e fin qui non c’è nulla di particolarmente straordinario, per quanto sia insolito che alla corte di Caterina de’ Medici, la cattolicissima, vengano mostrate al pubblico nobiliare e d’arme composizioni pittoriche legate all’astrologia. Ma in realtà non si tratta “solo” di quadri rappresentanti i segni dell’arte divinatoria, ma di precise riproduzioni di immagini della memoria, ovvero di simboli che dovrebbero modificare, per una forza loro innata, la mente di chi li osserva, mutando in mansueti saggi, protesi al bene dell’umanità, gli individui avvelenati dalla intolleranza religiosa. Per di più i disegni voluti da Enrico III ricalcano fedelmente almeno dodici “figure della memoria” descritte dal filosofo campano nel suo De umbris idearum, opera da lui composta addirittura un anno dopo la celebre musicata.

Le figure bruniane sono assolutamente originali, anche se suggerite dalla tradizione ermetica e in particolar modo da Cornelio Agrippa e da Teucro Babilonese (F.A. Yates, op. cit., pag. 160 e segg. In effetti Bruno si considera un seguace del grande Cornelio Agrippa e alcune delle sue immagini della memoria sono direttamente ispirate a figure descritte nel De occulta philosophia unitamente ad altre attribuite a Teucro Babilonese, sempre riportate dallo stesso Agrippa. In ogni caso il filosofo campano opera sempre in grande autonomia e i suoi simboli, legati ai segni dello zodiaco, possono essere considerati rispettosi della tradizione, in una piena autonomia creativa). Non ci sono dubbi, l’ispiratore è proprio il nolano. Come poteva l’anonimo pittore conoscere immagini che l’italiano doveva, in teoria, ancora scrivere? Probabilmente appunti manoscritti già circolavano a Parigi prima della venuta dell’ex frate, e questo comproverebbe l’ipotesi di contatti tra Bruno e alcuni studiosi vicini al re di Francia. Inoltre, se si accetta questa teoria, ecco spiegata la facilità del filosofo ad accedere a cattedre importantissime, come quella di Tolosa, città piena di uomini fedelissimi al Guisa, nemico giurato di Enrico III. Forse Bruno avrebbe dovuto placare gli animi dei riottosi e ricondurli alla ragione. Missione che avrebbe tentato di assolvere per diciotto mesi, per poi, una volta ultimato il compito, giungere alla sua vera destinazione, appunto Parigi. Ventiquattro mesi nella capitale francese e quindi una nuova partenza, questa volta per Londra, sempre seguendo i voleri di Enrico di Francia. Solo che riguardo alla missione londinese esistono testimonianze scritte; infatti Bruno è accompagnato addirittura dall’ambasciatore Castelnau, e grazie all’intervento del principe Laski tiene delle lezioni a Oxford sullo stesso tema di quelle di Tolosa e di Parigi: l’arte della memoria. Questo è l’elemento unificante dei vagabondaggi del filosofo, non una presunta inquietudine psichica. Il nolano sta diffondendo una precisa visione del mondo, quella ermetica, mediante appunto l’arte della memoria. Infatti, ovunque si rechi, pubblica opere al riguardo.

Un discorso a parte meriterebbe anche la facilità con cui trova subito degli editori, in un’epoca in cui la stampa costava una fortuna. Dunque è la mnemotecnica l’obiettivo vero: la sua diffusione. Perché l’ars memoriae del filosofo è del tutto pretestuosa, infatti non vuole potenziare la capacità di ricordare, come facevano gli antichi rètori, ma divulgare i princìpi dell’ermetismo, l’utopia della unità degli uomini al di là delle divisioni politiche e religiose. In seguito verranno approfondite le figure mnemoniche e la teorizzazione a monte; per ora è importante comprendere, come già detto, che non si tratta “solo” di strumenti per ampliare le facoltà del ricordo, ma di mezzi per rivoluzionare l’umanità, rendendola in qualche modo migliore. Questo è il sogno dell’ex domenicano e dei suoi amici, tutti seguaci della cosiddetta “tradizione ermetica” (tale sogno-bisogno è perfettamente evidenziato sia dalla Yates, soprattutto nell’Illuminismo dei Rosacroce, Einaudi, pag.74 e segg.; sia da Luciano Pirrotta, quando si sofferma sui desideri del marchese di Palombara Sabina, La porta ermetica, Atanòr, cap. III-IV; sia da Maurizio Calvesi nel suo studio sul Sogno di Polifilo Prenestino, Officina Edizioni, pag. 100 e segg.).

La Grande Madre — Dove una fanciulla arriva determinata nella città di Chinon…

Giovanna d’Arco e la torre della “sapienza” dei Templari.

Che cosa non sembra splendido a diciassette anni? La città di Chinon, a sudest di Tours, in Francia, è bella in sé, con il suo borgo bianco e i tetti che cangiano in oro sotto il sole. Il castello domina l’abitato con le sue tre torri capaci di resistere a qualsiasi attacco. La più alta misura venticinque metri e guarda imponente per oltre quindici chilometri tutta la contrada. La sommità è larga più della base a testimoniare che quello è un luogo adatto al re. La cima sembra infatti una corona gigantesca che si erge sulle case degli uomini a simbolo del potere.

Una ragazza guarda rapita, non ha mai visto nulla di così eccitante. Trattiene il respiro e quindi si lancia al galoppo. Almeno per quanto è nelle possibilità del suo ronzino. Però a lei sembra un destriero alato, un ippogrifo adatto a mitici cavalieri, a Lancillotto e – perché no? – ad Artù in persona.

Le sembra di volare fino alle porte della città, dove due guardie le sbarrano il passo senza neppure proferire parola. Nessuno che venga dalle campagne può entrare. C’è la guerra con gli inglesi e inoltre numerose bande di tagliagole scorrazzano per la campagna seminando il terrore. Il paese vicino è stato messo a ferro e fuoco nel mese di febbraio e gli abitanti sono stari tutti seviziati, torturati e fatti a pezzi. Si dice che gli assassini siano riusciti a entrare grazie a una ragazza che si era infiltrata nel paese. Di notte sembra che sia riuscita ad aprire le porte per far entrare i suoi compari. Poi la strage.

Ecco perché gli armigeri sono vigili. Con lo sguardo severo chiedono all’esile contadina dove sia diretta. Non è neppure giorno di mercato e quindi non ha nessun motivo per giungere a Chinon.

«Vorrei essere portata…» mormora l’adolescente, ma non fa neppure in tempo a finire la frase che viene interrotta bruscamente da un cavaliere che intanto è sopraggiunto dalla sua stessa strada. È armato in modo pesante e accanto a lui sono due scudieri e un sergente. Non portano insegne nobiliari. Quindi sono isolati, sono delle spade in vendita. Di questi tempi per gente come loro non e difficile trovare lavoro. Basta offrire “il giusto” che sguainano l’arma, non importa contro chi, l’essenziale è avere la borsa e la pancia piene.

«Fatti da parte contadina!» urla l’uomo d’arme, inveendo con turpiloqui e bestemmie contro la ragazza. Quindi sbotta in una risata colossale, in coro con i suoi tre compari e le guardie di sentinella al portale. Sghignazzano e guardano quella ragazzetta vestita di stracci, con una ghirlanda di fiordalisi intorno alla testa. Si aspettano che fugga via in lacrime. Per la verità nella testa del sergente sta anche balenando la gustosa idea di prenderla, riversarla sulla sella e usarla per un paio di notti, quando, ormai stanco di bevute, avrà voglia di violentare qualcuno.

E infatti la ragazza si fa subito sentire. Ma il suo non è né un pianto, né una supplica. È un comando tagliente, proferito con voce limpida e implacabile. «In nome di nostro Signore, perché bestemmi? Tu che sei tanto vicino alla morte?» Lo stupore che si stampa sul viso del guerriero è immenso. La guarda attonito. Si volta e scorge che anche gli altri la guardano allibiti. C’è un minuto di silenzio, poi risuona una risata fragorosa, immane, cavernosa, sguaiata. È il blasfemo che sta prorompendo in sghignazzi senza freno. Ride come mai nella sua vita. Una donna ha osato rispondergli e l’ha persino redarguito. Non sa che cosa l’aspetta.

Immerso in quei pensieri non si accorge però che il suo cavallo sta indietreggiando proprio verso il piccolo fiume che costeggia l’abitato e che serve ad alimentare le risorse idriche del castello. Non fa caso quindi alla paura del suo destriero, infastidito forse da quel selvaggio scoppio di ilarità del suo padrone, di cui teme da tempo frusta e staffile. No, non si accorge di nulla quel cavaliere, che perciò non riesce a muovere un dito, quando il suo quadrupede precipita lungo le ripide sponde. Fa in tempo soltanto a pensare “strega maledetta!” allorché le acque si chiudono in un baleno su di lui, appesantito com’è dall’armatura. A morire con l’acqua nei polmoni ci metterà invece qualche orrido minuto. Ma nessuno da sopra ha fatto in tempo a intervenire. Uomo e quadrupede sono spariti in un soffio, come risucchiati da una forza sotto le acque.

Sergente, scudieri e vigilanti pensano tutti la stessa cosa: «È stato preso dalla mano del demonio». Quindi con molta cautela sbirciano la ragazza che li fissa, uno dopo l’altro, con occhi fiammeggianti. È rimasta immobile e non mostra alcuna curiosità per il destino del soldato. Non sarebbe stato necessario, comunque. Infatti un gorgo si delinea nel fiume e la corrente erutta l’uomo e il suo cavallo, cadaveri. Il cavaliere è agganciato dai servitori che lo trascinano a riva. Gli tolgono l’elmo spinti da un’irragionevole speranza. Ma subito si ritraggono inorriditi. Sono bastati pochi minuti e alcuni pesci, solo Dio sa come, si sono infilati tra le grate del cimiero e hanno fatto scempio del volto. È lo stesso sentimento che provano tutti gli altri armati mentre osservano la ragazza immobile che, riprendendo il discorso interrotto dieci minuti prima dal sopraggiungere dei mercenari, dice: «Vorrei essere portata al cospetto del Delfino, da Carlo. Vengo da Domremy e sono diretta, se nostro Signore Gesù Cristo lo vorrà, a Orléans».

Inizia così, il 9 marzo del 1429, la storia di Giovanna. Ragazza di diciassette anni che si reca in abiti da contadina alla dimora del Delfino di Francia, legittimo erede al trono, che non può divenire re perché suo padre Carlo VI è pazzo e lui non può succedergli per l’avversione di nemici implacabili che gli negano un diritto legittimo.

Gli inglesi e i borgognoni sono infatti alleati contro la corona francese e dominano di fatto quasi tutto il Paese. Nessuno può aiutare il giovane Carlo, il Delfino, che con il tempo si è lasciato andare a lascivie e dissolutezze. Ben aiutato in questa strada in discesa dalla madre Isabella di Baviera, la cui condotta è così scandalosa che i suoi contemporanei, quando devono insultare una ragazza dai facili costumi le dicono “sei proprio un’Isabella!”. In simile compagnia di prostitute e sicofanti, il Delfino trascorre i giorni sciupando giovinezza e salute. Per metterlo sul trono occorre soltanto un miracolo. Forse sarà stata una segreta preveggenza, forse una voce interiore, forse curiosità o presentimento. Chissà. Certo è che Carlo accetta di parlare con la giovane. Ma non basta. Dopo pochi giorni le affida quel che rimane dell’esercito francese per consentirle di andare a riconquistare Orléans presidiata da fortissimi contingenti inglesi.

Lei andrà, vincerà e metterà Carlo sul trono.

Tutte le storiografie ufficiali raccontano questa storia. Chiara e nitida.

Eppure a ben guardarla, o meglio, a osservarla tra le pieghe, tra un filo e l’altro del tessuto, si scoprono colori e ricami impensabili.

È la trama simbolica del mistero.

Primo interrogativo. Come è possibile che una piccola contadina diciassettenne riesca a parlare a un re? Il problema, oltre che di accesso alla persona, è anche di linguaggio. Infatti nelle campagne di Francia si parla un idioma completamente diverso da quello di corte. Una sorta di slang pressoché incomprensibile per la nobiltà.

Se Giovanna riesce a farsi capire, vuol dire che qualcuno le ha insegnato come esprimersi e cosa dire. Ma chi?

Domremy, il paese da dove lei proviene, nella prima metà del quattrocento è poco più di un ammasso di casupole. Il contado vive dovunque un’esistenza precaria e qui, se possibile, ancor peggio. Perché c’è una guerra secolare e nei campi sono passate orde di sbandati e di eserciti regolari, che di regolare hanno solo la continuità della propensione al saccheggio. In questo quadro risulta francamente impossibile credere che un mezzadro abbia trovato i denari per istruire la figlia. Poi non è neppure questione di soldi ma di tempo. Le ore della giornata sono poche per chi deve badare a tutto, dalle bestie all’orto. Per una donna le afflizioni si raddoppiano. E allora? La ragazza non ha avuto né ricchezze, né tempo per imparare come sostenere un dialogo con il legittimo erede alla corona.

Ma non è che l’inizio delle incongruità. Ecco subito un secondo interrogativo. Che cosa dire, sul piano della pura logica, di un’adolescente messa a capo di un esercito? Già oggi sarebbe un evento straordinario, cinque secoli fa era addirittura inimmaginabile. Anche perché gli armati erano sempre e comunque comandati da nobili. Matilde di Canossa aveva già diretto le sue truppe, ma era l’erede legittima delle sue terre ed era ben più avanti con gli anni. Tutta la vicenda è illogica, a meno che non venga interpretata con un’altra forma di razionalità per scoprire elementi nascosti nella vicenda e il disegno simbolico che ne traspare.

Per cominciare a svelare la filigrana occorre mettere ordine nelle date.

Il 9 marzo Giovanna si reca davanti al suo re, dopo aver assistito alla morte del mercenario blasfemo. Il problema è appunto di ordine temporale. Lei è già stata a Chinon, ma il giorno prima, esattamente l’8 marzo. È stata rinchiusa come una povera pazza nella torre più alta del castello. È stato Angelo Quattrocchi, autore di un fortunato libro sulle città misteriose in Europa, a ipotizzare per primo lo sfalsamento delle date. Il problema non è secondario, sebbene possa sembrare ininfluente che Giovanna sia stata a Chinon l’8 o il 9 marzo. E invece cambia tutto. Perché la ragazza riesce a farsi capire soltanto “dopo” essere stata rinchiusa nella fortezza. Passa presumibilmente la notte al buio e al chiuso, quindi viene cacciata. Subito dopo si ripresenta e, l’abbiamo visto nel precedente racconto volutamente romanzato, non è più la piccola invasata di appena poche ore prima. È determinata e ha il potere di preveggenza e di discernimento. Tanto è vero che quando è portata davanti alla corte si rivolge direttamente a Carlo, che si era travestito come un nobile qualsiasi e aveva fatto mettere un altro cavaliere al suo posto vestito con tutte le insegne reali. Eppure Giovanna non esita un solo istante e si mette direttamente di fronte al Delfino. Poi inizia a parlare nel silenzio generale e chiede un’armata da mettere al suo comando. E qui le fonti concordano tutte: nessuno ride. Incredibile! È come se ai nostri tempi una bambinetta davanti al Congresso chiedesse di essere messa a capo dell’esercito statunitense. Ammettiamo pure che riuscisse a formulare la richiesta, vi immaginate gli sberleffi? E invece a Chinon la corte, composta di nobili rotti a tutto, rimane muta. Non è poi così astruso supporre che da quella donna emanasse un fascino assoluto. Eppure fino a un giorno prima era una contadina qualsiasi che viveva serena nei campi. È evidente che le è accaduto qualcosa di incomprensibile alla mente razionale. La risposta più immediata è: un miracolo. Ma questa parola vuol dire, tra l’altro, “degno di essere mostrato”. Ma qui invece tutto è celato e nascosto ermeticamente.

Vediamo di porre ordine. Fino a ventiquattr’ore prima Giovanna è una ragazza comune, altrimenti gli storiografi avrebbero parlato di eventi eccezionali già in periodi antecedenti a Chinon. E da “normale” si reca alla città del re. Parla una lingua “popolare” e quando chiede di vedere l’erede al trono viene rinchiusa nella torre, come capitava a tutti i “folli” dell’epoca. Non tanto per vessarli, quanto per renderli un poco mansueti. Poche ore ed ecco che parla addirittura l’idioma dei monarchi, riconosce Carlo in mezzo a mille e diventa capo dell’esercito.

Cosa è accaduto tra il prima, Giovanna contadina, e il dopo, Giovanna sapiente? In mezzo c’è soltanto una cosa, grande e grossa come una casa, anzi più di una casa.

È la torre.

All’interno di questa costruzione deve essersi verificato un evento eccezionale. Una trasformazione da un modo di essere a un altro modo di essere. Una morte simbolica per una rinascita altrettanto simbolica. Una sorta di rituale presente in ogni forma di religione misterica, la morte a se stessi e la rinascita a un altro sé. Morte e resurrezione.

Ma torniamo alla torre di venticinque metri. Chiunque si rechi a visitarla, e io ci sono stato su consiglio dello stesso Quattrocchi che ho già citato, può vedere la cella dove è stata rinchiusa Giovanna. Il punto è esattamente questo. Nello stesso ambiente, nel 1308, sono stati rinchiusi alcuni Cavalieri Templari accusati di stregoneria e di magia. Sulle pareti sono incise cifre graffite di senso oscuro e forse il nome del loro maestro, De Molay. Qui la giovane ha subìto la metamorfosi. Come e perché non è dato sapere. Ma certo la contadina si trasmuta nella donna “di sapere”.

Dopo quella notte ottiene tutto e mantiene tutto quello che promette, o meglio, che “vede”. Con truppe esigue prende Orléans e vince gli inglesi, poi rimette il legittimo pretendente sul trono e fa della Francia una nazione libera. Un tradimento mefistofelico la fa cadere in mano dei borgognoni che poi la “vendono” agli inglesi che la mandano al rogo. Come “strega”. La stessa accusa che portò i Templari a essere arsi vivi.

La stoffa sul telaio lascia intravedere il suo ricamo. La torre ha custodito i segni dei Cavalieri Templari, la torre ha donato la sapienza a una contadina. La torre ha agito forse come forno alchemico, come momento di trasmutazione, di ri-creazione.

Ecco il simbolo che si cercava, il forno magico.

Forse tutta la vicenda vuole condurre al riconoscimento di questa valenza ermetica. Ma rimane ancora qualcosa da dire.

Quando Giovanna va diritta davanti al re, un cavaliere si stacca dagli altri cortigiani e si mette al suo fianco. Da quel momento starà sempre con lei, fino alla sua cattura. Poi si ritirerà nelle sue proprietà dove sarà prelevato nove anni dopo dalle guardie del clero. Sarà arso vivo, anche lui con la medesima accusa dei Templari e di Giovanna: stregoneria. Quel cavaliere era Gilles de Rais, letterato e artista, meglio conosciuto come Gilles il mago.

Ecco un altro disegno che è apparso sulla tela: un mago che si mette al servizio di una donna. Che le riconosce autorità e potere. Quindi era un mago che si sottometteva al Femminile. È un altro elemento di questo disegno che sembra una normale vicenda miracolistica e che invece possiede molti caratteri ermetici che gradatamente sono emersi allo sguardo sottile. E non è ancora tutto.

Lo storico anglosassone Geoffrey de Monmouth afferma che il mago Merlino un giorno profetizzò: «Una stupenda pulzella verrà da Nemus Cenetum per salvare le nazioni». Ebbene, sapete come si chiamava il bosco che circondava Domremy, il paese di Giovanna? Nemus Cenetum.

Il telaio ha rivelato un’altra trama, oltre quella manifesta.

Mi sono soltanto permesso di evidenziarla, e così farò anche in seguito.

 

 

Bibliografia consigliata

 

Su Giovanna d’Arco e il rapporto con la cosiddetta torre dei Templari vedi Elizabeth Pepper  John Wilcock, Terre e città di magia in Europa, Vallardi, 1991.

La Grande Madre — Dove si ipotizza che Giordano Bruno avesse il compito di fermare le guerre di religione per suggerimento di un misterioso gruppo di “illuminati”, che forse sono “neo gnostici”

«Insegnami, mio Dio e mio re
a scorgerti in tutte le cose;
e qualsiasi azione io compia
lo faccia per te.
Un uomo che guarda un vetro
può fissarvi sopra il suo sguardo
o, se vuole, può guardarvi attraverso
e scorgere allora il cielo.»

GEORGE HERBERT, riportato da FRANCES A. YATES, L’Illuminismo dei Rosacroce

 

 

Immaginiamoci una festa che non ha precedenti nella storia, con un’atmosfera da mille e una notte trasportata a Parigi.

Ci sono proprio tutti. Protestanti, ugonotti, cattolici e riformati di ogni tipo. Nobili di tutte le casate, da quelle terriere a quelle legate al commercio e ai traffici valutari. Militari di carriera provenienti da piccoli castelli di provincia e guerrieri avvezzi ai tornei. Letterati delle università di Parigi, Londra, Ginevra e Bologna. Messi del duca di Borgogna, della regina di Inghilterra e perfino del re di Spagna. Inoltre duecentomila persone si sono radunate intorno a casa Valois. È l’antico piacere dei poveri di veder godere i ricchi. Tripudiano osservando sfilare le carrozze e lanciano lunghe acclamazioni alle dame regalmente vestite, di cui avvertono il profumo degli abiti e della biancheria. Aspetteranno fino a tarda notte, quando dovrebbe giungere il loro momento. Infatti al termine del sontuoso banchetto, i servi porteranno loro gli avanzi. Sono in verità resti di cibo per modo di dire, perché gli invitati spilluzzicano e, anche calcolando la “cresta” dei maggiordomi, rimarrà pur sempre un ben di Dio, o meglio, di re. Un anno prima, in un’occasione meno importante di questa, è stato gettato dai balconi dei Navarra un bue intero seguito da cento cinghiali. Non erano stati neppure sfiorati dal coltello e quella cornucopia sarà forse superata da quella che si annuncia stanotte. Purtroppo, rimarranno delusi. E al momento sarebbero addirittura esterrefatti se potessero vedere quanto sta accadendo dentro il palazzo. Né carni, né pesci, né verdure, né pane. Solo note musicali.

Oltre mille musici sono nascosti ovunque, tra gli alberi dei giardini, dietro gli arazzi, tra i mobili e le colonne. Sono disposti sapientemente nei punti-chiave di risonanza degli archi e delle volte per centuplicare gli effetti delle armonie. In altrettante corrispondenze architettoniche si trovano attori pronti a declamare all’unisono dei versi.

È una notte dedicata esclusivamente alla poesia e alla musica. Una cosa mai successa prima a Parigi e men che meno alla corte del re.
Nessuno sa che cosa aspettarsi. Tranne ovviamente Enrico di Navarra, signore di Francia, e un italiano che insegna nella capitale francese filosofia e arte della memoria.
È un incantatore, dalla cultura smisurata, dall’intuizione fulminante e dallo sguardo magnetico. È entrato nelle grazie del re e del Delfino in modo tanto repentino quanto misterioso.
Questo italiano piccolo di statura e dai modi imperiosi osservava la fila degli invitati che sembra non esaurirsi mai.
A mezzanotte in punto il palazzo è pieno come un uovo. Lo straniero fa allora un cenno con il capo a Enrico di Navarra che a sua volta china leggermente il capo.
È il segnale.
Da ogni angolo dei numerosi ambienti fluiscono come per incanto note melodiose. Una cascata di armonie che si fonde mirabilmente con le voci di alcuni uomini che recitano versi con dolcezza inaudita. È un fiume di soavità che riempie uomini e cose. Quindi migliaia di fiori si staccano dai soffitti e scendono come una pioggia gentile. Profumi e suoni vincono lo stupore e penetrano anche nei cuori più riottosi. Sembra proprio un incanto.
L’italiano sorride. Sa perfettamente che questa armonia è soltanto fittizia. Ma gli rimane la soddisfazione di essere riuscito per una sola sera a far convivere in pace bigotti e fanatici di ogni specie.
È compiaciuto anche Enrico, padrone della Francia, ma succube delle rivalità religiose. Si rallegrano con lui anche tutte quelle persone – un’esigua minoranza – che vedono il pericolo che incombe sull’Europa. Temono spaventose guerre religiose che potrebbero spazzare via interi popoli. Potrebbe essere un’ecatombe senza precedenti. Gli oltranzisti delle varie religioni stanno radicalizzando le proprie posizioni e interi paesi rischiano di essere coinvolti in un conflitto immane.

Unico baluardo contro la catastrofe sono i pochi spiriti illuminati quali Enrico di Navarra, Elisabetta d’Inghilterra, alcuni filosofi e scienziati. Poi ci sono gli studiosi di ermetismo nascosti in giro per il mondo, attentissimi a non farsi riconoscere per paura delle persecuzioni. Hanno scelto una strada terribile, quella di ricercare l’armonia tra gli uomini gonfi d’odio. Non hanno interessi personali da difendere in questa battaglia impari. Anzi. Hanno tutto da perdere. Ma sembrano spinti da un’energia potente, quella della tolleranza, dell’accettazione del diverso, della ricerca dell’armonia interiore. Insomma, sono mossi dalla vampa del Femminile. Di tanto in tanto, tra le genti si trovano di questi “sapienti”.
In loro spira la forza della civiltà, che li spinge sopra ogni cosa a compiere il bene.
Con essi è il trionfo del sentimento e non del sentimentalismo, della fantasia e non della fantasticheria, della giustizia e non dell’egualitarismo ipocrita.
La storia non ha tramandato con precisione i nomi loro e delle associazioni di cui, di volta in volta, di anno in anno, di secolo in secolo, facevano parte. Si suppone che in Inghilterra fossero gli adepti della “Famiglia d’amore” e dei “Fedeli d’amore” in Francia e in Italia. Conosciamo i loro ideali. Possono essere accostati a quelli degli gnostici seppure con una più forte connotazione magica, alchemica ed ermetica. Credo siano all’opera ancora oggi: sono gli studiosi più illustri e capaci di chiarezza, facilmente riconoscibili in tutto il mondo come seguaci di questa linea di bene. Anche in Italia. E credo che bastino il loro comportamento e i loro scritti per identificarli e per suscitare la nostra gratitudine.

Tornando alla festa, l’italiano che si rallegra sinceramente dell’armonia momentanea è ovviamente Giordano Bruno, il nostro missionario della magia intesa come recupero della tolleranza perduta tra le religioni, tra uomo e natura, tra testi sacri e necessità di ricerca.

L’anno della festa è il 1581 e la città, come si è visto, è Parigi.
L’occasione del matrimonio del duca di Joyeuse è stata una delle poche opportunità che il filosofo italiano ha avuto per riunire i nobili di varie tendenze religiose. È riuscito a far udire loro versi pieni di riferimenti simbolici e musiche “tranquillizzanti”.
Oggi può sembrare davvero patetica la speranza di Bruno ed Enrico di mitigare gli odi con simili mezzi “aerei”. Ma non è così.
Intanto quei simboli vocali e musicali sono antichissimi. Provengono da tradizioni remote e servono da sempre a un unico scopo: permettere all’intelligenza delle persone di aprirsi allo spirito di pace e di conciliazione. Inoltre tutto questo corrisponde a una precisa ritualità misteriosofica. Basta riflettere un attimo sui tempi contemporanei per cogliere molte analogie con quel 1581.
L’inquinamento delle menti, l’egoismo del mercato, i fondamentalismi politici e religiosi, l’esclusione proterva dei più da un minimo di benessere e da un tenore di vita degno di un essere umano: queste tendenze sono caratteristiche sia di quella fine del Cinquecento come di questi nostri anni. In più noi abbiamo la devastazione della natura e degli antichi saperi, l’annullamento della donna in chiave anoressica e la conseguente derisione del Femminile. È vero che di tanto in tanto sembrano annunciarsi nuovi fermenti, ma occorre rimanere vigili affinché il maschilismo patriarcale non assuma sembianze proteiformi e assimili e deturpi commercialmente movimenti e pensieri neonati. La giustizia sociale sarà uno dei terreni di lotta in cui ci misureremo tutti. Il Femminile non esclude nessuno e soccorre ogni figlio, sia povero, sia debole, sia infelice.
No, certamente l’aria che spira per noi non è migliore di quella del 1581.
Comprendere il tentativo di persone come Bruno può essere straordinariamente utile. Né lui, né altri spiriti “gentili” sono riusciti e forse riusciranno mai a fermare il “temno”, come dicono in Boemia, l’onda dell’oscurità, ma comprendere le loro ragioni potrà contribuire a creare una luminosa corrente contraria che contrasti i futuri “cieli di morte”, per adoperare una delle parole di Alce Nero.
Alla fine del Cinquecento non si poté arrestare la tenebra e arrivò la spaventosa guerra dei trent’anni, che fu peggio di un conflitto nucleare. In Europa la popolazione si ridusse a un terzo. Alla fine dell’immane conflitto, i superstiti erano poco più di venti milioni. Un dato sconvolgente.
Questa è la segreta storia dell’Europa, negli anni compresi tra il 1580 e il 1620: un manipolo di donne e uomini, con lo spirito rivolto alla pace, fecero di tutto per arrestare le stragi che si annunciavano. Fu la sfida della cultura dell’accettazione e del rispetto delle diversità contro i fanatismi acritici che finirono per trionfare nella morte.
Ma torniamo ancora una volta a Bruno. Può trattenersi a Parigi soltanto due anni. Quindi lo ritroviamo a Londra con il consueto rituale di eccezionali accoglienze. Parallelamente però ci sono le ostilità dichiarate degli oltranzisti religiosi e dei “pedanti cercopitechi”, per usare una sua espressione. Costoro lo perseguiteranno fino alla morte.
A Londra il nolano diventa amico di Philip Sidney, il favorito della regina. È un nobile colto e disponibile, probabilmente membro dell’ordine “della Giarrettiera”, un’altra congregazione votata alla diffusione dei princìpi della filosofia ermetica. A un primo sguardo può sembrare uno dei tanti gruppi nobiliari con un rigido codice cavalleresco, mentre in realtà al suo interno si studiano e si diffondono idee che sono proprie della magia rinascimentale. Ricordiamole ancora una volta: libertà di culto religioso, libera circolazione delle idee, divinizzazione della natura, massimo rispetto per il corpo umano, possibilità di ricerca in ogni campo del sapere. Accanto a tali princìpi “essoterici”, ovvero manifesti, c’è la componente “esoterica”, quella segreta, ermeticamente “chiusa”. Qui occorre dire con chiarezza che la magia rinascimentale, fiancheggiatrice della cultura parallela del Femminile, credeva in una segretissima ritualità millenaria in grado di trasformare l’officiante in un essere di superiore intelligenza. Qualità che doveva essere messa sempre al servizio degli altri e mai per il proprio tornaconto. Sono princìpi dell’ermetismo di tutti i tempi. Ecco perché questa disciplina tutela la propria ritualità con alcuni “segreti” a cui si può accedere soltanto dopo aver praticato “un lavacro di se stessi”. Insomma nessuno avrà mai la chiave dei “misteri” se non percorrendo un lungo e difficile cammino per cancellare il proprio egoismo. Gli arcani, i segreti, si tutelano da soli, un cuore impuro non arriverà mai a dire, simbolicamente, “apriti sesamo”.

Il maestro di saggezza, anche volendo, non potrà mai trasmettere la propria conoscenza all’allievo impuro, semplicemente perché questi comunque non la capirebbe e non potrebbe “sfruttarla” a proprio vantaggio. Tutto quello che può fare il sapiente è lasciare qualche segno sulla tela, qualche spunto e suggerimento. Frasi, parole, disegni e musiche sono gli elementi che per analogia possono consentire l’accesso alla comprensione del grande mistero dell’uno e dell’armonia. E anche quando un maestro lascia “verità nascoste in evidenza”, per parafrasare Zolla, queste risulteranno incomprensibili alle persone “di tenebra”. Occorre sempre tenere bene a mente che la magia e la ritualità connessa sono comunque discipline pratiche, il cui terreno di applicazione è il “sé interiore”.
Bruno scrive numerose opere a Londra. Lascia dei “segni”.
Compone tutti i dialoghi italiani e stabilisce continui, utili contatti per far germogliare il seme della tolleranza.
È molto probabile, come abbiamo già visto, che abbia incontrato Shakespeare. E sono ormai in molti a credere che il mutamento dei contenuti delle opere del drammaturgo, a partire dal 1583, sia dovuto proprio ai contatti con il filosofo.
L’italiano è in continuo rapporto con il cenacolo culturale vicino alla regina Elisabetta e a Sidney. Bruno imprime in questo mondo il suo estremismo magico. Londra diventa la capitale più aperta d’Europa, la città dove convergono gli intellettuali più illuminati.
Siamo ormai al 1585 e Bruno non può prevedere cosa accadrà nel 1618, inizio della guerra trentennale, ma teme il peggio. Agisce e scrive di continuo e riprende i viaggi lasciando la sicura Inghilterra, da dove nessuno l’ha cacciato. È una specie di apostolo, deve far germogliare i buoni fiori dell’ermetismo magico. A Londra ha fatto un ottimo lavoro. I suoi libri circolano dappertutto. Grazie alla sua opera, Federico V, di cui abbiamo già parlato, potrà trasformare per sette anni il Palatinato nel regno della ricerca e della tolleranza.
Il filosofo ritorna per breve tempo a Parigi, poi giunse a Praga e qui gli arriva l’invito del Mocenigo. Cade nella trappola e si reca a Venezia. Sarà consegnato all’Inquisizione.
In molti hanno descritto il processo e gli atti, almeno quelli conosciuti, ed è inutile soffermarcisi. Per noi è importante che Bruno non abbia ceduto. Non rinnegherà mai le proprie idee. Eppure è sempre stato cosciente delle conseguenze di quell’ostinazione e sa che l’aspetta il rogo. Ma evidentemente ha voluto fare della sua vita un esempio.

E quel rogo del 17 febbraio arde ancora in molte coscienze.