La pena d’amore

Lo strepitare di un passero alle gronde
La luna che risplende e il cielo latteo,
E l’armonia solenne delle foglie avevano
Cancellato l’immagine e il grido dell’uomo.

Una fanciulla sorse con le rosse labbra
Dolorose e sembrò la grandezza
Di tutto il mondo in lacrime,
Dannata come Ulisse, le navi infaticabili, fiera
Come Priamo assassinato insieme alla sua gente;

Sorse, e all’istante le gronde clamorose, e la luna
Che arrampicava sopra un cielo vuoto, e tutto
Quel lamento di foglie non poterono
Che ricomporre l’immagine e il grido dell’uomo.

William Butler Yeats

Il vegetale

Lasciato ho gli animali con le loro
mille mutevoli inutili forme.
Respiro accanto a te, ora che annotta,
purpureo fiore sconosciuto: assai
meglio mi parli che le loro voci.
Dormi fra le tue verdi immense foglie,
purpureo fiore sconosciuto, vivo
come il lieve fanciullo che ho lasciato
dormire, un giorno, abbandonato all’erbe.

Sandro Penna

Ricordo di fanciullezza

Le gaggie della mia fanciullezza
dalle fresche foglie che suonano in bocca..
Si cammina per il Cinghio asciutto,
qualche ramo più lungo ci accarezza
la faccia fervida, e allora, scostando
il ramo dolce e fastidioso, per inconscia vendetta
si spoglia di una manata di tenere foglie.
Se ne sceglie una, si pone lieve
sulle labbra e si suona camminando,
dimentichi dei compagni.
Passano libellule, s’odono le trebbiatrici lontane,
si vive come in un caldo sogno.
Quando più la cicala non s’ode cantare,
e le prime ombre e il silenzio della sera ci colgono,
quasi all’improvviso, una smania prende le gambe
e si corre sino a perdere fiato,
nella fresca sera, paurosi e felici.

Attilio Bertolucci

Lettera

Questo silenzio fermo nelle strade,
questo vento indolente che ora scivola
basso tra le foglie morte o risale
ai colori delle insegne straniere…
forse l’ansia di dirti una parola
prima che si racchiuda ancora il cielo
sopra un altro giorno, forse l’inerzia,
il nostro male più vile… La vita
non è in questo tremendo, cupo, battere
del cuore, non è pietà, non è più
che un gioco del sangue dove la morte
è in fiore. O mia dolce gazzella,
io ti ricordo quel geranio acceso
su un muro crivellato di mitraglia.
O neppure la morte ora consola
più i vivi, la morte per amore?

Salvatore Quasimodo

Il pioppeto

Hanno abbattuto i pioppi, addio all’ombra
e al mormorio del fresco colonnato,
il vento piu’ non gioca ne’ canta tra le foglie,
la loro immagine piu’ l’Ouse non riceve.
Dodici anni fa scoprii un giorno
l’amato boschetto e la riva dei pioppi,
e ora nell’erba sono affondati,
e sedile mi fa chi ombra mi diede.
Il merlo fuggito ad altro riparo,
tra noccioli ha trovato rifugio alla calura,
piu’ non risuona la sua dolce voce
sulla scena che tanto mi aveva incantato.
Brevi scompaiono i miei anni,
presto coi pioppi dovro’ giacere,
una zolla sul petto, una pietra sul capo,
prima che un bosco sul posto rinasca.
La vista m’invita, piu’ d’ogni altra cosa,
a meditare sugli effimeri piaceri umani:
la vita e’ sogno, ma il piacere si consuma
piu’ rapido del respiro di un uomo.

William Cowper

L’avvento della saggezza col tempo

Sebbene le foglie siano molte, la radice è unica;
Per tutti i giorni bugiardi della mia giovinezza
Ho fatto oscillare nel sole le mie foglie e i miei fiori;
Ora posso appassire nella verità.

W. B. Yeats

Il mantello e la spiga

Sotto l’ombra sospiravi
pastore di ombre e di sotterranei segreti
parlavi di una vita trascorsa.
Come sempre le foglie cadono d’autunno.
Intona i canti dei veggenti
cedi alla saggezza
alle scintille di fuochi ormai spenti,
regolati alle temperature e alle frescure delle notti:
lascia tutto e seguiti.
Guarda le distese dei campi, perditi in essi
e non chiedere altro.
Lasci un’orma attraverso cui tu stesso
ti segui nel tempo e ti riconosci.
Correvi con la biga nei circhi.
E fosti pure un’ape delicata,
il gentile mantello che coprì le spalle di qualcuno.
Lascia tutto e seguiti.
I tuoi occhi dunque trascorrono svagati
ed ozi come una spiga.
Come sempre le foglie cadono d’autunno.

Franco Battiato

O notte

Dall’ampia ansia dell’alba
Svelata alberatura.

Dolorosi risvegli.

Foglie, sorelle foglie,
Vi ascolto nel lamento.

Autunni,
Moribonde dolcezze.

O gioventù,
Passata è appena l’ora del distacco.

Cieli alti della gioventù,
Libero slancio.

E già sono deserto.

Preso in questa curva malinconia.

Ma la notte sperde le lontananze.

Oceanici silenzi,
Astrali nidi d’illusione,

O notte.

Giuseppe Ungaretti

La guazza

Laggiù, nella notte, tra scosse
d’un lento sonaglio, uno scalpito
è fermo. Non anco son rosse 
le cime dell’alpi.
Nel cielo d’un languido azzurro, 
le stelle si sbiancano appena:
si sente un confuso sussurro
nell’aria serena.
Chi passa per tacite strade?
Chi parla da tacite soglie? 
Nessuno. È la guazza che cade
sopr’aride foglie.
Si parte, ch’è ora, nè giorno,
sbarrando le vane pupille;
si parte tra un murmure intorno 
di piccole stille.
In mezzo alle tenebre sole,
qualcuna riluce un minuto;
riflette il tuo Sole, o mio Sole:
poi cade: ha veduto.

Giovanni Pascoli

La vite

Or che il cucco forse è vicino,
mentre i peschi mettono il fiore,
cammino, e mi pende all’uncino
la spada dell’agricoltore. 
Il pennato porto, chè odo
già la prima voce del cucco 
cu . . . su. . . io rispondo a suo modo:
mi dice ch’io cucchi, e sì, cucco.
Sì, ti cucco, vite, chè senti
già nel sole stridere l’api: 
ti taglio ogni vecchio sarmento,
ti lascio tre occhi e due capi.
O che piangi, vite gentile,
perchè al vento stai nuda nata?
Se anch’io tra i fioretti d’aprile 
sembravo una vite tagliata!
Piangi quello che ti si toglie ?
Ma ti cucco, taglio ed accollo,
perchè, quando cadon le foglie,
tu abbia un tuo qualche grispollo! 
O mia vite . . . no, o mia vita, 
così torta meglio riscoppi! 
E poi . . . com’è buono, alle dita,
l’odore di gemme di pioppi!
E parlare, ritto su loro, 
col venuto di là dal mare,
chied
Or che il cucco forse è vicino,
mentre i peschi mettono il fiore,
cammino, e mi pende all’uncino
la spada dell’agricoltore. 
Il pennato porto, chè odo
già la prima voce del cucco 
cu . . . su. . . io rispondo a suo modo:
mi dice ch’io cucchi, e sì, cucco.
Sì, ti cucco, vite, chè senti
già nel sole stridere l’api: 
ti taglio ogni vecchio sarmento,
ti lascio tre occhi e due capi.
O che
Or che il cucco forse è vicino,
mentre i peschi mettono il fiore,
cammino, e mi pende all’uncino
la spada dell’agricoltore. 
Il pennato porto, chè odo
già la prima voce del cucco 
cu . . . su. . . io rispondo a suo modo:
mi dice ch’io cucchi, e sì, cucco.
Sì, ti cucco, vite, chè senti
già nel sole stridere l’api: 
ti taglio ogni vecchio sarmento,
ti lascio tre occhi e due capi.
O che piangi, vite gentile,
perchè al vento stai nuda nata?
Se anch’io tra i fioretti d’aprile 
sembravo una vite tagliata!
Piangi quello che ti si toglie ?
Ma ti cucco, taglio ed accollo,
perchè, quando cadon le foglie,
tu abbia un tuo qualche grispollo! 
O mia vite . . . no, o mia vita, 
così torta meglio riscoppi! 
E poi . . . com’è buono, alle dita,
l’odore di gemme di pioppi!
E parlare, ritto su loro, 
col venuto di là dal mare,
chiedendogli, in mezzo al lavoro,
quant’anni si deve campare!

piangi, vite gentile,
perchè al vento stai nuda nata?
Se anch’io tra i fioretti d’aprile 
sembravo una vite tagliata!
Piangi quello che ti si toglie ?
Ma ti cucco, taglio ed accollo,
perchè, quando cadon le foglie,
tu abbia un tuo qualche grispollo! 
O mia vite . . . no, o mia vita, 
così torta meglio riscoppi! 
E poi . . . com’è buono, alle dita,
l’odore di gemme di pioppi!
E parlare, ritto su loro, 
col venuto di là dal mare,
chiedendogli, in mezzo al lavoro,
quant’anni si deve campare!

endogli, in mezzo al lavoro,
quant’anni si deve campare!

Giovanni Pascoli

Il falso e il vero verde

 Tu non m’aspetti più col cuor vile
dell’orologio. Non mi importa se apri
o fissi lo squallore: restano ore
irte, brulle, con battito di foglie
improvvise sui vetri della tua
Finestra, alta su due strade di nuvole.
Mi resta la lentezza di un sorriso,
il cielo buio d’una veste, il velluto
colore ruggine avvolto ai capelli
e sciolto sulle spalle e quel tuo volto
affondato in un’acqua appena mossa.

Colpi di foglie ruvide di giallo,
uccelli di fuliggine. Altre foglie
ora screpolano i rami e già scattano
aggrovigliate: il falso e vero verde
dell’aprile, quel ghigno scatenato
del certo fiorire. E tu non fiorisci
non metti giorni né sogni che salgano
dal nostro al di là, non hai più i tuoi occhi
infantili, non hai più mani tenere
per cercare il mio viso che mi sfugge?
resta il pudore di scrivere versi
di diario o di gettare un urlo ai vuoti
o nel cuore incredibile che lotta
ancora con il suo tempo scosceso.

Salvatore Quasimodo

La sera fiesolana

 

Fresche le mie parole ne la sera
ti sien come il fruscio che fan le foglie
del gelso ne la man di chi le coglie
silenzioso e ancor s’attarda a l’opra lenta
su l’alta scala che s’annera
contro il fusto che s’inargenta
con le sue rame spoglie
mentre la Luna è prossima a le soglie
cerule e par che innanzi a sé distenda un velo
ove il nostro sogno si giace
e par che la campagna già si senta
da lei sommersa nel notturno gelo
e da lei beva la sperata pace
senza vederla.
Laudata sii pel tuo viso di perla,
o Sera, e pe’ tuoi grandi umidi occhi ove si tace
l’acqua del cielo!
Dolci le mie parole ne la sera
ti sien come la pioggia che bruiva
trepida e fuggitiva,
commiato lacrimoso de la primavera,
su i gelsi e su gli olmi e su le viti
e su i pini dai novelli rosei diti
che giocano con l’aura che si perde,
e sul grano che non è biondo ancora
e non è verde,
e sul fieno che già patì la falce
e trasloca,
e su gli olivi, su i fratelli olivi
che fan di santità pallidi i clivi
e sorridenti.
Laudata sii per le tue vesti aulenti,
o Sera, e pel cinto che ti cinge come il salce
il fien che odora!
Io ti dirò verso quali reami
d’amor ci chiami il fiume, le cui fonti
eterne a l’ombra de gli antichi rami
parlano nel mistero sacro dei monti;
e ti dirò per qual segreto
le coline su i limpidi orizzonti
s’incurvino come labbra che un divieto
chiuda, e perché la volontà di dire
le faccia belle
oltre ogni uman desire
e nel silenzio lor sempre novelle
consolatrici, sì che pare
che ogni sera l’anima le possa amare
d’amore più forte.
Laudata sii per la tua pura morte,
o Sera, e per l’attesa che in te fa palpitare
le prime stelle!

Gabriele D’Annunzio

 

 

 

O falce di luna calante

O falce di luna calante
che brilli su l’acque deserte,
o falce d’argento, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Aneliti brevi di foglie,
sospiri di fiori dal bosco
esalano al mare: non canto non grido
non suono pe ’l vasto silenzio va.

Oppresso d’amor, di piacere,
il popol de’ vivi s’addorme…
O falce calante, qual mèsse di sogni
ondeggia al tuo mite chiarore qua giù!

Gabriele D’Annunzio

La pioggia nel pineto

 

Taci. Su le soglie
del bosco non odo
parole che dici
umane; ma odo
parole più nuove
che parlano gocciole e foglie
lontane.
Ascolta. Piove
dalle nuvole sparse.
Piove su le tamerici
salmastre ed arse,
piove sui pini
scagliosi ed irti,
piove su i mirti
divini,
su le ginestre fulgenti
di fiori accolti,
su i ginepri folti
di coccole aulenti,
piove su i nostri volti
silvani,
piove su le nostre mani
ignude,
su i nostri vestimenti
leggeri,
su i freschi pensieri
che l’anima schiude
novella,
su la favola bella
che ieri
t’illuse, che oggi m’illude,
o Ermione.

(Scritta da Gabriele D’Annunzio ad Eleonora Duse)

Quando…

Quando, bambino mio, ti porto balocchi multicolori, comprendo perché c’è un così grande gioco di colori, nelle nubi, nell’acqua, e perché i fiori sono così ricchi di colori – quando ti regalo, bambino mio, balocchi multicolori.

Quando, bambino mio, intono il mio canto per farti danzare, allora comprendo veramente perché c’è musica nelle foglie, e perché le onde mandano un coro di voci al cuore della terra che volentieri ascolta – quando intono il mio canto per farti danzare.

Quando, bambino mio, pongo dolci nelle tue avide mani, apprendo perché c’è il miele nel calice del fiore e perché i frutti si colmano segretamente di soavi succhi – quando pongo dolci nelle tue avide mani.

Rabinadrath Tagore

Il mio amore è un abito leggero

Il mio amore è un abito leggero
fra gli alberi di melo,
dove gli allegri venti preferiscono
correre in compagnia.
Là, dove gli allegri venti corteggiano
le giovani foglie che aleggiano,
il mio amore passa lento e si curva
all’ombra nell’erba.
E dove il cielo è una cerulea coppa
sulla terra che ride,
leggero va il mio amore, sollevando
con la mano garbata la sua veste.

James Joyce

Il mio amore è un abito leggero

Il mio amore è un abito leggero
fra gli alberi di melo,
dove gli allegri venti preferiscono
correre in compagnia.
Là, dove gli allegri venti corteggiano
le giovani foglie che aleggiano,
il mio amore passa lento e si curva
all’ombra nell’erba.
E dove il cielo è una cerulea coppa
sulla terra che ride,
leggero va il mio amore, sollevando
con la mano garbata la sua veste.

James Joyce