Cinema: “The Eichmann Show”, il processo del secolo

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Per la Giornata della Memoria, è uscito nelle sale italiane il film “The Eichmann Show”, diretto da Paul Andrew Williams e scritto da Simon Block. La pellicola racconta del cosiddetto “processo del secolo” fatto nei confronti del criminale nazista Adolf Eichmann. Responsabile del traffico ferroviario che trasportava gli ebrei nei campi di concentramento e catturato dal Mossad in Argentina l’11 maggio 1960, l’SS è stato processato a  Gerusalemme nel 1961. Intuendo la portata eccezionale di un tale evento, il geniale produttore televisivo Milton Fruchtman (Martin Freeman) decise di riprenderlo per mandarlo in onda su scala mondiale. Per dirigerlo assunse il regista Leo Hurwitz (Anthony LaPaglia), un cineasta molto bravo finito nella lista nera del maccartismo, che accettò all’istante. Per la prima volta nella storia un processo sarebbe stato trasmesso in TV e per la prima volta il mondo intero avrebbe ascoltato direttamente dai sopravvissuti le scioccanti testimonianze sui campi di concentramento. Il risultato fu che l’80% della popolazione tedesca guardò almeno un’ora del programma ogni settimana,  il quale venne anche trasmesso su tutte le reti in USA e Gran Bretagna. Alla fine furono 37 i paesi che decisero di mandarlo in onda, diventando il primo evento globale televisivo. E fu così che, dopo 16 anni dalla fine della guerra, si cominciò a parlare apertamente dell’Olocausto, rendendo giustizia alle vittime. Gli israeliani avevano fino a quel momento preso le distanze dai racconti fatti dai sopravvissuti, ritenendo impossibile che fosse accaduto loro ciò che narravano, perché c’era troppa crudeltà in quel che dicevano. “The Eichmann Show” parla  della straordinaria storia del team di produzione che dovette superare ostacoli di ogni tipo per poter catturare la testimonianza di uno dei più noti criminali nazisti. Il film mostra cosa successe nel backstage, le difficoltà che si dovette affrontare per realizzare l’evento, a cominciare dal superare la paura delle minacce ricevute dal produttore stesso da parte di un nostalgico del nazismo per convincerlo ad abbandonare l’impresa, per finire con i problemi puramente tecnici. Ad esempio, inizialmente i giudici israeliani erano contrari a trasmettere il processo in televisione, perché pensavano che le macchine da presa, grandi e ingombranti, avrebbero potuto essere d’intralcio nelle udienze. Allora, Leo Hurwitz e Milton Fruchton fecero costruire delle nicchie al di là dei muri, fuori dall’aula, dove situare le macchine e poter riprendere tutto senza dare alcun disturbo. Le videocamere, d’altro canto, hanno un ruolo essenziale in “The Eichmann Show”, perché è attraverso di loro che  il regista può  seguire con attenzione le reazioni del criminale, il quale resterà impertubabile per tutto il processo.

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Per Hurwitz, ebreo americano, scoprire il lato umano di Eichmann diventerà il “chiodo fisso” su cui concentrarsi durante le riprese. Pensa che sarà impossibile per il “mostro” non provare pentimento davanti alle orrende testimonianze e ai terribili filmati sui campi di concentramento. Tale narrazione si dipana nella seconda parte del film che diventa emozionante e coinvolgente ancor di più della prima. Il regista si fa indagatore dell’anima nera che ha davanti e non si capacita che Eichmann non mostri mai neanche una scintilla di umanità. Ma il criminale non cede neppure davanti alle immagini e alle parole più devastanti e continua a ripetere: “Non rivelerò mai i miei sentimenti più profondi”. Utilizzando abilmente le reali riprese del processo, dove si vede un Eichmann impassibile e le testimonianze dei sopravissuti, Paul Andrew Williams coinvolge lo spettatore in un processo complesso tra verità e finzione.

Clara Martinelli

 

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Cinema: il “Macbeth” spettacolare di Justin Kurzel

Macbeth CopertinaUscito nelle sale italiane il 5 gennaio, “Macbeth” è un film  diretto da Justin Kurzel,che ha Michael Fassbender e Marion Cotillard come protagonisti. La pellicola è l’adattamento cinematografico della tragedia di William Shakespeare. Presentato in concorso all’ultimo Festival di Cannes, il film ha suscitato molte polemiche, perché si tratta di una versione molto diversa da quelle viste finora sul grande schermo. La trama è quella che tutti conosciamo. Il valoroso Macbeth, barone di Glamis, fedele generale dell’esercito del re Duncan di Scozia, ha sconfitto e ucciso il traditore Macdonwald a capo delle forze ribelli in una cruenta battaglia. Mentre cammina per la brughiera con il suo compagno Banquo, Macbeth incontra tre streghe, le quali gli predicono che lui diventerà signore di Cawdor e re di Scozia, mentre il suo amico sarà il capostipite di una dinastia di re. Profondamente scossi da quelle parole, ma senza dar loro troppa importanza, i due uomini ritornano sul campo di battaglia. Appena arrivati, Angus e Ross, due nobili scozzesi, portano a Macbeth i ringraziamenti del re per il coraggio dimostrato e gli comunicano che il sovrano gli ha assegnato il titolo di barone di Cawdor: colui che aveva prima tale titolo è stato giustiziato con l’accusa di alto tradimento.  La profezia comincia ad avverarsi. Macbeth, quindi, va a ringraziare il re Duncan, che gli dice di voler recarsi nel suo castello a Inverness per festeggiare la vittoria con lui. Nel frattempo, Lady Macbeth riceve una lettera dal marito con la quale la mette al corrente dell’incredibile profezia. La donna, ancora in lutto per la perdita del loro unico figlio, depressa per le continue assenze del marito, comincia ad escogitare un piano per uccidere il re e assicurare così il trono al consorte. Ma quello di Duncan non sarà l’unico delitto commesso da Mcbeth che, incoraggiato dalla moglie e divorato da una folle ambizione, darà luogo ad una vera e propria carneficina.

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Kurzel (alla sua seconda regia dopo “Snowtown”), per il suo “Macbeth”, ha puntato molto sulla spettacolarità delle scene di battaglia e sui delitti che la perfida coppia compie per raggiungere e poi perdere il potere.  Michael Fassbender è perfetto nel suo ruolo e dimostra ancor di più di essere un attore di statura strordinaria: il film, infatti, regge quasi completamente sulla sua figura. Poco spazio viene lasciato a Lady Macbeth, interpretata dall’esile, ma intensa Marillon Cotillard. Ottima la scelta del regista che ha utilizzato come testo quello originale in inglese arcaico (sceneggiato da Jacob Koskoff, Michael Lesslie e Tod Louiso), lasciando così intatta la potenza della tragedia più breve di Shakespeare. Una Scozia dal fascino primordiale e nebbioso si contrappone  agli interni monumentali dei palazzi che  invadono la scena, come anche la musica di sottofondo. I ralenti delle scene di battaglia servono a mandare avanti il personaggio principale della storia, Macbeth, come se volesse estraniarsi dalla situazione, e, allo stesso tempo, ricordare allo spettatore la sua importanza all’interno della storia.  Ma Justin Kurzel ha voluto portare sullo schermo una storia che potesse avvicinare i giovani a Shakespeare e Michael Fassbender ha dichiarato lui stesso che la sua versione del Macbeth e ai danni che provoca la brama di potere, era rivolta soprattutto ai ragazzi. La spettacolarità del film è così spiegata. Un’operazione riuscita così bene che il regista e l’attore hanno deciso di girare insieme “Assassin’s Creed”, adattamento cinematografico della famosa serie di videogiochi.

Clara Martinelli

 

Cinema: “Il Piccolo Principe” di Mark Osborne, un classico rivisitato che piace a tutti

Ha superato ogni aspettativa ed è stato uno dei film più visti durante le vacanze di Natale . “Il Piccolo Principe” (Le Petit Prince),  film d’animazione  diretto da Mark Osborne, presentato fuori concorso al Festival di Cannes 2015 e uscito nelle sale italiane il 1 gennaio, è l’adattamento cinematografico del celebre romanzo omonimo scritto da Antoine de Saint- Exupéry  nel 1943. E proprio di un adattamento si tratta, perché la storia  gioca su due piani narrativi intrecciati tra loro: quello dell’aviatore che incontrò nel deserto il Piccolo Principe e l’altro dove si racconta di Prodigy, una bambina di dieci anni che, per iscriversi alla scuola che piace a sua madre, si trasferisce con lei in un nuovo quartiere. Il passato e il presente si uniscono e inventano il futuro. Prodigy è costretta dalla mamma, donna in carriera,  a studiare tutta l’estate secondo un planning molto duro ed articolato, lasciandola sola nella casa che hanno appena comprato. Deve prepararsi bene per essere ammessa ai corsi della prestigiosa Accademia Werth e non può concedersi pause. Ma Prodigy è pur sempre una bambina, intelligente e curiosa, e non riesce a reprimere il desiderio di capire cosa succede nel giardino vicino al suo, occupato da una villa vecchio stile piuttosto malandata. L’unico abitante è un anziano strampalato, il quale dice di essere un aviatore che, da giovane, durante un atterraggio d’emergenza con il suo aereo in pieno deserto africano, ha incontrato un ragazzino chiamato il Piccolo Principe. Così Prodigy, attraverso i disegni e le pagine strappate di un libro, viene a conoscenza della strana storia che vide protagonisti l’uomo e il bambino venuto da un altro pianeta, restandone affascinata. Contemporaneamente, il suo legame con l’aviatore si fa sempre più forte e quando la madre scopre che la figlia non studia per stare con lui, le vieta di vederlo. Ma Prodigy non rinuncia al suo amico che si trova in ospedale per un brutto incidente e va alla ricerca del Piccolo Principe per finire il racconto. E così comincerà una nuova avventura, completamente inventata da Osborne e i suoi sceneggiatori Irene Brignull e Bob Persichetti. Non era facile portare sul grande schermo il romanzo di Saint-Exupéry, un libro che tutti conoscono molto bene. Osborne, già regista di “Kung Fu Panda”, ha avuto la capacità di conservare la poeticità della storia, inserendola nelle parti di nuova invenzione.  L’animazione,  realistica e tridimensionale quando deve rappresentare il mondo reale, quello degli adulti,  resta fedele ai disegni originali del libro per entrare nell’universo del fantastico. La bambina, adultizzata da una mamma-tigre che alla fine cambierà idea, passa da una parte all’altra con estrema disinvoltura, dimostrando che i due mondi possono convivere, dando spazio al “fanciullino” che è in ognuno di noi. “Tutti i grandi sono stati bambini una volta (ma pochi di esse se ne ricordano)” sembra essere il manifesto di tutto il film. Ma che lascia agli adulti il compito di capire il messaggio esoterico che Saint-Exupery volle dare scrivendo:
“Ed ecco il mio segreto.
E’ molto semplice: non si vede bene che col cuore.
L’essenziale è invisibile agli occhi”

Clara Martinelli

 

 

Cinema da non perdere: “Dio esiste e vive a Bruxelles” di Jaco Van Dormael

 

immagine-nuovo-testamento-e1448487623803«Dio esiste e vive a Bruxelles. Appartamento tre camere con cucina e lavanderia, senza una porta di entrata e di uscita. Si è parlato molto di suo figlio, ma poco di sua figlia… sua figlia sono io». Chi parla è Ea (la promettente Pili Groyne), una bambina di dieci anni, che ha un padre veramente fuori della norma,  anzi, lui è il Padre per eccellenza: il Padre Eterno. Ma Dio (interpretato da Benoit Poelvoorde) non è come comunemente lo immaginiamo misericordioso e benevolo. Tutt’altro: è odioso e antipatico e passa le giornate davanti al computer, abbrutito in vestaglia e pantofole, a rendere miserabile l’esistenza degli uomini.  E’ collerico e violento anche con la figlia e la moglie (Yolande Moreau), ridotta all’obbedienza più assoluta, nonostante sia anche lei una Dea. Dopo l’ennesimo litigio con il Padre, Ea scende tra gli uomini per scrivere un nuovo Nuovo Testamento, che dia la possibilità alle persone di cercare la felicità. Ma, prima di andarsene, usa il computer di Dio,  inviando a ciascun essere umano un sms con la data della propria morte, creando scompiglio e incertezza tra gli abitanti della terra. Grazie ad un passaggio che dall’oblò della lavatrice la porterà direttamente tra la gente, Ea vagherà per Bruxelles alla ricerca dei sei nuovi apostoli, da aggiungere ai dodici già esistenti, per arrivare al numero di una squadra di baseball, sport preferito da sua madre e da suo fratello Gesù, che la bimba chiama JC. Il Padre la inseguirà in una rocambolesca caduta sulla terra, lasciando campo libero alla moglie che “rifiorirà” letteralmente, dando vita ad una sorta di religione della Grande Madre, dove tutto il mondo vive in armonia. dio-esiste-e-vive-a-bruxelles-deneuve-van-dormael
Candidato all’Oscar per il Belgio come miglior film straniero, “Dio esiste e vive a Bruxelles” di Jaco Van Dormael è diventato l’esordio dell’anno tra le uscite d’essai della stagione, grazie all’entusiasmo che il pubblico italiano gli ha dimostrato con un fortissimo passaparola.  Jaco Van Dormel fa di questa pellicola  un inno al matriarcato (il regista nella stesura della sceneggiatura, scritta con Thomas Gunzig, ha analizzato i testi apocrifi e il ruolo delle donne che in essi è rilevante), con situazioni surreali che si tingono di rosa, come la ricca  e annoiata Martine (un’ironica Catherine Deneuve) che, trascurata dal marito, si invaghisce di un gorilla rinchiuso in uno zoo, che la ricambia con passione. O ancora un aspirante serial killer, stanco di un finto matrimonio, s’innamora di una ragazza molto bella, alla quale manca un braccio. Un bambino, massacrato dalle ossessioni della madre,  vuole diventare femminuccia e va a scuola con un vestito rosso. Un frequentatore di nightclub, fissato con il sesso ma ancora vergine, troverà finalmente la donna giusta. Un impiegato lascia il suo lavoro per inseguire gli sciami degli uccelli migratori, trovando la sua vera personalità. Tutti, conoscendo il giorno e l’ora della propria morte, si sentono in dovere di fare qualcosa per loro stessi, inseguendo i sogni e le passioni, assecondando la propria natura autentica. Ea li recluterà per essere i nuovi apostoli e ognuna delle loro esperienze sarà scritta nel suo Nuovo Testamento. “Dio esiste e vive a Bruxelles” unisce  il grottesco ad immagini d’immensa poesia, scandite dalla musica di sottofondo, utilizzata per restituire l’interiorità dei personaggi.

 

Clara Martinelli

Cinema da non perdere: “45 anni” di Andrew Haigh

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“45 anni”  è un film  scritto e diretto da Andrew Haigh. Gli attori protagonisti Charlotte Rampling  e Tom Courtnay hanno vinto l’Orso d’Argento per la migliore interpretazione femminile e maschile all’ ultimo Festival di Berlino. I coniugi Kate e Geoff Mercer conducono una vita tranquilla nella campagna inglese e si preparano a festeggiare 45 anni di matrimonio con una grande festa. A pochi giorni dall’evento però, qualcosa arriva a turbare le loro esistenze. Una lettera, destinata al signor Mercer, lo informa che il corpo della sua prima fidanzata, morta in un incidente di montagna in Svizzera oltre cinquant’anni fa, è stato ritrovato perfettamente conservato in un ghiacciaio. Inesorabilmente la notizia sconvolge Geoff e Kate e  i loro equilibri di coppia. L’uomo cerca di nascondere il proprio turbamento, ma Kate, che non sapeva nulla della precedente relazione del marito, comincia a scavare nel passato venendo così a conoscenza di un inquietante segreto. “45 anni” mostra come un matrimonio che non ha mai subito un arresto possa, ad un certo punto, incrinarsi per cose mai dette. C’è tanto da indagare sul passato di Geoff, ma Kate si accorge che c’è tanto da capire anche di se stessa e di come abbia potuto chiudere gli occhi davanti alla realtà. Il velo le si squarcia pian piano, mettendo una dietro l’altra le informazioni che ottiene da sola e che il marito sarà poi costretto a confermare. L’amore che, pensava granitico, rivela più di una falla e lei si rende conto di essere stata una seconda scelta sentimentale per quell’uomo sposato quarantacinque anni prima. Un’opera emozionante e coinvolgente, strutturata su una sceneggiatura che pare ricalcare perfettamente il tranquillo quotidiano, intimo e domestico, di una misurata coppia inglese. I personaggi agiscono in maniera fredda e controllata, quasi fino alla fine del film quando Kate si lascia andare ad un pianto disperato, liberatorio e consapevole. E’ lo stesso Haigh ad ammettere che l’idea del film, tratto dal racconto “In Another Country” di David Constantine, gli è venuta perché c’era qualcosa di struggente in una relazione che inizia a vacillare proprio quando si avvicina all’ultimo ostacolo prima del traguardo.

Clara Martinelli

 

 

Cinema da non perdere: “Dheepan” di Jacques Audiard

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Vincitore della Palma d’Oro a Cannes, “Dheepan” di Jacques Audiard si troverà ancora per poco nelle sale italiane, ma è assolutamente da non perdere. Il protagonista, il Dheepan del titolo, è un ex combattente delle Tigri Tamil (Jesuthasan Anthonythasan, ex bambino soldato fuggito dallo Sri Lanka e diventato scrittore) che per fuggire dalla guerra civile dello Sri Lanka e chiedere asilo politico in Francia, forma una finta famiglia con una giovane donna, Yalini, e una bambina di nove anni, Illayaal. I tre si trasferiscono nella banlieu parigina, violenta e malfamata, e trovano rifugio in un agglomerato, dove Dheepan lavora come guardiano tuttofare. Yalini fa la badante ad un anziano, mentre la bambina frequenta una scuola e, superate le difficoltà iniziali, si inserisce molto bene. In questa normalità illusoria, quasi si convincono di essere una vera famiglia. Una routine rotta però dai traffici delle bande criminali del posto e le loro regole. Quando verranno coinvolti in una brutale esplosione di violenza, i fantasmi del passato torneranno a tormentare Dheepan e occorrerà prendere una decisione, se rimanere insieme o separarsi.
Jacques Audiard, regista de “Il profeta” e “Un sapore di ruggine e ossa”, con “Dheepan” rende un omaggio all’amore e alla possibilità delle persone che hanno subito grossi traumi di rifarsi una vita. I protagonisti del film all’inizio fanno addirittura fatica a parlare tra di loro e non per questione d’idioma, che è lo stesso, ma perché non si conoscono. Sono degli estranei l’uno per l’altro, i quali si ritrovano a vivere in un mondo nuovo, che si accorgono essere non tanto diverso da quello che hanno lasciato. Audiard mira a raggiungere lo spettatore, coinvolgendolo emotivamente e a partecipare attivamente alle vicende dei personaggi, attraversando con loro l’inferno della violenza e le rispettive trasformazioni: quella esteriore che ha a che fare con l’emigrazione e l’integrazione sociale, l’altra quella intima, domestica e interiore. Il regista affida ai gesti, agli sguardi, ai silenzi dei personaggi lo snodarsi della storia con asciuttezza e un certo sotto tono che rendono il film un esempio di linguaggio e di stile cinematografico.

Clara Martinelli

“Lea” di Marco Tullio Giordana, questa sera in onda su Raiuno alle 21,20

lea2_jpg_1003x0_crop_q85Da non perdere, questa sera,  “Lea” di Marco Tullio Giordana, in onda su Rai uno alle 21,20.  Il film, che ha aperto il Roma Fiction Fest da poco concluso, racconta della storia esemplare di Lea Garofalo, la calabrese che ha lottato strenuamente contro le regole della ‘ndrangheta.  Cresciuta in una famiglia criminale (lei e il fratello erano ancora bambini quando il padre viene ucciso sulle scale di casa) a Petilla Policastro, in provincia di Crotone, compie il grosso errore di innamorarsi di Carlo Cosco, un delinquente, con il quale ha una figlia, Denise. I due non si sposeranno mai, perché Lea, ragazza moderna, ritiene che non sia necessario. Si trasferisce con lui a Milano, dove Carlo gestisce un traffico di spaccio e usura, davanti agli occhi della compagna e della figlia. Lea però non è come lui e la sua famiglia d’origine, vuole una vita diversa per lei e la figlia. Non un’esistenza fatta di violenza, menzogna e paura, ma una normalità che le permetta di crescere bene Denise. E’ il 2002 quando decide di diventare collaboratrice di giustizia, lasciando Carlo Cosco e rivelandone i traffici. Viene sottoposta con sua figlia ad un programma di protezione che, passati alcuni, decade per motivi burocratici. Lea, rimasta senza soldi, senza casa e senza una tutela, è costretta a vivere con la madre a Petilla Policastro e a chiedere aiuto a Carlo per il mantenimento della figlia. Denise, ormai adolescente, vorrebbe andare all’università per studiare giurisprudenza e ha bisogno che il padre la sostenga economicamente. Salgono a Milano e  Lea, allontanata dalla figlia con un tranello, viene rapita e uccisa. Ma Carlo ha fatto male i suoi conti. Fa credere alla ragazza che la mamma l’ha abbandonata, ma Denise che ha un legame fortissimo con Lea, sa che non è vero e che lui l’ha ammazzata. La sua volontà di giustizia permetterà d’individuare processare tutti i responsabili dell’omicidio della madre, costituendosi parte civile contro suo padre. Con un linguaggio realistico, asciutto e diretto, Marco Tullio Giordana ha diretto una grande storia di denuncia e impegno, rendendo omaggio a una donna semplice diventata un modello civile di coraggio. Scritta insieme a Monica Zapelli, con la quale aveva già affrontato questo tema  ne “I cento passi”, basato sulla vicenda di Peppino Impastato, la narrazione non cade mai nel sentimentalismo e nella retorica. Costruito per la televisione con la stessa cura usata per il cinema, il regista ha dovuto narrare un periodo cronologico piuttosto lungo e ricco di eventi. In soli 95 minuti, il racconto di Lea, interpretata dalla brava e intensa Vanessa Scalera, e di Denise, che ha il volto di Linda Caridi, con la sua carica emotiva è capace di coinvolgere lo spettatore fino al midollo.

Clara Martinelli